- Posizione sospesa
- Apertura italiana
- Sviluppo dei pezzi
- Partita italiana
- Falsa combinazione
- Pezzo inchiodato
- Mossa intermedia
- Scacco di scoperta
- Zugzwang
- Arrocco lungo
- Gambetto
- Montevalle, agosto 1945
Posizione sospesa
«Si ha una posizione sospesa quando la tensione fra i pezzi resta irrisolta e ciascun giocatore conserva più possibilità di trasformare la struttura. Chi rompe per primo l’equilibrio deve aver calcolato anche la risposta che quella trasformazione concede all’avversario.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
L’Istituto si era trasferito da un paio d’anni nella nuova sede dell’Università di Roma. Aurelio Baldi aveva traslocato le sue cose nella portineria del nuovo edificio senza mostrare sorpresa o curiosità. Era un ufficetto subito a fianco dell’ingresso, con una finestra sul piazzale rialzato in marmo e un’altra affacciata sul vano delle porte vetrate, dalla quale poteva controllare chi entrava. L’edificio conservava l’aria provvisoria dei luoghi appena occupati. Le stanze avevano ricevuto una funzione, i laboratori erano stati sistemati, gli strumenti collocati sui tavoli e gli armadi riempiti di carte, provette e apparecchiature. Restavano casse accostate alle pareti, scaffali montati in fretta, porte delle quali occorreva ancora imparare la resistenza. Ogni cosa sembrava al proprio posto, ma nessuna pareva definitiva.
L’Istituto possedeva una propria grammatica delle persone. C’erano anzitutto i professori: il professor Fermi, il professor Amaldi. Il titolo precedeva il cognome e sembrava farne parte, come la cattedra, l’ufficio o la materia insegnata. Poi venivano gli studenti, che studenti erano soltanto per i registri. Nella vita quotidiana diventavano il signor Esposito, il signor Ferrari, il signor Giordano. Quel signor riconosceva loro una condizione ancora incompleta, sospesa tra gli studi e il ruolo che avrebbero forse conquistato. Infine c’erano gli inservienti. Di loro bastava la funzione: l’inserviente che portava una cartella, quello mandato a cercare una chiave, quello che apriva una stanza o spostava un’apparecchiatura. Erano figure anonime, intercambiabili, incorporate nel funzionamento dell’edificio. Professori e studenti li vedevano quando servivano e li dimenticavano appena il problema era risolto. Avevano la testa altrove, dietro agli elettroni, alla loro posizione e alla quantità di moto, oppure dentro il rapporto incerto tra energia e tempo. Attraversavano i corridoi proseguendo discussioni iniziate davanti a una lavagna, urtavano sedie, abbandonavano cappotti e salutavano senza guardare.
Aurelio Baldi sfuggiva a quella classificazione. Era l’unico inserviente dotato di un nome, di un cognome e di un titolo: il signor Baldi. Tutti lo chiamavano così, anche se quel signor sembrava scelto per evidente mancanza di meglio. Con tutta evidenza, Aurelio Baldi apparteneva a una categoria diversa. Professore, studente e inserviente erano parole inadatte a definirlo. Era una presenza. Nessuno si aspettava che tenesse aperta una porta o passasse uno strofinaccio. A volte si sedeva in fondo a un’aula e seguiva con attenzione le operazioni di un esperimento; altre volte circolava per i corridoi assorto in qualcosa che nessuno osava chiedergli. Si intuiva una familiarità discreta con il professor Fermi o con il professor Amaldi, fatta di cenni, brevi frasi e silenzi che gli altri evitavano di interpretare.
Ogni mattina, appena arrivato, Baldi apriva l’armadio della portineria ed estraeva una scacchiera. La sistemava sul tavolo, apriva una valigetta di legno e disponeva i pezzi secondo uno schema fisso. Sempre quello. La posizione aveva qualcosa di irrisolto. I bianchi sembravano sul punto di attaccare, i neri parevano chiusi in difesa, eppure nessuna delle due parti possedeva un vantaggio evidente. Baldi restava in piedi per qualche minuto, le mani dietro la schiena, studiando la disposizione come se durante la notte qualcosa avesse potuto cambiare. Poi cominciava la giornata.
Spesso si prestava alle diverse incombenze soprattutto per tenere occupato il corpo e lasciare libera la mente: annunciava un visitatore, preparava una sala, consegnava un fascicolo. Nel frattempo seguiva la partita. Immaginava la mossa del suo contendente assente, preparava la risposta e sviluppava varianti diverse, alcune brevi, altre capaci di condurre molto lontano. Ogni tanto tornava in portineria, si fermava davanti alla scacchiera e spostava un pezzo. Poi riprendeva il lavoro. A volte si tratteneva ben oltre l’orario, soprattutto quando la partita si faceva più impegnativa. Altre volte entrava in un’aula dei piani superiori e si lasciava attirare dalle formule rimaste sulla lavagna. Bastavano pochi simboli, una derivazione interrotta, un passaggio lasciato a metà. Allora sentiva la mente mettersi in moto con una rapidità che conosceva bene. La tentazione era sempre la stessa: prendere il gesso, completare l’equazione, verificare dove conduceva.
Quando tutto andava bene, alla fine della giornata tornava in portineria. Guardava la posizione raggiunta, ripercorreva le mosse e scuoteva appena la testa. Il risultato lo lasciava sempre insoddisfatto. Rimetteva i pezzi nella valigetta, piegava la scacchiera e la riponeva nell’armadio.
Apertura italiana
«L’Apertura italiana, iniziata con 1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ac4, mira rapidamente al centro e al punto f7, sviluppando i pezzi con naturalezza. Il Bianco cerca iniziativa e rapidità d’azione, mentre il Nero deve completare lo sviluppo senza concedere tempi.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
La giornata era cominciata presto, quando il sole raggiungeva appena i tetti più alti di Montevalle e nel fondovalle resisteva ancora un’ombra umida. In cucina Anna aveva messo in tavola il caffellatte, il pane e quel poco che serviva a cominciare una giornata di lavoro. Cesare mangiava senza fretta, già vestito con i pantaloni pesanti e la camicia abbottonata fino al collo. Di fronte a lui, Giovanni teneva una fetta di pane in mano da diversi minuti senza ricordarsi di mangiarla. Aveva ventisei anni, lavorava, contribuiva alle spese di casa e avrebbe dovuto avere l’aria di un uomo sistemato. Quella mattina sembrava invece un ragazzo distratto. Sorrideva da solo, guardava verso la finestra e ogni tanto tornava alla tazza con l’espressione di chi si stupisce di trovarla ancora lì. Pensava a Elena Guidi. Da qualche tempo pensava quasi soltanto a lei. L’anno seguente si sarebbero sposati e Giovanni viveva già dentro quel futuro. Valutava case, mobili, spese e giornate da organizzare insieme, ma ogni progetto finiva per riportarlo al viso di Elena, al modo in cui rideva e alle parole che gli aveva detto la sera precedente.
Anna lo osservava con un divertimento discreto. – Il pane, Giovanni.
Lui abbassò gli occhi e vide la fetta ancora intera. – Lo mangio.
– Lo stai corteggiando da un quarto d’ora.
Giovanni sorrise senza offendersi. Cesare ricambiò il sorriso dalla tazza. – Lascialo stare. Ha altro per la testa.
– Si vede – disse Anna.
Giovanni fece finta di concentrarsi sulla colazione. Prese un morso, masticò in fretta e controllò l’orologio. Mancava ancora tempo prima di andare al lavoro, ma la giornata conteneva già un momento più importante: avrebbe visto Elena all’uscita.
Cesare finì il caffellatte e si alzò.
– Parti? – chiese Giovanni.
– Sì.
– Torni stasera?
– Non credo.
Anna non aggiunse domande. Conosceva già quel genere di partenza. Una convocazione arrivata senza spiegazioni, poche parole pronunciate la sera precedente, gli abiti preparati con una cura superiore a quella richiesta da una semplice gita fino a Riccione.
Cesare indossò il giubbotto di cuoio, infilò i guanti e prese il casco di pelle con gli occhialoni. Anna lo seguì in cortile. Giovanni rimase qualche secondo in cucina, ancora intento a calcolare il tempo che lo separava da Elena, poi uscì con la giacca appoggiata sul braccio. La Gilera Quattro Bulloni occupava l’aia con una presenza quasi sproporzionata. Il serbatoio rifletteva la luce del mattino, il motore mostrava le proprie parti con la fierezza di una macchina costruita per essere ammirata, oltre che usata. Giovanni le diede un’occhiata affettuosa, ma distratta. Qualche tempo prima avrebbe controllato il rubinetto, passato una mano sul manubrio e chiesto di metterla in moto. Quella mattina si limitò a guardare il padre prepararsi.
– Elena lavora oggi? – chiese Cesare.
Giovanni si voltò subito.
– Sì.
La prontezza della risposta fece sorridere Anna. Cesare aprì il rubinetto della benzina, regolò l’aria e appoggiò il piede sulla leva. Dopo due spedivellate il motore prese vita con un brontolio metallico che riempì il cortile, rimbalzò contro i muri della casa e scese lungo la vallata. Un paio di galline si allontanarono indignate. Da una finestra vicina qualcuno scostò una tenda.
Giovanni alzò la voce per superare il rumore. – Quando la controllo.
Cesare annuì. Il figlio continuava a occuparsi della Gilera, quando serviva. Il rapporto tra loro passava anche attraverso quelle attenzioni: l’olio, una candela, una vite da stringere. Quella mattina, tuttavia, Giovanni aveva già ripreso a guardare l’orologio.
Anna sistemò con due dita il colletto del giubbotto di Cesare, un gesto rapido e domestico. Poi si scostò. Cesare abbassò gli occhialoni, montò in sella e diede un colpo leggero all’acceleratore. Il motore salì di tono. Giovanni gli fece un cenno e tornò verso casa. Doveva finire la colazione, andare al lavoro e trovare il modo di far passare le ore fino all’incontro con Elena. Cesare innestò la marcia e partì. Attraversò il paese ancora mezzo addormentato, passò davanti alla chiesa e alle case di pietra strette attorno alla strada. Montevalle rimase alle sue spalle con la torre, i tetti irregolari e i muri che conosceva da quando era bambino.
La discesa verso la valle cominciava quasi subito. La strada piegava tra i campi, seguiva il profilo delle colline e si stringeva nei punti in cui la roccia affiorava. Cesare conosceva ogni curva. Sapeva dove l’umidità restava più a lungo, dove i carri lasciavano solchi profondi, dove una frana aveva mangiato parte della carreggiata durante l’inverno precedente. La Gilera dava il meglio proprio lì. Entrava composta nelle curve, si inclinava senza esitazioni e riprendeva velocità appena Cesare apriva il gas. Guidarla era un piacere fisico e preciso. Il peso della macchina si trasferiva da una parte all’altra, il motore spingeva sotto di lui, il vento trovava ogni fessura tra il casco e il colletto.
In uscita dalle curve accelerava più del necessario. Sentiva la ruota posteriore aggrapparsi alla strada e la motocicletta distendersi sul breve rettilineo. Per pochi secondi il paesaggio si comprimeva ai lati, poi arrivava un’altra curva e tutto ricominciava. Aveva passato buona parte della vita su una bicicletta. Da giovane era stato il mezzo naturale per raggiungere il lavoro, attraversare la campagna, spostarsi tra un paese e l’altro. Anche durante il servizio l’aveva usata per chilometri, con il cappotto che tirava sulle spalle, le carte infilate nella borsa e le gambe abituate alle salite. La motocicletta apparteneva a un’altra categoria. La forza arrivava dal motore e il corpo doveva governarla. La velocità allungava le distanze, accorciava le attese e rendeva possibile partire al mattino da Montevalle per presentarsi poche ore dopo davanti a una villa sul mare.
Gliel’aveva regalata Mussulèn. Cesare ricordava ancora il tono con cui gli aveva comunicato la decisione. Una volta aveva dovuto aspettarlo per mezza giornata perché la corriera della SITA era arrivata in ritardo. Aveva passeggiato avanti e indietro, irritato da quell’intralcio come se gli orari dei trasporti pubblici fossero stati organizzati apposta per ostacolare i suoi progetti.
– Non posso dipendere da una corriera ogni volta che mi servi.
Pochi giorni dopo la Gilera era arrivata a Montevalle. Un dono personale. La motocicletta risultava intestata a Cesare e non al Corpo di Pubblica Sicurezza. Mussolini aveva risolto due problemi con lo stesso gesto: gli aveva fatto un regalo difficile da rifiutare e si era procurato un uomo capace di raggiungerlo rapidamente, con un mezzo che lasciava poche carte negli uffici. Generosità e convenienza, in lui, procedevano spesso affiancate.
La strada si aprì gradualmente. Le colline si abbassarono, i campi si fecero più larghi, le curve meno strette. Cesare aumentò l’andatura. Il rumore del motore diventò più continuo, una vibrazione profonda che saliva dal telaio e gli attraversava le gambe. Quel rumore gli piaceva. Eppure, in alcuni momenti, ne richiamava altri. Bastava una variazione di tono, un’accelerazione improvvisa, il colpo secco di uno scoppio mal regolato. Allora la strada spariva per un istante e al suo posto tornava il fronte. Fango, prima di tutto. Un fango pesante, capace di trattenere gli scarponi e riempire ogni cosa. Le trincee avevano pareti umide, tavole sconnesse sul fondo e odore di terra smossa, sudore, merda e legno bagnato. Gli uomini vi vivevano dentro per giorni, con l’acqua alle caviglie e la sensazione che il mondo intero si fosse ristretto a pochi metri di scavo. Il rumore dell’artiglieria arrivava da lontano come un brontolio. Poi cresceva, si avvicinava e diventava materia. La terra tremava. I sassi cadevano dalle pareti. Qualcuno abbassava la testa anche quando il colpo era già esploso. Il motore della Gilera aveva qualcosa di quel suono, depurato dalla paura. Una forza trattenuta, pronta a liberarsi.
Cesare seguì una curva ampia e superò un carro carico di fascine. Il contadino si voltò appena, abituato ormai al passaggio di automobili e motociclette. Il cavallo, invece, spostò il peso e tirò le redini. Cesare ridusse il gas, passò largo e accelerò soltanto dopo averlo lasciato indietro. La guerra tornò ancora. Le maschere antigas appese sul petto. Gli ordini urlati. Il primo odore acre che arrivava con il vento e costringeva tutti a muoversi in fretta. Uomini che cercavano la custodia con mani rese goffe dal panico, altri che si sistemavano la maschera troppo tardi. Gli occhi che bruciavano, la gola chiusa, la tosse ascoltata per ore dentro i ricoveri. La paura del gas aveva una qualità diversa. Un proiettile poteva essere visto, almeno per un istante, o intuito dal suono. Il gas entrava nell’aria e trasformava il respiro in una minaccia. Cesare sentì il vento premere contro la cuffia e inspirò profondamente. L’aria sapeva di campi, letame e polvere. Un odore ordinario, quasi confortante.
Arrivato a Forlì, entrò nei viali investiti dal fermento urbanistico del regime. Cantieri, edifici appena terminati, facciate chiare, spazi allargati per accogliere parate e prospettive. Il fascismo sembrava avere bisogno di raddrizzare le strade e ingrandire le piazze, come se l’ordine delle pietre potesse dimostrare quello degli uomini.
Piazzale della Vittoria si aprì davanti a lui. La grande colonna sormontata dalla Vittoria alata attirò il suo sguardo. La usò come perno visivo mentre seguiva la curva attorno al monumento ai caduti. Per un attimo la statua parve girare insieme a lui, alta sopra il traffico. I passanti si voltarono. Qualcuno seguì la Gilera con gli occhi finché poté. Un ragazzo indicò la motocicletta a un amico. Due uomini interruppero una conversazione. La Quattro Bulloni apparteneva alla parte più prestigiosa e avanzata della produzione italiana e si faceva notare anche in una città ormai abituata all’esibizione della modernità. A Cesare tornò in mente una canzonetta da osteria che aveva sentito dedicare alla Gilera:
Invézi d’una mój, me a m’ toj una Gilera,
ch’la va matèna e séra,
ch’la va matèna e séra.[1]
Gli venne da sorridere. La motocicletta gli piaceva parecchio, questo sì. Anna, però, valeva più di tutte le Gilera messe insieme. Sapeva che gli sguardi andavano alla macchina. La cosa gli andava bene. Essere osservato per la motocicletta permetteva all’uomo che la guidava di restare sullo sfondo.
Lasciò Forlì e imboccò la via Emilia. Il traffico aumentò: carri, biciclette, qualche automobile, autocarri carichi di merci. La pianura imponeva un’attenzione diversa da quella richiesta dalle strade di montagna. Lì il pericolo arrivava dagli altri. Le azdore[2] attraversavano la via Emilia come se fosse l’aia di casa, spingendo biciclette con due sporte di rafia appese in equilibrio ai lati del manubrio, affidando al resto del mondo il compito di evitarle. Alcune si fermavano nel mezzo per sistemare un fagotto o richiamare un bambino. I cani rappresentavano un’altra categoria. Sentivano il motore da lontano, uscivano dai cortili e partivano all’inseguimento. Correvano abbaiando, convinti di avere davanti un’enorme lepre, anziché quasi due quintali di ferro lanciati sulla strada con sopra un altro quintale scarso di essere umano. Cesare li teneva d’occhio nello specchietto e modulava la velocità finché perdevano interesse o fiato.
