La chiamata non arrivò con un suono, ma con un movimento che attraversò il paese. A Montevalle, il telefono non era una cosa privata. Stava in posta, dietro il banco, e quando squillava non cercava una persona ma qualcuno che contasse abbastanza da rispondere. Il funzionario ebbe un sobbalzo quando sentì la voce del centralino.
– L’è Furlè[1].
Non abbassò la voce. Non c’era ragione di farlo. Mandò fuori un burdlèt[2], di corsa.
– Corri dal maresciallo – gridò – che c’è la Questura in linea.
Cesare Montanari stava rientrando verso casa quando lo intercettarono. Il ragazzo aveva il fiatone e quella fretta che in paese si vedeva solo quando la cosa non poteva aspettare.
– Maresciallo, c’è Forlì. In posta.
Cesare cambiò direzione. Era abituato a quel tono. Da quando, dopo la guerra e gli anni agitati del dopoguerra, il Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza era stato riorganizzato, il suo grado non era più solo un segno sulla manica. Un maresciallo d’alloggio comandava davvero: uomini, turni, equilibri fragili. Era quello che faceva funzionare le cose. In posta c’era odore di carta umida e inchiostro vecchio. La centralinista gli fece cenno verso il telefono, ma non si allontanò. La riservatezza, lì, era una parola inapplicabile. I mùrt i s’ slònghena e i vîv i s’ sotîghena[3]. Prese la cornetta.
– Montanari.
Dall’altra parte una voce pulita, ufficiale, dalla cadenza neutra.
– Domani mattina si presenti in Questura, a Forlì. Entro le otto.
– Posso sapere per che motivo?
Una pausa breve, calibrata.
– No.
La linea restò aperta un istante di troppo, poi cadde. Cesare riappese a sguardo basso nessuno. La centralinista sistemava dei moduli che non avevano bisogno di essere sistemati. Aveva sentito tutto. In paese, quando parlava la Questura, non serviva origliare. Uscì e attraversò la piazza con passo regolare. Non tornò a casa. Andò dritto al Caffè della Piazza. Dentro c’era il solito miscuglio di fumo, voci basse e carte che scivolavano sui tavoli del maraffone.
– Domattina alle sei – esordì al banco – un posto sulla corriera.
Il gestore segnò il nome sul foglio unto evitando domande. Era la corriera della SITA, il BL 18 che faceva la valle ogni giorno, con qualsiasi tempo. La SITA era nata a Torino poco più di dieci anni prima e cresceva per linee ostinate: dove il treno non arrivava, arrivava la corriera. Portava passeggeri, posta, pacchi, commissioni, notizie. Bevve un caffè corto, pagò e se ne andò. A casa preparò poco: documenti, cappotto, niente che desse nell’occhio.
La mattina dopo, la Piàza d’e Cumòn[4], piazza Umberto I, era già sveglia prima dell’alba. Il municipio incombeva come sempre, e la corriera occupava il centro dello spazio come una presenza naturale. Prima salirono i sacchi della posta, poi le cassette, qualche pacco legato con lo spago. Tutto finì sul tetto o dietro, tirato su con gesti antichi. L’autista controllò le cinghie, poi prese la tromba a pera e soffiò due colpi secchi. Il segnale era quello. Il paese restava indietro. Salì e si sedette vicino al finestrino. Intorno a lui c’erano uomini che conosceva di vista. Tutti andavano a Furlè per una ragione precisa. C’era chi aveva commissioni in Comune, chi doveva passare dal mercato. Qualcuno parlava già di cosa avrebbe riportato indietro: stoffa buona, un attrezzo, una notizia. La città era anche questo: un posto da cui tornare con qualcosa. Un uomo tirò fuori una lista piegata più volte, la rilesse come una formula da non sbagliare. Un altro discuteva di prezzi prima ancora di arrivare. Nessuno viaggiava per guardare. Tutti viaggiavano per tornare.
La corriera prese la strada lungo il Montone e Muntvèl si chiuse alle spalle bruscamente. Il fiume correva basso, i campi ancora scuri. Cesare osservava i compagni di viaggio riflessi nel vetro. Gente che faceva contare ogni spostamento. Come lui. A Solèra e Castelvado la sosta fu più lunga. Voci, cambi di posto, poi di nuovo silenzio. Superata Porta Schiavonia, Forlì cominciò davvero. Più rumore, più odori, più fretta. Tirò il campanello e scese prima del capolinea. Gli altri sarebbero andati verso il mercato o la stazione. Lui no.
La Questura lo accolse con modi spicci. Era già pieno giorno quando Cesare varcò il portone di Palazzo Tartagni Marvelli, e dentro l’aria aveva quell’odore misto di carta, fumo spento e fretta che non apparteneva né alla notte né al mattino. Quel posto funzionava così: sempre in anticipo su qualcuno, sempre in ritardo su qualcos’altro. Per lui il viaggio era finito lì. E quello che lo aspettava non si sarebbe potuto riportare a casa, né spiegare al Caffè della Piazza.
