Sogno d’estate a Castel d’Argine Vecchio
Nel cuore di una Romagna immaginaria, tra un palazzo antico, un borgo sospeso e il corso silenzioso del Lamone, prende forma Sogno d’estate a Castel d’Argine Vecchio, una commedia teatrale itinerante liberamente attraversata dallo spirito di Shakespeare, ma radicata in un paesaggio tutto italiano, fatto di argini, rovine, sale affrescate, cortili, corridoi e ombre di paese.
La vicenda comincia come una festa. Gli spettatori vengono accolti nel palazzo per una celebrazione di cui nessuno conosce davvero le regole. Ci sono bicchieri, luci calde, frasi di circostanza, attori mescolati agli invitati. Poi qualcosa si incrina. Un cameriere mascherato offre un misterioso succo di viola, filtro d’amore e di confusione. Teseo e Ippolita litigano davanti agli ospiti, trasformando il ricevimento in una soglia instabile. Da quel momento il palazzo smette di essere un semplice luogo scenico e diventa una macchina del sogno.
A guidare il pubblico è Puck, folletto ironico, ambiguo, malinconico, capace di muoversi tra le stanze come se conoscesse già ogni errore destinato a ripetersi. Gli amanti si cercano, si accusano, si desiderano, si perdono. Oberon e Titania, re e regina delle fate, combattono una guerra privata fatta di gelosia, desiderio e stanchezza. Gli incantesimi funzionano male, oppure funzionano troppo bene. I personaggi dimenticano il proprio ruolo, si scambiano le battute, guardano gli spettatori come complici o testimoni, finché il confine tra chi recita e chi guarda diventa sempre più sottile.
In questo percorso, il sogno procede per variazioni. Una scena torna, ma leggermente cambiata. Un gesto già visto si ripresenta deformato. Una battuta rimbalza da una stanza all’altra come un ricordo impreciso. L’amore si mostra tenero, ridicolo, feroce, infantile, ostinato. La comicità nasce dallo scarto: una regina delle fate può innamorarsi di un artigiano con la testa d’asino; una banda romagnola può tentare invano di suonare una musica solenne e produrre invece una catastrofe allegra; un litigio amoroso può diventare un piccolo processo collettivo in cui nessuno è davvero innocente.
C’è anche un cuore popolare, quasi da sagra stregata. Gli artigiani musicisti, guidati dal vanitoso Tugnàzz, portano dentro la materia alta del sogno shakespeariano una lingua più terrena, fatta di vino, stecche musicali, battute sporche, orgoglio da paese e poesia involontaria. La loro goffaggine diventa una delle forme più sincere dell’incanto: dove la magia vorrebbe essere elegante, loro la sporcano di vita.
Sullo sfondo, però, qualcosa osserva. È Ammone, il dio del fiume. Non parla, non spiega, non interviene quasi mai. Compare come un’ombra, un presagio, un rumore d’acqua sotto il pavimento. La sua presenza accompagna il pubblico fin dall’inizio, anche quando sembra appena un dettaglio. Solo alla fine, sull’argine del fiume, durante una festa che assomiglia a un risveglio collettivo, Ammone torna a guardare tutti. In quel momento il sogno sembra dissolversi nella musica, nella danza e nell’alba, ma resta una domanda sospesa: ci siamo davvero svegliati, oppure abbiamo soltanto imparato a sognare con più consapevolezza?
Sogno d’estate a Castel d’Argine Vecchio è una commedia di amori sbagliati, incantesimi difettosi e identità mobili; una festa teatrale che comincia nel palazzo e finisce sull’acqua; un gioco scenico in cui Shakespeare incontra la Romagna, Puck attraversa i corridoi come un vecchio complice, e ogni spettatore viene invitato a entrare nel sogno portando con sé qualcosa da dimenticare, o forse da ritrovare.


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