Ma i bambini erano i più imprevedibili, proprio perché seguivano regole tutte loro. Il passaggio di una motocicletta bastava a trasformare qualsiasi attività. Chi giocava a pallone dimenticava il pallone. Chi pedalava si metteva a gareggiare. Chi camminava cominciava a correre al fianco della strada, gridando e agitando le braccia. Un gruppo di ragazzini lo vide arrivare davanti a una casa colonica. Due si misero a correre, uno montò in bicicletta e partì con il busto abbassato sul manubrio. Il più piccolo rimase in mezzo alla carreggiata, indeciso tra seguire gli altri e recuperare una palla rotolata verso il fosso. Cesare rallentò molto prima di raggiungerlo. Il bambino alzò finalmente la testa, vide la motocicletta e saltò di lato. Poi sorrise, come se l’intera manovra fosse stata organizzata per lui.
Una parte della sua mente restava sempre sul chi va là. Controllava gli accessi laterali, il movimento degli animali, le ruote dei carri, i bambini, le buche e la ghiaia accumulata ai bordi. Ogni situazione poteva svilupparsi rapidamente e diventare un incidente. Più in profondità, però, il cervello lavorava al ritmo del motore. Recuperava fatti lontani, li metteva in ordine, provava collegamenti che durante gli anni erano rimasti separati.
Il pensiero della guerra gli rimase addosso mentre superava Frampul[3] e proseguiva verso Cesena. La guerra di Spagna era più vicina. Aveva ancora colori, voci e odori precisi. Vi aveva trascorso parecchio tempo l’anno precedente, abbastanza da riconoscere quanto una guerra moderna sapesse assomigliare a quella vecchia e, insieme, preparare qualcosa di peggiore. In Spagna il fango delle trincee conviveva con gli aeroplani. I muli salivano lungo sentieri antichi mentre i bombardieri attraversavano il cielo. Le colonne avanzavano con autocarri moderni e si fermavano per mancanza di benzina. Le città ricevevano la guerra dall’alto, senza avere bisogno di trovarsi al fronte.
Aveva sentito esplodere le bombe in quartieri abitati. Aveva visto finestre vuote, muri aperti, stanze rimaste sospese sopra la strada con i letti ancora dentro. Aveva visto donne scavare con le mani, uomini trasportare corpi su porte divelte, bambini fermi davanti a case che fino a poche ore prima contenevano tutta la loro vita. Il rumore della Gilera, quando il motore saliva di giri, richiamava anche quello degli aeroplani. All’inizio un ronzio remoto, poi una presenza capace di occupare tutto il cielo. Si imparava a distinguere la direzione, l’altezza, il numero. Si imparava anche l’inutilità di certe distinzioni quando le bombe cominciavano a cadere.
In Spagna aveva visto uomini combattere dentro una storia già raccontata. Ognuno aveva le proprie parole d’ordine: rivoluzione, patria, fede, ordine, libertà, che cambiavano a seconda della divisa e della lingua. I morti, visti da vicino, invece si assomigliavano tutti. Era tornato con la sensazione di avere assistito a una prova generale. Le armi, gli uomini, le alleanze e perfino le menzogne sembravano preparate per un conflitto più grande. Lì Mussolini lo aveva mandato a osservare e riferire. Anche allora senza carte capaci di spiegare davvero il suo ruolo. Si era mosso tra comandi, aeroporti, città colpite e retrovie, raccogliendo ciò che i rapporti ufficiali tendevano a rendere ordinato. Aveva visto gli italiani raccontare vittorie dove c’erano stati soltanto avanzamenti costosi, attribuire ogni errore agli alleati, trasformare l’improvvisazione in ardimento.
Adesso lo chiamava a Riccione. Il collegamento tra le due cose rimaneva ancora nascosto, eppure sentiva che esisteva. Ripensò alla prima volta in cui aveva conosciuto Mussolini Benito, di Alessandro, di Dovia di Predappio. Era il 1896, al collegio salesiano di Faenza. Mussolini aveva un anno più di lui. Un ragazzino scontroso, chiuso, pronto a reagire a ogni contrarietà come se vi leggesse un affronto personale. Violento, avrebbero detto in seguito. Era stato espulso per avere accoltellato un compagno di classe. Accoltellato, poi. Una parola grossa. Poco più di una scorticatura. Nella versione che Benito aveva sempre preferito, il coltello, il sangue e l’espulsione diventavano dettagli secondari dentro il suo racconto. La responsabilità apparteneva invariabilmente a qualcun altro: il compagno lo aveva provocato, i superiori avevano esagerato, il collegio aveva frainteso. Già allora possedeva il talento di abitare una storia diversa da quella degli altri.
Per quasi vent’anni le loro strade si erano separate. Cesare era entrato nel Corpo delle Guardie di Città. Un breve addestramento a Roma, poi Bologna. Aveva imparato la disciplina, i regolamenti, la strada, la distanza da tenere durante una manifestazione e il modo in cui una folla cambiava umore. Trasferito a Ravenna, aveva portato con sé Anna. Si erano sposati e avevano vissuto per qualche tempo in quella città. Cesare ricordava una città vecchia e una campagna povera. Anna ricordava soprattutto la lontananza da Montevalle, le stanze in affitto e le giornate passate ad aspettare che lui rientrasse. Poi era nato Giovanni.
La guerra aveva interrotto tutto. Quattro anni durante i quali Anna era tornata al paese e Cesare aveva attraversato distaccamenti, retrovie, magazzini, comandi e linee avanzate. Finito il conflitto, era rientrato in Romagna, prima ancora a Ravenna, dentro un dopoguerra pieno di rabbia, armi, scioperi e uomini convinti che la guerra potesse continuare cambiando soltanto uniforme. Mussolini aveva cominciato la propria ascesa. Quando era diventato capo del governo, si era ricordato del vecchio compagno di collegio. Prima qualche incarico. Domande da fare senza apparire. Persone da incontrare. Fatti da verificare evitando i normali canali di servizio. Poi il trasferimento a Montevalle.
Aveva impiegato qualche tempo a capire se considerarlo un premio. Ormai propendeva per il sì. Montevalle era l’unico paese dell’Appennino romagnolo dotato di una stazione di polizia al posto della consueta caserma dei carabinieri. Una stranezza amministrativa tenuta in piedi dalla volontà di qualcuno più in alto. Mussolini lo aveva ricompensato riportandolo a casa. Al tempo stesso lo aveva collocato in un luogo preciso, facilmente raggiungibile, fuori dai corridoi delle questure e dalle curiosità dei colleghi. Conservato a disposizione. Da lì era partita la rumba.
Superò Cesena. La città si richiuse dietro di lui e la pianura tornò a distendersi. Il sole era salito, l’aria diventava più calda e la strada mandava un odore di polvere e catrame. Sui muri delle case coloniche e degli edifici affacciati sulla via Emilia comparivano le scritte del regime. Mussolini ha sempre ragione. Come no, pensò Cesare. Conosceva Benito da prima che gli italiani fossero tenuti a riconoscergli ragione per decreto, disciplina o prudenza. Libro e moschetto, fascista perfetto. La frase occupava il muro di una scuola. Poco più avanti, nel cortile, alcuni bambini marciavano sotto la guida di un maestro. Noi tireremo diritto. Il suo animo romagnolo reagì da solo. Speriamo di no. Ricordati di fare la curva. Seguì la curva e sorrise dentro la cuffia.
Nei paesi incontrava scolaresche raccolte nelle piazze. I bambini portavano camicia nera, pantaloncini corti grigioverdi, fascia azzurra e fez. Le bambine indossavano camicetta bianca, gonna nera e fazzoletto azzurro al collo. Facevano l’adunata, assistevano all’alzabandiera, tendevano il braccio nel saluto romano. Le voci arrivavano fino alla strada. Giovinezza, giovinezza… Cesare riprese il motivo quasi senza accorgersene. La melodia si adattava bene al ritmo regolare del motore. Giovinezza… giovinezza… Uno spiritello nascosto nella sua testa aggiunse subito: macarò cun la suzeza[4]. La versione clandestina gli rimase in mente per qualche chilometro, alternandosi a quella ufficiale.
Continuando a pensare e a canticchiare, superò Savignano e Santarcangelo. La via Emilia proseguiva verso Rimini attraverso una pianura ormai prossima alla costa. L’aria cominciò a cambiare. Portava un’umidità più larga, un odore che Cesare riconosceva da Ravenna e dai viaggi di guerra, anche se il mare restava ancora nascosto. Raggiunse il Borgo San Giuliano e attraversò il ponte di Tiberio, sopra il vecchio alveo del Marecchia. Oltre il ponte, la via Emilia entrava nel cuore della città e diventava corso d’Augusto. Rallentò. Le case si stringevano attorno alla strada, il traffico aumentava e i passanti occupavano la carreggiata con la sicurezza di chi considerava ogni veicolo un problema del conducente. Percorse un tratto del corso, poi piegò verso la stazione. Da lì raggiunse viale Principe Amedeo, il lungo collegamento che portava dalla città alla marina. In fondo al viale il mare comparve all’improvviso, aperto oltre gli edifici e le file di alberi.
Cesare lo guardò mentre procedeva verso il litorale. La superficie chiara occupava l’orizzonte. La luce si spezzava sull’acqua, le onde arrivavano alla spiaggia con una regolarità priva di urgenza. Qualche barca era tirata in secco. Lungo la costa si alternavano villini, alberghi, pensioni e stabilimenti che si preparavano alla stagione. Raggiunta la litoranea, piegò verso sud. Alla sua destra correvano gli edifici della marina; alla sinistra, oltre la spiaggia, il mare appariva e scompariva tra gli accessi, le terrazze e le file di cabine. Il vento portava odore di salsedine, alghe e legno bagnato. La strada seguiva la costa verso Bellariva, Marebello e Miramare, quindi proseguiva in direzione di Riccione. La Gilera avanzava con un ritmo regolare, quasi allegro. Cesare sentiva invece crescere una cautela difficile da spiegare. Mussolini lo aspettava in una villa affacciata sullo stesso mare. Lo aveva convocato senza indicargli il motivo, seguendo il metodo riservato agli incarichi destinati a restare fuori dai fascicoli. Cesare conosceva quel metodo. Prima arrivava una richiesta vaga. Poi una stanza chiusa. Infine una storia già pronta, dentro la quale mancava soltanto qualcuno capace di muoversi senza lasciare impronte.
Guardò ancora il mare. Da riva appariva uniforme, compatto, quasi immobile. Sotto quella superficie si muovevano correnti invisibili. Bastava allontanarsi di poco dalla costa perché la profondità cambiasse e l’acqua cominciasse a trascinare in una direzione diversa da quella che credevi. Cesare ebbe la sensazione di essere stato chiamato per entrare in una bugia. Una bugia già costruita. Qualcuno l’aveva pensata, preparata e forse cominciata a raccontare. A lui sarebbe toccato riconoscerne la struttura, trovare il punto in cui la realtà era stata piegata e capire perché Mussolini avesse bisogno proprio di lui. Forse avrebbe dovuto correggere la storia. Forse renderla credibile. La guerra di Spagna gli aveva insegnato che le bugie migliori contenevano molti fatti veri. I nomi erano corretti, i luoghi esistevano, gli uomini erano morti davvero. Bastava spostare una causa, cancellare un ordine o cambiare l’ora di un avvenimento. Il resto si sistemava da solo.
Continuò verso sud. Miramare rimase alle spalle. Riccione si annunciò attraverso un aumento di villini, alberghi e giardini, una successione di edifici costruiti per accogliere persone che arrivavano dalla città e desideravano vivere per qualche settimana vicino all’acqua. La villa di Mussolini era ormai vicina. Si raccontava che donna Rachele l’avesse comprata quasi di nascosto dal marito, intercettando un suo assegno. La storia circolava in versioni differenti, ma quella preferita da Cesare diceva che Mussolini avesse ricevuto una somma considerevole per le collaborazioni con la stampa estera. Fedele alla propria retorica di disinteresse verso il denaro personale, Benito aveva preso l’assegno davanti alla moglie e lo aveva consegnato a un segretario.
– Versatelo immediatamente nelle casse dell’Opera Nazionale Balilla.
Il gesto doveva essere apparso magnifico. Il Duce che rinunciava a un guadagno personale e lo destinava alla gioventù italiana. Una scena completa, pronta per essere raccontata. Rachele, però, aveva puntato gli occhi sulla villetta di Riccione appartenente alla famiglia Bernabei-Galli. Desiderava una dimora estiva stabile per i figli e possedeva un rapporto col denaro assai più concreto di quello esibito dal marito.
Aveva seguito il segretario fuori dalla stanza. – Ci penso io.
Si era fatta consegnare l’assegno e lo aveva usato per concludere l’acquisto della proprietà, destinata a diventare Villa Margherita e poi, più semplicemente, Villa Mussolini. All’Opera Nazionale Balilla sarebbe arrivato il resto, ammesso che ne fosse rimasto.
Cesare immaginò la scena. Benito intento a offrire all’Italia l’ennesima dimostrazione della propria grandezza. Rachele che gli passava dietro e trasformava il gesto pubblico in una casa per la famiglia.
Ciapa so e porta a cà. Macia![5]
La villa si avvicinava. Cesare sentiva ormai l’odore del mare anche quando gli edifici lo nascondevano. Il motore procedeva regolare, mentre dentro di lui le due guerre, Mussolini e la convocazione si disponevano nella stessa direzione. Aveva lasciato Montevalle poche ore prima. Anna sarebbe stata intenta alle proprie faccende. Giovanni avrebbe raggiunto il lavoro con la testa già rivolta alla sera e a Elena Guidi. Lui, invece, stava per entrare in una casa comprata sottraendo un assegno alla retorica del regime, per ascoltare un uomo che aveva trasformato la propria vita in una rappresentazione continua.
La sensazione provata davanti al mare acquistò maggiore consistenza. Qualcuno aveva preparato una bugia. Mussolini voleva che Cesare vi entrasse.
Sviluppo dei pezzi
«Lo sviluppo dei pezzi consiste nel portare rapidamente cavalli e alfieri su case attive, dalle quali partecipino alla lotta per il centro e preparino l’azione successiva. Ogni tempo impiegato nello sviluppo aumenta la coordinazione dell’esercito e rende più efficace l’iniziativa.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
Cesare si fermò davanti al posto di guardia, lasciò girare il motore ancora per qualche secondo e poi chiuse il rubinetto della benzina. Il brontolio della Gilera si abbassò fino a spegnersi, sostituito dal fruscio del vento tra i pini e dal rumore regolare delle onde, poco oltre il giardino. Sollevò gli occhialoni sulla fronte, si tolse i guanti e scese di sella. Il piantone aveva già fatto un passo verso di lui. Portava una divisa estiva impeccabile, il cinturone tirato e il berretto disposto con una precisione che contrastava con l’aria da villeggiatura della villa. Guardò prima Cesare, poi la motocicletta. Sulla Gilera indugiò un istante più del necessario.
– Documenti.
Cesare estrasse il portafoglio interno e gli consegnò la tessera. Il piantone lesse il nome, controllò la fotografia e passò il documento a un collega seduto dentro la garitta. Quello aprì un registro, fece scorrere il dito lungo una colonna e poi alzò gli occhi.
– Maresciallo Montanari, da Montevalle.
Il primo militare gli restituì la tessera con un atteggiamento appena diverso. Il nome risultava atteso e questo bastava a modificare il modo di guardare un uomo.
– Siete atteso, maresciallo. Lasciate pure qui la motocicletta. Provvederemo noi a sistemarla.
Cesare posò una mano sul manubrio.
– Preferisco metterla sul cavalletto io.
Il piantone si spostò per lasciarlo fare. Cesare scelse un punto riparato, lontano dalla ghiaia più cedevole, mise la Gilera sul cavalletto e controllò che fosse stabile. Ripose i guanti, gli occhiali e la cuffia nella borsa laterale, poi si passò una mano tra i capelli, ancora schiacciati dalla cuffia, per ravviarli.
– Da questa parte – disse il militare.
Il cancello in ferro battuto si apriva tra due pilastri bassi. I motivi a rampicante delle ante proseguivano quasi naturalmente nella vegetazione del giardino. Lo attraversò seguendo l’attendente lungo un vialetto acciottolato. Palme, oleandri già carichi di fiori e grandi cespugli di ortensie formavano quinte successive, tanto fitte da lasciare intravedere la villa soltanto a tratti. Il sole filtrava tra le foglie e disegnava chiazze dorate sulla ghiaia. Nell’aria si mescolavano il profumo dolce degli oleandri, l’odore resinoso dei pini marittimi e quello salmastro portato dalla brezza. Dopo la strada e il rumore del motore, quel giardino sembrava costruito per rallentare chi entrava. Ogni curva del vialetto sottraeva la vista del cancello e avvicinava un poco alla casa. Ebbe la sensazione di attraversare un confine più preciso di quello segnato dalla recinzione. Fuori c’erano Riccione, gli alberghi, le biciclette e la gente che preparava la stagione estiva. Dentro, ogni cosa ruotava attorno alla presenza di Mussolini, anche quando Mussolini restava invisibile.