Il questore lo fece entrare quasi subito. Non lo lasciò attendere, e già quello era un segnale. Era un uomo che conosceva Cesare da anni, abbastanza da sapere quando una convocazione era ordinaria e quando no. Quella no. Lo accolse con un sorriso che non riuscì a reggere fino in fondo. Si mosse troppo, sistemò una penna che era già dritta, fece due passi inutili dietro la scrivania.
– Montanari… grazie di essere venuto subito.
Restò in piedi, come si fa quando si capisce che sedersi sarebbe una concessione fuori luogo. Il questore abbassò la voce, ma non per discrezione. Piuttosto per istinto.
– Guardi… io non so quasi nulla. – Fece una pausa, poi aggiunse, come a giustificarsi: – E non lo dico per modo di dire.
Aprì il cassetto, lo richiuse. Evitava di guardarlo negli occhi.
– Mi hanno chiamato dal Ministero ieri sera. – Deglutì. – Mi hanno detto di convocarla e di metterle a disposizione una stanza. Solo questo.
Sollevò appena un sopracciglio.
– Una stanza?
– Sì. – Il questore indicò il telefono sulla scrivania. – Dovete rispondere voi. Da solo. Io… – fece un gesto vago – io non devo esserci.
Era l’imbarazzo di un funzionario che capiva di essere diventato un passaggio provvisorio. La Questura, per una volta, non decideva nulla. Prestava solo un muro e un apparecchio.
– Quando chiamano? – chiese Cesare.
– Non l’hanno detto. – Il questore fece un mezzo sorriso amaro. – Hanno detto solo: “Aspetti”.
La stanza era piccola, spoglia, con una finestra che dava sul cortile interno. Un tavolo, due sedie, il telefono. Nessun ritratto, nessun simbolo. Quel posto sembrava destinato a essere dimenticato subito dopo. Il questore lo accompagnò fino alla porta e si fermò sulla soglia.
– Montanari… – fece, poi si interruppe. Si voltò e chiuse la porta alle sue spalle.
Restò solo. In piedi, le mani dietro la schiena. Il telefono sembrava più grande del necessario, occupava più spazio di quello che gli spettava. Passarono minuti che non si lasciavano contare. Poi il trillo arrivò, netto, subito. Sollevò la cornetta.
– Montanari.
La voce dall’altra parte era piatta, ben educata, priva di inflessioni regionali. Una voce abituata a non spiegare.
– Buongiorno. Le parlo per incarico diretto della Presidenza del Consiglio. – Pausa breve. – Deve presentarsi a Roma. Oggi.
Cesare non fece domande. Sapeva quando non servivano.
– A Palazzo Chigi. – continuò la voce – Ingresso funzionari. In borghese. Nessuna comunicazione scritta. Nessun accompagnatore.
– Quando? – chiese Cesare.
– Subito. – La risposta fu secca. – Prenda il primo treno utile.
Un silenzio misurato cadde sulla linea. Poi la voce aggiunse: – Si tratta di una questione delicata. È importante che non venga visto come un atto ufficiale.
Guardò il telefono, in cerca di qualcosa oltre la voce.
– Ho capito.
– Bene. A Roma sapranno che arriva.
La linea cadde bruscamente. Rimase ancora un istante fermo, poi riappese. Uscì dalla stanza e trovò il questore che lo aspettava in corridoio, fingendo di consultare un fascicolo.
– Deve andare a Roma – rispose Cesare, con la calma di chi parla del tempo.
Il questore annuì, sollevato di non dover chiedere altro.
– Le preparo un lasciapassare?
Scosse la testa.
– Grazie. Non serve.
Scese le scale con calma. Fuori, Forlì continuava a fare il suo rumore ordinario. La Questura tornava a essere ciò che era sempre stata: un edificio che funzionava, anche quando non capiva. Cesare, invece, aveva già cambiato piano. Quando ti chiamavano con spiegazioni negate, carta assente e nessun testimone, voleva dire che quello che avresti sentito non doveva restare da nessuna parte. Se non nella testa. Ognón e sa e’ sô, inciò e sa quèl d’j’êter[5].
Arrivò alla vecchia stazione a piedi, con il cappotto chiuso e la testa sgombra quanto bastava. L’edificio, basso e annerito dal fumo, stava vicino alla Barriera Mazzini come una cosa già consumata dal proprio uso. Poco oltre, tra impalcature e murature chiare, cresceva la nuova stazione. Forlì preparava il futuro mentre lui partiva verso Roma, dove il passato stava cambiando padrone.
Quando salì sul treno non comprò nulla. Mostrò la tessera. Il controllore la guardò appena, il tempo di riconoscere un diritto che non aveva bisogno di spiegazioni, e fece un cenno minimo, quasi distratto. Seconda classe. Quella di chi viaggiava perché doveva. Sedili imbottiti, velluto scuro consumato nei punti giusti, finestrini che lasciavano entrare aria e fuliggine. Ogni cosa portava addosso le tracce di chi era passato prima.
