Tra i due crinali

Aprile del ’44 arrivò a Muntvèl non annunciato. Le giornate si allungavano, ma il paese restava contratto, ormai incapace di fidarsi perfino della luce. Cesare Montanari era ancora lì, l’unico poliziotto. Dopo l’8 settembre i tedeschi erano arrivati anche da quelle parti. Prima con cautela, poi con metodo. Una mattina lo avevano fatto salire su un camion. Nessuna spiegazione. Rocca delle Caminate. Aveva capito subito che non era una cosa improvvisata.

Mussulén lo volle vedere perché lo conosceva: uno strumento che, negli anni, aveva funzionato. Se n’era servito più volte di traverso, evitando uffici, verbali e percorsi ufficiali. In quel momento Cesare gli offriva un punto fermo, qualcosa di riconoscibile e affidabile mentre il resto cominciava a muoversi male. Aveva già retto altri pesi; forse poteva reggere anche quello. Montanari Cesare da Muntvèl: così lo chiamava.

Ma quando Cesare entrò nella stanza capì che qualcosa si era spezzato. E scuréva, e scuréva: E zabajéva — inveiva a lungo, vaneggiava — parlando a vuoto. I discorsi erano rancorosi, ripiegati su nemici che cambiavano forma a ogni frase. Gli occhi erano spiritati, in continuo movimento, in cerca di conferme ormai sparite. Restava l’abitudine al comando, svuotata della sua forza.

– Sei rimasto – fece Mussolini a un certo punto – t’ci armàst!

Non era una domanda. Rispose il minimo indispensabile: faceva il suo lavoro, il paese era tranquillo. Mussulén sembrò trarne conforto, quell’uomo venuto dalla sua terra parve bastargli per ricordare chi era stato. Poi l’attenzione scivolò via, e l’incontro finì in modo sospeso.

Il punto vero stava in ciò che videro i tedeschi. Videro che Mussolini lo conosceva, che lo chiamava, che si fidava ancora di lui. Bastò. Da quel momento Cesare divenne una figura da maneggiare con cautela, per calcolo. Quando tornò a Montevalle, i controlli continuarono a distanza. Era una protezione indiretta, fragile, da usare con misura. A casa raccontò pochissimo. Anna capì subito. Elena teneva d’occhio Maria, che giocava zitta. Il pensiero di tutti andava a Giovanni, il figlio, disperso per mesi e poi ricomparso in una lettera della Croce Rossa: prigioniero degli inglesi, a Zonderwater, in Sud Africa. Vîv[1]. Una parola che aveva rimesso in moto la casa incapace di riportare quiete.

 

* * *

 

Fu allora che Cesare riattivò il contatto con Ruggero Baldini, per necessità. Baldini compariva rimanendo invisibile, come uno che passa di lì per caso e poi si ferma. Aveva cinquant’anni, una vita da ladruncolo di paese, piccoli furti, favori sbagliati, qualche notte passata dove capitava. Non faceva discorsi politici e sapeva ascoltare. A Montevalle si conoscevano tutti, e Cesare sapeva una cosa semplice: Baldini trovava la gente. Negli ultimi mesi sbandati e disertori avevano ricominciato a muoversi tra i crinali. Cesare non poteva avvicinarli direttamente evitando attenzioni. Baldén sè. Parché par lò l’era ó coma lò[2]: per loro era uno come loro. Si incontravano dove nulla restava impresso: un argine basso, una stalla abbandonata, un campo dietro un filare. Cesare arrivava sempre prima, con la bicicletta appoggiata a qualcosa che non facesse rumore.

Cesare usava Baldini come si usa un nodo: per tenere insieme. Attraverso di lui faceva arrivare avvisi, consigli, freni. Baldini ascoltava, annuiva e spariva. Apparteneva a quel genere di uomini capaci di spostare poco la guerra e molto il destino di un paese. Sapeva che quella tenuta sarebbe durata poco. Finché teneva, però, Montevalle respirava. E lui restava lì, a fare il suo mestiere nel punto più scomodo possibile.

 

* * *

 

Le perlustrazioni cominciarono all’improvviso, come tutte le cose che non chiedono consenso. Un mattino Cesare trovò davanti alla stazione un camion grigio, fermo con il motore al minimo, e una squadra dell’OrPo che aspettava. La presenza stessa di quegli uomini era già un ordine. L’OrPo, la Ordnungspolizei, rastrellava, perlustrava, normalizzava. Altrove aveva lasciato paesi svuotati, ostaggi, rappresaglie sommarie. Capì subito che quella visita apriva una fase nuova: la zona doveva essere letta meglio, ripulita, resa trasparente. Il camion acceso, l’attesa silenziosa, il modo in cui gli uomini tenevano le armi evitando di ostentarle: tutto diceva che il passaggio era finito e cominciava il controllo.

