Era in cortile da un pezzo, con calma, a vuoto. L’era ó d’quéi dopmézdé[1] in cui la luce sembra fare un’ultima ispezione alle cose, pronta a spuntare un difetto e segnarselo per domani. La stagione non era più cattiva, ma non era ancora buona: aria asciutta, odore di legna vecchia, terra che non sapeva più di fango e non sapeva ancora di polvere. Il recinto dei cani stava sul lato corto dell’aia, appoggiato al muro di confine come una cosa necessaria e mai davvero finita: rete robusta, pali raddrizzati più volte, un cancelletto che aveva imparato la sua cerniera a colpi di pazienza.
Dentro, i due cani da caccia si muovevano in modo diverso, come sempre. Il maschio, Ombra, era un corpo teso che non si arrendeva alla quiete: due giri, una pausa, un annusare rapido, poi di nuovo due giri. L’éra nárvôs[2] tenendo allenato un istinto che nessuno gli chiedeva. Bruma, invece, la femmina, si era sdraiata con dignità, la testa tra le zampe, e guardava Cesare con discrezione. Lui aveva in mano un secchio e un mestolo, ma li usava più come pretesto che come utensili. Ogni tanto si chinava, versava, controllava la ciotola, rimetteva a posto. Gesti da stalla, da cortile, da provincia. Dietro di lui, la casa respirava piano. Non era grande, ma era sua. In cucina ci sarebbe stato un odore di brodo o di sugo leggero; in sala, quella sala buona che si apriva solo quando serviva, la polvere si era posata sulle cose come sempre. E dentro quella normalità, Cesare si era sistemato come uno che, finalmente, non deve più dimostrare nulla.
Il rumore arrivò dal cancelletto basso sul viottolo laterale: due colpi secchi, decisi. Rimase con il mestolo a mezz’aria. I cani si immobilizzarono prima di lui: Ombra a metà passo, Bruma con la testa alta. Poi un ringhio basso. Cesare posò il secchio sul terreno, si asciugò le mani sul grembiule e fece due passi verso il legno. Un odore antico gli risalì in gola.
Oltre la staccionata c’era un uomo in controluce. Cappotto scuro portato bene, cappello in mano, viso segnato. Lo sguardo era rimasto quello: guardava per inventario. Aprì il cancelletto quel tanto che bastava per uscire e lo richiuse dietro di sé, lasciando la rete tra loro e i cani. Si studiarono. L’uomo riempì il silenzio dopo qualche secondo.
– Montanari.
Sentì quella pronuncia come una cosa antica: una voce priva dell’accento romagnolo che lo chiamava per cognome voleva dire riportarlo in servizio.
– Dipende chi lo chiede – rispose Cesare.
L’uomo sorrise appena, a labbra appena mosse. Un sorriso freddo, privo di richiesta di amicizia.
– Mi basta che mi riconosca.
Annuì e non concesse altro. Avrebbe potuto dire un nome, un luogo, un anno. Evitò. I nomi, una volta pronunciati, fanno entrare le cose in casa. Restarono fermi l’uno davanti all’altro. I cani avevano smesso di ringhiare e osservavano, intenti a capire chi stesse entrando nel territorio di chi.
– Mi chiamo Alberto Luciani – esordì.
Lo guardò impassibile.
– Chiederle se è il nome giusto sarebbe tempo perso, immagino.
Il sorriso del fantasma durò poco. Fece un gesto vago con la mano. La formalità era archiviata. Da quel momento restavano solo memoria, convenienza e quello che l’uomo era venuto a chiedere.
– Cosa vuole? – chiese.
L’uomo abbassò lo sguardo un momento, a scegliere il registro. Poi lo rialzò e guardò oltre la rete, verso i cani.
– Ha fatto una buona vita, a quanto pare.
I cani, sentendo la voce, ripresero a muoversi. Ombra tornò a girare, più nervoso; Bruma si alzò e si mise vicino alla rete, fissando lo sconosciuto con una calma che non prometteva niente di buono. Cesare si voltò appena per controllare i cani, poi tornò a guardare l’uomo.
– Una vita normale – fece.
– Normale è una parola che non le ho mai sentito usare.
Fece un mezzo gesto, come a dire: i càmbia i témp, i càmbia al parôl[3]. L’uomo fece un passo più vicino, ma restò fuori dalla zona di cortile. Non voleva essere respinto fisicamente. Voleva che fosse Cesare a invitarlo, perché l’invito è già una resa parziale.