Si sedette vicino al vetro. Non aprì giornali, non cercò distrazioni. Osservava. La stazione scivolò indietro: la Ravegnana, i muri bassi, i depositi, le ultime case. Forlì si sfilacciava con discrezione, lasciando spazio ai campi.
* * *
La campagna romagnola scivolò ordinata, poi la linea piegò verso sud. Ad Ancona cambiò convoglio; da lì il viaggio prese il passo lento delle gallerie, delle vallate strette, delle stazioni dove nessuno sembrava davvero arrivare. Roma lo aspettava nel tardo pomeriggio. A Termini, ancora ottocentesca e severa, un uomo gli si avvicinò con naturalezza. Camicia nera sotto la giubba grigio-verde, fregi con fascio littorio e ruota alata. Milizia Ferroviaria. Non fece il nome.
– Venga.
Uscirono insieme. Roma aveva già preso il suo passo. Camminarono fino a via del Pellegrino, tra botteghe, mercati che smontavano tardi e tipografie ancora accese. La pensione stava sopra una bottega. Il portone si aprì dopo una breve trattativa con la padrona, ruvida e insonnolita: un ospite, qualche giorno, pagamento regolare, rientro evitando di farla alzare a notte fonda. La donna squadrò Cesare, bofonchiò, poi li lasciò passare.
Il portone si richiuse. L’agente fece un cenno e se ne andò. Tornò su. La stanza era piccola, pulita quanto bastava. Sul letto trovò un cambio in borghese: giacca vissuta, camicia semplice, scarpe usate. Mise da parte le calzature d’ordinanza. In quei tempi bastavano scarpe robuste e baffi troppo curati per farsi riconoscere. Aprì la finestra. Campo de’ Fiori respirava ancora: carretti, voci, bicchieri. Roma gli offriva l’incognito. Lo prese con discrezione.
* * *
Arrivò a Palazzo Chigi quando Roma stava ancora sbadigliando. Il miliziano della Ferroviaria lo accompagnò muto, come si accompagna un pacco che non deve attirare attenzione. Cesare indossava gli abiti trovati sul letto della pensione: il taglio giusto per confondersi. Entrarono da un accesso secondario, poi per scale di servizio che odoravano di pietra umida e cera. Nessun saluto, nessun nome. La sala d’attesa era laterale, quasi nascosta. Una sedia, un tavolo, una finestra alta. Aspettò. Non sapeva quanto. Aveva imparato che a Roma l’attesa non è tempo perso: è parte del messaggio. Quando la porta si aprì, Benito Mussolini entrò con passo elastico, Insprì[6], eccitato con l’energia di chi sta salendo su un palco. Si fermò davanti a Cesare, lo guardò dall’alto in basso, poi scoppiò in un mezzo sorriso.
– Montanari! – riprese. – Sempre serio, eh? Neanche a Roma ti siogli?
Il tono era beffardo, volutamente leggero. Era il Mussolini che si concedeva quando parlava con uno delle sue terre, uno che aveva già usato e che poteva usare ancora.
– L’ultima volta che ci siamo visti, cl’ètra vólta[7] – continuò – ti avevo chiesto una passeggiata un po’ particolare.
Non pronunciò nomi. Non ce n’era bisogno.
– A t’arcurdêt[8]? – fece, inclinando la testa. – dovevi guardare, non fare. E invece hai fatto anche un po’ di più.
Non aggiunse altro. Mussolini rise piano.
– No fè cla fàza. Mi sei stato utile. – poi abbassò la voce. – e quando uno mi è utile, me lo ricordo.
Si girò attorno, con l’aria di mostrare una stanza che conosceva a memoria.
– Roma, invece, dimentica in fretta. – fece. – O finge.
Lo guardò di nuovo.
– Vedo che sei ancora privo di tessera. – accennò al bavero. – Un vezzo da campagnoli.
Lasciò cadere la frase.
– Tranquillo. – continuò Mussolini, con finta indulgenza. – A breve sarà un obbligo per tutti voi della pubblica sicurezza. Così nessuno resta fuori dal coro.
Fece una pausa, poi aggiunse, quasi divertito:
– Per non mettere in imbarazzo un vecchio commilitone, la troverai già in caserma quando torni a Montevalle. Bella pronta. Così risparmiamo tempo.
Il sorriso sparì. Mussolini cambiò tono di colpo.
– C’è stato un incidente. – osservò. – Un funzionario del mio Ministero.
Si sedette, prese una cartella che non aprì.
– Ho letto il rapporto. – continuò. – Poi ne ho letto un altro.
Alzò lo sguardo.
– Sono fatti bene. – Una pausa. – Troppo.
Non spiegò oltre. Non ce n’era bisogno.
