Cavalcare la bestia

Cesare era in cortile da un pezzo, senza fretta e senza un motivo preciso. L’era ó d’quéi dopmézdé[1] in cui la luce sembra fare un’ultima ispezione alle cose, come se dovesse spuntare un difetto e segnarselo per domani. La stagione non era più cattiva, ma non era ancora buona: aria asciutta, odore di legna vecchia, terra che non sapeva più di fango e non sapeva ancora di polvere. Il recinto dei cani stava sul lato corto dell’aia, appoggiato al muro di confine come una cosa necessaria e mai davvero finita: rete robusta, pali raddrizzati più volte, un cancelletto che aveva imparato la sua cerniera a colpi di pazienza. Dentro, i due cani da caccia si muovevano in modo diverso, come sempre. Il maschio. Ombra, era un corpo teso che non si arrendeva alla quiete: due giri, una pausa, un annusare rapido, poi di nuovo due giri. L’éra nárvôs[2]come se stesse tenendo allenato un istinto che nessuno gli chiedeva. Bruma, invece, la femmina, si era sdraiata con dignità, la testa tra le zampe, e guardava Cesare senza insistenza. Lui aveva in mano un secchio e un mestolo, ma li usava più come pretesto che come utensili. Ogni tanto si chinava, versava, controllava la ciotola, rimetteva a posto. Gesti da stalla, da cortile, da provincia. Dietro di lui, la casa respirava piano. Non era grande, ma era sua. In cucina ci sarebbe stato un odore di brodo o di sugo leggero; in sala, quella sala buona che si apriva solo quando serviva, la polvere si era posata sulle cose come sempre. E dentro quella normalità, Cesare si era sistemato come uno che, finalmente, non deve più dimostrare nulla.

Sentì un rumore secco: il suono di nocche sul legno, breve, deciso, senza esitazioni. Non veniva dalla strada grande; veniva dal cancelletto basso che dava sul viottolo laterale. Rimase fermo per un istante, con il mestolo a mezz’aria, come se stesse ascoltando non il rumore ma ciò che lo aveva generato. I cani si immobilizzarono prima di lui: Ombra si fermò a metà passo, Bruma alzò la testa e tese le orecchie. Due secondi di silenzio, poi un ringhio basso, trattenuto, non ancora aggressivo. Cesare posò il secchio sul terreno, con attenzione. Non per prudenza, per abitudine. Chi si muove in modo ordinato riduce i margini dell’imprevisto. Si asciugò le mani sul grimbiêl[3], senza cercare un fazzoletto. Fece due passi verso il cancelletto e provò un odore che non sentiva da anni e che era tornato in gola senza chiedere permesso.

Riconobbe subito il suo visitatore, un fantasma del suo passato: stava appena oltre la staccionata, in controluce. Un cappotto scuro portato bene, non nuovo ma tenuto come se fosse ancora importante; un cappello in mano, non in testa, còm a dì[4] che non voleva sembrare minaccioso ma neppure dimesso. Il viso era più segnato di come Cesare lo ricordava, ma la forma del mento e lo sguardo non avevano perso quella qualità precisa: non guardava per curiosità, guardava per inventario. Cesare non fece domande. Aprì il cancelletto quel tanto che bastava per uscire e lo richiuse dietro di sé, lasciando i cani di qua e l’uomo di là, con una rete in mezzo che funzionava bene anche per le persone. Si studiarono senza fretta. Un vecchio trucco: lasciare che sia l’altro a riempire il silenzio. L’uomo lo fece. Nò sôbit[5], ma in tempo utile.

– Montanari.

Cesare sentì quella pronuncia come una cosa antica: una voce senza l’accento romagnolo che lo chiamava per cognome voleva dire riportarlo in servizio.

– Dipende chi lo chiede – rispose Cesare.

Non era una battuta brillante. L’uomo sorrise appena, senza aprire davvero la bocca. Un sorriso che non cercava amicizia.

– Mi basta che mi riconosca.

Cesare annuì, ma non concesse altro. Avrebbe potuto dire un nome, un luogo, un anno. Non lo fece. I nòm, quand ch’t’i dis, i fa intrê al cósi in cà.[6]. Restarono fermi uno di fronte all’altro per qualche secondo, come due uomini che sanno entrambi che il primo passo è già stato fatto e che ora si tratta solo di stabilire il tono. Il cortile era abbastanza grande da tenere fuori le cose importanti, ma abbastanza chiuso da non permettere fraintendimenti. I cani, dietro la rete, avevano smesso di ringhiare e si limitavano a osservare, come se aspettassero di capire chi dei due stesse entrando nel territorio dell’altro. L’uomo si schiarì la voce, non per imbarazzo, ma per mettere ordine.