La villa apparve oltre un gruppo di palme. Il corpo principale aveva proporzioni eleganti, più da dimora borghese che da residenza ufficiale. Una breve scalinata in pietra d’Istria conduceva all’ingresso, protetto da una pensilina in ferro e vetro decorato. L’attendente salì per primo, aprì il portone di legno intagliato e lo lasciò passare. Le vetrate policrome attenuavano la luce esterna. L’interno conservava una frescura lieve, profumata di cera, stoffe e finestre aperte sul mare. Il militare lo guidò in una saletta di passaggio trasformata in sala d’attesa. Era un ambiente raccolto, con una boiserie in legno chiaro nella parte inferiore delle pareti e tinte pastello sopra, percorse da fregi a stencil ispirati a foglie, conchiglie e piante marine. Il pavimento in seminato veneziano, decorato con motivi geometrici, rifletteva la luce proveniente dalle stanze vicine. Su un lato, un tavolino rotondo sosteneva una lampada con paralume di vetro, le cui piombature lo facevano assomigliare alla corolla di un fiore. Accanto erano disposte due poltroncine rivestite di velluto verde salvia. Una portafinestra conduceva al portico esterno, sorretto da pilastri leggeri sui quali l’edera aveva già preso possesso di buona parte della muratura. Da lì la vista attraversava il giardino e raggiungeva il mare. Oltre la linea dei pini marittimi, l’Adriatico occupava l’orizzonte con una luce quasi bianca. Davanti alla villa, presso un piccolo pontile, era ormeggiato un idrovolante. Le ali e lo scafo restituivano lampi irregolari ogni volta che l’acqua si muoveva.
Cesare lo osservò per qualche secondo. Conosceva abbastanza Mussolini da immaginare che l’aereo fosse arrivato lì pilotato da lui e che, prima della fine della giornata, avrebbe trovato il modo di raccontarlo.
– Aspettate qui, per cortesia – disse l’attendente. – Il Duce sta ricevendo.
Cesare rimase in piedi. Dalla stanza vicina arrivavano voci basse. Quella di Mussolini emergeva a tratti, privata dell’amplificazione che assumeva nelle piazze. Parlava lentamente, con una gravità quasi sacerdotale. Un’altra voce, femminile, rispondeva appena. L’attesa durò poco. La porta dello studio si aprì e Alessandro Chiavolini comparve per primo. Indossava un completo a tre pezzi grigio chiaro, di fresco di lana, perfettamente adatto alla stagione. Anche in una villa sul mare conservava l’aspetto di chi era appena uscito da un ufficio e poteva rientrarvi senza cambiare nulla.
Dietro di lui veniva una donna che Cesare giudicò vicina ai sessant’anni. Portava un abito nero di foggia austera, quasi monacale, ravvivato soltanto da un piccolo colletto di pizzo bianco. Camminava eretta, con una compostezza che sembrava richiederle uno sforzo continuo. Le rughe sottili avevano inciso il viso senza cancellarne la severa bellezza. I capelli, completamente bianchi, erano raccolti in uno chignon basso fermato da semplici forcelle d’ambra. La fronte alta e scoperta contribuiva a darle un’aria di quieta autorità. Mussolini la seguiva. Portava pantaloni chiari di tela e una camicia aperta al collo. L’abbigliamento informale accentuava la sensazione che quella fosse casa sua e che tutti gli altri, compresi i funzionari dello Stato, vi entrassero come ospiti.
– Ve lo garantisco, donna Dorina – stava dicendo a bassa voce. – Faremo tutto ciò che è possibile per trovare vostro figlio. Sono padre anch’io. Posso solo immaginare il peso che porta un genitore quando perde un figlio.
La donna lo ascoltava tenendo le mani unite davanti al ventre. Il viso rimase composto, ma le dita si strinsero l’una nell’altra. Cesare si mise sull’attenti, le mani lungo i fianchi, i pollici premuti contro le cuciture delle gambe dei pantaloni. Mussolini lo scorse. Per un attimo gli occhi cambiarono espressione. Lo riconobbe, registrò la sua presenza e tornò subito alla parte che stava interpretando.
– Ora cercate di riposare – continuò Mussolini. – Chiavolini vi accompagnerà da donna Rachele. Saprà prendersi cura di voi.
Seguendo il suo sguardo, la donna si voltò. Vide Cesare, la postura militare, il giubbotto di cuoio, il volto segnato dal viaggio. Lo studiò con una rapidità che gli ricordò certe madri incontrate durante la guerra, capaci di capire prima ancora che qualcuno parlasse se l’uomo davanti a loro portava una speranza oppure una notizia.
– Lei è qui per trovarlo? – chiese.
Cesare non aprì bocca.
– Oppure è qui per chiudere la faccenda?
La seconda domanda arrivò prima che potesse rispondere alla prima. Mussolini spostò il peso da un piede all’altro. Chiavolini fece un mezzo passo verso la donna, ma lei continuò a guardare Cesare. Lui tacque. Non sapeva ancora perché fosse stato convocato; l’angoscia della donna lo metteva a disagio, quasi lo costringesse a distogliere lo sguardo.
– Ettore ha sempre avuto il gusto di vedere quanto gli altri fossero attenti – disse. – Da bambino spostava gli oggetti di casa. Un portacenere, un libro, la sedia di suo padre. Pochi centimetri, quanto bastava per cambiare l’ordine di una stanza senza renderlo evidente. Poi osservava. Voleva sapere chi se ne sarebbe accorto. Abbassò gli occhi per un istante, come se la stanza della villa avesse lasciato il posto a una casa lontana.
– La sera rimetteva tutto al proprio posto. Nessuno glielo chiedeva. Lo faceva perché l’esperimento era finito.
Cesare sentì Chiavolini respirare più profondamente, impaziente di chiudere quella conversazione. Dorina proseguì.
– Altre volte saliva sopra un albero e restava lassù per ore. Guardava noi che lo cercavamo, ascoltava le voci, vedeva crescere la paura. Poi scendeva quando decideva lui. Senza spiegazioni, quasi sorpreso dal nostro affanno.
Sollevò di nuovo lo sguardo.
– Anche adesso può avere spostato qualcosa. Una lettera, un orario, una parola. Tutti stanno guardando il posto dove lui vuole che guardino.
La voce ebbe un cedimento appena percettibile sull’ultima parola. Chiavolini le prese la mano destra nella propria e appoggiò l’altra al gomito della donna.
– Donna Dorina, venite. Donna Rachele vi aspetta.
Lei lasciò che la guidasse, continuando a fissare Cesare per altri due passi. La porta del corridoio si chiuse alle loro spalle.
Mussolini rimase immobile finché il rumore dei passi si allontanò. Il viso mantenne per un istante l’espressione comprensiva riservata alla donna. Poi le guance si gonfiarono e lasciò uscire uno sbuffo impaziente.
– Quella donna riesce a rompermi i santissimi perfino in villeggiatura.
Cesare rilassò lentamente le braccia dalla posizione d’attenti.
– Arriva senza appuntamento, mobilita mezzo Stato, attraversa i posti di guardia come se fossero tende e pretende che io faccia comparire suo figlio dal mare. Dimmi tu se un uomo che porta sulle spalle il destino di una nazione deve ritrovarsi un impiastro del genere anche durante un brevissimo, strameritatissimo riposo!
La trasformazione era completa. Della voce sommessa usata con Dorina rimaneva soltanto il volume. Il tono apparteneva al Mussolini che Cesare ricordava da ragazzo: offeso dalla semplice esistenza delle esigenze altrui. Poi l’irritazione si spense con la stessa rapidità con cui era comparsa. Mussolini allargò le braccia.
– Ma veniamo a noi. Montanari Cesare da Montevalle. Muntvèl. A sit incóra a e’ mònd![6] Me ne compiaccio.
– Buongiorno, Duce.
Cesare evitò il saluto romano e lasciò fermi i tacchi. Mussolini guardò per un istante il suo braccio, divertito da un’abitudine ormai consolidata, e decise di ignorarla.
– Sémpar e’ sólit[7] – disse. – Anche quando tutto il resto cambia.
Prese Cesare per il braccio con una familiarità teatrale e lo condusse verso il portico.
– Vieni. Qui dentro c’è odore di lacrime.
Attraversarono il portico e scesero i pochi gradini che conducevano al giardino. Il sole era salito e l’ombra dei pini si era accorciata. Dal mare arrivava una luce forte, capace di far socchiudere gli occhi. Mussolini camminava a passo rapido, con le mani dietro la schiena, lasciando che Cesare si adattasse al suo ritmo.
– È un momento di grandi cambiamenti per l’Italia – cominciò. – Finalmente avremo il posto che ci compete tra le nazioni. La settimana prossima accompagnerò Hitler a Roma, Napoli e Firenze. Vedrà l’Italia imperiale, la sua disiplina, la sua forza. Gli faremo capire che qui esiste un popolo capace di marciare nella storia.
Cesare ascoltava. Conosceva quel tono. Mussolini provava le frasi sugli interlocutori privati prima di usarle davanti alle folle. Le pesava, le allungava, verificava dove inserire una pausa e quale parola meritasse il pugno o il mento sollevato.
– Il Re e il Papa sono pieni di timori – continuò. – Gli ho fatto venire i furtùr[8]! Il Re teme di restare in ombra. Il Papa ha fatto sapere che chiuderà i Musei Vaticani e si ritirerà a Castel Gandolfo proprio durante la visita. Un gesto meschino, pensato per gettare discredito sull’Italia fascista.
Alzò una mano verso il mare, come se anche l’Adriatico fosse tenuto a condividere la sua indignazione.
– E dire che pochi giorni fa ho posato la prima pietra di Pomezia, l’ultima città della bonifica dell’Agro Pontino. Duemila anni di papi hanno lasciato paludi e febbri. Noi, in quindici anni, abbiamo portato strade, case, campi, città. Questa è la differenza tra predicare e governare.
Cesare pensò alle parole dipinte sui muri lungo la via Emilia. Mussolini ha sempre ragione. Noi tireremo diritto. In quella passeggiata le frasi sembravano uscire direttamente dalla sorgente, ancora calde e prive della vernice che le avrebbe fissate sulle facciate.
Il Duce si fermò all’ombra di una palma e si voltò.
– E tu, vecchio commilitone? Come stai?
La domanda arrivò con l’aria di una concessione. Cesare ebbe il tempo di pensare a molte risposte. Pensò ad Anna, che teneva i conti di casa con una precisione ostinata. La carne costava sempre di più. Il burro era diventato una spesa da valutare. Lo zucchero si comprava con cautela. Otello, il barista di Montevalle, brontolava perché il caffè vero stava diventando un lusso e i clienti dovevano accontentarsi di miscele nelle quali l’orzo e la cicoria occupavano ogni mese più spazio. Pensò alle circolari arrivate in stazione nelle settimane precedenti. Alcune portavano la dicitura riservata e chiedevano informazioni che fino a poco tempo prima nessuno avrebbe pensato di raccogliere: nomi, famiglie, professioni, provenienze, rapporti con comunità ebraiche. Le parole erano amministrative, il tono neutro. Proprio per questo gli avevano lasciato addosso un disagio più persistente. Pensò anche alla Spagna. Alle strade bombardate, agli ospedali improvvisati, alle relazioni che trasformavano i morti in numeri e le ritirate in rettifiche tattiche. Mussolini aspettava una risposta breve. Cesare gliela diede.
– Grazie, Duce. A casa stiamo bene. Prepariamo il matrimonio di Giovanni. Si sposerà l’anno prossimo.
– Il tuo ragazzo?
– Ormai ha ventisei anni.
– Ventisei? – Mussolini aggrottò la fronte, come se il tempo avesse commesso un’indisciplina. – E chi è la fortunata?
– Elena Guidi. Una brava ragazza.
Pronunciò il nome con una semplicità che conteneva l’approvazione sua e di Anna. Mussolini annuì solennemente.
– Benessum[9]. Le mie congratulazioni ai novelli sposi.
Riprese a camminare, ma il passo rallentò. Il viso assunse l’espressione di chi sta componendo.
– Che la sposa sia il fiero e silenzioso baluardo del focolare domestico, generosa madre di una schiera feconda di forti cittadini per la grandezza della Patria. Che lo sposo incarni l’implacabile combattente di ogni battaglia, inflessibile soldato nelle trincee della guerra e tenace legionario nel titanico lavoro quotidiano per la gloria imperiale d’Italia.
Si fermò soddisfatto, diede di gomito a Cesare e strizzò un occhio.
– Hai sentito? D’Annunzio, pace all’anima sua, mi fa un baffo.
Cesare immaginò Giovanni mentre faceva colazione, con la testa occupata da Elena e una fetta di pane dimenticata tra le dita. Fiero baluardo, schiera feconda, titanico lavoro. Pensò che al figlio sarebbe bastato riuscire a incontrarla all’uscita dal lavoro.
– Glielo riferirò – disse.
– Tutto, parola per parola.
– Farò del mio meglio.
Mussolini rise. Per qualche passo sembrò davvero divertirsi, poi il mare tornò visibile tra i pini e la sua attenzione si spostò sull’idrovolante.
– L’hai visto?
– Sì.
– Sono arrivato da Roma con quello. Ho pilotato quasi per tutto il tragitto.
Cesare guardò il velivolo ormeggiato al pontile. Le ali chiare si muovevano appena sotto le raffiche provenienti dal largo.
– È una bella macchina – disse.
– Bella? È perfetta. Nell’aria bisogna decidere prima che il dubbio abbia il tempo di formarsi. È una disiplina utile anche a terra.
Mussolini accelerò verso la spiaggia. Cesare lo seguì lungo un sentiero di lastre chiare che attraversava il prato e scendeva verso il pontile. L’odore del mare si fece più intenso. Sulla battigia, l’acqua lasciava una striscia scura che il sole asciugava lentamente. Quando raggiunsero l’idrovolante, Mussolini appoggiò una mano a un montante e cominciò a descriverne le qualità: la risposta ai comandi, la stabilità, la facilità di ammaraggio. Parlava con competenza sufficiente a sostenere l’entusiasmo e con entusiasmo sufficiente a coprire ogni lacuna. Cesare lo ascoltava a metà. La domanda di Dorina continuava a lavorargli dentro. “Lei è qui per trovarlo, oppure per chiudere la faccenda?”
– o –
Chiavolini li raggiunse mentre Mussolini illustrava una virata compiuta sopra gli Appennini. Camminava sulla sabbia con una cautela che proteggeva le scarpe più dell’equilibrio. Arrivato accanto a loro, fece un cenno.
– Donna Dorina è con donna Rachele.
– Finalmente – disse Mussolini. – Bando alle ciance, Cesare. Siamo qui per lavorare.
Lasciò il montante dell’aereo e si rivolse a lui con un’espressione diversa. La conversazione privata era finita. Il Duce, il segretario e il maresciallo formavano ora un piccolo ufficio all’aperto, isolato dal rumore dell’acqua e dalla distanza rispetto alla villa.
– La signora che hai incontrato è donna Salvatrice Corso in Majorana, detta Dorina. Suo figlio Ettore è professore di fisica teorica. Il ventisette marzo si è imbarcato a Palermo sul postale notturno diretto a Napoli. All’arrivo, di lui si era persa ogni traccia.
Cesare guardò Chiavolini.
– Due giorni prima – continuò il segretario – aveva raggiunto Palermo in nave. Prima di partire aveva lasciato una lettera a un collega e ne aveva scritta un’altra alla famiglia. In entrambe annunciava l’intenzione di togliersi la vita.
– Poi ha cambiato idea – aggiunse Mussolini. – O ha scritto di averla cambiata.
Chiavolini riprese.
– Da Palermo inviò un telegramma e una seconda lettera. Diceva che il mare lo aveva rifiutato e che sarebbe tornato. Si imbarcò sul piroscafo per Napoli. Almeno questo risulta dai documenti e dalle testimonianze raccolte.
– Cabina? – chiese Cesare.
– Una cabina condivisa. Esistono testimonianze discordanti su chi vi abbia viaggiato e su chi sia stato visto durante la traversata. Il controllo a bordo del biglietto risulta dai registri. Ma proprio questo passaggio presenta margini di incertezza.
– Bagagli?
– Pochi. Una valigia. Documenti personali. Denaro prelevato prima della partenza.
Chiavolini fece una pausa. Cesare si chinò leggermente per ripararsi dal sole con l’ombra dell’ala.
– Qualcuno lo ha visto scendere a Napoli?
– Qualcuno sostiene di sì – rispose Chiavolini. – Altri ricordano un uomo che poteva somigliargli. Nessuna identificazione regge da sola.
Mussolini fece un gesto impaziente.
– Nessun corpo. Nessun cappotto sulla tolda. Nessuna valigia abbandonata con la firma sopra. Soltanto lettere, supposizioni e una madre che pretende certezze.
Cesare guardò il mare. La superficie sembrava quasi ferma, malgrado il vento.
– La famiglia crede alla fuga volontaria.
– La famiglia è convinta che Ettore sia vivo – disse Mussolini. – E la famiglia possiede mezzi sufficienti per trasformare una convinzione in un problema nazionale.
Chiavolini aprì una cartella sottile che aveva portato sotto il braccio.
– Il cognato di donna Dorina è consigliere di Stato. La denuncia è arrivata direttamente al capo della polizia, Arturo Bocchini, e al suo vice, Carmine Senise. La via ordinaria è stata saltata fin dall’inizio.
– Hanno mobilitato prefetture, questure, porti, ferrovie – aggiunse Mussolini. – Poi hanno coinvolto il Vaticano. Conoscono cardinali, monsignori, gesuiti. Ogni giorno compare una nuova persona convinta di poter trovare quel professore con una telefonata.