– Voglio capire chi ha avuto tanta solerzia. – concluse. – Nient’altro.
Si alzò. Il colloquio era finito.
– Ne parlerai con lui.
Dalla parete si staccò Alessandro Chiavolini, che fino a quel momento non aveva parlato. Aspettò che Mussolini uscisse. Prima di andarsene, il Duce si voltò ancora, con un sorriso breve e già consumato.
– Montanari, – precisò – quando tutti sono d’accordo, di solito qualcuno sta lavorando troppo. Vai a vedere chi è.
Uscì. La porta si richiuse piano.
Chiavolini fece un cenno asciutto. – Venga. – riprese. – Qui conviene muoversi leggeri.
Lo seguì, riconoscendo la voce sentita solo il giorno prima al telefono in Questura a Forlì. La procedura era stata costruita per non lasciare impronte: poche persone coinvolte, nomi ridotti al minimo, nessuna carta in più.
– L’uomo che l’ha accompagnata – continuò – domattina la passerà a prendere per portarla al Ministero dell’Interno e presentarla alla persona giusta. Non sa altro. Non deve sapere altro.
Annuì.
– Quella persona – continuò – conosce solo la sua copertura. Reduce. Ex commilitone del Duce. Uomo semplice. Poco sveglio, se serve. Fattorino. Fine della storia.
Fece una pausa breve, poi aggiunse:
– Nessuno, oltre a noi tre, conosce il motivo per cui voi siete qui.
“ Noi tre ” voleva dire una cosa precisa: il Duce, Chiavolini, lui. Nessun altro. Aprì una cartella sottile e la spinse verso Cesare.
– Qui c’è quello che è stato scritto sull’incidente. – osservò. – Lo legga.
Lo fece. Giulio Ferretti, funzionario ministeriale, caduto nel Tevere di notte. Soccorsi rapidi, esito fatale. Nessuna violenza evidente. Nessun movente. Un incidente.
– Ciò che c’è scritto regge anche troppo bene – osservò Chiavolini. – Per questo va controllato.
Chiuse la cartella e la riprese.
– Niente appunti. – ricordò. – Niente copie. Se qualcosa le resta in testa, bene. Altrimenti non serve.
Indicò l’orologio.
– Se deve parlare con me, lo fa passando dal referente che le ho indicato. Una sola persona. Tutti gli altri sono rumore.
Poi lo guardò con attenzione, con tono piano, ma rigida.
– Il Duce si fida di voi. – aggiunse. – Io no. Vi verifico.
Non era un’accusa. Era un metodo di lavoro.
– Vada a riposare. – concluse Chiavolini. – Tornerà dove ha dormito la notte scorsa. Quella pensione va bene così. Domani comincia a portare carte. E a sentire quello che non è scritto da nessuna parte.
La porta si chiuse piano.
* * *
Cesare fu accompagnato attraverso piazza del Viminale mantenendo il passo. Davanti, il palazzo imponeva distanza: proporzioni larghe, facciata severa, auto scure in attesa. Non entrò dall’ingresso principale. Girò l’angolo e imboccò un accesso laterale, basso, usurato, privo di insegne. Un agente controllò il lasciapassare e lo restituì. Dentro, corridoi stretti, marmo opaco, odore di cera e carta.
Il primo giorno cominciò presto e finì a orario incerto. L’uomo della Milizia lo consegnò a un capoufficio informato solo della copertura, poi sparì. Da quel momento Cesare ebbe una giacca di servizio, un tesserino e un elenco di percorsi. Portare carte, aspettare fuori dalle porte, tornare indietro. Dopo due giorni nessuno lo notava più. Prese servizio proprio nell’ufficio dove aveva lavorato Ferretti. La scrivania era già stata rioccupata; le carte, redistribuite; le abitudini, cancellate in fretta.
Parlavano tanto. Parlavano del Duce, soprattutto. Con la sicurezza di chi non rischia più nulla. Dicevano che avrebbe messo ordine, che avrebbe spazzato via i vecchi sistemi, che finalmente qualcuno comandava sul serio. Lo dicevano con entusiasmo o con pigrizia, ma lo dicevano tutti. Ascoltava. Non faceva domande. Bastava stare lì, portare una cartella, fermarsi un attimo di troppo.
– Qui cambierà tutto – aggiunse uno, un giorno, con il braccio corto nascosto sotto la giacca. – Vedrete.
– Già – rispose un altro. – E chi s’è mosso prima, adesso sta avanti.
Le lingue si scioglievano per abitudine. In quell’ufficio un fattorino era un pezzo del mobilio: portava carte, si fermava, ripartiva. Nessuno pensava che potesse ricordare i nomi, collegare le frasi, riconoscere i silenzi. Cesare faceva i suoi giri. Ministero, uffici secondari, archivi, corridoi. Vedeva intestazioni, timbri, firme che tornavano. Capì una cosa semplice: lì dentro molti volevano chiudere in fretta. Ferretti aveva fatto domande nel momento sbagliato. Questo, nei corridoi, lo sapevano tutti.