– Mi chiamo Alberto Luciani – disse.

Cesare lo guardò senza cambiare espressione.

– Chiederle se è il nome giusto sarebbe tempo perso, immagino.

Il fantasma sorrise, appena. Un sorriso breve, senza ironia. Cesare fece un gesto vago con la mano, come a dire che la formalità era archiviata. Da quel momento in poi, non c’era più bisogno di presentazioni. Il resto sarebbe stato soltanto memoria che tornava a galla, con o senza permesso.

– Cosa vuole? – chiese.

L’uomo abbassò lo sguardo un momento, come se stesse scegliendo il registro. Poi lo rialzò e guardò oltre la rete, verso i cani.

– Ha fatto una buona vita, a quanto pare.

I cani, sentendo la voce, ripresero a muoversi. Ombra tornò a girare, più nervoso; Bruma si alzò e si mise vicino alla rete, fissando lo sconosciuto con una calma che non prometteva niente di buono. Cesare si voltò appena per controllare i cani, poi tornò a guardare l’uomo.

– Una vita normale – disse.

– Normale è una parola che non le ho mai sentito usare.

Cesare fece un mezzo gesto, come a dire: i càmbia i témp, i càmbia al parôl[7]. L’uomo fece un passo più vicino, ma restò fuori dal cortile. Non voleva essere respinto fisicamente. Voleva che fosse Cesare a invitarlo, perché l’invito è già una resa parziale.

– Mi chiede cosa voglio – disse – e fa bene. Io voglio parlare.

– Lei può parlare. Io non le prometto attenzione.

L’uomo si lasciò scivolare addosso la frase senza offenderla. Aveva visto peggio.

– Ho fatto strada per arrivare qui. Non per vedere i cani.

Cesare lo guardò con attenzione nuova. Non la strada, non la fatica: la scelta di presentarsi in pieno giorno, con un cappello in mano, senza appoggi. Chi ch’arîva acsé, o l’é dispàrè o l’é sécûr ad sé stêss.[8] E quell’uomo non aveva la faccia del disperato.

– Non è una visita di piacere – disse Cesare.

L’uomo fece un cenno minimo, quasi un inchino.

– No. Non lo è.

Restarono fermi un momento. Il tardo pomeriggio si consumava. Da qualche parte, lontano, si sentì un rumore di ferraglia: forse un carro, forse un cancello, forse la vita di qualcun altro. Cesare pensò, senza volerlo, che in un paese le cose si sentono sempre troppo.

– Lei sa dove si trova – disse Cesare.

– Montevalle – rispose l’uomo, come se stesse citando un dossier. – E so anche perché ha scelto di starci.

Cesare sentì una piccola stretta allo stomaco: non per paura, per fastidio. Il fastidio di essere letto come una pratica.

– Non l’ho scelto per lei – disse.

– Non ho mai creduto che facesse qualcosa per qualcuno.

– Se deve dire qualcosa, la dica – disse. – Se deve chiedere, chieda.

L’uomo inspirò piano. Come uno che, finalmente, può aprire la cartella.

– Sono venuto perché ho bisogno di lei.

Cesare non rispose subito. Lasciò che l’affermazione rimanesse lì, nuda. Poi alzò appena le spalle.

– Non mi sembra.

L’uomo accennò un altro sorriso breve, e questa volta fu più freddo.

– Lei ha l’impressione che la pensione sia un certificato. Io le dico che è solo un’abitudine.

Cesare si inclinò leggermente in avanti, come se avesse sentito un rumore dietro le parole.

– Mi sta minacciando?

– No. – L’uomo scosse la testa con calma. – Se volessi minacciarla, non sarei qui da solo, in controluce, a farmi annusare dai cani.

Bruma, quasi a sentirsi chiamata in causa, emise un latrato secco. Cesare le fece un cenno con la mano, senza voltarsi: basta. Il cane non obbedì subito, ma abbassò il tono. L’uomo seguì quel gesto con interesse. Vedeva in ogni cosa un riflesso di comando.

– È sempre stato bravo con gli animali – disse.

Cesare lasciò passare.

– Non sono venuto per rovinarle il pomeriggio – riprese l’uomo. – Sono venuto perché… – fece una pausa minima – perché ci sono cose che tornano.

Quella frase, detta così, poteva valere per la nostalgia o per la minaccia. Cesare capì che l’uomo voleva che valesse per entrambe.

– Le cose che tornano – disse Cesare – di solito sono quelle che non si sono chiuse bene.

Luciani annuì, come se fosse d’accordo da sempre.

– Appunto.