Con loro c’era un sottufficiale. Guardava il paese come si guarda un luogo che presto smetterà di essere neutro. Si chiamava Keller, Hauptwachtmeister, grosso modo un maresciallo capo. Coetaneo di Cesare, con addosso un’aria trattenuta. Appena scese dal camion vide le controspalline di Cesare, le tre strisce dorate screziate in nero, il bordo cremisi, i nastrini della Grande Guerra. Fece un mezzo passo indietro. A Keller era già arrivata la voce: Montanari Cesare da Muntvèl, quello che conosceva Mussolini. In un mondo di gerarchie fragili e timori fondati, bastava. Anche Keller era un richiamato, tirato fuori dalla polizia di campagna quando la guerra aveva cominciato a chiedere più uomini di quanti se ne potessero mandare. Veniva anche lui da paesi piccoli, strade sterrate, liti tra vicini, furti da poco. Aveva l’aria di un uomo inadatto alla carneficina, ma comandava uomini capaci di farla.

– Ci accompagna – fece, più come constatazione che come ordine.

Annuì. L’OrPo, in quei mesi, aveva un nome che girava male. Keller lo sapeva. Lo sapeva e, a modo suo, ne era caricato. Aveva un figlio in Russia. Lo confidò una volta sola, con tono piano, durante una sosta.

– Non so dov’è – aggiunse.

Cesare non parlò di Giovanni, prigioniero in Sudafrica. Bastava così. Due uomini della stessa età, due figli persi in direzioni diverse. Salirono sui monti a piedi. Il plotone si muoveva compatto, con un passo che non lasciava spazio all’improvvisazione. Keller camminava a fianco di Cesare, mai davanti. Ogni tanto lo guardava di sbieco, come per verificare qualcosa che non stava nei regolamenti. Faceva domande precise: i tempi, i passaggi obbligati, i punti dove un uomo armato poteva sparire e non lasciare traccia. Non chiedeva nomi. Non chiedeva case.

Capì che Keller, oltre al terreno, stava misurando lui: affidabilità, misura, peso delle voci. Rispondeva con prudenza. E dgèva e’ nesesèri, gnìt d’piò[3]. Quando poteva, sceglieva il sentiero più lungo, quello che sembrava logico solo a chi lo conosceva bene. Trovarono poco, all’inizio. Tracce vecchie, fuochi spenti da giorni, una coperta buttata dietro un muretto. Keller mostrava quasi sollievo. Dava ordini brevi, conteneva i suoi uomini. Lo notò: in quei giorni contava.

Col passare delle settimane, tra i due si stabilì un rapporto fatto di rispetto e cautela. Keller restava in soggezione per quella sensazione scomoda di trovarsi davanti uno che aveva visto molte cose e, con tutto quel peso addosso, era ancora in piedi. Cesare, da parte sua, capiva che Keller cercava di portare a casa il lavoro. Una sera, scendendo verso valle, il tedesco si fermò a guardare il paese.

– Qui – concluse – se sbagliamo, pagano le case. La gente dentro.

Non serviva rispondere.

Le perlustrazioni continuarono. A volte per farsi vedere, a volte per ordine diretto. Cesare guadagnava tempo, deviava, rallentava dicendo il minimo vero. Keller se ne accorgeva, lasciava fare. Era un equilibrio instabile, tenuto insieme da gradi, voci, e dalla consapevolezza che, in quei monti, bastava poco per perdere il controllo. Finché teneva, quell’equilibrio proteggeva il paese. E tutti e due sapevano che non sarebbe durato.

Cesare aveva cominciato a preparare i sopralluoghi come si prepara una tregua destinata a finire. Strappava giorni, a volte solo ore, a qualcosa che stava comunque arrivando. Ogni uscita con Keller era una scelta calibrata, un compromesso costruito in anticipo. Stabiliva itinerari innocui: sentieri larghi, crinali esposti, zone dove si trovavano vento e terreno duro. Posti che davano l’impressione del controllo lontano dai punti sensibili. A Keller li presentava come percorsi utili a prendere confidenza con l’area. Lasciava fuori il resto. Prima di ogni perlustrazione cercava Baldini, sempre in luoghi che non trattenevano memoria: un argine, una stalla vuota, un campo dietro un filare. Cesare arrivava con la bicicletta, Baldini spuntava dopo. Le frasi erano simili, e ogni volta più pesanti.

– Per un po’ niente movimenti. Niente fucili in vista. Niente fuochi.