– Le gerarchie cattoliche stanno raccogliendo informazioni attraverso conventi e istituti religiosi – disse Chiavolini. – Cercano un possibile rifugio. La famiglia ritiene plausibile che Majorana abbia scelto un monastero o una casa religiosa.
– Perché? – domandò Cesare.
– Era credente – rispose Chiavolini. – O almeno possedeva una formazione religiosa profonda. La sua vita privata era riservata. I familiari leggono quel riserbo come una possibile inclinazione al ritiro.
Mussolini scosse la testa.
– Quando un uomo sparisce, tutti trasformano le sue abitudini in profezie. Se leggeva il Vangelo, allora è in convento. Se guardava il mare, allora è annegato. Se aveva denaro, allora è fuggito in America.
Cesare ricordò le parole della madre: Ettore spostava gli oggetti per vedere chi si accorgeva del cambiamento.
– Cosa manca? – chiese.
Chiavolini lo guardò.
– In che senso?
– Donna Dorina ha detto che suo figlio si rivelava attraverso le assenze. Quale cosa dovrebbe esserci e invece manca?
Il segretario sfogliò alcune pagine.
– Una spiegazione coerente. Le lettere indicano il suicidio. Il telegramma lo ritira. Il viaggio di ritorno conferma il ripensamento. L’arrivo a Napoli resta incerto. Ogni elemento spinge in una direzione e quello successivo la corregge.
– Denaro?
– Aveva ritirato gli stipendi arretrati e una somma consistente dal conto.
– Abbastanza per vivere nascosto?
– Per un certo periodo, sì.
– Carte scientifiche?
Chiavolini sollevò lo sguardo dal fascicolo, strizzando le palpebre.
– Questa è una delle ragioni per cui siamo qui.
Mussolini si avvicinò a Cesare. Parlò a voce più bassa, anche se nei dintorni si vedevano soltanto due uomini della sorveglianza a distanza.
– La famiglia vuole il figlio. La polizia vuole chiudere una scomparsa. Io voglio sapere dove si trova un uomo che può valere più di un reparto.
– Perché? – chiese Cesare.
Mussolini strinse le labbra. Il dubbio espresso da Cesare gli dava fastidio, ma proprio per quel genere di domande lo aveva chiamato.
– Chiavolini, spiegagli cosa fanno questi fisici.
Chiavolini chiuse la cartella e la tenne con entrambe le mani, quasi volesse dare alla spiegazione una forma ordinata.
– Ettore Majorana appartiene a un gruppo di ricercatori raccolto attorno all’Istituto di fisica dell’Università di Roma. Il gruppo è sostenuto dal senatore Orso Mario Corbino e diretto dal professor Enrico Fermi. Si occupano della struttura della materia, della radioattività, delle particelle che compongono l’atomo.
Mussolini alzò gli occhi al cielo.
– In parole da cristiani.
Chiavolini accettò l’interruzione.
– Cercano di capire da cosa sia fatta la materia e quali forze la tengano insieme. Per farlo bombardano alcuni elementi con particelle, osservano le trasformazioni e misurano l’energia prodotta.
– Bombardano? – Mussolini tornò interessato. – Questo è già un verbo migliore.
– Su scala microscopica – precisò Chiavolini. – Gli effetti pratici, almeno per ora, riguardano soprattutto la ricerca.
– Per ora – ripeté Mussolini. – Ogni arma comincia con un professore che dice di occuparsi soltanto di ricerca.
Cesare ascoltava in silenzio. La guerra gli aveva insegnato che molti strumenti arrivavano al fronte dopo essere stati presentati come semplici progressi tecnici. Il gas era nato nei laboratori. Gli aeroplani erano stati macchine sportive e postali prima di diventare presenze sopra le città.
– Questi giovani – proseguì Chiavolini – trascorrono le giornate tra calcoli, apparecchiature, sorgenti radioattive e misurazioni. Lavorano in un campo che pochissime persone riescono a seguire. Anche tra loro, Majorana viene considerata una persona eccezionale.
– Da chi? – chiese Cesare.
– Da Fermi, da Amaldi, da Segrè. Da tutti quelli che hanno lavorato con lui.
Mussolini intervenne.
– Fermi lo ha definito un genio, vero?
– Con parole molto nette – disse Chiavolini. – Ritiene che Majorana possieda un’intuizione fuori dal comune. Comprende problemi che richiedono settimane di lavoro e spesso arriva al risultato senza mostrare i passaggi.
– Comodo – commentò Mussolini. – Anche i profeti facevano così.
Chiavolini proseguì con la pazienza di chi aveva già preparato il discorso.
– Enrico Fermi ha un aspetto semplice, quasi sportivo. Chi lo incontra fuori dall’università potrebbe scambiarlo per un giovane impiegato o per un insegnante di provincia. Nel lavoro, però, possiede una concentrazione ferrea. Alterna la teoria matematica a una straordinaria capacità pratica. Sa costruire un esperimento, correggere uno strumento, trovare l’errore in un calcolo e decidere quali risultati meritino attenzione.
– Un uomo utile – disse Mussolini.
– Molto utile.
– E Majorana?
Chiavolini esitò appena.
– Diverso. Meno continuo. Più difficile da governare. Pubblica poco, lavora da solo, distrugge appunti che altri conserverebbero per anni. Può risolvere un problema davanti ai colleghi, scrivere il risultato sopra un pacchetto di sigarette e poi gettarlo via.
Cesare guardò il segretario.
– Perché?
– Perché, una volta risolto, il problema perde interesse. Almeno così dice.
– Oppure vuole scegliere ciò che lascia agli altri – disse Cesare.
Mussolini gli rivolse un’occhiata rapida.
– Ecco perché sei qui.
Chiavolini riprese.
– Negli ultimi anni Majorana si era isolato. Frequentava meno l’Istituto. Aveva ridotto i rapporti con i colleghi. Poi, all’inizio di quest’anno, ha accettato la cattedra di fisica teorica a Napoli. La nomina è avvenuta per chiara fama, fuori dal concorso ordinario. Si è trasferito, ha cominciato le lezioni e, poche settimane dopo, è scomparso.
– Ha lasciato lavori incompiuti? – domandò Cesare.
– Certamente. Il punto consiste nel capire quali e dove siano.
Mussolini si avvicinò all’acqua. La punta delle scarpe raggiunse quasi la parte bagnata della sabbia.
– Sia ben chiaro, Cesare. L’Italia deve tornare alla guida delle nazioni. Roma ha portato strade, diritto e civiltà in mezzo mondo. Adesso tocca alla scienza dare una nuova forma a quella spinta.
Si voltò e indicò l’idrovolante.
– La radio, l’aviazione, i motori: queste cose cambiano la forza di un paese. Guglielmo Marconi, buonanima, ha inventato la radio. Mi aveva parlato anche di un raggio capace di fermare a distanza i motori, spegnere aerei, bloccare carri armati, neutralizzare interi eserciti prima ancora del combattimento.
Guardò Cesare con improvvisa serietà.
– Tu lo hai mai visto?
– Cosa? Il raggio?
– Sì.
– No.
– Nemmeno io. Se lo ha costruito, se lo è portato nella tomba.
Chiavolini abbassò gli occhi. Conosceva abbastanza Mussolini da lasciargli concludere la divagazione.
– Questi fisici, invece, stanno cercando qualcosa dentro la materia – continuò il Duce. – Magari oggi sembra un gioco di formule. Domani può diventare energia, industria, potenza. E il migliore di loro decide di sparire proprio adesso.
Cesare osservò l’acqua attorno ai galleggianti dell’idrovolante.
– Temete che sia andato all’estero?
– Considero ogni possibilità – rispose Mussolini. – Germania, Francia, Inghilterra, America. Anche la Russia, se qualcuno gli ha riempito la testa.
– Ci sono elementi in questo senso?
Chiavolini intervenne.
– Al momento, nessuno. Majorana mostrava scarso interesse per la politica. Proprio questa estraneità rende difficile prevederne le scelte. Un uomo politico lascia contatti, simpatie, avversari. Lui lascia calcoli.
– E lettere di addio – aggiunse Cesare.
– Anche quelle.
Il sole faceva brillare la sabbia.
– Qual è l’incarico esatto?
Mussolini lo fissò.
– Trovarlo.
– Vivo.
– Preferibilmente.
– E se fosse morto?
Mussolini fece un gesto con la mano, come per allontanare una seccatura.
– Allora voglio una certezza. Un corpo, una prova, una ricostruzione capace di reggere. La famiglia avrà la sua risposta e lo Stato saprà cosa è andato perduto.
– E se avesse scelto di scomparire?
– Le scelte individuali hanno un limite – disse Mussolini. – Majorana è cresciuto nelle università italiane, pagato dallo Stato italiano, nominato professore dal Regno. Il suo ingegno appartiene alla nazione.
Chiavolini formulò il concetto con maggiore precisione.
– Il Duce intende dire che le sue conoscenze possiedono un valore pubblico. Prima di riconoscergli il diritto a una vita nascosta, occorre stabilire che cosa sappia, quali materiali abbia portato con sé e quali contatti abbia eventualmente cercato.
Cesare lasciò passare qualche secondo.
– Donna Dorina crede che vogliate chiudere la faccenda.
Mussolini si irrigidì.
– Donna Dorina crede che ogni uomo dello Stato abbia già scelto la soluzione più comoda. Tu dimostrale che si sbaglia.
Chiavolini guardò Mussolini. Il Duce sorrise appena.
– La polizia sta svolgendo la propria indagine. Tu svolgerai la mia.
Cesare conosceva quella formula. Significava porte aperte grazie a nomi pronunciati a bassa voce, documenti mostrati senza ricevuta, persone interrogate fuori da ogni verbale. Significava anche che, in caso di difficoltà, ogni scelta sarebbe apparsa sua.
– Bocchini? – chiese.
Chiavolini rispose subito.
– Arturo Bocchini resta il capo della polizia e quindi il vostro superiore più alto. La sua struttura possiede già il fascicolo ufficiale. Il vostro lavoro seguirà un flusso separato.
– Qualora vi interrogasse direttamente – continuò– risponderete. Darete il minimo indispensabile, con rispetto e senza costruire menzogne facili da smentire.
– Bocchini deve restare fuori dalle nostre informazioni – disse Mussolini. – Ha molti occhi e una memoria eccellente. Gli bastano quelli.
Chiavolini guardò verso la villa.
– A Roma vi presenterete come incaricato di una verifica amministrativa legata alla cattedra di Napoli e agli effetti personali del professore. All’Istituto di fisica potrete usare il vostro grado, se servirà. L’ordine arriverà attraverso canali riservati.
Mussolini si stancò della precisione.
– Tu sai come si fa, Cesare. Guardi, ascolti, lasci che gli altri ti credano meno sveglio di quanto sei. Poi vieni da me e mi dici dov’è la crepa.
Cesare tornò a guardare il mare. La bugia che aveva intuito lungo la costa cominciava a mostrare i propri strati. C’erano le lettere di suicidio, il ripensamento, il viaggio, le testimonianze incerte, la pressione della famiglia, l’interesse della polizia, quello del Vaticano e quello di Mussolini. Ognuno cercava un uomo diverso: il figlio, il disperso, il credente, il professore, il patrimonio dello Stato.
– Chi altro conosce questo incarico? – domandò.
– Noi tre – disse Chiavolini. – E l’uomo che lavorerà con voi. Conosce soltanto la parte necessaria.
– La famiglia?
– Sa che il Duce ha promesso un interessamento personale. Ignora il modo.
– Fermi?
– Sa che verrà sentito ancora. La polizia lo ha già interrogato.
– Majorana aveva amici fuori dal gruppo?
– Pochi, secondo le prime informazioni. Li troverete nel fascicolo.
Mussolini batté una mano sul fianco dell’idrovolante.
– Ora basta parlare di professori. Vieni, ti presentiamo il tuo compagno.
Risalirono verso il giardino. Chiavolini camminava accanto a Cesare, mentre Mussolini li precedeva di alcuni passi. Il segretario approfittò della distanza.
– Un’avvertenza, Montanari.
Cesare lo guardò.
– Il Duce vuole un risultato rapido. La famiglia vuole un risultato consolante. La polizia vuole un risultato ordinato. Sono tre esigenze diverse.
– E voi quale volete?
Chiavolini sistemò il nodo della cravatta.
– Un risultato utile.
Attraversarono di nuovo il prato. Vicino a un vialetto laterale era parcheggiata una Fiat 1100, il Musone. La carrozzeria scura rifletteva le palme e una parte della facciata della villa. Era una berlina moderna, uscita l’anno precedente, elegante senza lusso e abbastanza robusta da adattarsi alle strade di provincia. Cesare ne aveva già viste alcune presso prefetture e direzioni ministeriali. Accanto alla vettura attendeva un uomo sui trentacinque anni. Era di statura media, asciutto, con i capelli scuri pettinati all’indietro e una linea di baffi curata sopra il labbro. Indossava un completo marrone chiaro troppo pesante per la giornata e teneva il cappello sotto il braccio. Appena vide Mussolini, irrigidì la schiena. Chiavolini fece le presentazioni.
– Maresciallo Cesare Montanari, questo è Luigi Serra. Lavorerà con voi durante l’incarico.
Serra scattò nel saluto romano con tale energia che il tacco destro sollevò un poco di ghiaia.
– Saluto al Duce!
Mussolini, Chiavolini e Cesare rimasero fermi a osservarlo. Per un istante nessuno ricambiò. Il braccio di Serra restò teso qualche secondo più del necessario. Poi Mussolini alzò appena il mento, concedendo il riconoscimento.
– Riposo.
Serra abbassò il braccio. Cesare gli porse la mano.
– Montanari.
L’altro la strinse con una breve esitazione, come se il gesto ordinario gli apparisse meno appropriato del saluto appena eseguito.
– Serra. È un onore lavorare con voi.
– Vedremo se diventa anche un piacere.
Serra cercò di capire se Cesare avesse scherzato. Il volto del maresciallo gli offrì poco aiuto. Chiavolini aprì la portiera posteriore della Fiat e prese una cartella di cuoio. Era più spessa di quella consultata sulla spiaggia. La consegnò a Cesare con entrambe le mani.
– Qui troverete una copia esatta del fascicolo in possesso della polizia. Lettere, telegrammi, verbali, testimonianze, orari dei piroscafi, comunicazioni con la famiglia, note marginali e primi accertamenti. Le copie sono state eseguite senza registrazione.
Cesare ne valutò il peso.
– Abbastanza carta per indagare – disse.
– Abbastanza carta per perdersi – precisò Chiavolini. – Vi suggerisco di distinguere subito i fatti dalle interpretazioni. Nel fascicolo sono già mescolati.
Cesare aprì la fibbia e sollevò il primo foglio. In alto lesse il nome: Ettore Majorana. Sotto comparivano data e luogo di nascita, professione, domicilio a Napoli. Una fotografia mostrava un uomo giovane, il volto magro, i capelli scuri, lo sguardo rivolto appena di lato. Sembrava infastidito dall’obiettivo. Richiuse la cartella.
– Dove cominciamo?
– Roma – rispose Chiavolini. – Istituto di fisica. Fermi, Amaldi e gli altri. La sede si è trasferita da poco nella Città Universitaria. Serra conosce il percorso e dispone delle autorizzazioni.
Mussolini si avvicinò alla Fiat e appoggiò una mano sul tetto.
– Vai a Roma con Serra. Potrai studiare il fascicolo durante il viaggio.
Cesare guardò verso il punto in cui aveva lasciato la Gilera.
– E la motocicletta?
– Verrà portata in Questura a Forlì – disse Mussolini, con un mezzo sorriso che gli increspò appena le labbra. – Così non dovrai preoccuparti di nulla, Montanari. La ritroverai al ritorno, lucida e in ordine, come se fosse rimasta in garage.
Fece una breve pausa, poi lo guardò di sbieco, con quell’aria tra il divertito e il compiaciuto che usava quando voleva sottolineare un favore concesso.
– D’altronde non è un cattivo regalo, no? – aggiunse, battendo leggermente il palmo sul fianco della carrozzeria della Fiat come se stesse parlando della motocicletta stessa. – Bel mezzo, vero?
La decisione era già stata presa. Cesare annuì. Una discussione su quel punto aveva offerto a Mussolini il piacere di ricordargli chi l’aveva pagata. Serra aprì la portiera anteriore destra.
– Guido io, maresciallo. Così potrete leggere.
Mussolini batté due volte la mano sul tetto della Fiat.
– Trovami quel geniaccio, Cesare. Vivo, nascosto, imbarcato per l’America o chiuso in un convento. Voglio sapere dove si trova e perché ha scelto di sparire.
Cesare tenne la cartella contro il fianco.
– E quando lo trovo?
Mussolini lo fissò. Dietro di lui, la villa appariva tra le palme e il mare brillava oltre il giardino.
– Prima parli con lui. Poi parli con me. – Un’ombra di impazienza attraversò il volto del Duce. – Sei sempre stato bravo a capire fin dove si può spingere un uomo.
Chiavolini chiuse il colloquio: – Relazioni soltanto al Duce o a me. Serra conosce il sistema per contattarmi. Evitate telefonate dagli uffici pubblici. Le comunicazioni scritte passeranno attraverso di lui.