Cesare guardò la casa alle sue spalle senza voltarsi davvero, come se stesse misurando la distanza tra quel cortile e tutto ciò che aveva cercato di lasciarsi dietro. E’ pinsèt a la sò môj, déntar[9], ai rumori di cucina, alla nipotina che sarebbe arrivata al sabato mattina, alle carte piegate in un cassetto che non apriva mai. Tutte cose che non dovevano incontrare quell’uomo.

– Io non ho più niente da chiudere – disse.

L’uomo lo fissò.

– Questo lo dice lei. – Si fermò un attimo, poi aggiunse: – E non le conviene farmi dire di più qui, davanti alla rete.

E lì, per la prima volta, Cesare riconobbe davvero il “fantasma” nella sua forma più pura: non solo un ex fascista, non un reduce, non un riciclato. Ma uno che viveva di continuità, di archivi, di legami che non muoiono mai del tutto. Uno che, se ti ritrova, è perché ha deciso che non hai il diritto di sparire. Fece un passo laterale, spostandosi in modo che la luce lo prendesse meglio in faccia. Non perché volesse farsi vedere; perché voleva vedere l’altro. Il controluce protegge chi arriva. Aveva capito il messaggio: o mi fai entrare, o ti costringo a decidere in pubblico. E nel pubblico, anche se non c’è nessuno, resta sempre una traccia. Cesare guardò di nuovo i cani. Bsugnareb l’ëssar prema vécc e pu zúvan[10], fu come se il tempo scivolasse all’indietro, portandolo alle scelte mai del tutto compiute. Ombra era tornato in movimento, ma teneva l’uomo nel campo degli occhi. Bruma si era avvicinata alla rete e annusava l’aria, ferma. Sembrava aspettare un ordine che Cesare non le dava.

– Non venga in casa – disse Cesare, piano.

L’uomo annuì subito, come se fosse una concessione minima.

– Non sono venuto per la casa.

Cesare non rispose. Poi fece un gesto verso l’angolo del cortile, dove c’era una panca di legno, vicino al recinto.

– Là – disse. – Parliamo là.

Non era un invito, l’éra un lémît[11]. Luciani accettò e seguì Cesare lungo il lato del recinto, mantenendo una distanza precisa: abbastanza vicino da non sembrare respinto, abbastanza lontano da non concedere confidenza. Sedettero. O meglio: Cesare si sedette. L’uomo rimase in piedi un secondo, poi si sedette anche lui, come se dovesse dimostrare che poteva adattarsi senza perdere rango. Il pomeriggio, intanto, finiva davvero. La luce scivolava giù dai muri e si infilava tra i pali della rete, disegnando righe sottili sul terreno. I cani li guardavano. Era una scena semplice, domestica, quasi ridicola se presa dall’esterno: due uomini, uno anziano e uno più giovane, e due cani. Ma Cesare sentiva che la scena, per lui, non era affatto domestica. Era il primo gradino di una scala che pensava di non dover più salire. Luciani si schiarì la voce, non per imbarazzo, ma per dare inizio.

– Lei è sparito bene – disse. – Ci vuole del talento, per sparire in un paese.

Cesare lo fissò.

– Io non sono mai sparito – disse. – Ho smesso.

Luciani appoggiò il cappello sulle ginocchia, con cura.

– Smesso non esiste – rispose. – Esiste solo cambiare reparto.

Cesare non sorrise.

– E lei, invece, non ha cambiato niente.

Luciani incassò la frase senza reagire. La lasciò lì come se fosse un dato di fatto.

– Ho cambiato bandiere, se proprio vuole. Ma il lavoro è sempre lo stesso.

Cesare ascoltò, e dentro di sé sentì una cosa precisa: non rabbia, non paura. Una stanchezza dura, come un vecchio dolore che si riattiva quando cambia il tempo.

– Allora dica – disse Cesare. – Che lavoro è, oggi.

L’uomo lo guardò a lungo, come se stesse decidendo quanto concedere e quanto nascondere.

– Oggi – disse infine – c’è bisogno di gente che non fa domande inutili e sa stare dove serve.

Cesare abbassò appena lo sguardo.

Luciani cominciò a parlare come se il tempo non avesse fatto altro che preparare quel momento. Non c’era urgenza nella voce, né bisogno di essere ascoltato: parlava perché toccava a lui farlo. Cesare restò seduto, immobile, con lo sguardo che andava e tornava dal recinto dei cani, come se stesse sorvegliando più il perimetro che l’ospite.

– La prima volta che la vidi – disse il fantasma – io ero poco più che un ragazzo.

Fece una breve pausa, non per nostalgia, ma per mettere a fuoco.

– Provincia del Sud. Campania. Milizia. L’entusiasmo dei vent’anni.

Cesare non reagì. Nebbia fece due passi lungo la rete, poi si fermò.