Baldini ascoltava, annuiva, poi faceva il suo giro. Non dava ordini; sapeva però a chi parlare. In quel momento bastava. Le notizie da fuori chiudevano ogni illusione: rastrellamenti finiti in massacri, paesi messi in riga col fuoco, civili presi a caso per dare un segnale. L’OrPo, in certe zone, aveva cancellato i testimoni. Montevalle restava per ora fuori dal mirino. Per questo Cesare teneva tutto rallentato. Faceva arrivare Keller quando era certo che non ci fosse nessuno da trovare. Spiegava che quei monti chiedevano tempo, che una valle apparentemente vuota poteva diventare una trappola. Keller ascoltava: abbastanza per evitare l’urto.

Poi Baldini arrivò con una notizia che Cesare temeva da giorni.

– I scòr d’culpì – aggiunse – i dìs ch’stê fèrmi l’è péz[4].

Cesare si fermò in mezzo al campo, la bicicletta tra le mani.

– Qui no – riprese – adesso no.

– Li tieni fermi ancora per poco – rispose Baldini.

– Chiedo tempo. Qui se sparano, la guerra scende giù.

Fu una discussione dura. Baldini gli spiegò che la gente lassù cominciava a non fidarsi. Gli rispose che la fiducia non serviva a niente quando arrivavano i camion pieni di soldati. Gli parlò dei paesi di cui aveva sentito, delle famiglie portate via. Gli spiegò che Montevalle non aveva nulla da dimostrare. Si separarono, l’accordo vero mancava. Tornò verso casa con la sensazione che la tregua stesse già scivolando. Pensava ai sentieri, ai tempi, a Keller che aveva imparato più in fretta del previsto.

Il sopralluogo avvenne due giorni dopo. Non trovarono nulla. Keller fece girare gli uomini, li richiamò, chiuse la perlustrazione prima del previsto. In discesa guardò Cesare come si guarda uno che ti ha evitato un problema tacendolo. Quella sera Baldini tornò.

– Per ora stanno fuori – osservò – ma non durerà.

Annuì. Lo sapevano entrambi. Quella era una sospensione fragile, tenuta insieme da paura, calcolo e stanchezza. Bastava poco per romperla. Il suo lavoro consisteva nel ritardare il momento in cui qualcuno, altrove, avrebbe deciso di fare di Montevalle un esempio. Ogni giorno guadagnato lasciava aperta una possibilità. E in quei mesi una possibilità era tutto. Anche Keller aveva capito il gioco camminando, passo dopo passo, su sentieri che portavano sempre da qualche parte e mai dove ci si aspettava davvero di arrivare. Aveva capito dai vuoti, dai fuochi spenti da troppo tempo, dai posti giusti visitati nel momento sbagliato. Taceva perché riconosceva quel modo di fare. Era lo stesso che aveva usato lui, anni prima, quando il mestiere di poliziotto significava soprattutto evitare guai peggiori. Cesare stava comprando tempo.

Keller era grato per quella pausa. Forse non lo avrebbe ammesso nemmeno a se stesso. Da tempo aveva la sensazione di essere stato trasformato in un animale: uno che fiuta, avanza, stringe il cerchio perché gli viene chiesto di farlo. Aveva visto cosa succedeva quando il cerchio si chiudeva davvero: villaggi cancellati in poche ore, uomini trascinati fuori dalle case, donne ormai ammutolite. All’inizio aveva provato a chiamarlo ordine. Poi aveva smesso di dirsi qualsiasi cosa. Eseguiva, perché eseguire era il modo più semplice per non pensare. Il pensiero tornava la notte, quando restava solo con la mappa e con il volto del figlio, da qualche parte a est, in una terra che non riusciva nemmeno a immaginare.

Con Cesare era diverso. Bastavano le deviazioni, i rallentamenti, le scelte apparentemente inutili. Keller le vedeva tutte e le accettava. Accettarle voleva dire concedere una tregua locale, piccola, fragile, revocabile in qualsiasi momento. Per qualche settimana, quel pezzo di territorio non sarebbe ancora diventato teatro di ferocia. Keller sapeva che ordini più duri sarebbero arrivati. Finché poteva, lasciava fare. Era stanchezza, desiderio fisico di smettere per un attimo di essere quello che la guerra gli aveva imposto di diventare. Camminare, tornare indietro, dire “qui non c’è niente” e sapere che, almeno per oggi, era vero. Quando guardava Cesare, vedeva un uomo che faceva lo stesso lavoro dal lato opposto del filo. In quel riconoscimento silenzioso stava l’unica forma di tregua rimasta.