Mussolini aveva già perso interesse per i dettagli. Tornò a guardare l’idrovolante e fece un cenno a un uomo della sorveglianza, come se avesse improvvisamente ricordato qualcosa da controllare. Cesare aprì la portiera anteriore. Prima di salire si voltò verso la villa. Attraverso una finestra del piano terreno intravide una figura femminile vestita di nero. Poteva essere Dorina oppure un’ombra prodotta dalla tenda. Rimase visibile per un istante e poi scomparve. Ripensò alla sua domanda. “Trovarlo o chiuderlo?” Serra mise in moto. Il quattro cilindri della Fiat prese vita con un rumore regolare e discreto, assai diverso dal brontolio metallico della Gilera. Cesare si sedette e riaprì il fascicolo. La fotografia di Majorana tornò davanti ai suoi occhi.
Il cancello della villa si aprì. La Fiat percorse il vialetto tra gli oleandri, superò il posto di guardia e uscì sulla strada costiera. Per qualche centinaio di metri il mare rimase visibile tra gli edifici. Poi le case lo nascosero. Cesare cominciò dalle lettere. Le lesse una volta seguendo le parole. La seconda cercando le omissioni. Alla terza provò a immaginare l’uomo che le aveva scritte: un professore capace di preparare un suicidio, ritirarlo con un telegramma, imbarcarsi verso casa e lasciare dietro di sé abbastanza segni da mobilitare famiglia, polizia, Vaticano e governo.
Serra guidava con entrambe le mani strette sul volante e la schiena rigida. Ogni tanto guardava di lato, forse in attesa di una domanda. Lui continuò a leggere. Fuori dal finestrino, Riccione scorreva verso nord. La villa di Mussolini restava indietro, insieme al pontile e all’idrovolante. La sensazione avvertita arrivando lungo la costa aveva ormai assunto una forma precisa. Era entrato nella bugia. Adesso doveva capire chi l’aveva costruita.
Partita italiana
«La Partita italiana nasce dopo 1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ac4 Ac5, con entrambi i giocatori pronti a sviluppare rapidamente e a contendere il centro. Il suo gioco richiede coordinazione dei pezzi e attenta preparazione della spinta centrale.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
Durante il viaggio verso Roma, lesse due volte la copia del fascicolo di polizia consegnatagli da Chiavolini. La prima lettura seguì l’ordine delle carte; la seconda cercò un ordine nei fatti. Serra guidava la Fiat con entrambe le mani sul volante, la schiena appoggiata al sedile e gli occhi fissi sulla strada. Ogni sorpasso veniva preparato con largo anticipo, ogni curva affrontata con una prudenza quasi militare. Aveva abbassato il finestrino di pochi centimetri, abbastanza da lasciare entrare aria e polvere, troppo poco perché i fogli cominciassero a muoversi.
La cartella di cuoio era appoggiata sulle sue ginocchia. Dentro, le carte erano state ordinate per data e separate da cartoncini color avorio. In alto a destra, una mano regolare aveva numerato ogni documento a matita blu. La polizia aveva trasformato la scomparsa di un uomo in una successione di fogli: verbali, copie fotografiche, telegrammi, ricevute, annotazioni, lettere della famiglia, risposte di funzionari. Lui conosceva bene quel processo. Un fatto entrava in un ufficio ancora vivo, pieno di rumori, esitazioni e persone; ne usciva ridotto a una frase che sembrava precisa proprio perché aveva perduto tutto il resto.
Sul primo foglio compariva la fotografia di Ettore Majorana. Un viso magro, i capelli scuri, gli occhi rivolti appena di lato. L’obiettivo sembrava averlo sorpreso durante un pensiero più interessante della fotografia. Tornò a osservarlo, poi passò alla cronologia. Giovedì 24 marzo Majorana aveva tenuto le ultime attività all’Istituto di fisica di Napoli. Venerdì 25 aveva riscosso gli stipendi arretrati dei primi mesi di insegnamento e aveva preso con sé il passaporto. La somma indicata oscillava tra le deposizioni: diverse migliaia di lire, abbastanza da vivere a lungo con sobrietà. Un impiegato ricordava il professore in fila allo sportello, raccolto nel cappotto e poco disposto a conversare. Un altro dichiarava di averlo visto contare le banconote con cura, riporle in una busta e infilare la busta nella tasca interna. Rilesse quel passaggio. Il denaro poteva servire a una fuga, a un viaggio, a una sistemazione definitiva. Poteva anche rappresentare un ultimo atto di ordine: prendere ciò che apparteneva a lui prima di lasciare il resto. La cifra, da sola, restava docile a ogni interpretazione.
Majorana alloggiava stabilmente all’Albergo Bologna, in via Depretis 72, quando si trovava a Napoli per la cattedra. Quel pomeriggio aveva lasciato nella stanza una busta indirizzata alla famiglia. Il testo chiedeva che il lutto durasse pochi giorni e che il ricordo venisse affidato al cuore, anziché agli abiti neri. Una riproduzione fotografica occupava un’intera pagina del fascicolo. La grafia inclinava appena verso destra, ordinata e fitta, con poche correzioni. Avvicinò il foglio al finestrino per osservarlo meglio. Nelle lettere di chi annunciava una morte volontaria aveva spesso trovato cancellature, frasi riprese, parole sovrapposte. Qui il messaggio sembrava scritto da una mano che conosceva già la propria conclusione.
Nello stesso giorno aveva inviato una seconda lettera ad Antonio Carrelli, direttore dell’Istituto di fisica di Napoli. Parlava di una decisione divenuta inevitabile, chiedeva perdono per le difficoltà causate ai colleghi e agli studenti, fissava una soglia temporale precisa: avrebbe conservato un caro ricordo di tutti almeno fino alle undici di quella sera e, possibilmente, anche dopo.
Cesare fermò il dito sulla frase trascritta nel verbale. – Avete già letto le lettere? – domandò a Serra.
L’uomo guardò nello specchietto. – Una volta, questa mattina, mentre attendevo alla villa.
– Che impressione vi hanno fatto?
Serra rifletté, rallentando dietro un autocarro carico di sacchi. – Che intendesse morire.
– E la seconda lettura?
– Ne ho fatta una sola.
Cesare richiuse per un momento il fascicolo.
– Fatene sempre due. Alla prima si legge quello che una carta dice. Alla seconda si guarda quello che cerca di farci credere.
Serra accennò un sorriso nello specchietto.
– E questa cosa cerca di farci credere?
– Che alle undici dovesse accadere qualcosa.
– Il piroscafo partiva alle dieci e mezza.
– Appunto.
Serra superò l’autocarro appena la strada si aprì. La Fiat accelerò con un suono pieno e regolare. Cesare riaprì la cartella. La sera del 25 marzo Majorana aveva acquistato un biglietto della Tirrenia per il postale diretto da Napoli a Palermo. Il piroscafo era salpato alle ventidue e trenta. La cabina assegnata per il viaggio di andata risultava registrata senza anomalie. Gli addetti all’imbarco ricordavano decine di passeggeri e soltanto impressioni vaghe sul professore. Uno lo descriveva alto e pallido; un altro basso e curvo. La fotografia mostrava un uomo che poteva corrispondere a entrambe le descrizioni, a seconda della distanza e della luce. La mattina seguente era sbarcato a Palermo. Questo passaggio possedeva una consistenza maggiore: il Grand Hotel Sole aveva registrato il suo arrivo, il personale lo ricordava, la carta intestata dell’albergo portava la sua ultima lettera conosciuta. Sabato 26 marzo aveva spedito a Carrelli un telegramma urgente: “Non allarmarti, segue lettera”. Poco dopo aveva scritto di nuovo. Il mare, diceva, lo aveva rifiutato. Annunciava il ritorno all’Albergo Bologna e confermava l’intenzione di lasciare l’insegnamento.
“Il mare lo aveva rifiutato”. Guardò per qualche secondo il paesaggio oltre il finestrino. Campi, case coloniche e filari scorrevano sotto una luce ormai pomeridiana. La costa era rimasta indietro, ma l’odore salmastro sembrava ancora aderire al giubbotto di cuoio. Un mare poteva rifiutare un uomo soltanto dentro una storia. La frase trasformava un gesto in una scena: il professore sul ponte, l’acqua scura, il pensiero della morte, una forza imprecisata che lo riconduceva a terra. Poteva essere una confessione, una metafora, una formula destinata alla famiglia e a Carrelli. Possedeva abbastanza solennità da imprimersi nella memoria e abbastanza vaghezza da proteggere ogni dettaglio. Scrisse sul taccuino: “Il mare diventa un personaggio. Perché?” Poi cancellò il punto interrogativo. La domanda gli sembrava già contenuta nella frase.
Nella cartella seguivano le copie delle registrazioni dell’albergo, il verbale del portiere, la dichiarazione di un cameriere e quella di un facchino. Majorana aveva occupato una stanza, chiesto carta da lettera, consumato un pasto leggero e acquistato un biglietto per il ritorno. Nessuno ricordava conversazioni. Il facchino lo aveva visto uscire per una breve passeggiata; il cameriere lo ricordava seduto accanto a una finestra, con lo sguardo rivolto verso la strada anziché verso il piatto. La polizia aveva documentato quel sabato con una cura minuziosa. Ogni testimonianza confermava la sua presenza a Palermo e, insieme, lasciava intatto il mistero delle sue intenzioni. Era arrivato, aveva scritto, aveva mangiato, aveva passeggiato, aveva comprato un biglietto. Gesti ordinari disposti attorno a una decisione annunciata come inevitabile. Il fascicolo conteneva poi la copia del biglietto di navigazione per il viaggio Palermo-Napoli. Nella cabina risultavano assegnati tre posti: Ettore Majorana, il professor Vittorio Strazzeri dell’Università di Palermo e un inglese registrato come Charles Price. Accanto al nome di Price, qualcuno aveva tracciato a matita un punto interrogativo.
Passò alle lettere scambiate tra Salvatore Majorana, fratello di Ettore, e Strazzeri. La famiglia aveva inviato una fotografia chiedendo al professore se riconoscesse nel volto il compagno di viaggio. Strazzeri rispondeva con cautela. Durante la traversata aveva diviso la cabina con due uomini. Uno gli era parso un commerciante meridionale, malgrado il nome inglese; l’altro aveva parlato poco e aveva trascorso buona parte del viaggio raccolto nella propria cuccetta. La fotografia richiamava quel secondo uomo, ma il ricordo restava incerto. Strazzeri poteva affermare che nella cabina avesse viaggiato una persona compatibile con Majorana. Ogni formula più netta avrebbe superato la sua memoria.
Cesare lesse la lettera una seconda volta. La granzèla la j’à i su mistìri.[10]
– Serra.
– Dite.
– Un uomo compra un biglietto. Il biglietto viene ritirato all’arrivo. Questo prova che l’uomo è sbarcato?
– Prova che qualcuno ha viaggiato con quel biglietto.
– Bene.
– Potrebbe averlo ceduto.
– Potrebbe. E il professor Strazzeri?
– Ha visto due uomini.
– Uno dei quali poteva essere Majorana.
– Anche l’altro, a questo punto.
Cesare alzò lo sguardo dal fascicolo. Serra continuava a guidare con la stessa rigidità, ma la risposta gli piacque.
– Avete fatto la seconda lettura – disse.
Il documento successivo riportava le verifiche compiute presso la Tirrenia. Il tagliando corrispondente al biglietto di Majorana risultava tra quelli raccolti allo sbarco. Un impiegato lo considerava la prova del ritorno a Napoli. Un funzionario più prudente osservava che il sistema certificava l’uso del titolo di viaggio e lasciava aperta l’identità del passeggero. Poi le carte si interrompevano. Mancava una testimonianza capace di collocare con certezza Majorana a Napoli dopo l’arrivo del piroscafo. Mancava il corpo. Mancava un albergo successivo, un biglietto ferroviario, un controllo di frontiera, un acquisto, una lettera. Il passaporto era scomparso insieme a lui. Il denaro anche.
Tornò all’inizio e dispose i fogli sulle ginocchia secondo una sequenza diversa: denaro e passaporto; carte scientifiche; lettera alla famiglia; lettera a Carrelli; viaggio a Palermo; telegramma; seconda lettera; biglietto di ritorno; cabina; testimonianza incerta; silenzio. La disposizione occupava tutto lo spazio disponibile. Ogni volta che la Fiat affrontava una curva, Cesare appoggiava una mano sui fogli per impedirgli di scivolare. Serra lo osservò di sbieco.
– Avete trovato qualcosa?
– Una sequenza molto accurata.
– Accurata da parte della polizia?
– Da parte di Majorana.
– Pensate che abbia preparato tutto?
Cesare raccolse le carte e le batté sul ginocchio per riallinearle.
– Penso che un uomo capace di ragionare parecchie mosse avanti abbia lasciato dietro di sé lettere, orari e biglietti. Trattarlo come un disperato mosso soltanto dall’impulso ci farebbe perdere metà della storia.
– L’altra metà?
– Potrebbe essere davvero un disperato.
Serra rimase in silenzio. La strada correva davanti a loro sotto un cielo che cominciava a scolorire. Cesare ripose il fascicolo nella cartella soltanto quando la luce divenne troppo debole per leggere senza affaticare gli occhi.
– o –
Arrivarono a Roma in serata. Serra aveva predisposto due stanze in una foresteria usata dai funzionari di passaggio. Consegnò a Cesare una busta con gli ordini di servizio, il programma del giorno successivo e un foglio dattiloscritto che indicava gli interlocutori. Tutto era stato preparato prima ancora che Mussolini pronunciasse l’incarico sulla spiaggia. Cesare lesse il programma in piedi, accanto alla finestra della propria stanza. Ore nove: incontro con il direttore del Regio Istituto di fisica, professor Antonino Lo Surdo. Ore dieci: Sua Eccellenza professor Enrico Fermi, Accademico d’Italia. Ore undici e trenta: professor Franco Rasetti. Dopo una breve pausa, colloqui con assistenti, aiuti e personale indicato dalla direzione. Seguiva un elenco di nomi: Edoardo Amaldi, Oscar D’Agostino, Mario Zanchi, professoressa Nella Mortara. Studenti e inservienti sarebbero rimasti disponibili per eventuali convocazioni. In fondo al foglio Serra aveva aggiunto a matita: “rigoroso ordine gerarchico”. Bussò alla stanza accanto. Serra aprì ancora in camicia, con le bretelle sulle spalle.
– Questo ordine lo avete stabilito voi?
– Sì, maresciallo.
– Per quale ragione?
– Il direttore viene per primo. Seguono gli accademici e i professori ordinari. Poi gli altri.
Cesare annuì.
– Alle otto vi aspetto nell’atrio.
– L’appuntamento è alle nove.
– Voglio vedere l’Istituto prima che ci preparino l’Istituto.
Serra comprese e prese nota mentalmente.
La mattina seguente arrivarono in piazzale delle Scienze con quasi tre quarti d’ora di anticipo. La Città Universitaria si levava nella luce chiara come un insieme già completo e ancora fresco di cantiere. I propilei monumentali disegnavano l’ingresso principale; oltre, gli edifici si disponevano lungo assi ampi, separati da piazzali e giardini giovani. Le facciate chiare, le finestre regolari e le pietre levigate esprimevano la stessa fiducia che Cesare aveva visto nei viali nuovi di Forlì: lo Stato costruiva spazi capaci di dare ordine anche ai pensieri. L’edificio dell’Istituto di fisica, progettato da Giuseppe Pagano, si distingueva per una sobrietà più asciutta. Le superfici lisce e le aperture ampie lasciavano intuire un luogo pensato per il lavoro, con meno indulgenza verso la monumentalità. Cesare lo osservò dalla Fiat mentre Serra cercava il punto indicato sull’autorizzazione di accesso.
– È qui – disse infine l’uomo.
– Lo avevo immaginato.
– Da cosa?
– Dalle persone che entrano. Camminano come se fossero già in ritardo per qualcosa che capiscono soltanto loro.
Studenti e giovani assistenti attraversavano il piazzale con libri, cartelle e rotoli di carta sotto il braccio. Alcuni procedevano in coppia, assorti in discussioni che proseguivano anche mentre salivano i gradini. Un ragazzo tracciò con un dito una figura nell’aria; l’altro lo fermò per correggere un passaggio invisibile. Nessuno prestò attenzione alla Fiat ministeriale. Cesare scese e si sistemò la giacca. Aveva lasciato a Roma l’uniforme di servizio e indossava un abito scuro, abbastanza formale da accompagnare il grado, abbastanza comune da evitare l’aspetto di un’ispezione. Serra portava lo stesso completo marrone del giorno precedente, spazzolato con cura e irrigidito da una cravatta più severa.
Varcato l’ingresso, Cesare provò una sensazione inattesa. L’Istituto gli ricordava il collegio dei Salesiani di Faenza, dove più di quarant’anni prima aveva conosciuto Benito Mussolini. L’architettura aveva poco in comune. Il complesso salesiano era cresciuto per aggiunte, adattando edifici antichi a officine, aule, camerate e corridoi. Pareti spesse, cortili chiusi, scale consumate e odori di legno, colla, cuoio, inchiostro. Qui tutto appariva nuovo, ampio, luminoso. I corridoi correvano diritti, le porte riportavano targhe pulite, le finestre lasciavano entrare una luce che si posava sui pavimenti chiari. La somiglianza stava nel clima umano. Giovani uomini applicavano energie diverse a una direzione comune. A Faenza imparavano a diventare falegnami, tipografi, calzolai e sarti. Ogni mestiere possedeva strumenti riconoscibili e risultati visibili: un mobile, una pagina stampata, una scarpa, una giacca. Nell’Istituto di fisica, invece, gli strumenti avevano forme e nomi che sfuggivano a Cesare. Tubi, cavi, quadranti, schermature di piombo, ampolle protette dentro scatole, telai metallici costruiti per misurare fenomeni che l’occhio umano lasciava passare.