– All’epoca – proseguì il fantasma – non mi fece impressione. Lei era più grande, più esperto. Io dovevo ancora capire dove stavo andando.

Il vento mosse appena la rete. Bruma alzò la testa, poi la riappoggiò sulle zampe.

– Fu un incontro ordinario – disse l’uomo. – Se non fosse per quello che venne dopo, non lo ricorderei nemmeno.

Cesare non disse nulla.

– Settembre 1940 – continuò. – Africa. Sidi el Barrani.

Il nome cadde nel cortile come un oggetto pesante. Cesare non si mosse.

– Lei forse non mi notò, ma io ero lì – disse l’uomo. – Ero stato arruolato, ma ero anche un agente. Anche lei era lì, ma con un altro nome e un’altra divisa.

Cesare fece un gesto minimo con la mano, come a scacciare una mosca. Non era un segnale, era un’abitudine.

– Allora ne parlai – disse Luciani. – Ai miei superiori.

Cesare sollevò appena lo sguardo, senza espressione.

– Non ebbi risposta. – L’uomo fece un mezzo sorriso privo di ironia. – Mi dissero di lasciare stare.

Restò un istante in silenzio, lasciando che fosse il cortile a riempire il vuoto.

– Capì che non era il caso di insistere – aggiunse, come se stesse leggendo una nota mentale.

Cesare non reagì. Non annuì, non negò.

– Pensai che fosse finita lì – continuò Luciani. – Due percorsi che si erano incrociati per caso. O forse, mi ero sbagliato.

Si fermò, poi riprese.

– Poi arrivò il febbraio 1941. Ero in Grecia.

Cesare continuò a guardare i cani.

– Preparazione dell’Offensiva di Primavera – disse Luciani. – Freddo, attesa, ordini che giravano a vuoto.

Ombra si fermò di colpo, come se avesse percepito un cambio di tono.

– Io ero sempre lo stesso – disse Luciani. – Stesso nome. Stessa divisa e altro grado.

Fece una breve pausa.

– Lei no. La faccia era la stessa, ma nome e divisa erano ancora diversi.

Cesare si spostò appena sulla panca. Un rumore di stoviglie arrivò dalla casa.

– Lì – disse Luciani – ebbi veramente la conferma.

Cesare non rispose. Non fece nessun gesto che potesse sembrare un’assunzione di ruolo.

– Tre incontri – disse. – Lei ogni volta diverso. Io sempre uguale.

Cesare restò in silenzio ancora qualche secondo. E pó e dîsèt, sultànt[12]:

– È passato molto tempo.

Il fantasma annuì, come se quella fosse la risposta giusta.

– Sì – disse. – Ed è proprio per questo che sono tornato.

Dal fondo della casa arrivò una voce che chiamava per la cena. Il cortile, per un attimo, tornò a essere solo un cortile. Ma la conversazione, ormai, aveva preso una direzione da cui non si sarebbe più tornati indietro.

La voce arrivò dalla casa prima della donna.

– Cesare, è pronto.

Cesare non si mosse subito. Restò seduto sulla panca, come se la frase non fosse ancora indirizzata a lui. Poi la porta si aprì e sua moglie uscì sullo stipite, asciugandosi le mani nel grembiale.

– Cesare… – cominciò, e poi si fermò.

Vide l’uomo solo allora. Il cappotto scuro, il cappello appoggiato sulle ginocchia, la postura composta. La capè sôbit ch’u n’éra brîsa on ch’paséva[13], e non era una visita annunciata. L’aria del cortile cambiò, come quando entra una corrente fredda da una finestra lasciata aperta.

– Non sapevo che avessimo ospiti – disse, cercando un tono neutro.

Luciani si alzò prima che Cesare potesse rispondere. Un gesto rapido, misurato, come se fosse già stato deciso.

– Permette? Alberto Luciani, signora. Per servirla. Un vecchio collega di suo marito. Passavo di qui. Se non è un disturbo – disse. – Arrivo da lontano e stavo giusto pensando che non mangiavo da ore.

Non chiese. Dichiarò.

Ci fu un attimo di silenzio, quello in cui una frase può ancora essere ritirata. Cesare guardò la moglie. Lei lo guardò per un istante, poi abbassò appena gli occhi.

– Certo – disse. – Se vuole accomodarsi…

La frase rimase sospesa, incompleta. Nessuno la completò. Luciani fece un passo verso la casa, come se l’invito fosse già stato formalizzato. Cesare si alzò lentamente dalla panca. Mo sé. A panza pina u s’ragiona mej[14]. Bruma li seguì con lo sguardo fino alla soglia. Ombra tornò a girare lungo la rete. Il cortile si richiuse alle loro spalle.