L’ultimo sopralluogo arrivò non essendo annunciato come tale. Nessun ordine diverso, nessun tono solenne. Solo una salita come le altre, nel tardo pomeriggio, quando la luce comincia a inclinarsi e i contorni si ammorbidiscono. Camminavano davanti, Cesare e Keller, con il plotone che risaliva più indietro, in fila, spezzando il sentiero come una cucitura scura. Arrivati sul crinale si fermarono. Sotto di loro la vallata si apriva lenta, ordinata, quasi quieta. I campi disegnati con pazienza, le case basse che cominciavano a raccogliere il fumo della sera, il fiume che rifletteva un cielo già più freddo. Vista da lassù, quella terra sembrava fuori dalla guerra. Un luogo che non chiedeva niente. Rimasero in silenzio a lungo. Keller seguì con lo sguardo i suoi uomini che salivano verso di loro, uno dopo l’altro, stanchi ma composti. Poi parlò.

– Volevo dirtelo – aggiunse, tenendo lo sguardo altrove – prima che… bevor, come si dice… prima che scendiamo.

Restò fermo.

– All’inizio ero in soggezione – continuò Keller – tutte quelle storie… Mussolini, l’infanzia, le mostrine. Pensavo di avere davanti uno che stava lì per conto di altri.

Fece una pausa.

– Invece ho trovato un uomo perbene.

Guardava la valle, aspettando che le parole scendessero fino in fondo prima di raccoglierle.

– Ho capito il tuo gioco quasi subito – fece Keller, con un mezzo sorriso – i sentieri giusti al momento sbagliato, i tempi allungati, i vuoti. Mi hai fatto vedere quello che serviva.

Si voltò verso di lui.

– Ti ringrazio. Per me. E per questo posto.

Il sole stava toccando la linea dei colli più lontani. La luce arancione rendeva tutto meno duro, quasi provvisorio.

– Per qualche settimana – continuò Keller – non ho dovuto stringere. Non ho dovuto spiegare ai miei uomini perché dovevano fare cose che non capivano. È stata… Eine Pause. Una parentesi.

Pronunciò quella parola con attenzione, sapendo che era l’unica possibile. Poi il tono cambiò, appena.

– Noi ce ne andiamo – precisò – tra pochi giorni. Io e il plotone. È arrivato l’ordine di trasferimento.

Sentì il peso arrivare prima ancora del senso.

– Al nostro posto verrà una squadra della RSI – aggiunse Keller – ragazzi, in gran parte. Ordini diversi, meno pazienza.

Capì tutto in quel momento. L’equilibrio che aveva costruito era arrivato alla sua scadenza naturale. Con Keller era esistito uno spazio di tregua. Con chi sarebbe arrivato dopo, quello spazio si chiudeva.

– Volevo avvertirti – fece Keller – perché sappia che il tempo che avevi è finito.

Il plotone arrivò sul crinale. Qualcuno si fermò a guardare la valle, qualcun altro si sistemò il fucile sulla spalla. Era l’ora di rientrare. Keller tese la mano. Un gesto semplice, con modi sbrigativi. Cesare la strinse.

 

* * *

 

La perlustrazione successiva arrivò come un’invasione. I camion entrarono in paese a velocità inutile, frenando tardi, con i motori lasciati accesi come una provocazione. I soldati scesero urlando, spingendosi, ridendo a voce alta. Non c’era alcuna intenzione di passare inosservati. Volevano essere visti, temuti, ricordati. Capì subito che Keller non c’era più e che con lui se n’era andato anche l’ultimo residuo di misura. Guido Plebani si presentò occupando spazio. Era giovane, troppo giovane per quel grado, e ne faceva un vanto. Parlava forte, si muoveva con gesti larghi, come uno che ha bisogno di dimostrare ogni minuto di essere arrivato in alto. Si capiva subito che non veniva da una carriera pulita. Anzi, ne era orgoglioso.

– Io sono partito da sotto – esordì, di propria iniziativa – galera, strada, fame. E guardatemi adesso.

Rideva mentre lo diceva. Tenente per meriti di guerra. Lo ripeteva come una sfida. Ogni frase ricordava agli altri che lui c’era arrivato facendo quello che serviva, con scrupoli azzerati. I repubblichini intorno a lui avevano trovato nella divisa la legittimazione a essere quello che erano sempre stati: delinquenti armati. Sparavano alle imposte chiuse, alle galline che scappavano nei cortili, ridevano quando qualcuno si affacciava per sbaglio. Sentì il paese irrigidirsi come un animale che sente arrivare il colpo. Plebani assunse il comando tenendo lo sguardo altrove.

– Qui adesso si cambia – fece – basta passeggiate.

Quando finalmente si rivolse a lui, lo fece con un rispetto forzato, mal digerito.

– Voi siete Montanari – continuò – quello delle storie.