Anche le donne costituivano una differenza. Nel collegio salesiano l’universo maschile era completo e chiuso. Qui la presenza femminile restava rara, ma esisteva. Cesare vide una giovane attraversare il corridoio con un camice arrotolato sul braccio e, poco dopo, una donna più anziana uscire da un laboratorio portando una pila di registri. In tutta la mattina le avrebbe contate sulle dita di una mano.
Alla destra dell’ingresso si apriva la portineria. Un giovane inserviente sedeva dietro il banco di legno, con il registro degli accessi davanti. Poco più in là, accanto a un armadio basso, un uomo dal viso lungo e dai capelli pettinati all’indietro osservava una scacchiera aperta sopra un tavolino. Indossava un abito modesto con una cura personale. I pezzi occupavano una posizione avanzata e irregolare, come se la partita fosse stata interrotta nel momento in cui entrambe le parti avevano cominciato a correre rischi.
Serra mostrò i documenti. – Siamo attesi dal professor Lo Surdo. Maresciallo Montanari e dottor Serra.
L’inserviente consultò il registro, verificò i nomi e si rivolse all’uomo presso la scacchiera.
– Signor Baldi, li accompagnate dal direttore?
– Aurelio Baldi – disse. – Seguitemi.
Il titolo usato dal collega aveva attirato l’attenzione di Cesare. Durante i pochi minuti trascorsi nell’atrio aveva sentito chiamare due volte “l’inserviente”: una richiesta di chiavi e una cartella da portare al piano superiore. Baldi, invece, possedeva un nome e un signor davanti al cognome. Prima di uscire dalla portineria, l’uomo si voltò verso la scacchiera. Controllò la posizione dei pezzi con uno sguardo rapido e chiuse a chiave l’armadio accanto al tavolo.
– Giocate? – gli chiese Cesare.
Baldi tornò a guardarlo.
– Tutti giocano, maresciallo. Alcuni conoscono anche le regole.
Serra abbassò gli occhi sui documenti, come se quella risposta appartenesse a una conversazione che poteva attendere.
Baldi li guidò lungo il corridoio. Salutava professori e studenti con piccoli cenni, ricevendo risposte diverse. Alcuni lo chiamavano per nome, altri gli consegnavano una richiesta senza interrompere il discorso. Un giovane gli domandò dove fosse finita una cassa di valvole. Baldi indicò una porta al piano inferiore e precisò lo scaffale. Sembrava conoscere il nuovo edificio meglio di quanto l’edificio conoscesse se stesso.
– Vi siete trasferiti da poco – osservò Cesare.
– Abbastanza da avere perso diverse cose. Abbastanza poco da poterle ancora ritrovare.
– Majorana frequentava questa sede?
Baldi rallentò appena. Serra si voltò verso Cesare, sorpreso dalla domanda anticipata.
– La frequentava quando gli serviva – rispose Baldi.
– E quando serviva agli altri?
– Quello dipendeva dagli altri.
Erano arrivati davanti a una porta con una targa di ottone. Baldi bussò e attese la voce dall’interno. Il professor Antonino Lo Surdo li ricevette in piedi dietro una scrivania ampia, coperta da fascicoli amministrativi e riviste scientifiche. Era un uomo di modi composti, abituato a dirigere persone capaci di attribuire enorme importanza ai propri lavori e scarsissima agli orari, ai moduli e alle gerarchie. Lesse le credenziali di Cesare, quelle di Serra e la lettera riservata che accompagnava la visita.
– La polizia ha già raccolto informazioni – disse, restituendo i documenti. – Immagino che il vostro incarico riguardi gli aspetti rimasti aperti.
– Riguarda Majorana – rispose Cesare.
Lo Surdo accettò la formula senza mostrare curiosità.
– In questo Istituto troverete molte persone disposte a parlarne. Ognuna vi consegnerà un Majorana diverso.
– Quale consegnerete voi?
Il professore si sedette e indicò le sedie davanti alla scrivania.
– Quello amministrativo, temo. La mia posizione offre una visuale precisa e parziale.
Serra aprì un blocco per gli appunti. Cesare lasciò il proprio chiuso.
– Quando ha cominciato a frequentare l’Istituto?
– Da studente, alla fine degli anni Venti. Veniva da Ingegneria. Emilio Segrè lo convinse a passare a Fisica e Fermi ne riconobbe immediatamente le qualità. Si laureò nel 1929. Negli anni successivi collaborò con il gruppo in modo discontinuo, soprattutto sugli aspetti teorici.
– Discontinuo per scelta sua o dell’Istituto?
– Sua. Qui avrebbe trovato spazio ogni giorno.
– I registri cosa dicono?
Il direttore aprì una cartella preparata sulla scrivania.
– Dicono poco. Majorana possedeva una libertà superiore a quella di un assistente ordinario. Dopo la laurea continuò a lavorare, pubblicò, viaggiò in Germania. Dal 1933 la sua presenza diminuì. Per lunghi periodi restava a casa. Compariva, discuteva con Fermi o Amaldi, consultava un testo, riempiva alcune pagine e spariva di nuovo.
– Qualcuno controllava il suo lavoro?
– I risultati rappresentavano il controllo.
– Pubblicava poco.
– Molto meno di quanto avrebbe potuto.
Cesare guardò le riviste impilate sulla scrivania.
– Un Istituto vive anche di pubblicazioni.
– Certo. Majorana viveva secondo un’altra economia. Un risultato già raggiunto perdeva valore ai suoi occhi. Conservava interesse per il problema mentre lo affrontava; la comunicazione agli altri gli appariva spesso un compito secondario.
– Generosità o superbia?
Lo Surdo intrecciò le dita.
– Una miscela difficile da misurare. Poteva offrire a un collega un’intuizione decisiva e, nello stesso giorno, trattare con fastidio una domanda elementare. Il giudizio dipendeva dalla domanda e da chi la poneva.
– La cattedra di Napoli ha cambiato qualcosa?
– Gli ha attribuito una posizione formale e un obbligo continuativo. La nomina arrivò fuori dalla graduatoria ordinaria del concorso. Prese servizio nel novembre scorso. La prolusione si tenne il tredici gennaio. Le lezioni cominciarono nei giorni successivi.
Serra consultò il programma.
– Il giuramento davanti al rettore risulta del diciassette gennaio.
– Esatto.
– Majorana desiderava quella cattedra? – chiese Cesare.
Lo Surdo scelse le parole.
– Presentò i titoli al concorso per ordinario a Palermo, anche se nessuno se l’aspettava. Questo mostra una volontà. Vista la sua caratura, la commissione chiese al Ministero di attribuire a Majorana una cattedra di fisica teorica a Napoli per chiara fama. La procedura eccezionale lo sorprese, forse lo mise anche in difficoltà. A Napoli, per la prima volta, doveva trasformare il proprio sapere in un appuntamento regolare con gli studenti.
– Come affrontava l’insegnamento?
– Con serietà. Aveva già esperienza come libero docente e i suoi corsi erano stati seguiti con soddisfazione, anche da parte sua. Qui, però, l’impegno richiedeva una presenza più regolare e continua, diversa da quella a cui era abituato.
Cesare pensò al denaro riscosso dopo mesi e alla lettera che annunciava il ritiro dall’insegnamento.
– Conoscevate le sue intenzioni di lasciare la cattedra?
– Le ho apprese dopo la scomparsa.
– Aveva chiesto trasferimenti, congedi, aspettative?
– Nessuna domanda ufficiale.
– Nemmeno a Roma?
– Nessuna.
Serra sollevò la penna.
– Il professor Majorana aveva manifestato idee politiche contrarie al Regime?
Lo Surdo volse lentamente il capo verso di lui.
– Manifestava poche idee politiche di qualsiasi genere.
– Simpatie straniere? Rapporti con ambienti tedeschi, inglesi, francesi?
– Aveva conosciuto scienziati tedeschi durante il soggiorno a Lipsia. Intratteneva rapporti scientifici con americani. Il suo interesse andava alle persone capaci di discutere fisica con lui.
– E le persone incapaci? – domandò Cesare.
– Le lasciava indietro con una certa rapidità.
Lo Surdo richiuse la cartella.
– Posso offrirvi un consiglio, maresciallo?
– Sono qui per raccoglierli.
– Evitate di cercare una sola ragione. Majorana aveva abbastanza intelligenza da sostenere più intenzioni nello stesso momento. La cattedra poteva attrarlo e pesargli. La famiglia poteva essergli cara e opprimente. La vita scientifica poteva dargli piacere e stanchezza. Ogni spiegazione semplice farà torto all’uomo.
Cesare si alzò.
– Anche ogni spiegazione complicata può diventare un rifugio.
Lo Surdo annuì.
– Questo è il vostro mestiere.
– E il vostro?
– Rendere misurabile ciò che può esserlo.
Usciti dall’ufficio, Serra controllò l’orologio.
– Siamo in anticipo di sette minuti.
– Vi disturba?
– Possiamo attendere il professor Fermi davanti al suo studio.
Uno studente comparve in fondo al corridoio con una cartella sotto il braccio. Vide i due uomini e indicò una porta laterale.
– Sua Eccellenza è in laboratorio. Vi riceverà lì.
– Il programma diceva nello studio – osservò Serra.
– Il professor Fermi ha cambiato il programma.
Il laboratorio occupava una stanza lunga, attraversata da tavoli sui quali si allineavano strumenti, schermi, cavi e blocchi di materiale protettivo. L’odore ricordava insieme la polvere, il metallo scaldato e le officine elettriche. Enrico Fermi stava chinato sopra un apparecchio insieme a Edoardo Amaldi. Portava un camice bianco aperto sopra la camicia e teneva una matita dietro l’orecchio.
Alzò il capo quando lo studente annunciò gli ospiti.
– Datemi due minuti.
Serra guardò l’orologio. Cesare osservò Fermi regolare una vite, leggere un quadrante e dettare ad Amaldi una serie di numeri. I due procedevano con parole brevi, quasi ogni frase fosse il passaggio di un calcolo. Terminata la misura, Fermi si tolse il camice e venne verso di loro. Aveva davvero l’aspetto semplice descritto da Chiavolini. Un uomo giovane, asciutto, con movimenti rapidi e un’attenzione capace di concentrarsi interamente sull’oggetto presente. Strinse la mano a Cesare, salutò Serra e indicò un piccolo tavolo libero.
– Immagino che parleremo di Ettore.
– È il motivo della visita – disse Cesare.
Fermi prese una sedia e si sedette a cavalcioni, con gli avambracci appoggiati allo schienale.
– La polizia mi ha già interrogato. Ho scritto anche al Duce. Ogni volta le domande diventano più numerose e i fatti restano gli stessi.
– Proviamo a cambiare le domande.
– Bene.
Serra aprì il taccuino.
– Quando avete capito che Majorana era eccezionale?
Fermi rispose subito.
– Al primo incontro serio. Segrè lo portò da me mentre studiava ancora Ingegneria. Gli mostrai un problema sul quale stavo lavorando e gli spiegai una parte del metodo. Tornò il giorno seguente con il calcolo completato e un modo più rapido per arrivare al risultato.
– Voleva impressionarvi?
– Voleva verificare se avevo ragione.
– E l’avevate?
Fermi sorrise.
– Abbastanza.
– Da allora lavorò stabilmente con voi?
– Stabilmente è una parola poco adatta a Ettore. Frequentò con regolarità fino alla laurea. Poi seguì un ritmo suo. Nei periodi migliori arrivava, prendeva parte alle discussioni, risolveva problemi e proponeva idee. In altri periodi restava lontano.
– Perché?
Fermi girò la matita tra le dita.
– Chiedetelo a lui, quando lo trovate.
– Avrete una risposta vostra.
– Ne ho diverse. Stanchezza, salute, carattere, famiglia, insoddisfazione. Anche una forma di disciplina interiore. Ettore lavorava molto più di quanto mostrasse. L’assenza dall’Istituto coincideva spesso con un lavoro solitario.
– Distruggeva gli appunti.
– Molti. Scriveva calcoli sopra fogli qualsiasi, pacchetti di sigarette, margini di giornale. Se il risultato lo convinceva, poteva gettare tutto. Per lui la dimostrazione era avvenuta nella mente; la carta aveva già esaurito il proprio servizio.
– E gli altri perdevano il risultato.
– A volte lo ricostruivamo. A volte rimaneva una frase. A volte nulla.
Cesare studiò il volto del professore. Fermi parlava con precisione, ma una tensione gli irrigidiva le dita attorno alla matita.
– Lo considerate un genio.
– Sì.
– Questa parola viene usata con facilità.
– In fisica meno che nei giornali. Esistono persone capaci di lavorare molto bene con metodi noti. Esistono persone che vedono collegamenti nuovi. Ogni tanto nasce qualcuno che sembra arrivare da solo in un territorio ancora sconosciuto. Ettore appartiene a questa terza categoria.
– Più di voi?
Serra sollevò gli occhi dal blocco. La domanda sembrava aver superato una soglia di cortesia. Fermi la accolse senza irritazione.
– In alcuni campi, certamente. Io possiedo continuità, metodo e capacità di portare un lavoro fino alla verifica. Ettore possiede lampi che io raggiungo attraverso un percorso più lungo. La scienza ha bisogno di entrambe le qualità.
– Lui lo sapeva?
– Sapeva di vedere cose che gli altri vedevano dopo.
– Gli piaceva che gli altri se ne accorgessero?
Fermi si appoggiò allo schienale.
– Questa domanda riguarda il carattere più della fisica.
– Oggi ci interessa il carattere.
Il professore guardò verso Amaldi, tornato agli strumenti dall’altra parte della stanza.
– Ettore possedeva un’ironia severa. Presentava un risultato quasi per caso, lasciava che gli altri ne comprendessero la portata e poi si ritirava. Provava piacere nell’esattezza e anche nell’effetto che l’esattezza produceva. La seconda cosa restava sotto controllo.
– Una forma di vanità?
– Una coscienza molto netta del proprio valore. La vanità cerca approvazione continua. Ettore poteva farne a meno per mesi.
– Però amava sorprendere.
Fermi rimase qualche istante in silenzio.
– Sì. Amava spostare il punto della discussione quando tutti credevano di averlo fissato. Diceva una frase, spesso con tono distratto, e costringeva gli altri a ricominciare.
Cesare pensò agli oggetti spostati nella casa d’infanzia.
– Anche con le persone?
– Soprattutto con le persone intelligenti. Le altre lo interessavano poco.
– La cattedra di Napoli?
– Gli offriva una via d’uscita dall’isolamento. Io speravo che l’insegnamento gli desse un ritmo. Le prime notizie erano incoraggianti. Preparava le lezioni con serietà.
– Poi ha scritto di voler rinunciare.
Fermi abbassò lo sguardo sulla matita.
– Sì.
– Vi ha confidato qualche difficoltà?
– Ci vedevamo raramente. In una delle ultime visite a Roma parlammo del corso e di alcuni problemi teorici. Appariva teso, anche soddisfatto. Le due cose convivevano.
– Pensate al suicidio?
La domanda riempì il breve silenzio del laboratorio. Da un tavolo lontano arrivò il clic di un interruttore.
– Penso che soffrisse – disse Fermi. – Penso anche che avesse organizzato i propri gesti con lucidità. Queste due circostanze permettono molti esiti.
– Un uomo lucido può costruire un suicidio.
– Può costruire anche una scomparsa.
– Quale ipotesi preferite?
– Preferirei trovarlo vivo.
Serra chiuse il taccuino.
– Avete scritto al Duce perché lo ritenete utile allo Stato?
Fermi lo guardò direttamente.
– Ho scritto perché ogni mezzo capace di riportarlo indietro meritava di essere tentato.
– Anche contro la sua volontà?
– Prima occorre trovarlo. La volontà verrà dopo.
La risposta coincideva quasi con quella di Mussolini, ma aveva un peso diverso. Cesare si alzò.
– Grazie professore. Parleremo ancora.
– Me lo aspettavo.
Fermi tornò verso il tavolo degli strumenti. Dopo pochi passi si fermò.
– Maresciallo.
Cesare si voltò.
– Ettore usava le parole con grande attenzione. Nelle lettere parla di scomparsa. Tenetelo presente.
– o –
Franco Rasetti li ricevette nel proprio studio, tra libri aperti, campioni, scatole e fotografie di spedizioni. Aveva un’energia più irregolare di Fermi e una disposizione minore verso le formule diplomatiche. Appena Serra cominciò a spiegare l’incarico, lo interruppe.
– Ho capito. Volete sapere se Majorana si è ammazzato, se è scappato oppure se qualcuno lo ha portato via. Noi sappiamo la stessa cosa che sapete voi: ha scritto delle lettere e poi è sparito.
– Sapete chi le ha scritte – disse Cesare.
– Questo complica tutto.
– In che modo?
Rasetti si alzò, cercò un pacchetto di sigarette tra le carte e lo trovò sotto una rivista.
– Ettore riusciva a dare a ogni gesto l’aria di una dimostrazione incompleta. Ti mostrava abbastanza per costringerti a seguirlo, poi lasciava a te il lavoro.