Dopo qualche giorno Cesare smise di seguire i percorsi e cominciò a seguire le reazioni. Non serviva altro. C’era chi abbassava la voce quando passava, per una ragione poco chiara. Chi interrompeva una frase a metà. Chi, al contrario, parlava più forte, come per marcare il territorio. E poi c’erano quelli che gli affidavano le carte con una leggerezza studiata, trattando il fattorino da prolungamento del muro. I nomi tornavano sempre negli stessi punti. Non venivano mai detti per intero. Bastava l’iniziale, o un accenno. E uno, più degli altri, passava di bocca in bocca con una cautela che non era rispetto: era paura. Una mattina, fermo vicino a una finestra, Cesare li sentì arrivare. Quattro colleghi, reduci tutti, appoggiati al davanzale. Fumo, giacche slacciate, quella confidenza da ufficio che nasce quando nessuno crede più di essere ascoltato.
– Oh, ma Ferretti… – fece il primo, soffiando il fumo – quello nun l’aveva capito che aria tirava.
– Ma quale aria – rispose il secondo – quello stava ancora a fa’ er ministeriale de prima. Carte, regole… ma dove pensava de sta’?
– Eh, appunto – intervenne il terzo. – Qui se campa se capisci da che parte gira er vento. Se no, te gira addosso.
Il quarto fece un mezzo sorriso.
– E infatti guarda Achille.
Evitò il cognome. Non serviva.
– Morselli? – chiese piano il primo, quasi a completare la frase. – Quello sì che c’ha er naso bono.
– Achille ha capito tutto subito – riprese il secondo. – Niente casino. Niente domande. Ha messo ‘a testa bassa e s’è mosso.
– E mo’ sta avanti – concluse il terzo. – Mica come quell’altro.
– Ferretti era uno che voleva capì – fece il quarto, con una scrollata di spalle. – Morselli esegue. E sale.
Ci fu un attimo di silenzio. Uno schiacciò la sigaretta.
– A me me dispiace pure, eh – riprese il primo – però che je dovevi dì? Nun era er momento de fa’ l’onesto.
– Nun è mai er momento – osservò il secondo. – Ma c’è chi lo capisce e chi no.
– E chi lo capisce campa – aggiunse il terzo. – E magari pure sale.
Il nome tornò ancora, sussurrato.
– Achille… – precisò qualcuno. – Quello nun sbaja.
Nessuno rise. Nessuno fece battute. Il nome rimase lì, sospeso, come una cosa che non si tocca.
– Vabbè, annamo – concluse il quarto. – Che se ce vedono troppo a parlà poi pare brutto.
Si allontanarono. Il corridoio riprese a respirare.
Restò fermo. Il contrasto era chiaro: Ferretti faceva domande, Morselli si adattava. Il nome continuava a tornare, sempre nello stesso modo: mai forte, sempre accompagnato da una cautela rispettosa. Era il riconoscimento riservato a chi aveva capito prima degli altri come sopravvivere. Riprese il suo giro.
* * *
L’inerzia degli uffici lo aiutò. Nessuno firmava registri, nessuno controllava davvero gli orari. Bastava non farsi notare e seguire il passo giusto. Approfittò di quel disordine per allargare i movimenti. Una sera, rientrato alla pensione, chiese alla padrona dove potesse trovare una bicicletta.
– ‘Na bicicletta? A Roma? – riprese. – Rubbala. Poi lo squadrò meglio. – No… lo so che nun lo fai. C’hai ‘na faccia… pija er tram. È mejo.
Fece come diceva lei. Prese il tram verso est, lungo la Casilina. Le case si abbassavano, i cantieri aumentavano, il centro perdeva autorità. A Tor Pignattara scese più volte nello stesso punto, percorse le strade a piedi, imparò le abitudini. Il quartiere cresceva per aggiunte successive: botteghe, cantieri, cinema appena aperti, odore di calce fresca e ferro lavorato.
La stazione di polizia stava defilata, funzionale, asciutta. Prese le misure del posto, una sera dopo l’altra. Si appostò poco distante, sempre nello stesso punto, confuso tra chi tornava dal lavoro e chi aspettava il tram. Non guardava la porta: guardava il ritmo. Quando finalmente Sergio Valenti uscì, era già tardi. Non indossava la divisa. Cappotto scuro, passo lento, quello di chi ha passato la giornata a contenere problemi che non gli appartengono. Lo lasciò allontanare di qualche decina di metri, poi si staccò dal muro e gli si affiancò, con la naturalezza di un appuntamento mai dichiarato.
– Valenti.
L’altro si voltò, poi lo riconobbe.
– Montanari… – fece. – Che ci fai da ‘ste parti?
– Roma – rispose Cesare. – Mi c’hanno spedito per un concorso. Roba d’ufficio.