Il tono tradiva una doppia cosa: disprezzo e cautela. Disprezzo per quell’uomo di un’altra generazione, che stava ancora lì che non aveva fatto carriera. Cautela per quello che si diceva di lui. Mussolini. L’infanzia. Le conoscenze. Plebani ci credeva solo a metà, abbastanza da non ignorarlo.

La salita fu una dimostrazione di forza. I soldati sparavano colpi a vuoto solo per sentire l’eco. Buttavano giù muretti, entravano nei cortili a vuoto, si prendevano quello che trovavano. Non cercavano i “banditi”. Volevano fare paura. A un certo punto Plebani rallentò di proposito e fece cenno a Cesare di seguirlo.

– Parliamo un momento – riprese.

Si appartarono dietro un costone. Plebani si accese una sigaretta, con l’aria di chi sta per spiegare come funziona il mondo.

– Io so come vanno queste cose – concluse – e voi pure.

Cominciò a vantarsi. Raccontò di azioni fatte altrove, di gente “convinta” a parlare, di bottini presi come premio. Ogni frase era un modo per ribadire che lui non aveva paura di sporcarsi le mani.

– Voi conoscete la gente – continuò – sapete chi ha roba, chi nasconde, chi piange per davvero e chi no. Io porto gli uomini. Ci si aiuta.

Lo presentò come un’occasione. Il ricatto stava tutto lì.

– Segnalazioni – aggiunse – qualche pressione fatta bene. E poi si divide. Tanto qui nessuno verrà a chiedere conto.

Cesare u l’guardéva sènza muvéss.[5] Più Plebani parlava, più era chiaro che non c’era spazio per mezze misure. Quell’uomo disprezzava l’ordine, ma ne usava il nome per fare altro. E sotto la sbruffonaggine, Cesare sentiva il timore. La consapevolezza che stava parlando con qualcuno che non poteva permettersi di sottovalutare.

– Pensateci – concluse Plebani, schiacciando la sigaretta – perché stare fuori è pericoloso.

Tornarono sul sentiero. I repubblichini stavano sparando alle finestre chiuse di una casa isolata, ridendo. Una gallina rimase a terra, immobile. Nessuno se ne curò. Guardò quella scena e capì che l’equilibrio era stato sostituito da una violenza gratuita, ostentata. Keller aveva lasciato uno spazio. Plebani lo chiudeva mentre rideva. Da quel momento ogni silenzio sarebbe stato letto come adesione, ogni rifiuto come affronto personale. Prese tempo: lasciò che l’altro parlasse, finse di pesare la proposta come una questione pratica.

– Vedete? – fece Plebani. – È così che si fa. Un po’ di rumore, due colpi buttati lì, e il paese impara subito.

Guardò la gallina. Pensò che con Keller non sarebbe successo. Con Keller i colpi servivano a segnare una presenza, non a divertirsi.

– In pianura è ancora meglio – continuò Plebani, camminando. – Case attaccate, fienili pieni. Dai fuoco a una, e gli altri capiscono al volo. La gente corre sempre dove non dovrebbe. Sempre.

Il sentiero saliva. Sentì il fiato farsi corto per qualcosa che veniva dallo stomaco. Quello stava parlando come uno che spiega un lavoro imparato bene.

– Le rappresaglie fatte per rabbia sono da dilettanti – fece Plebani. – Vanno fatte pulite. Una famiglia presa a caso, una sera giusta, e non hai più problemi. Non serve neanche tornare.

Guardò i sassi smossi sotto gli scarponi. Pensò che a caso era diventato un metodo.

– I comunisti poi… – Plebani fece note con la mano, come a scacciare una mosca. – Quelli strillano sempre. Appena stringi un po’, urlano come bestie. Anche quando non c’è quasi niente. Ma serve. Gli altri sentono. E capiscono.

Il passo di Cesare restò regolare. Pensò che nessuno urla allo stesso modo due volte. Pensò che quello ascoltava le urla come si ascolta un attrezzo che funziona.

– Gli ebrei invece no – fece Plebani, abbassando la voce. – Quelli sono furbi. Tengono tutto addosso. Anelli cuciti, denti, roba nascosta ovunque. Animali farciti d’oro. Devi solo sapere dove guardare.

Sentì lo stomaco chiudersi. Pensò che stava parlando di corpi come di dispense.

– E poi c’è il bello – continuò Plebani, ora a suo agio. – Il saccheggio. Quello va fatto in fretta. Le case giuste, capisci? Quelle con i pavimenti buoni, le madie piene. Le donne nascondono sempre male l’argenteria. I cassetti dicono tutto.

Pensò ai cassetti di casa sua. A quelli che non si aprivano mai.