Accese la sigaretta e offrì il pacchetto. Cesare rifiutò con un cenno; Serra fece lo stesso.
– All’Istituto veniva quando gli pareva – proseguì Rasetti. – Arrivava col capo chino, il ciuffo sugli occhi, l’aria di essersi perso dentro un calcolo. Poteva restare ore senza rivolgere parola a nessuno. Poi sentiva una discussione, si avvicinava e diceva la cosa che mancava.
– Con quale tono?
– Quasi annoiato. Era il suo modo di rendere l’effetto ancora più forte.
– Lo faceva apposta?
Rasetti aspirò il fumo e guardò Cesare con interesse.
– Ecco una buona domanda. Direi di sì, almeno in parte. Ettore conosceva il proprio effetto. Possedeva anche il pudore di nasconderne il piacere.
– Il professor Fermi parla di ironia.
– Fermi usa parole gentili. Io dico che ogni tanto Ettore faceva il gigione.
Serra sollevò la penna.
– Il gigione?
– Con sobrietà, dottore. Un gigione capace di sembrare un asceta. Presentava una formula decisiva, lasciava tutti a bocca aperta e si metteva a guardare dalla finestra. Oppure annunciava che un lavoro era sbagliato, aspettava che gli altri protestassero e poi tirava fuori il passaggio che chiudeva la questione.
– Voleva umiliare?
– Raramente. Voleva vedere se gli altri arrivavano fino a lui. Quando ci arrivavano era contento.
– E quando restavano indietro?
– Perdeva interesse.
– Le sparizioni temporanee?
Rasetti scrollò una spalla.
– Facevano parte del personaggio. Per settimane nessuno lo vedeva. Un giorno ricompariva e riprendeva una conversazione dal punto esatto in cui l’aveva lasciata. Sembrava convinto che anche noi fossimo rimasti fermi ad aspettarlo.
– E voi?
– A volte lo avevamo aspettato davvero.
– La sua assenza vi preoccupava?
– Prima della cattedra, molto meno. Sapevamo che stava a casa. Qualcuno telefonava. La famiglia rispondeva che riposava, studiava, riceveva poche persone. Questa volta ha preparato un viaggio, lettere e un’uscita dal proprio nome. La differenza è grande.
– Poteva cercare soltanto un’altra sparizione temporanea?
Rasetti spense la cenere in una tazza sbeccata.
– Ettore sapeva che la cattedra, le lettere e il denaro avrebbero mobilitato tutti. Se cercava qualche giorno di solitudine, ha scelto un sistema sproporzionato. Se cercava un’uscita definitiva, ha lasciato troppe porte aperte. Questa è la sua firma.
– Una firma intenzionale?
– Qualunque cosa facesse con tanta cura possedeva un’intenzione.
– o –
Dopo Rasetti cominciarono i colloqui nell’aula predisposta da Serra. Un tavolo era stato collocato davanti alla cattedra, con due sedie da un lato e una dall’altro. Sul muro restavano formule scritte a gesso da una lezione precedente. Serra aveva chiesto che venissero cancellate; Cesare lo aveva fermato. Gli piaceva l’idea che gli interrogati entrassero in un ambiente ancora appartenente al loro lavoro. Edoardo Amaldi arrivò per primo. Era giovane, serio, trattenuto da una lealtà evidente verso Fermi e verso l’intero gruppo. Parlò di Majorana con affetto e cautela.
– Era generoso con chi gli chiedeva aiuto su un problema vero – disse. – Poteva dedicare un pomeriggio intero a un calcolo altrui. Una domanda posta per vanità lo irritava.
– Come distingueva le due cose? – chiese Cesare.
– Subito. Forse troppo in fretta.
Amaldi raccontò le lunghe assenze, il ritorno improvviso, il modo di camminare col capo chino e i capelli sugli occhi. Ricordò discussioni nelle quali Majorana aveva ascoltato per mezz’ora e pronunciato alla fine due frasi capaci di cambiare l’impostazione del problema.
– Dopo restava a vedere cosa facevamo della sua osservazione – aggiunse.
– Vi metteva alla prova?
– Credo che mettesse alla prova anche se stesso. Cercava persone capaci di sorprenderlo. Accadeva di rado.
Oscar D’Agostino offrì un ritratto più concreto. Da chimico, aveva lavorato accanto a fisici inclini a dimenticare che gli esperimenti richiedevano sostanze, tempi, mani e precauzioni.
– Majorana toccava poco gli apparecchi – disse. – Guardava e capiva. Ogni tanto suggeriva una modifica che sembrava nata senza sforzo. Poi lasciava a noi il compito di realizzarla.
– Vi infastidiva?
– Quando funzionava, il fastidio passava.
– E funzionava?
– Abbastanza spesso da renderlo insopportabile.
D’Agostino rise, poi tornò serio.
– Possedeva una coscienza morale forte. Le conseguenze delle idee lo interessavano. Parlava poco di politica, molto della responsabilità di chi comprende qualcosa prima degli altri.
– In relazione alle ricerche?
– In relazione alla scienza in generale. Una scoperta entra nel mondo e comincia una vita propria. Ettore sentiva questo passaggio più di molti altri.
Serra annotò con maggiore attenzione. Cesare lasciò che D’Agostino sviluppasse il pensiero.
– Aveva paura delle applicazioni militari?
– Parlare di paura sarebbe eccessivo. Aveva consapevolezza. Anche curiosità. Le due cose convivevano.
Mario Zanchi ricordava soprattutto il comportamento quotidiano: i saluti distratti, le passeggiate nei corridoi, i libri presi e restituiti senza una parola, le apparizioni in fondo alle aule. Majorana poteva seguire una lezione destinata agli studenti più giovani e, alla fine, porre al docente una domanda capace di spostare il discorso a un livello irraggiungibile per quasi tutti i presenti.
– Lo faceva per metterlo in difficoltà? – domandò Cesare.
– A volte per curiosità. A volte per divertimento. Sapeva bene quale effetto avrebbe prodotto.
– Mostrava soddisfazione?
– Un angolo della bocca si muoveva. Subito dopo tornava serio.
La professoressa Nella Mortara entrò nell’aula nel tardo pomeriggio. Portava sotto il braccio alcuni registri e aveva l’aria di chi aveva accettato il colloquio togliendo tempo a un lavoro urgente. Serra si alzò; Cesare le indicò la sedia.
– Conoscevo Ettore da molti anni – disse. – Ho visto anche il modo in cui gli altri hanno costruito il personaggio del genio solitario. Lui contribuiva, certo. Anche noi contribuivamo.
– In quale modo?
– Gli perdonavamo comportamenti che avremmo rimproverato a chiunque altro. L’assenza diventava mistero. La scortesia diventava concentrazione. Una battuta diventava prova di superiorità. Ettore possedeva qualità immense, e attorno a quelle qualità si formò una leggenda mentre era ancora qui.
– Gli piaceva?
Mortara appoggiò i registri sul tavolo.
– Gli piaceva e lo infastidiva. Riceveva la leggenda come riceveva molte persone: lasciandola avvicinare, poi sottraendosi.
– Avete parlato con lui della cattedra?
– Prima della partenza per Napoli. Disse che insegnare poteva costringerlo a mettere ordine. Pronunciò la frase con un sorriso. Sembrava considerare l’ordine una cura e una minaccia.
– Lo avete trovato depresso?
– L’ho trovato più chiuso. La sofferenza aveva una forma antica, difficile da datare. Parlava poco di sé e trasformava ogni domanda personale in una considerazione generale.
– Aveva desiderio di morire?
Mortara sostenne lo sguardo di Cesare.
– Un desiderio simile vive spesso accanto al desiderio di essere fermati. Le lettere possono rivolgersi a entrambe le parti.
– Pensate che volesse essere cercato?
– Ha scritto a persone precise, ha usato parole precise, ha comprato un biglietto e ha annunciato il ritorno. Certamente sapeva che lo avrebbero cercato. Il resto appartiene a lui.
Fuori dall’aula l’Istituto si era fatto più quieto. Gli studenti erano diminuiti e le porte dei laboratori si chiudevano una dopo l’altra. Serra controllò il proprio elenco.
– Restano gli studenti e gli inservienti. Possiamo convocarli domani secondo necessità.
Il corridoio era quasi vuoto quando uscirono dall’aula. Serra raccolse i verbali e li infilò nella cartella secondo l’ordine degli incontri. Cesare rimase qualche minuto davanti alla finestra in fondo al corridoio. Il piazzale della Città Universitaria si stendeva sotto una luce più morbida; gruppi di studenti si allontanavano verso i propilei, ancora impegnati nelle proprie discussioni.
Serra riprese: – Ho già predisposto un elenco per anno di corso e rendimento.
– Aggiungete chi ha parlato con Majorana fuori dalle lezioni. Biblioteca, corridoi, portineria, mensa.
– Sarà un elenco meno ordinato.
– Sarà più utile.
Uscendo, rivolsero un cenno di saluto alla portineria. Un inserviente, un poco più anziano di quello incontrato al mattino, si alzò e rispose accennando un inchino. Più indietro, Aurelio Baldi continuò a ignorarli. Osservava assorto la scacchiera: sulla tavola restavano molti meno pezzi rispetto al mattino, mentre quelli catturati erano disposti in ordine lungo i due lati.
Rientrati nella foresteria, Cesare dispose sul letto il fascicolo e i propri appunti. Serra occupò la scrivania per battere a macchina una relazione preliminare. Il ticchettio dei tasti attraversava la parete a intervalli regolari, seguito ogni tanto dal suono breve del carrello riportato a sinistra. Cesare ripercorse la giornata. Tutti avevano definito Majorana un genio. La parola cambiava contenuto a seconda di chi la pronunciava. Per Lo Surdo significava una libertà difficile da amministrare. Per Fermi indicava una qualità della mente tanto rara da imporre un confronto con i massimi scienziati. Per Rasetti conteneva anche il gusto dello spettacolo. Per Amaldi era una generosità selettiva. Per D’Agostino una coscienza delle conseguenze. Per Mortara una leggenda costruita insieme dall’uomo e dall’ambiente. Baldi, infine, aveva parlato di una mossa lasciata a metà. Majorana aveva frequentato l’Istituto in modo irregolare già negli anni di via Panisperna. La nuova sede aveva cambiato l’indirizzo, lasciando intatte le sue abitudini. Arrivava quando un problema lo attirava, interveniva nelle discussioni, offriva soluzioni e si ritirava. Dal 1933 le presenze si erano fatte più rare. La nomina alla cattedra di Fisica teorica dell’Università di Napoli aveva introdotto un obbligo nuovo: prolusione il 13 gennaio, avvio del corso nei giorni successivi, giuramento davanti al rettore il 17. Il 25 aveva annunciato la propria scomparsa. Rilesse le date. La successione sembrava regolare; la regolarità finiva proprio nel momento in cui l’uomo usciva dalla scena.
Passò alla personalità. Estrema riservatezza. Timidezza. Lunghi periodi di isolamento. Capacità di concentrazione. Forte coscienza del proprio valore. Interesse per l’effetto prodotto sugli interlocutori più intelligenti. Gusto per le apparizioni improvvise, le frasi capaci di spostare una discussione, le soluzioni presentate con aria casuale. Piacere controllato nel sorprendere. Fermò la penna. La parola vanità gli sembrava povera. Narcisismo apparteneva ai medici e rischiava di trasformare un comportamento in una diagnosi comoda. Majorana cercava raramente ammirazione e sopportava lunghi periodi lontano dallo sguardo degli altri. Il suo piacere nasceva dal controllo della distanza. Decideva quanto mostrare, quando comparire, quale passaggio lasciare agli altri. Coltivava un’aura di eccezionalità anche attraverso la sottrazione. Scrisse: “Teatralità sobria”. Poi aggiunse: “Controllo del racconto”. Le testimonianze descrivevano un uomo schivo, tormentato e dotato di una coscienza morale profonda. Accanto a questi tratti correva una vena più leggera e più difficile da afferrare: il gusto di spiazzare, di lasciare gli altri in sospeso, di predisporre una scena e sottrarsi prima della reazione. Una forma di gigioneria praticata con il capo chino e i capelli sugli occhi.
Tornò alle lettere. Quella alla famiglia preparava il lutto e ne fissava la durata. Quella a Carrelli annunciava una decisione inevitabile e stabiliva le undici come confine. Il telegramma chiedeva di sospendere l’allarme. La lettera da Palermo ritirava il proposito, evocava il rifiuto del mare, prometteva il ritorno e confermava l’abbandono dell’insegnamento. Ogni documento modificava la percezione prodotta dal precedente. Majorana sembrava seguire a distanza le reazioni dei destinatari: prima l’angoscia, poi il sollievo, quindi una nuova incertezza. Aveva distribuito le informazioni nel tempo con la cura di chi calcola l’arrivo di una notizia e prepara quella successiva. Prese quattro fogli bianchi e vi scrisse sopra, in grande: FAMIGLIA, CARRELLI, POLIZIA, COMPAGNI. Sotto il primo mise la richiesta sul lutto. Sotto il secondo le due lettere e il telegramma. Sotto il terzo il denaro, il passaporto, i biglietti e i registri. Sotto il quarto le carte scientifiche, le assenze e la mossa sulla scacchiera. Quattro pubblici diversi. Quattro versioni dello stesso gesto. La famiglia riceveva un addio affettuoso. Carrelli riceveva la responsabilità verso gli studenti e la rinuncia alla cattedra. La polizia riceveva una traccia materiale abbastanza fitta da condurre al piroscafo e abbastanza incerta da fermarsi lì. I compagni ricevevano il vuoto lasciato da una mente che aveva sempre scelto quanto condividere.
Serra bussò ed entrò con tre pagine dattiloscritte.
– Ho preparato il rapporto della giornata.
Cesare gli indicò la sedia.
– Leggete.
Serra cominciò con l’intestazione, elencò gli interlocutori e riassunse le dichiarazioni in forma neutra. Majorana risultava “un soggetto di eccezionali capacità scientifiche, caratterizzato da tendenza all’isolamento, discontinuità nella frequentazione dell’Istituto e possibile stato depressivo”. Le testimonianze convergevano sull’assenza di attività politica e sulla scarsità di contatti estranei agli ambienti accademici.
– È corretto – disse Cesare quando ebbe finito.
Serra attese il seguito.
– Oggi abbiamo raccolto soprattutto impressioni.
– Posso aggiungere le osservazioni sul carattere.
Cesare gli mostrò i quattro fogli.
– Guardate. Majorana ha parlato a destinatari diversi. A ognuno ha dato la parte capace di produrre una reazione precisa.
Serra lesse le intestazioni.
– Questo implica un piano.
– Implica attenzione. Il piano verrà provato dai passaggi successivi.
– Quale sarebbe lo scopo?
– Controllare la propria uscita di scena. Forse anche controllare chi lo avrebbe seguito.
– Una persona intenzionata a morire può desiderare la stessa cosa.
– Esatto.
Serra si appoggiò allo schienale, ormai meno rigido rispetto alla mattina.
– Quindi siamo ancora al punto di partenza.
Cesare raccolse le lettere e le dispose una sopra l’altra.
– Il punto di partenza era un professore scomparso tra Palermo e Napoli. Adesso abbiamo un uomo che trascorreva la vita a decidere cosa mostrare, amava modificare le aspettative altrui e usava le assenze come parte della propria presenza.
– Questo ci porta dove?
– A leggere la scomparsa come una sua ultima costruzione.
Serra guardò il foglio con la parola POLIZIA.
– Costruita per ingannare?
– Costruita per essere interpretata.
Dalla stanza accanto arrivava il rumore lontano di una radio. Una voce annunciava notizie sulla visita imminente di Hitler e sui preparativi della capitale. Cesare si alzò e chiuse la finestra.
– Domani sentiremo gli studenti – disse.
Serra raccolse la relazione.
– La modifico?
– Lasciatela così per gli archivi: Majorana possedeva il gusto di governare l’effetto delle proprie azioni. Le lettere sembrano disposte in successione per correggere continuamente la lettura dei destinatari. Ogni gesto ammette due sviluppi.
– Suicidio e fuga.
– Anche richiesta d’aiuto e volontà di sottrarsi. Rinuncia e sfida. Addio e promessa di ritorno.
Serra annotò.
– Altro?
Cesare guardò la fotografia di Majorana. Il volto continuava a offrire all’obiettivo soltanto una parte della propria attenzione.
– Scrivete che la teatralità appare controllata. Sobria. Priva di esibizione aperta. Majorana sembra consapevole dell’effetto che produce e lascia agli altri il compito di nominarlo.
Serra ripeté la frase a bassa voce mentre la trascriveva.
Quando rimase solo, Cesare spense la lampada principale e lasciò accesa quella sul comodino. Le fotografie delle lettere assunsero una tonalità grigia. Le righe scritte da Majorana sembravano ancora più ordinate. Riprese la lettera da Palermo. “Il mare mi ha rifiutato. Ritornerò domani”. La frase offriva un ritorno e preparava un’assenza. Majorana aveva lasciato aperti entrambi i cammini, come se volesse costringere chi lo cercava a percorrerli insieme. Posò la fotografia accanto al taccuino. Alla fine della prima giornata sapeva poco di più sul luogo in cui si trovava Ettore Majorana. Conosceva meglio il modo in cui aveva scelto di sparire: una successione di gesti esatti, abbastanza chiari da guidare le ricerche e abbastanza ambigui da condurle in direzioni opposte. La polizia aveva raccolto le tracce. Majorana ne aveva curato la disposizione.