Anna servì il primo senza commenti, come se la disposizione dei piatti fosse un gesto che bastava a tenere insieme la stanza. Minestra calda, semplice, il vapore che saliva lento e riempiva lo spazio tra i tre. Sedettero. Il rumore dei cucchiai arrivò subito, regolare, come un ritmo imposto.

– È una giornata fresca – disse Anna, quasi subito. – La sera viene in fretta, adesso.

Luciani annuì.

– Già. Si sente che l’anno gira.

Cesare mangiava in silenzio. Non affrettava il gesto, non lo rallentava. Sembrava estraneo alla necessità di riempire lo spazio.

– Qui siete al riparo da certe cose – continuò Luciani, con un tono che voleva sembrare neutro. – Ma non per molto.

Anna sollevò appena gli occhi.

– In che senso?

Luciani fece un piccolo gesto con il cucchiaio.

– Parlavo in generale. L’aria che tira. L’Europa che si mette d’accordo sul carbone e sull’acciaio. Frontiere che diventano più sottili.

Cesare non reagì. Il silenzio che lasciava dietro di sé faceva sembrare le frasi di Luciani più lunghe del necessario.

– Dicono che sia un bene – disse Anna, cauta. – Che così non ci sarà più guerra.

Luciani sorrise, educato.

– È quello che si spera sempre. Ma dove passano i materiali, passano anche gli uomini. E qualcuno deve continuare a guardare.

Cesare portò il cucchiaio alla bocca e lo appoggiò piano sul piatto. Bevve un sorso d’acqua. Nient’altro. Anna finì per prima. Si alzò e raccolse i piatti del primo, lasciando il tavolo per un momento vuoto, come se l’aria avesse bisogno di spazio.

Il secondo arrivò subito dopo: un po’ di lesso, verdura. Anna servì, poi si sedette di nuovo, decisa a non lasciare che il silenzio diventasse ostile.

– In paese hanno messo una di quelle televisioni – disse. – Al circolo.

Luciani colse l’occasione.

– Le ho viste. Schermi che portano il mondo in casa. Prima si spariva tra la gente, adesso sarà più difficile.

Guardò Cesare.

– Un occhio che guarda sempre.

Cesare non alzò lo sguardo. Tagliò la carne con precisione, come se quella fosse l’unica cosa che richiedesse attenzione.

– A Cesare non piacciono quelle cose – disse Anna, quasi sorridendo. – Preferisce stare fuori.

Il secondo finì più in fretta del primo. I piatti vennero tolti, il tavolo ripulito. Rimase solo la frutta: mele, uva, cose di stagione. Anna le mise al centro, come se il gesto potesse riportare normalità.

– Vuole favorire? – chiese a Luciani.

– Volentieri.

Sbucciarono le mele in silenzio. L’armôr dla gòssa ch’la cadéva in spirêla int e’ piât al paréva tròp fôrt[15]. Cesare mangiava lentamente, con lo sguardo fisso davanti a sé. Anna capì che la cena non poteva durare oltre. Finì il suo frutto, si alzò per raccogliere i piatti, poi tornò e rimase in piedi un istante, come in attesa di un segnale che non arrivava.

Fu allora che Cesare si alzò. Il gesto fu semplice, senza enfasi, ma interruppe qualcosa.

– Andiamo di là – disse, guardando Luciani. – A prendere un cognac.

Era la prima frase che pronunciava da un po’. Non guardò Anna mentre la diceva, ma era a lei che parlava. Luciani lo fissò per un attimo, poi annuì.

– Volentieri.

Anna abbassò gli occhi, sollevata. Cesare fece un passo verso la porta della sala buona.

– Tu sistema pure – disse. – Facciamo presto.

Non era una promessa. L’éra una prutîziòun[16]. La cucina tornò a essere una cucina. E la conversazione, finalmente, uscì dalla stanza.

Entrarono nel salotto senza accendere altre luci. Bastava quella vicino alla credenza, che lasciava il resto della stanza in una penombra discreta.

– Brava donna – disse Luciani, con un tono che voleva essere riconoscente.

Cesare lo guardò di sbieco.

– Non immagina neanche quanto – disse.

Era una risposta chiusa, e Luciani lo capì. Anna richiuse piano la porta. Il rumore della casa tornò lontano, domestico. Cesare prese la bottiglia dalla credenza. Il vetro era spesso, opaco, di quelli che non si buttano. L’aqua la fa mêl, e’ ven e’ fa cantê[17], pensò silenzioso. Versò senza chiedere, prima a Luciani poi a sé, con la stessa misura. Luciani osservava tutto: la stanza, i mobili scelti più per durata che per gusto, il modo in cui Cesare stava in piedi.