– Io sono per le cose chiare – concluse Plebani. – Voi mi date i nomi. Io faccio il resto. Si divide. Sette parti a me, tre a voi. Così funziona. E qui può funzionare benissimo.

Cesare tacque. Lasciò che il sentiero si stringesse, che il terreno cambiasse sotto i piedi. Sentì il vento salire dal fondo, freddo. Misurò la distanza a sguardo basso giù. Capì che, se quell’uomo fosse tornato indietro, niente di quello che aveva tenuto insieme fino a quel momento sarebbe rimasto in piedi.

Quella salita li riportò sullo stesso crinale dove, poche settimane prima, Keller aveva parlato di tregua e di trasferimento. Stesso vento, stesso taglio della luce, ma un’aria completamente diversa. Plebani, appena arrivato in cima, allargò le braccia come un attore che pretende applausi.

– Guardate che bel posto – aggiunse – da qui li vedete come topi.

Sotto, la vallata stava già diventando scura. Le case sparse, i fienili, le aie. Ogni cosa pareva quieta solo perché era lontana. Plebani si voltò verso i suoi e cominciò a dare ordini con una gioia impaziente.

– Disperdetevi. A raggiera. Come cani da caccia. Voglio vedere come scappano.

I repubblichini partirono ridendo, più predatori in libera uscita che uomini in perlustrazione. Si sparsero per la costa, urlando, fischiando, sparando colpi a vuoto solo per sentire l’eco rimbalzare. Qualcuno scese verso un fienile e sparò alle assi della porta. Un altro prese a tirare contro un’ombra che si muoveva tra l’erba, forse una gallina, forse un cane. Il rumore scese giù come una frana. Poi arrivò il fumo. Prima uno sbuffo sottile. Poi una colonna più densa, più scura, che si alzò lenta da un fienile. Plebani rise, compiaciuto, come davanti a un segnale di festa.

– Così imparano – fece. – Così capiscono chi comanda.

Rimase muto. Restava un passo indietro, temendo che anche quell’oggetto potesse tradirlo con un riflesso. Guardava i movimenti degli uomini giù per il pendio: macchie scure che andavano e venivano, voci che salivano a ondate. Non c’era alcuna caccia ai “banditi”. C’era solo il piacere di rompere qualcosa. Plebani, intanto, si godeva la scena dall’alto. Camminava sul crinale con l’aria di chi possiede il panorama. Ogni tanto si voltava verso Cesare, per controllare che guardasse anche lui.

– Voi, Montanari, avete vissuto troppo a lungo qui sotto – osservò, con quel tono a metà tra lo scherno e la cautela. – Vi siete abituato a pensare che la gente conti qualcosa. Non conta niente.

Lasciò passare. Aveva già capito che, con un uomo così, l’unica difesa era farlo sentire al sicuro. Plebani non vedeva il pericolo, perché credeva di essere il pericolo. Scese di qualche metro lungo un tratto di costa più aspra, come per cercare un punto migliore. Il terreno lì era duro, spezzato, pieno di sassi e radici. Sotto, il burrone si apriva come una bocca scura tra cespugli e pietre. Plebani si fermò sul bordo, imprudente, con il corpo inclinato in avanti per guardare meglio.

– Sentite? – chiese, ascoltando gli spari lontani. – Questo è ordine.

Era dietro di lui. Vicino abbastanza da sentire l’odore della sigaretta e del sudore. Il vento portava su le urla degli uomini e il crepitare di qualcosa che bruciava. La vallata, da lassù, era di nuovo quella di sempre: campi, case, un fiume invisibile. Ma ora c’era il fumo, e quel fumo cambiava tutto.

Plebani fece un passo ancora, come per sporgersi di più. Restò fermo un istante di troppo. Sentì il vento, il fumo, gli spari lontani, la voce di quell’uomo che chiamava ordine la rovina. La mano partì più pesante di quanto Cesare avesse previsto, tra petto e spalla. Plebani ebbe appena il tempo di alzare lo sguardo, incredulo, come se il pericolo non potesse arrivare da così vicino. La bocca si aprì, uscì un mezzo suono. Il terreno gli mancò sotto i piedi, le braccia cercarono qualcosa che non c’era, e il corpo sparì nel burrone con una serie di colpi spezzati: pietra, terra, rami. Cesare rimase sul crinale. Sotto, gli spari continuavano. Le voci dei repubblichini salivano e scendevano come prima, indifferenti.