Camminarono insieme senza fermarsi. Bastarono poche frasi sulla guerra e sui posti ottenuti dopo il fronte per riannodare il filo. Valenti zoppicava ancora per una scheggia, lavorava in una stazione di polizia defilata e conosceva bene quel margine di Roma. Davanti a una trattoria Cesare offrì la cena. Parlarono poco, poi arrivò al punto: una verifica discreta su Achille Morselli, nessun atto ufficiale, nessuna domanda inutile.
Valenti tacque, poi annuì.
– Una settimana – osservò. – Qui.
Si alzarono evitando di stringersi la mano. Uscirono separati. Tornò verso la fermata. Il tram passò di nuovo, facendo vibrare la strada.
* * *
L’osteria era la stessa. Tavoli di legno, vino aspro, cucina dimessa. Cesare sedeva in fondo alla stanza, le spalle al muro, il cappello sulla sedia accanto. Dalla sua posizione vedeva la porta. Era arrivato presto. La settimana era passata lenta tra corridoi, registri che nessuno firmava e chiacchiere sempre uguali. Valenti non si era fatto vedere. Il ritardo poteva voler dire prudenza, o rinuncia.
Stava per ordinare, giusto per non restare fermo troppo a lungo, quando la porta si aprì. Valenti entrò subito, come uno che conosce il posto e non ha bisogno di guardarsi intorno. Cappotto chiuso, volto tirato. Vide Cesare solo all’ultimo momento e si sedette evitando i saluti.
– Scusame – aggiunse. – Ho fatto tardi.
Attese un istante. Aspettò che arrivasse il vino.
– Pensavo non venissi – riprese.
Valenti fece un mezzo sorriso, stanco.
– C’ho pensato. – Bevve un sorso. – Poi ho capito che tanto era inutile.
Attese un attimo, come a scegliere le parole.
– Nun c’è voluto molto – aggiunse. – Er nome è noto. Troppo noto.
Cesare non fece domande.
– È uno che s’è fatto da solo… o almeno così racconta – continuò. – Arrivista puro. Fino a ieri stava zitto, aspettava. Poi, appena ha capito che aria tirava, s’è messo er fez in testa e ha cominciato a urlare più degli altri.
Fece un gesto vago con la mano.
– Fascistone dipinto. Di quelli che nun sbajano mai una parola, mai una posa. Sempre in prima fila quando c’è da farsi vede’. Prima Nun contava niente, mo’ pare che è sempre stato lì.
Ascoltava.
– Nun fa domande – proseguì Valenti. – Nun scrive niente che possa tornaje addosso. Capisce prima, se sposta prima. E soprattutto… – abbassò la voce – s’è sistemato bene.
Alzò appena lo sguardo.
– S’è sposato Ada Capobianchi – spiegò Valenti. – La fija de Lello.
– Capobianchi nun è uno che firma – continuò. – È uno che fa. Mette insieme gente. Politica, affari, mala. Sta sempre un passo indietro, ma tiene i fili. E mo’ c’ha pure er genero al Ministero.
Bevve un altro sorso.
– Funziona sempre allo stesso modo – riprese. – Morselli sente da che parte gira il vento, Capobianchi je sistema il percorso. Morselli arriva dove deve arrivare, Capobianchi je sta dietro. E poi er giro riparte.
La mattina dopo Cesare tornò al Ministero con l’aria di chi non ha niente di meglio da fare. Si inventò un lavoro in archivio. Bastava dire che mancava una pratica, o che un fascicolo andava ricollocato. Nessuno controllava davvero. Gli diedero una stanza laterale, scaffali alti, polvere vecchia. Cercò Raffaele “Lello” Capobianchi. Il fascicolo era sottile, ma denso: nessuna condanna definitiva, molte segnalazioni, mediazioni, contatti, nomi ricorrenti. Tra le persone in relazione con Capobianchi comparivano funzionari del Ministero sentiti nei corridoi. Quasi alla fine trovò Ettore Mancini: ai margini di più pratiche, uomo di recuperi rapidi, interventi non verbalizzati, soluzioni già pronte. Quel nome gli fermò il respiro per un istante.
La sera rientrò alla pensione stanco come non gli capitava da giorni. La padrona sparecchiava e non gli chiese nulla. Salì le scale, si sdraiò sul letto con i vestiti addosso. Il nome girava ancora. Mancini. Ettore Mancini. Gli tornò in mente la voce di Chiavolini: “Se qualcosa le resta in testa, bene. Altrimenti non serve”. Stavolta serviva.
* * *
Il giorno dopo Cesare tornò a Palazzo Chigi. Stesso ingresso laterale, stesso percorso che evitava gli uffici e le domande. Chiese del contatto, usando il nome giusto e basta. L’uomo dietro la scrivania lo guardò di traverso, come si guarda un intruso amministrativo impossibile da respingere.
– Ci sarà da aspettare.