– Ho fatto una fatica dannata a trovarla – disse, finalmente. – Perché lei non esiste. – Fece un gesto vago. – Nei registri, nei rapporti, nei riepiloghi. Quando nel ’49 hanno messo in piedi il SIFAR, hanno recuperato tutto. Vecchi fascicoli, archivi militari, schedari di guerra. Di lei, niente.

Cesare non rispose. Si sedette, bicchiere in mano.

– Nessun rapporto – continuò Luciani. – Nessuna missione registrata. Nessun passaggio ufficiale. Come se non ci fosse mai stato.

Bevve un sorso.

– L’unica cosa che c’è è una tessera. Rilasciata per la prima volta nel 1925 a un maresciallo di polizia di un paese di collina. Con un numero ridicolo, basso come quelli dei primissimi tempi. Rinnovata per quasi vent’anni, sempre lo stesso giorno.

Fece una pausa.

– Gennaio. Rientro dalle ferie.

Cesare restò immobile.

– Tre grafie diverse, come i tre capufficio che si sono succeduti – aggiunse Luciani. – Negli anni, tre firme diverse.

Cesare appoggiò il bicchiere.

– Capisce perché ho pensato che non fosse un caso? Ho pensato che fosse una copertura. Alta. Di quelle che si tengono pulite.

Si sporse leggermente in avanti, mostrando un sorriso che voleva essere complice.

– E non ero del tutto fuori strada.

Cesare lo fissò, senza rabbia.

– E allora?

Luciani annuì, come se fosse arrivato al punto giusto.

– E allora il mondo è cambiato, Montanari. Le bandiere pure. Ma il lavoro è lo stesso. A Est non scherzano. Qui, invece, fingiamo che basti una legge per sistemare le cose.

Fece un gesto vago.

– Servono uomini che conoscano il territorio, che sappiano stare zitti, che non abbiano bisogno di essere motivati ogni mattina.

Bevve ancora.

– Stiamo mettendo in piedi una rete. Discreta. Di resistenza. Se dovesse servire.

Non pronunciò nomi. Non ce n’era bisogno.

– Depositi – continuò. – Roba interrata, fuori mano. Armi, radio. Gente che sa dove mettere le mani se qualcuno prova a forzare lo Stato dall’interno o dall’esterno.

Alzò gli occhi su Cesare.

– Lei sarebbe un nodo perfetto. Nessuna visibilità. Nessun passato ingombrante. E un sacco di amici di prima, se le serve compagnia.

Lasciò la frase sospesa, come un’esca. Il cognac scendeva piano. La proposta era stata fatta.

Cesare restò in silenzio qualche secondo. Poi parlò, piano.

– Lei mi ha cercato pensando che la situazione sia rimasta quella di prima.

Luciani non negò.

– Io non sono rimasto – E dîs [18]Cesare. – E quelli che lei chiama amici, io li ho visti all’opera quando non c’erano più alibi.

Luciani si strinse nelle spalle.

– Oggi il nemico è un altro.

Cesare lo guardò dritto.

– È sempre la stessa scusa.

Si alzò leggermente dalla sedia, quanto bastava a segnare una distanza.

– Lei vuole un uomo che non faccia domande. Io ho smesso proprio perché ne avevo troppe.

Luciani restò fermo. Non insisteva ancora. Sapeva che quella non era la fine.

– Ci pensi – disse soltanto. – Questo giro non è una parentesi.

Cesare riprese il bicchiere, lo svuotò.

– Caro lei – disse infine.

Non era una formula di cortesia. Era un avvertimento.

– Oggi ha fatto due errori. Il primo è stato entrare in casa mia come se fosse un ufficio. Il secondo è pensare che io abbia ancora voglia di spiegarmi. Quello che le dico adesso è per chiudere, non per aprire.

Riempì di nuovo il bicchiere. Non guardava Luciani, e’ guarḋéva e’ lèquîd[19].

– Io vengo da poco. Poco sul serio. Fame, terra dura, scuola quando capitava. La polizia non è stata una vocazione: è stata un riscatto. Una divisa che teneva lontano il bisogno e dava una regola. Tutto qui.

Alzò gli occhi per un istante.

– Nei primi anni ho fatto il mio lavoro. Reparti, trasferimenti, ordine pubblico. Ho visto cosa succede quando i problemi crescono più in fretta delle strutture che dovrebbero governarli. Non era uno Stato debole: era uno Stato in ritardo. Lei non era ancora nato. Scioperi a catena, ferrovie ferme, piazze che bruciavano per giorni interi. In Romagna la chiamarono la Settimana Rossa, come se fosse un episodio. Non lo era. Era un segnale. Da lì in poi lo Stato cominciò a rincorrere, e quando uno Stato rincorre, prima o poi imbocca la strada sbagliata. Quella corsa portò dritta alla guerra.