– Mi chiede cosa voglio – riprese – e fa bene. Io voglio parlare.
– Lei può parlare. Io non le prometto attenzione.
L’uomo si lasciò scivolare addosso la frase lasciandola cadere. Aveva visto peggio.
– Ho fatto strada per arrivare qui. Non per vedere i cani.
Lo guardò con attenzione nuova. La scelta di presentarsi in pieno giorno, con un cappello in mano, privo di appoggi. Chi ch’arîva acsé, o l’é dispàrè o l’é sécûr ad sé stêss.[4] E quell’uomo non aveva la faccia del disperato.
– Non è una visita di piacere – rispose Cesare.
L’uomo fece un cenno minimo, quasi un inchino.
– No. Non lo è.
Restarono fermi un momento. Il tardo pomeriggio si consumava. Da qualche parte, lontano, si sentì un rumore di ferraglia: forse un carro, forse un cancello, forse la vita di qualcun altro. Pensò, suo malgrado, che in un paese le cose si sentono sempre troppo.
– Lei sa dove si trova – rispose Cesare.
– Montevalle – rispose l’uomo, con tono da dossier. – E so anche perché ha scelto di starci.
Sentì una piccola stretta allo stomaco. Era il fastidio di essere letto come una pratica.
– Non l’ho scelto per lei – aggiunse.
– Non ho mai creduto che facesse qualcosa per qualcuno.
– Se deve dire qualcosa, la dica – fece. – Se deve chiedere, chieda.
L’uomo inspirò piano. Come uno che, finalmente, può aprire la cartella.
– Sono venuto perché ho bisogno di lei.
Attese un istante. Lasciò che l’affermazione rimanesse lì, nuda. Poi alzò appena le spalle.
– Non mi sembra.
L’uomo accennò un altro sorriso breve, e questa volta fu più freddo.
– Lei ha l’impressione che la pensione sia un certificato. Io le dico che è solo un’abitudine.
Si inclinò leggermente in avanti, colpito da un rumore dietro le parole.
– Mi sta minacciando?
– No. – L’uomo scosse la testa con calma. – Se volessi minacciarla, non sarei qui da solo, in controluce, a farmi annusare dai cani.
Bruma, quasi a sentirsi chiamata in causa, emise un latrato secco. Cesare le fece un cenno con la mano, a spalle ferme: basta. Il cane non obbedì subito, ma abbassò il tono. L’uomo seguì quel gesto con interesse. Vedeva in ogni cosa un riflesso di comando.
– È sempre stato bravo con gli animali – riprese.
Lasciò passare.
– Non sono venuto per rovinarle il pomeriggio – riprese l’uomo. – Sono venuto perché… – fece una pausa minima – perché ci sono cose che tornano.
Quella frase, detta così, poteva valere per la nostalgia o per la minaccia. Capì che l’uomo voleva che valesse per entrambe.
– Le cose che tornano – rispose Cesare – di solito sono quelle che non si sono chiuse bene.
Luciani annuì, da vecchio alleato.
– Appunto.
Guardò la casa alle sue spalle voltandosi appena, misurando la distanza tra quel cortile e tutto ciò che aveva cercato di lasciarsi dietro. E’ pinsèt a la sò môj, déntar, ai rumori di cucina, alla nipotina che sarebbe arrivata al sabato mattina, alle carte piegate in un cassetto che non apriva mai. Tutte cose che non dovevano incontrare quell’uomo.
– Io non ho più niente da chiudere – osservò.
L’uomo lo fissò.
– Questo lo dice lei. – Si fermò un attimo, poi aggiunse: – E non le conviene farmi dire di più qui, davanti alla rete.
Lo riconobbe davvero solo allora: un uomo di continuità, legami tenuti in vita. Se ti ritrovava, era perché aveva deciso che non avevi il diritto di sparire. Si spostò di lato per prendergli la faccia nella luce. Il messaggio era chiaro: o lo faceva entrare, o avrebbe dovuto respingerlo davanti al paese. Guardò i cani. Ombra teneva l’uomo nel campo degli occhi; Bruma, ferma alla rete, annusava l’aria. Sembrava aspettare un ordine.
– Non venga in casa – rispose Cesare, piano.
L’uomo annuì subito, concedendo il minimo.
– Non sono venuto per la casa.
Dopo un momento fece un gesto verso l’angolo del cortile, dove c’era una panca di legno, vicino al recinto.
– Là – osservò. – Parliamo là.