Lo fecero accomodare in una sala d’attesa diversa dalla prima: sedie rigide, tavolo segnato, finestra su un cortile interno. Aspettò docile. Passò la mattina, poi il pomeriggio. A metà pomeriggio si appisolò, il cappello sulle ginocchia. Verso le sei la porta si aprì. Alessandro Chiavolini si fermò sulla soglia e tossì piano. Si svegliò subito.
– Scusatemi. Avrei bisogno di rileggere la relazione – rispose Cesare.
Chiavolini non commentò. Tirò fuori la cartella, la appoggiò sul tavolo, la aprì. Lesse in piedi, con calma. Le stesse pagine, la stessa storia ordinata. Cercava un dettaglio che ora sapeva di dover trovare. Quando richiuse, Chiavolini riprese la cartella.
– Ci sono novità?
Scosse appena la testa.
– Non ancora.
Chiavolini lo guardò, aspettando. Poi: – Domani a quest’ora verrete a riferire al Duce sull’avanzamento delle indagini.
Cesare rifletté un istante.
– D’accordo.
Chiuse la cartella con cura. Fece un passo indietro. Chiavolini tacque. Uscì dalla stanza, riprese le scale di servizio e lasciò Palazzo Chigi com’era entrato. Aveva ancora tempo. E ora sapeva esattamente cosa cercare.
La mattina dopo Cesare tornò al Ministero. I corridoi erano gli stessi, ma ora li vedeva con un’altra misura. Notò di nuovo gli uomini fuori posto: troppo sicuri per essere visitatori, troppo fermi per essere impiegati. Nessuno li fermava. Erano lì come un oggetto appena spostato e già accettato. Era il livello intermedio del potere: presenza, pressione, disponibilità all’uso.
La voce di Valenti gli tornò in mente: “così funziona”. Un funzionario che faceva domande diventava un problema. Un altro, più rapido a capire l’aria, si adattava. In mezzo, qualcuno sapeva togliere gli ostacoli fuori dagli atti. La storia completa non era affar suo. A lui bastava leggere il meccanismo.
Alle diciassette e trenta Cesare si ripresentò a Palazzo Chigi. Stessa porta laterale, stesso corridoio di servizio. Questa volta, però, non dovette spiegare nulla. Era atteso. Fu fatto accomodare nella sala d’attesa del primo giorno: più ampia, più composta, con l’aria di un luogo dove il tempo serve a misurare le persone. Aspettò fino a notte fatta.
Quando la porta si aprì entrarono insieme Benito Mussolini e Alessandro Chiavolini. Mussolini camminava davanti, Chiavolini mezzo passo indietro. Nessuno dei due sembrava sorpreso di trovarlo lì. Parlò poco. Si limitò a raccontare quello che aveva scoperto. Fu Chiavolini a prendere la parola, con tono piano, quasi didattico, ordinando idealmente materiali su un tavolo.
– Dunque, i fatti sembrano stare così – concluse – Ferretti ha cominciato a fare domande su pratiche che cambiavano percorso e su nomi che ricomparivano negli stessi snodi. Incrocia Achille Morselli, funzionario intermedio, rapido ad allinearsi. Morselli è legato per matrimonio ad Ada Capobianchi, figlia di Raffaele detto Lello: affari, politica, ambienti criminali, un punto di passaggio. Poco dopo Ferretti cade nel Tevere. Relazione pulita, archiviazione rapida. Tra i presenti al recupero compare Ettore Mancini, pregiudicato già segnalato in pratiche che ruotano intorno a Capobianchi. Non c’è un ordine scritto. Ci sono presenze: sempre le stesse, nel posto giusto, al momento giusto.
Mussolini ascoltava. A tratti guardava Cesare, a tratti fissava un punto indefinito sopra la testa di Chiavolini. Quando il riepilogo finì, tacque per qualche secondo. Poi cambiò postura. La voce uscì più tesa.
– La violenza è uno strumento – osservò. – Come gli altri. E gli strumenti si tengono in mano.
Fece una pausa.
– Qui qualcuno ha deciso da solo. – aggiunse. – Qualcuno ha pensato di poter usare la violenza fuori dal centro.
La mascella si irrigidì.
– Chi l’ha deciso?! – esplose Mussolini, battendo il pugno sul tavolo. Un fascicolo scivolò di lato. – Dell’incidente mi importa quanto basta. Qui conta il controllo. Se la violenza prende iniziativa propria, danneggia il comando.
Batté una volta le dita sul tavolo.
– Questo non lo tollero.
Per un attimo lasciò affiorare l’irritazione. Poi si ricompose con la stessa rapidità. Tornò a guardare Cesare, quasi divertito.
– Voi romagnoli siete ancora utili – esordì, con un mezzo sorriso. – Avete il vizio di guardare le cose da vicino.
Passò al tu.