 

* * *

 

E fom, int la val, u s’alzeva incóra[6]. Lasciò il plotone alle spalle. Scese dall’altra parte del crinale, a piedi, infilando subito il bosco. Scelse una traccia laterale, sporca, perduta tra castagni e rovi. Il rumore degli spari restò dietro, confuso, distante. Il bosco lo assorbì in pochi passi. Foglie secche, rami bassi, terra umida. Camminava con passo controllato. Dopo una mezz’ora il rumore cambiò: prima si diradò, poi cessò quasi del tutto. Rimase il vento tra gli alberi. Si fermò, appoggiando la mano a un tronco. Capì che lassù stava succedendo qualcosa. Il silenzio, in quei casi, era confusione.

I repubblichini avevano cominciato a capire. Privi di Plebani, del comando, di ordini chiari e di una voce che urlasse più forte delle altre, la violenza si era trovata improvvisamente priva di direzione. Qualcuno aveva sentito un rumore nel bosco, qualcun altro aveva sparato pensando di coprire un fianco inesistente. Le urla si erano accavallate, i colpi erano diventati risposta a colpi. La paura aveva fatto il resto. Riprese a muoversi, risalendo la valle dal lato opposto, tenendosi alto. Quando uscì dal bosco e arrivò a un punto scoperto, si fermò di nuovo. Da lì vedeva sotto di sé il pendio e, più in basso, il movimento scomposto degli uomini. I soldati correvano verso i camion. Non in ordine, non coprendosi a vicenda. Scappavano. Alcuni si voltavano di continuo, sparando a casaccio verso il bosco, convinti di essere sotto attacco partigiano. Altri gridavano nomi che nessuno raccoglieva. Un camion partì con uno strappo, prima ancora che tutti fossero saliti. Un altro lo seguì subito dopo.

Osservava la scena dall’alto, immobile. Provò soltanto una stanchezza fredda e la consapevolezza che quel pezzo di mondo, per qualche ora almeno, si era richiuso su se stesso. Quando il rumore dei motori si perse nella valle, riprese il cammino. Doveva arrivare da Baldini prima che qualcun altro collegasse i fatti nel modo sbagliato. Scese ancora, poi risalì lungo un sentiero secondario, passando dietro un fienile annerito dal fumo. L’odore di bruciato era ancora nell’aria. Baldini era dove doveva essere. Vide Cesare arrivare a piedi e capì, impassibile.

– A l’ò mazê.[7] – rispose Cesare, diretto.

Baldini lo guardò muto e risparmiò le domande inutili.

– Quéll ch’cumandéva – continuò – adès u n’cumànda pió[8].

Baldini abbassò lo sguardo, poi lo rialzò.

– E adès?[9]

Scosse appena la testa.

– Adès i pinsarà a n’atach. I s’tirén luntèn par un pô. Ma a n’sarà piò coma prema[10].

Cesare raccontò l’essenziale. Baldini non chiese dettagli. Capì subito che si trattava di una scelta, non di un incidente.

– Ora sei fuori – disse Baldini – non a metà. Fuori davvero. A fä d’le fritêl u s’ha da rompar agl’ov[11].

Annuì. Era la prima volta che sentiva quella parola sentendola aderire alla pelle. La prima cosa da fare era la famiglia. Su quello non c’era discussione. Baldini chiamò un tabachét[12], quindici, forse sedici anni, magro come una canna e con gli occhi svegli. Uno di quelli che sapevano stare zitti.

– Vai dalla moglie di Montanari – ordinò Baldini – dille solo questo: prendete quello che serve e salite con me. Subito. Alla casa della valle stretta. Sai dov’è.

Il ragazzo annuì e sparì in punta di piedi. Non aggiunse altro. Cesare pensava ad Anna, alla sua calma ostinata. A Elena, che avrebbe capito al volo evitando domande. A Maria, che avrebbe seguito trattenendo il pianto, perché qualcuno le avrebbe detto che era un gioco. Sapeva che non le avrebbe viste per un po’. E doveva bastargli sapere che erano in buone mani.

– Non puoi tornare a casa – ordinò Baldini – nemmeno per guardare.

– Lo so.

Baldini tirò fuori un fagotto. Dentro c’erano vestiti comuni, da contadino: pantaloni scuri, una camicia ruvida, una giacca che aveva già visto parecchie stagioni. Cesare si tolse la divisa con calma. La piegò con attenzione, come si fa con qualcosa che non si sa se si rivedrà. Baldini la prese e la nascose sotto alcune assi, in un punto che solo lui avrebbe ricordato.

– Da adès – osservò – t’ci un êtr[13].