Era un limite. Luciani lo accettò. Seguì Cesare lungo il recinto, alla distanza giusta per non sembrare respinto e per non concedere confidenza. Si sedette sulla panca. Luciani rimase in piedi un secondo, poi si sedette anche lui. La luce scendeva lungo i muri e infilava righe sottili tra i pali della rete. I cani guardavano. La scena sembrava domestica; per Cesare era il primo gradino di una scala che pensava di avere già lasciato.
– Lei è sparito bene – aggiunse. – Ci vuole del talento, per sparire in un paese.
Lo fissò.
– Io non sono mai sparito – riprese. – Ho smesso.
Luciani appoggiò il cappello sulle ginocchia, con cura.
– Smesso non esiste – rispose. – Esiste solo cambiare reparto.
Cesare non sorrise.
– E lei, invece, non ha cambiato niente.
Luciani incassò la frase impassibile. La trattò da dato di fatto.
– Ho cambiato bandiere, se proprio vuole. Ma il lavoro è sempre lo stesso.
Cesare ascoltò, e dentro di sé sentì una cosa precisa: non rabbia, non paura. Una stanchezza dura, come un vecchio dolore che si riattiva quando cambia il tempo.
– Allora dica – rispose Cesare. – Che lavoro è, oggi.
L’uomo lo guardò a lungo, decidendo quanto concedere e quanto nascondere.
– Oggi – concluse – c’è bisogno di gente che non fa domande inutili e sa stare dove serve.
* * *
Luciani cominciò a parlare con ordine, con la precisione di un percorso ripassato molte volte. Restò seduto, immobile, con lo sguardo che andava e tornava dal recinto dei cani.
– La prima volta che la vidi – precisò il fantasma – io ero poco più che un ragazzo.
Fece una breve pausa, non per nostalgia, ma per mettere a fuoco.
– Campania. Milizia. Vent’anni e molto entusiasmo.
Ombra fece due passi lungo la rete, poi si fermò.
– Allora lei era solo un uomo più esperto. Capii dopo che quell’incontro contava.
Rimase muto.
– Settembre 1940 – continuò. – Africa. Sidi El Barrani.
Il nome cadde nel cortile come un oggetto pesante. Cesare non si mosse.
– Io ero stato arruolato, ma restavo un agente. Lei era lì con altro nome e altra divisa.
Fece un gesto minimo con la mano, come a scacciare una mosca. Non era un segnale, era un’abitudine.
– Allora ne parlai – riprese Luciani. – Ai miei superiori.
Sollevò appena lo sguardo, inespressivo.
– Non ebbi risposta. Mi ordinarono di lasciar perdere. Capii che insistere non conveniva.
Cesare non reagì. Non annuì, non negò.
– Pensai che fosse finita lì. Poi febbraio 1941. Grecia. Preparazione dell’Offensiva di Primavera. Freddo, attesa, ordini che giravano a vuoto.
Ombra si fermò di colpo, per un cambio di tono appena percepito.
– Io: stesso nome, stessa divisa, altro grado. Lei: stessa faccia, nome e divisa diversi.
Si spostò appena sulla panca. Un rumore di stoviglie arrivò dalla casa.
– Lì ebbi conferma.
Rimase immobile. Non fece nessun gesto che potesse sembrare un’assunzione di ruolo.
– Tre incontri – fece. – Lei ogni volta diverso. Io sempre uguale.
Lasciò passare qualche secondo.
– È passato molto tempo.
Il fantasma annuì, soddisfatto della risposta.
– Sì – osservò. – Ed è proprio per questo che sono tornato.
Dal fondo della casa arrivò una voce che chiamava per la cena. Il cortile tornò a essere un cortile, ma la conversazione aveva ormai preso una direzione precisa.
* * *
La voce arrivò dalla casa prima della donna.
– Cesare, è pronto.
Cesare non si mosse subito. Restò seduto sulla panca, non ancora raggiunto dalla frase. Poi la porta si aprì e sua moglie uscì sullo stipite, asciugandosi le mani nel grembiale.
– Cesare… – cominciò, e poi si fermò.
Vide l’uomo solo allora: cappotto scuro, cappello sulle ginocchia, postura composta. Capì subito che non era un passante e che quella visita non era annunciata.
– Non sapevo che avessimo ospiti – concluse, cercando un tono neutro.
Luciani si alzò prima che Cesare potesse rispondere. Un gesto rapido, misurato, con la misura delle decisioni già prese.