– Sei stato utile, Montanari Cesare da Montevalle. Muntvèl. – aggiunse. – Come l’altra volta. Dopo Matteotti.
Fece una smorfia ironica.
– E sei ancora privo di tessera. – riprese. – Questa è bella.
Scosse il capo.
– Tranquillo. Quando torni a Montevalle la troverai già lì. Ormai è un dovere morale. E anche pratico.
Si avvicinò di mezzo passo.
– Sai qual è il problema, Montanari? – fece. – Qui sono circondato da forbiculeri![9] Gente che mi dà ragione prima ancora che apra bocca. Ogni tanto devo risentire quelli delle mie colline, per sapere come stanno davvero le cose.
– Ma non esagerare.
Si voltò per uscire. Aveva già fatto due passi quando si fermò. Restò immobile un istante, poi tornò indietro. Non sorrideva più. Si mise davanti a Cesare, troppo vicino per essere solo una confidenza.
– Ti ricordi – fece – quando ci siamo incontrati in guerra? Per quel povero prete?
Non era una domanda. Lasciò correre.
– Dopo che te ne sei andato – continuò Mussolini – ho visto cosa è successo. Le conseguenze, intendo. Tutto molto… ordinato.
Abbassò la voce, quasi distratto.
– Qualche mese fa ho chiesto al Ministero della Guerra l’incartamento. Volevo rileggerlo. – Fece una pausa breve. – Non ho trovato nulla.
Lo guardò negli occhi, con ironia.
– Gnìt d’posta[10].
Si raddrizzò, per togliere peso alla cosa.
– Le carte spariscono! – spostò lo sguardo. – Una di queste volte mi racconterai com’è andata.
Poi si girò davvero e uscì, lasciando la stanza improvvisamente spoglia, la frase sospesa, come una pratica priva di fascicolo. Il colloquio era finito.
* * *
Chiavolini non perse tempo. Era già in piedi.
– Partenza immediata – aggiunse. – Vi accompagneranno alla caserma della Milizia Ferroviaria, a Termini. Domattina primo treno.
Non ringraziò. Non spiegò. Voleva chiudere quella parentesi in fretta. Aveva reso un servizio al Duce. Era bastato. Oltre non si andava. Annuì. Seguì l’uomo che lo aspettava fuori. Roma restava alle spalle, con i suoi corridoi e i suoi silenzi organizzati. Lui tornava alle colline. Con una tessera come ringraziamento.
Non ci furono conseguenze visibili. Nessun arresto, nessun processo, nessuna dichiarazione. L’informazione fu archiviata per essere usata al momento opportuno. La malavita restò dov’era: faceva da strato di protezione. Toccarla avrebbe scoperto il meccanismo. Il sistema tornò a regime.
Lasciò Roma all’alba, di colpo, e non lasciò segni. Alla caserma della Milizia Ferroviaria nessuno fece domande: un nome, un cenno, il primo treno verso nord. Seconda classe, come all’andata. Il vapore riempiva la pensilina e cancellava i contorni. Il convoglio risalì lento. Campagne ordinate, stazioni minori, l’Appennino stretto attorno ai binari. Sapeva di aver rimesso ordine secondo la logica del controllo. Quella consapevolezza sarebbe rimasta con lui.
Il giorno dopo riprese la SITA. Stesso orario, stesso mezzo. La tromba a pera annunciò la partenza. Sacchi della posta sul tetto, uomini con commissioni da sbrigare in città, qualcuno che già pensava a cosa riportare indietro. Si sedette e lasciò che la strada seguisse il fiume. Solèra, Castelvado, la pianura che tornava a farsi familiare. Quando la corriera imboccò la piazza del paese, tutto era come prima. O quasi. Scese, aggiustò il cappotto, si avviò a piedi. Aveva rimesso le cose al loro posto, nel modo in cui gli era stato chiesto.
Rientrato in caserma trovò la busta sulla scrivania. Nessun timbro vistoso, nessuna intestazione solenne. Solo il suo nome scritto dritto. Dentro c’era la tessera. Nuova. Perfetta. Partito Nazionale Fascista. Numero basso, come si conveniva a chi non l’aveva chiesta. La data già compilata. Nessuna firma da apporre. La prese in mano, la girò. Pensò a Roma, ai corridoi dei ministeri. La infilò nel portafoglio, dietro ai documenti, in un punto meno visibile. Tornò a sistemare le sue cose con gesti ordinari. In fondo, nulla era cambiato davvero. Solo che adesso anche quella tessera faceva parte del mestiere. U s’fa quéll cu s’po’. L’impussébil u sn’lasa stê…

[1] È Forlì.
[2] Ragazzino.
[3] I morti si allungano e i vivi si assottigliano.
[4] La piazza del Comune.
[5] Ognuno sa il suo, e nessuno sa quello degli altri.
[6] Eccitato.
[7] Quell’altra volta.
[8] Ti ricordi?
[9] Leccaculo.
[10] Niente di niente.


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