Sette a Tebe ha un fratello: Le sette porte

L’ho scritto perché mettere in scena un musical è impegnativo, ma anche perché, mentre lavoravo a Sette a Tebe, i personaggi hanno cominciato a prendermi la mano. Avevano ancora qualcosa da dire, e questa volta potevano farlo senza cantare. Sono tornato così davanti alle sette porte di Tebe, ma ho lasciato che fosse Eschilo ad accompagnarmi. O meglio, ad accompagnare una ragazza che non sa ancora chi sia.

Eschilo la conduce attraverso le sette porte della città assediata. A ogni porta incontra un pezzo della guerra: il sacrificio, il lutto, la gloria, la propaganda, la vendetta, la responsabilità. Intanto il Coro fa quello che i cori hanno sempre fatto: guarda, racconta, giudica. Solo che guarda anche fuori da Tebe. Le sue parole diventano bollettini, cronache, dichiarazioni, frammenti delle guerre che conosciamo. Cambiano i nomi delle città, le armi, le giustificazioni. Alcune cose cambiano molto meno.

La ragazza ascolta, domanda, qualche volta si oppone. E, porta dopo porta, comincia a capire. Capisce la guerra, capisce Eschilo e infine capisce sé stessa. È Antigone. A quel punto conosce già il destino che qualcuno ha scritto per lei. E può decidere che cosa farsene.

Le sette porte è un testo teatrale contemporaneo liberamente ispirato ai Sette contro Tebe: Eschilo guida Antigone dentro la propria tragedia mentre il Coro continua a riportarla nel nostro presente. E mentre lei diventa consapevole e prova a sottrarsi al meccanismo che le è stato assegnato, la storia continua ostinatamente a ripetersi.

Perché, fuori dal teatro, ci sono sempre altre mura. Altre città. Altri fratelli. E altre sette porte.

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