– Alberto Luciani, signora. Un vecchio collega di suo marito. Passavo di qui. Se non è un disturbo, arrivo da lontano e non mangio da ore.
Ci fu un attimo di silenzio, quello in cui una frase può ancora essere ritirata. Guardò la moglie. Lei lo guardò per un istante, poi abbassò appena gli occhi.
– Certo – aggiunse. – Se vuole accomodarsi…
La frase rimase sospesa. Luciani fece un passo verso la casa, a completare l’invito. Si alzò lentamente dalla panca. Bruma li seguì con lo sguardo fino alla soglia. Ombra tornò a girare lungo la rete. Il cortile si richiuse alle loro spalle.
* * *
Anna servì la minestra tacendo. Il vapore salì lento tra i tre, mentre il rumore dei cucchiai dava alla stanza un ritmo forzato. Mangiava zitto. Luciani parlava a intervalli brevi, scegliendo frasi che sembravano neutre e invece cercavano una reazione.
– È una giornata fresca – osservò Anna, quasi subito. – La sera viene in fretta, adesso.
Luciani annuì.
– Già. Si sente che l’anno gira.
Mangiava zitto. Non affrettava il gesto, non lo rallentava. Sembrava estraneo alla necessità di riempire lo spazio.
– Qui siete al riparo da certe cose – continuò Luciani, con un tono che voleva sembrare neutro. – Ma non per molto.
Anna sollevò appena gli occhi.
– In che senso?
Luciani fece un piccolo gesto con il cucchiaio.
– L’Europa si mette d’accordo sul carbone e sull’acciaio – riprese Luciani. – Dicono che basti a tenere lontana la guerra. Io so che dove passano materiali passano anche uomini, e qualcuno dovrà continuare a guardare.
Portò il cucchiaio alla bocca e lo appoggiò piano sul piatto. Bevve un sorso d’acqua. Nient’altro. Anna finì per prima. Si alzò e raccolse i piatti del primo, lasciando il tavolo per un momento vuoto, lasciando all’aria uno spazio necessario.
Il secondo arrivò subito dopo: un po’ di lesso, verdura. Anna servì, poi si sedette di nuovo, decisa a non lasciare che il silenzio diventasse ostile.
– In paese hanno messo una di quelle televisioni – osservò Anna. – Al circolo.
Luciani colse l’occasione.
– Schermi che portano il mondo in casa – riprese Luciani. – Prima si spariva tra la gente; adesso sarà più difficile.
Cesare non alzò lo sguardo. Tagliò la carne con precisione, concentrato solo su quella cosa.
– A Cesare non piacciono quelle cose – osservò Anna, quasi sorridendo. – Preferisce stare fuori.
Il secondo finì più in fretta del primo. I piatti vennero tolti, il tavolo ripulito. Rimase solo la frutta: mele, uva, cose di stagione. Anna le mise al centro, nel tentativo di riportare normalità.
– Vuole favorire? – chiese a Luciani.
– Volentieri.
Sbucciarono le mele muti. Il rumore della buccia che cadeva nel piatto sembrò troppo forte. Anna capì che la cena doveva finire lì.
Fu allora che Cesare si alzò. Il gesto fu semplice, con tono piano, ma interruppe qualcosa.
– Andiamo di là – esordì, guardando Luciani. – A prendere un cognac.
Era la prima frase che pronunciava da un po’. Non guardò Anna mentre la diceva, ma era a lei che parlava. Luciani lo fissò per un attimo, poi annuì.
– Volentieri.
Anna abbassò gli occhi, sollevata. Fece un passo verso la porta della sala buona.
– Tu sistema pure – riprese. – Facciamo presto.
Era una protezione. La cucina tornò a essere una cucina. La conversazione uscì dalla stanza.
* * *
Entrarono nel salotto senza accendere altre luci. Bastava quella vicino alla credenza, che lasciava il resto della stanza in una penombra discreta.
– Brava donna – riprese Luciani, con un tono che voleva essere riconoscente.
Cesare lo guardò di sbieco.
– Non immagina neanche quanto – fece.
Era una risposta chiusa, e Luciani lo capì. Anna richiuse piano la porta. Il rumore della casa tornò lontano, domestico. Prese la bottiglia dalla credenza. Il vetro era spesso, opaco, di quelli che non si buttano. L’aqua la fa mêl, e’ ven e’ fa cantê[5], pensò silenzioso. Versò di propria iniziativa, prima a Luciani poi a sé, con la stessa misura. Luciani osservava tutto: la stanza, i mobili scelti più per durata che per gusto, il modo in cui Cesare stava in piedi.