Fece una pausa breve.

– E allora è arrivato il fronte, e insieme le prime indagini vere. Non per caso: certe strade si aprono molto prima di essere percorse.

Bevve ancora.

– Dopo la guerra tornai in Romagna. È casa mia. I superiori avevano cominciato ad apprezzare il mio occhio: non quello che giudica, quello che registra. Il dopoguerra fu peggio della guerra. Troppa rabbia in giro, troppa fame, troppe armi rimaste in mano a chi non aveva più niente da perdere. Scioperi che finivano male, comizi che diventavano funerali, sedi di partiti date alle fiamme nel cuore delle città.

Osservò controluce il liquido che aveva nel bicchiere

– Io arrivavo dopo, sempre. Facevo domande che nessuno voleva sentire e scrivevo rapporti che non portavano firme importanti. C’era sempre un ufficiale che mi affiancava, uno di quelli che parlano bene e sanno stare nei corridoi giusti. Io raccoglievo i pezzi, lui presentava il quadro. Funzionava così: io vedevo, lui riferiva. In quei mesi ho visto un’intera provincia cambiare mano senza che nessuno dichiarasse guerra. Case del popolo devastate, cooperative ridotte in cenere, vallate intere punite per un nome sbagliato o una morte usata come pretesto. Città presidiate per giorni da uomini in camicia nera che facevano posti di blocco come se fosse normale, mentre lo Stato guardava e prendeva appunti. Poi cominciarono a colpire anche chi non stava né da una parte né dall’altra. Insegnanti, gente che parlava ai ragazzi invece che agli uomini armati. Lì capii che non si trattava più di ordine, ma di controllo. E che il mio lavoro non era più capire cosa fosse successo, ma far finta che fosse ancora possibile rimettere le cose a posto.

Si appoggiò allo schienale.

– Intanto, fuori, succedevano cose. In pianura, nelle valli. Uccisioni durante gli scioperi, sedi incendiate, parrocchie assediate, cooperative rase al suolo. Città occupate per giorni da gente che faceva finta di essere Stato. Preti ammazzati perché davano fastidio. Io non ero sempre lì, ma sapevo. E quando serviva qualcuno che sapesse dove mettere le mani senza lasciare impronte, chiamavano me.

Si voltò verso il proprio ospite.

– Io continuavo a fare le indagini. Pulite, per quanto si poteva. Senza illusioni. Ogni volta che serviva qualcuno che sapesse muoversi senza lasciare tracce, andavo io. E ogni volta qualcun altro metteva il cappello sopra.

– E alla fine è arrivato quello che lei chiama ordine. Non lo nomino, non serve. Tutto è nato prima, molto prima. Un incontro in guerra con un caporale dei bersaglieri in Friuli. E prima ancora, da ragazzi, in collegio. Un anno solo, abbastanza per riconoscersi senza mai diventare amici.

Il tono restava piatto. Era questo a renderlo più duro.

– Da lì sono cominciate le chiamate. Dopo l’assassinio che ha fatto saltare il tavolo. All’inizio per chiarire, per “capire”. Poi per sistemare. Sempre senza firma. Sempre “per il bene del Paese”.

Posò il bicchiere.

– Io facevo il lavoro sporco. Indagini, pressioni, archivi che sparivano. Poi tornavo a casa, a Montevalle, e facevo il poliziotto. Come se non fosse mai successo niente.

Luciani non si muoveva.

– Poi è venuta la guerra vera. Non solo i fronti, le ritirate, l’Africa e i Balcani. Io non ci andavo come gli altri. Ci andavo per vedere e per riferire. Per capire come stavano davvero le cose, quando i rapporti ufficiali dicevano altro. Ogni tanto c’era da chiarire un fatto preciso, una responsabilità, un errore che non doveva restare senza nome. Partivo con un incarico che non risultava, tornavo con una storia vera da riferire direttamente a lui. Cambiavo nome, ma Montevalle restava. Era l’unico posto dove non dovevo dimostrare niente.

Fece un mezzo sorriso stanco.

– Quando tutto è crollato, io non ho scelto una bandiera nuova. Ho scelto di proteggere quello che avevo: la mia casa, la mia terra. Restare fermo voleva dire lasciarle in mano a chi passava. Prima ho aiutato chi stava sui monti quando serviva, senza proclami, poi ho gettato la divisa e sono passato con loro. In quei mesi l’ho rimessa solo una volta, sì, per ingannare un comando e portargli via dei piani. Non per eroismo. Per mestiere. Come sempre.

Si fermò. Bevve l’ultimo sorso.

– Il ventisei aprile sono rientrato in caserma. Ho aperto come se fossi uscito il giorno prima. Ho aspettato. Due anni. Il tempo giusto per andare in pensione.