Cesare infilò i vestiti nuovi. Si sentiva più leggero e più esposto allo stesso tempo. La pelle, privata del peso della divisa, reagiva all’aria in modo diverso. Aspettarono ancora, lasciando che la notte prendesse il posto giusto. Quando fu buio si incamminarono lungo sentieri che si interrompevano e riprendevano più avanti. Baldini camminava davanti, sicuro. Cesare seguiva evitando domande. Ogni tanto si fermavano. Baldini ascoltava. Un gufo, un ramo spezzato, niente di più. La valle secondaria si aprì davanti a loro come una piega nascosta del terreno. Lì c’erano gli uomini che fino a poco prima Cesare aveva cercato di proteggere da lontano. Quando arrivarono al punto stabilito, una voce li fermò.

– Chi va là.

Baldini fece un passo avanti.

– A sò mé – precisò – Baldén. Sono io, Baldini.

Ci fu un silenzio breve, poi un altro uomo uscì dall’ombra. Guardò Baldini, lo riconobbe con calma.

– E questo?

Baldini si voltò verso Cesare.

– È uno che ha già rotto – fece – e non può tornare indietro.

L’uomo di guardia lo studiò un attimo. Poi fece un cenno con la testa e si scostò.

– Entrate.

Fece l’ultimo passo fuori dal sentiero conosciuto. Dietro di sé lasciava il paese, la divisa, una vita tenuta in equilibrio. Davanti, non sapeva cosa ci sarebbe stato. Ma per la prima volta non stava più cercando di tenere insieme due mondi. Aveva scelto da che parte stare. L’accoglienza restò dura. Non ci fu alcuna distensione vera, solo un cambiamento di equilibrio. Lo capì subito: lo stavano lasciando entrare, non lo stavano accogliendo. Il Biondo lo fissava come si fissa qualcosa che può esplodere.

– Qui ti conosciamo tutti – continuò – e conosciamo anche le storie. Chêli vèci[14]. Quelle che non si dimenticano.

Baldini insistette con voce bassa e tenne il punto.

– Lo sapete tutti. Negli ultimi mesi – concluse – ha fatto il doppio gioco con Keller. L’ha portato dove non c’era niente da trovare. Ha tenuto lontani i rastrellamenti veri. Ha guadagnato tempo per tutti.

Qualcuno rise amaramente.

– Un tedesco meno feroce non fa un compagno – precisò una voce.

– Un tedesco che non entra nelle case fa la differenza – rispose Baldini – soprattutto per chi ci vive.

Il Biondo scosse la testa.

– Le storie non bastano. Qui non si entra per buona condotta.

Cesare restava in piedi, immobile. Aveva capito che nessuna frase avrebbe funzionato. Dal buio si staccò una figura. Era uno di quelli che parlavano poco. Fece due passi avanti, fino a farsi vedere.

– Io c’ero – concluse.

– Dove? – chiese il Biondo.

– Sul crinale.

Ci fu un movimento istintivo, tutti avevano capito prima ancora che lo dicesse.

– Ho visto Montanari buttare giù il fascista.

Il silenzio che seguì non fu sollievo. Fu un vuoto che chiedeva di essere riempito.

– Niente proclami – aggiunse l’uomo – niente teatro.

Baldini non intervenne. Lasciò che fossero quelle parole a lavorare. Il Biondo si passò una mano sul viso.

– Questo gli chiude la strada alle spalle – aggiunse – e basta per stanotte.

Guardò Cesare.

– Qui dentro ti teniamo d’occhio anche quando vai a fare i tuoi bisogni. A dì sémpar de sé, u s’pasa par bacioc[15].

Qualcuno assentì. Restava una tolleranza armata, priva di fiducia.

Abbassò la testa. Gli fecero segno di sedersi. Non era un invito cordiale, ma non era un rifiuto. Baldini si sistemò accanto a lui, sedendosi nell’unico posto possibile. Intorno, le voci ripresero piano. Nessuna festa, nessun brindisi. Solo la consapevolezza che una linea era stata attraversata. Era entrato in uno spazio irreversibile, dove ogni giorno sarebbe stato una prova. Ma, in ogni modo, l’era mei un brut andè che un bel stè[16].


[1] Vivo.

[2] Baldini sì. Perché per loro era come uno di loro.

[3] Diceva il necessario, mai di più.

[4] Parlano di colpire. Dicono che stare fermi è peggio.

[5] Lo guardava senza muoversi.

[6] Il fumo, nella valle, si alzava ancora.

[7] L’ho ammazzato.

[8] Quello che comandava, adesso non comanda più.

[9] E adesso?

[10] Adesso penseranno a un attacco. Si terranno lontani per un po’. Ma non sarà come prima.

[11] A far delle frittate si devono romper delle uova.

[12] Ragazzetto.

[13] Da adesso sei un altro.

[14] Quelle vecchie.

[15] A dire sempre di sì, si passa per sciocchi.

[16] Era meglio un brutto andare che un bel stare.

Una risposta a “Tra i due crinali”

Lascia un commento