– Ho fatto una fatica dannata a trovarla – aggiunse, finalmente. – Perché lei non esiste. – Fece un gesto vago. – Nei registri, nei rapporti, nei riepiloghi. Quando nel ’49 hanno messo in piedi il SIFAR, hanno recuperato tutto. Vecchi fascicoli, archivi militari, schedari di guerra. Di lei, quasi niente.
Si sedette, bicchiere in mano. Bevve un sorso.
– Resta una tessera: 1925, maresciallo di polizia in un paese di collina, numero troppo basso per essere casuale, rinnovo regolare per quasi vent’anni. Sempre a gennaio. Tre grafie diverse nei rinnovi, tre capufficio.
Cesare appoggiò il bicchiere.
– Per questo ho pensato a una copertura alta. Di quelle che si tengono pulite.
Lo fissò, privo di rabbia.
– E allora?
Luciani annuì, arrivato al punto giusto.
– E allora il mondo è cambiato, Montanari. Le bandiere anche. Il lavoro è rimasto. A Est non scherzano e qui facciamo finta che basti una legge.
Fece un gesto vago.
– Servono uomini che conoscano il territorio, sappiano tacere e non chiedano istruzioni ogni mattina.
Bevve ancora.
– Stiamo costruendo una rete discreta. Resistenza, se dovesse servire.
Non pronunciò nomi. Non ce n’era bisogno.
– Depositi fuori mano. Armi, radio, punti di appoggio. Gente pronta se qualcuno prova a forzare lo Stato dall’interno o dall’esterno.
Alzò gli occhi su Cesare.
– Lei sarebbe un nodo perfetto: nessuna visibilità, passato pulito nei registri, vecchi contatti. Un punto che nessuno cercherebbe.
Lasciò la frase sospesa, come un’esca. Il cognac scendeva piano. La proposta era stata fatta.
* * *
Attese qualche secondo. Poi parlò, piano.
– Lei mi ha cercato pensando che la situazione sia rimasta quella di prima.
Luciani non negò.
– Io sono andato avanti – rispose Cesare. – E gli amici di prima li ho visti all’opera quando gli alibi erano finiti.
Luciani si strinse nelle spalle.
– Oggi il nemico è un altro.
Lo guardò dritto.
–Il nome del nemico cambia sempre – rispose Cesare.
Si alzò leggermente dalla sedia, quanto bastava a segnare una distanza.
– Lei cerca un uomo capace di obbedire e tacere. Io ho smesso quando ho capito di avere troppe domande.
Luciani restò fermo. Non insisteva ancora. Sapeva che quella non era la fine.
– Ci pensi – si limitò a dire. – Questo giro non è una parentesi.
Riprese il bicchiere, lo svuotò.
– Caro lei – concluse.
La formula aveva il peso di un avvertimento.
– Ha fatto due errori. È entrato in casa mia come in un ufficio. E ha pensato che io avessi ancora voglia di rientrare in una catena di comando. Le rispondo una volta sola.
Riempì di nuovo il bicchiere. Guardava il cognac, non Luciani.
– Vengo da poco: fame, terra dura, scuola quando capitava. La polizia mi ha dato uno stipendio, una regola, un posto nel mondo.
Alzò gli occhi.
– Nei primi anni ho visto lo Stato arrivare sempre dopo: scioperi, ferrovie ferme, piazze piene, la Settimana Rossa. Poi la guerra. Al fronte ho imparato a fare domande dove gli altri volevano chiudere un fascicolo.
Bevve un sorso.
– Dopo la guerra tornai in Romagna. Il dopoguerra fu peggio del fronte: fame, armi rimaste in giro, comizi che diventavano funerali, sedi date alle fiamme. Io arrivavo dopo, raccoglievo pezzi, scrivevo rapporti. Un ufficiale con il passo giusto li portava nei corridoi che contavano.
Osservò il liquido controluce.
– Vidi una provincia cambiare mano; nessuno dichiarò guerra. Case del popolo devastate, cooperative bruciate, vallate punite per un nome, città presidiate da camicie nere mentre lo Stato prendeva appunti. Il mio lavoro cambiava: dai fatti dovevo ricavare una versione ancora governabile.
Si appoggiò allo schienale.
– Continuai a fare indagini pulite, per quanto si poteva. Ogni volta che serviva qualcuno capace di muoversi chiamavano me. Qualcun altro poi ci metteva il cappello.