Finalmente guardò Luciani.

– Tutto questo non è una storia da continuare. È una storia finita. Io non sono sceso per risalire adesso.

Si alzò leggermente, quanto bastava a chiudere la distanza. Alzò lo sguardo e questa volta lo tenne fisso su Luciani. Non c’era rabbia, solo una chiarezza tardiva, definitîva[20].

– Lei ha sbagliato persona – disse. – Ha pensato che io fossi qualcuno che non sono mai stato.

Va a sgòbal[21]…, pensò, come se dentro di lui una voce antica gli dicesse di mandare via tutto, parole e uomini inclusi. Si fermò un istante, giusto il tempo di lasciare alla frase il suo peso.

– A un certo punto mi sono trovato davanti una bestia. Grossa. Non per scelta, per strada. E lì le alternative erano poche. O ti facevi da parte e ti facevi mangiare, oppure provavi a starle addosso, a tenerle la testa girata finché si poteva. Per un po’ funziona. Poi capisci che non la governi: al massimo la cavalchi, sperando che non si volti.

Luciani non si mosse.

– Io quella bestia l’ho cavalcata – continuò Cesare. – Per anni. Per necessità, per mestiere, non credo di averlo mai fatto per convinzione. Ma arriva un momento in cui scendere è l’unica scelta che non ti uccide. Fece un mezzo passo indietro, quasi impercettibile.

– Io sono sceso. Da tempo. E non intendo rimettere il piede sulla sua schiena solo perché qualcuno ha deciso che adesso corre nella direzione giusta.

Abbassò lo sguardo un attimo, poi lo rialzò.

– Io quella bestia l’ho conosciuta quando era giovane. So come finisce quando qualcuno pensa di usarla. Cambiano i padroni, non il morso.

Il silenzio che seguì non chiedeva replica. Era un congedo.

Il silenzio durò più di quanto sarebbe stato corretto misurare. I bicchieri restarono in mano, ormai svuotati, mentre fuori la sera prendeva possesso del cortile senza chiedere permesso. Cesare sentiva i cani muoversi piano, come se avessero capito che non era più tempo di guardia ma di attesa. Poi Luciani ebbe un leggero sussulto, come chi si ridesta da un pensiero lungo. U n’dîsèt gnît[22]. Posò il bicchiere, si alzò e andò verso la porta. Cesare lo seguì. Nessuno dei due parlava. Attraversarono la casa vuota, uscirono nel giardino. L’aria era più fredda. Cesare aprì il cancello.

Luciani si fermò un attimo, poi si voltò.

– La saluto, Montanari. Grazie per l’ospitalità. Faccia i miei complimenti alla signora Anna. Un’ottima cuoca. E una padrona di casa impeccabile.

Cesare annuì appena. Luciani fece pochi passi verso la strada. In quel momento si accesero i fari di un’auto che era rimasta ferma più in là, fuori dalla vista. Un’Alfa Romeo 1900 avanzò piano, lo affiancò. Luciani aprì la portiera, si voltò un’ultima volta verso il cortile, poi disse soltanto:

– Andiamo, Valenti. Non è lui.

L’auto ripartì senza fretta. Cesare restò al cancello, immobile, a guardare le luci di posizione che si allontanavano. Quando scomparvero dietro la curva, tornò verso il recinto. Ombra alzò la testa. Bruma si mosse appena. Il cancello si chiuse. E’ temp e pasa, e’ cont e resta…[23]


[1] Era uno di quei pomeriggi.

[2] Era nervoso.

[3] Grembiule.

[4] Come a dire.

[5] Non subito.

[6] I nomi, quando li pronunci, fanno entrare le cose in casa.

[7] Cambia il tempo, cambiano le parole.

[8] Chi arriva così o è disperato o è sicuro di sé.

[9] Pensò a sua moglie dentro.

[10] Bisognerebbe essere prima vecchi e poi giovani.

[11] Era un limite.

[12] Poi disse soltanto.

[13] Capì subito che non era un passante.

[14] Ma si. A pancia piena si ragiona meglio.

[15] Il rumore della buccia che cadeva a spirale sul piatto sembrava troppo forte.

[16] Era una protezione.

[17] L’acqua fa male, il vino fa pensare.

[18] Disse.

[19] Guardava il liquido.

[20] Definitiva.

[21] Vai a raccogliere sgobbole. Sgobbole è il termine dialettale per indicare il fusto della pigna, la frase significa “vai a quel paese, vai a fare qualcosa di inutile”.

[22] Non disse nulla.

[23] Il tempo passa, il conto resta.

Una replica a “Cavalcare la bestia”

Scrivi una risposta a Tra i due crinali – traccedinchiostro.com Cancella risposta