– Poi arrivò l’ordine nuovo. Non lo nomino. Era cominciato prima: in collegio, poi in Friuli, poi nelle chiamate dopo l’assassinio che fece saltare il tavolo.
Il tono restava piatto. Era questo a renderlo più duro.
– All’inizio volevano capire. Poi volevano sistemare. Sempre per il bene del Paese.
Posò il bicchiere.
– Io facevo il lavoro sporco: indagini, pressioni. Poi tornavo a Montevalle e facevo il poliziotto di paese.
Luciani non si muoveva.
– Nella guerra successiva partivo con nomi diversi, per vedere ciò che i rapporti ufficiali coprivano. Spagna, Africa, Balcani, ritirate, errori da nascondere. Tornavo con storie vere da riferire a chi le aveva chieste. Montevalle restava l’unico posto dove non dovevo recitare.
Fece un mezzo sorriso stanco.
– Quando tutto crollò, difesi la mia casa e la mia terra. Aiutai chi stava sui monti, poi passai con loro. Rimisi la divisa una volta sola, per entrare in un comando e portare via dei piani. Era mestiere, anche allora.
Si fermò. Bevve l’ultimo sorso.
– Passato il fronte rientrai in caserma, aprii come se fossi uscito il giorno prima e aspettai il tempo necessario per andare in pensione.
Finalmente guardò Luciani.
– Questa storia è finita. Io sono sceso e non risalgo.
Alzò lo sguardo e lo tenne fisso su Luciani. La chiarezza era arrivata tardi, ma ormai stava lì.
– Ha sbagliato persona. Ha cercato un uomo che non c’è più.
Dentro di lui passò l’impulso di mandarlo via con una frase da paese. Lo lasciò cadere e scelse parole più nette.
– Mi trovai davanti una bestia. Grossa. Di colpo. Potevo farmi travolgere, oppure starle addosso e tenerle la testa girata finché riuscivo. Per un po’ funziona. Poi capisci che il governo è un’illusione: al massimo resti in sella.
Luciani non si mosse.
– Io l’ho cavalcata per anni, per necessità e per mestiere. Ogni giorno credevo di tenerla a bada. Poi capii che restare sopra era già una forma di obbedienza.
– Sono sceso. Da tempo. E non rimetto il piede sulla sua schiena perché qualcuno ha deciso che adesso corre dalla parte giusta.
Abbassò lo sguardo un attimo, poi lo rialzò.
– L’ho conosciuta giovane, quella bestia. So come finisce quando qualcuno pensa di usarla: cambiano le mani che stringono le redini, il morso resta lo stesso.
* * *
Il silenzio durò più di quanto sarebbe stato corretto misurare. I bicchieri restarono in mano, ormai svuotati, mentre fuori la sera prendeva possesso del cortile di forza. Cesare sentiva i cani muoversi piano, consapevoli che non era più tempo di guardia ma di attesa. Poi Luciani ebbe un leggero sussulto, come chi si ridesta da un pensiero lungo. U n’dîsèt gnît[6]. Posò il bicchiere, si alzò e andò verso la porta. Cesare lo seguì. Nessuno dei due parlava. Attraversarono la casa vuota, uscirono nel giardino. L’aria era più fredda. Aprì il cancello.
Luciani si fermò un attimo, poi si voltò.
– La saluto, Montanari. Grazie per l’ospitalità. Faccia i miei complimenti alla signora Anna. Un’ottima cuoca. E una padrona di casa impeccabile.
Annuì appena. Luciani fece pochi passi verso la strada. In quel momento si accesero i fari di un’auto che era rimasta ferma più in là, fuori dalla vista. Un’Alfa Romeo 1900 avanzò piano, lo affiancò. Luciani aprì la portiera, si voltò un’ultima volta verso il cortile, poi si limitò a dire:
– Andiamo, Gianfanti. Non è lui.
L’auto ripartì con calma. Lui restò al cancello, immobile, a guardare le luci di posizione che si allontanavano. Quando scomparvero dietro la curva, tornò verso il recinto. Ombra alzò la testa. Bruma si mosse appena. Il cancello si chiuse. E’ temp e pasa, e’ cont e resta…[7]

[1] Era uno di quei pomeriggi.
[2] Era nervoso.
[3] Cambia il tempo, cambiano le parole.
[4] Chi arriva così o è disperato o è sicuro di sé.
[5] L’acqua fa male, il vino fa pensare.
[6] Non disse nulla.
[7] Il tempo passa, il conto resta.


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