– o –
Il mattino seguente Cesare e Serra si presentarono di nuovo all’Istituto. In portineria si ripeté quasi esattamente la scena del giorno prima. Il giovane inserviente controllò i loro nomi sul registro, li salutò con deferenza e indicò il corridoio che conduceva all’aula assegnata per i colloqui. Alle sue spalle, Aurelio Baldi sedeva davanti alla scacchiera. La disposizione dei pezzi era la stessa della mattina precedente. Baldi teneva i gomiti appoggiati ai braccioli e le mani unite davanti alla bocca. Guardava la scacchiera con una concentrazione tanto assoluta che l’ingresso dei due uomini parve restare fuori dal suo campo di attenzione. Cesare rallentò appena. Ricordava la posizione raggiunta alla fine della giornata: pochi pezzi ancora sulla tavola, gli altri ordinati lungo i due lati. Quella mattina, invece, la partita era tornata al punto di partenza.
Serra proseguì senza accorgersene. Cesare lo raggiunse. Nell’aula li attendeva il primo gruppo di studenti. Serra aveva preparato un nuovo calendario e disposto i nomi secondo l’anno di corso, il rendimento e la frequenza delle lezioni di Majorana. Sul tavolo aveva sistemato i verbali, la carta intestata e due matite appuntite. Cesare prese posto accanto a lui.
Per alcune ore ascoltarono studenti, giovani assistenti e inservienti. Le parole cambiavano poco. Majorana era un genio. Majorana era imprevedibile. Majorana poteva attraversare un corridoio senza vedere nessuno e, il giorno successivo, ricordare con precisione una domanda fatta mesi prima da uno studente. Seguiva una lezione dal fondo dell’aula, assorto e silenzioso, poi interveniva con una frase che costringeva il professore a tornare alla lavagna. Conservava una precisione assoluta nelle ipotesi e nei calcoli, mentre lasciava libri, fogli, cappotti e pacchetti di sigarette nei luoghi più diversi. Passava accanto a una persona senza salutarla e, qualche giorno dopo, le consegnava un articolo scelto apposta per lei. Uno studente raccontò che Majorana aveva corretto un suo esercizio senza pronunciare una parola. Aveva preso il foglio, cancellato due righe, aggiunto tre simboli e glielo aveva restituito. Un altro ricordava una lunga conversazione su un problema di fisica, cominciata sulle scale e terminata davanti alla porta della biblioteca. Un inserviente riferì di averlo trovato una sera in un’aula buia, seduto davanti a una lavagna coperta di formule. Majorana gli aveva chiesto soltanto di lasciare aperta la porta per altri dieci minuti. Ogni testimonianza sembrava confermare quella precedente e aggiungere una piccola variazione. Dopo qualche ora, cominciò a sentire il peso della ripetizione. Geniale e imprevedibile. Assente e attento. Preciso nei calcoli e disordinato nelle abitudini. Schivo, capace di gesti inattesi di considerazione. Le risposte formavano un ritratto coerente, forse troppo coerente. Sembravano nate dalla stessa descrizione, ripetuta per anni nei corridoi dell’Istituto fino a diventare il modo ufficiale di ricordare Majorana. Lasciò terminare il colloquio con un giovane del secondo anno. Quando quello uscì, chiuse il fascicolo.
– Serra, continuate voi. Ho bisogno di schiarirmi le idee.
Serra consultò l’elenco.
– Certamente, maresciallo. Restano quattro studenti e due inservienti.
– Sentiteli tutti.
– Ci vediamo dopo.
Uscì dall’aula e cominciò a camminare. Seguì il corridoio senza scegliere una direzione precisa. La mente continuava a lavorare sulle testimonianze, girando attorno alle stesse parole senza riuscire a fissarsi su un dettaglio. Era una sensazione che conosceva: i pensieri provavano i propri meccanismi a vuoto, come un motore lasciato al minimo. Fè e sfè, l’éra tót un lavurè.[11] I corridoi erano ampi, con pavimenti di marmo chiaro e finestre alte che lasciavano entrare una luce uniforme. Ogni tanto incrociava una persona assorta, con libri o fogli sotto il braccio. Altre volte incontrava piccoli gruppi raccolti davanti a una porta o vicino a una finestra, impegnati in discussioni animate. Faticava a distinguere gli studenti dai ricercatori. I più giovani portavano spesso giacche troppo larghe, cravatte allentate e capelli che sembravano aver ricevuto poca attenzione. I professori, quando parlavano di fisica, assumevano la stessa impazienza dei ragazzi. Potevano discutere della struttura dell’atomo, di un esperimento appena concluso o dei lavori eseguiti in città per la visita di Hitler.
Roma si preparava ad accogliere il Führer con una rapidità che alimentava commenti e sfottò. Monumenti ripuliti, facciate ridipinte, stazioni trasformate in pochi giorni. La Stazione Ostiense cresceva in fretta tra impalcature e rivestimenti provvisori. Le pasquinate parlavano di scenografie di cartapesta e compensato, costruite per impressionare l’ospite tedesco e destinate a mostrare la propria sostanza al primo temporale. Passò accanto a due giovani che ridevano sottovoce. Colse le parole “impero di stucco” e “marmo dipinto”, poi le loro voci si persero alle sue spalle. Continuò a camminare. Salì una rampa di scale, percorse il piano superiore e si fermò davanti a una finestra. Nel piazzale alcuni studenti attraversavano la luce portando strumenti e cartelle. Da quella distanza sembravano muoversi secondo percorsi prestabiliti, ciascuno diretto verso un punto che gli altri ignoravano.
– Maresciallo Montanari. State cercando qualcosa?
Cesare si voltò. Aurelio Baldi era fermo a pochi passi da lui. Portava una cartella sottile sotto il braccio e lo osservava con un’espressione tranquilla.
– Buon pomeriggio, signor Baldi. Sto cercando di riordinare le idee.
Baldi annuì lentamente.
– È già qualcosa.
– Riordinare?
– Avere delle idee.
Cesare sorrise.
– Il professor Fermi mi ha chiesto di agevolare il vostro lavoro, per quanto possibile – continuò Baldi. – Se vi serve qualcosa, potete rivolgervi a me.
– Grazie. Una domanda, in effetti, ce l’avrei. Ignoro quanto possa essere rilevante.
Baldi attese. In quel momento l’osservazione rimasta ai margini della mente di Cesare acquistò forma.
– Ogni mattina rimettete i pezzi nella stessa posizione?
Baldi lo guardò con un’attenzione diversa. Sul volto comparve qualcosa che sfiorava il sospetto, oppure la semplice cautela di chi sente toccare una questione privata.
– Perché me lo chiedete? Giocate a scacchi?
– Scacchi? Io vengo da un paese dell’Appennino. Da noi si gioca all’osteria con un mazzo di quaranta carte.
– Briscola?
– Maraffone.
Baldi inclinò appena il capo.
– Questo mi manca. Come funziona?
Cesare esitò. Pochi minuti prima aveva interrogato studenti e inservienti sulla scomparsa di un fisico. Ora si trovava in un corridoio dell’Università di Roma a spiegare un gioco romagnolo a un uomo che avrebbe dovuto portare cartelle e custodire chiavi.
– Si gioca in quattro, due coppie. Quaranta carte, dieci a testa, distribuite tutte all’inizio. Somiglia al tresette, con la briscola.
– Tutte le carte sono in gioco fin dall’inizio.
– Esatto.
Baldi appoggiò la cartella sul davanzale.
– Continuate.
– In ogni mano ci sono undici punti complessivi: dieci vengono dalle carte conquistate nelle prese, mentre l’ultima presa vale da sola un punto. Per contare il punteggio, gli assi valgono un punto ciascuno; i due, i tre e le figure – re, cavallo e fante – valgono un terzo di punto. Le altre carte, dal sette al quattro, sono gli scartini, o lisce, e non danno punti. La forza delle carte segue un ordine diverso dal loro valore: in ogni seme comanda il tre, poi vengono il due, l’asso, il re, il cavallo, il fante, il sette, il sei, il cinque e il quattro. E c’è un’ultima cosa: chi riceve insieme asso, due e tre di briscola ha la maraffa. La sua coppia guadagna tre punti aggiuntivi.
– Tre punti prima ancora di cominciare?
– Sì. Naturalmente deve dichiararla.
– Interessante.
Cesare cercò di ricordare se avesse mai visto qualcuno ascoltare le regole del Maraffone con tanta serietà.
– Il gioco procede in senso antiorario. Occorre rispondere col seme giocato dal primo. Chi ha esaurito quel seme può giocare un’altra carta, anche una briscola. Chi prende apre il giro successivo.
– E si può parlare?
– Durante la partita si resta in silenzio, però ci sono quattro segnali convenuti. Con il taglio si avverte il compagno che il seme giocato è esaurito e che si vuole prendere il comando del gioco. Il busso gli chiede di prendere con la carta più alta e di tornare con lo stesso seme. Lo striscio indica una mano ricca di carte di quel seme; il volo segnala che quella appena giocata è l’ultima posseduta. La prima mano spetta a chi ha il quattro di denari. Vince la coppia che raggiunge quarantuno punti e due terzi. Da noi diciamo quarantuno e due figure.
– Quarantuno e due figure – ripeté Baldi.
– In Romagna lo considerano un gioco scientifico. Nel Ravennate lo chiamano anche beccacino.
Cesare si sentiva un poco sciocco. Era partito da una domanda semplice e adesso stava spiegando a un fisico le regole di un gioco da osteria. Baldi, invece, aveva socchiuso gli occhi e fissava un punto vuoto del tavolo, come se le quaranta carte fossero già disposte davanti a lui.
– Dieci carte a testa – mormorò. – Quaranta carte, tutte distribuite dall’inizio. Ogni giocatore ne conosce dieci. Un quarto dell’intero sistema.
Sollevò una mano e mosse lentamente le dita sul tavolo.
– Le altre trenta, all’inizio, sono possibilità. Poi cominciano a uscire. A ogni giro se ne conoscono quattro in più e, soprattutto, si vede come vengono giocate. L’obbligo di rispondere al seme dice qualcosa delle mani degli altri. Quando un giocatore cambia seme, quello per lui è esaurito. Se taglia, fornisce un’altra informazione. Se striscia, comunica al compagno che possiede una certa abbondanza.
Cesare lo osservava. Baldi parlava ormai soprattutto a se stesso.
– Dieci carte a testa – mormorò. – Io ne conosco dieci. Ne restano trenta, distribuite in tre mani da dieci. Per la prima mano ci sono trenta su dieci possibilità, poi venti su dieci per la seconda; la terza, a quel punto, è determinata.
Si fermò un istante, facendo il conto mentalmente.
– Cinquemilacinquecentocinquanta miliardi di distribuzioni possibili, all’incirca.
Cesare sollevò le sopracciglia, sorpreso. Baldi aveva già ripreso: – Eppure, appena comincia il gioco, quel numero crolla. Ogni carta giocata elimina possibilità. Ogni risposta obbligata al seme ne elimina altre. Un taglio, un volo, uno striscio restringono ancora il campo. Presa dopo presa, quello che all’inizio sembra quasi incalcolabile diventa leggibile.
Fece una pausa, poi ripeté sottovoce:
– Bisogna contare.
Cesare rimase in silenzio.
– Contare le carte forti. Contare i semi. Soprattutto contare le briscole. Sapere quante sono uscite, quante restano e cercare di capire dove si trovano.
Baldi si raddrizzò.
– Le briscole danno il controllo del sistema. Finché gli avversari ne conservano una, possono rovesciare una presa che sembrava sicura. Un asso può cadere davanti a uno scartino di briscola. Quindi il valore reale di una carta dipende anche dalle carte che restano ancora nascoste.
Cesare cominciava a divertirsi. Aveva visto contadini, operai e pensionati passare interi pomeriggi a discutere delle stesse cose, con parole parecchio diverse. Baldi proseguì: – Chi prende apre la mano successiva. Questo è decisivo. Fare una presa significa acquistare il diritto di scegliere il seme e, attraverso quella scelta, condizionare le carte degli altri. Se riesco a conservare la presa, continuo ad aprire io. Continuo a scegliere. Continuo a imporre il gioco.
Si interruppe per qualche secondo.
– Prendere il comando…
Cesare fece appena un cenno con il capo. Baldi tornò alle carte immaginarie.
– Allora il problema diventa mantenerlo. Per farlo devo sapere cosa è già uscito e cosa resta. Se possiedo briscole forti posso usarle per fare punti, oppure posso usarle per far uscire le briscole degli altri.
La sua voce si fece più animata. – Gioco briscola. Gli altri che ne possiedono devono rispondere con briscola. Ne consumo una mia e contemporaneamente costringo loro a consumare le proprie. Se mantengo la presa posso aprire ancora a briscola. Continuo finché il seme è quasi esaurito.
Baldi batté piano un dito sul tavolo.
– A quel punto la struttura del gioco è cambiata. Le carte che prima correvano il rischio di essere tagliate diventano sicure. Un asso che prima poteva cadere acquista un valore molto maggiore. Una carta forte giocata all’inizio ha quindi due effetti: conquista una presa e modifica le prese che verranno dopo.
Si fermò, assorto.
– E può valere la pena spenderla anche molto presto.
Cesare continuava a guardarlo, meravigliato dalla quantità di pensiero che Baldi aveva ricavato in pochi minuti da un gioco che a Montevalle si imparava quasi da bambini.
– Anzi – continuò Baldi – conviene consumare una delle proprie carte migliori proprio per costringere gli altri a consumare le loro. Si rinuncia al vantaggio di conservarla per più tardi e si acquista il controllo delle mani successive. Il punto decisivo diventa la posizione che rimane dopo quella presa.
Chiuse gli occhi per un istante.
– Per vincere bisogna dominare il gioco. Prenderlo in mano, contare continuamente ciò che esce e conservarne il comando. All’inizio si conoscono dieci carte. Poi, presa dopo presa, le altre cominciano a rivelarsi. Verso la fine, un giocatore abbastanza attento può sapere quasi esattamente cosa resta nelle mani degli altri.
Aprì gli occhi.
– A quel punto le mosse possibili degli avversari sono pochissime. Se avete contato bene e avete mantenuto il comando, sapete quali carte potete costringerli a giocare.
Baldi tacque. Cesare aspettò. Ormai aveva rinunciato a chiedersi come fossero arrivati fin lì. Baldi guardava ancora il tavolo vuoto. Un lieve sorriso gli attraversò il viso.
– Maresciallo, questo Maraffone è un gioco di comando. Bisogna contare le carte, capire quelle che restano e prendere il controllo abbastanza presto da costringere gli altri a giocare come serve a voi. E per riuscirci si spendono anche le proprie briscole migliori: le si mette in gioco per far uscire quelle degli avversari e cambiare il valore di tutte le carte che rimangono. Una carta potente conta anche per quello che costringe gli altri a fare. Vince chi sa quando usarla per prendere e quando spenderla per dominare il resto della partita.
Cesare rimase in silenzio per un istante, incerto se l’uomo stesse parlando seriamente oppure avesse trovato un modo elaborato per prenderlo in giro. L’espressione di Baldi suggeriva assoluta serietà.
– Voi avete studiato qui – disse Cesare.
Baldi raccolse la cartella dal davanzale. Poi prese Cesare sotto il braccio e lo invitò a camminare.
– Sono stato uno di loro – disse, indicando con un cenno un gruppo indistinto di studenti e professori in fondo al corridoio. – Una parte di me lo è ancora.
Procedettero lentamente.
– Studiavo fisica. Avevo capacità discrete. Qualcuno mi considerava promettente. Io lavoravo molto e riuscivo a seguire problemi complessi. Poi cominciarono le crisi.
– Crisi?
– All’inizio accadeva di rado. Passavano mesi tra un episodio e l’altro. Le attribuivo alla stanchezza, alla tensione, alle troppe ore sui libri. In seguito divennero più frequenti. Ogni problema interessante portava con sé il rischio.
– Che genere di rischio?
Baldi si fermò davanti a una porta chiusa.
– Quando studio un’equazione o seguo un problema particolare, a un certo punto i numeri si dilatano nella mia mente. Occupano tutto lo spazio. Continuano a combinarsi, aprono possibilità, richiamano altre formule. La mia attenzione resta legata al problema anche dopo aver chiuso i libri.
Portò due dita alla tempia.
– Arriva il dolore. Prima una pressione, poi un mal di testa lancinante. La luce diventa insopportabile. Ogni rumore alimenta il pensiero. Trascorro giorni interi a letto, al buio, cercando di svuotare la mente.
Cesare lo ascoltava senza interromperlo.
– Col tempo, le crisi si avvicinarono. Per continuare la ricerca avrei dovuto accettare settimane di lavoro seguite da giorni o mesi di immobilità. A un certo punto scelsi di smettere. Il professor Fermi mi aspettò per parecchio tempo. Credeva che la situazione potesse migliorare. Poi mi propose un posto da inserviente.
Baldi imitò la voce di Fermi con discrezione: – “Un po’ per vedere cosa succede, Baldi. Magari le passa e può riprendere la ricerca.”
Riprese il proprio tono.
– Sono trascorsi quasi dieci anni. Ormai considero la ricerca una parte conclusa della mia vita.
Continuarono a camminare in silenzio. Dall’interno di un’aula arrivava la voce di un professore, seguita dal raschiare del gesso sulla lavagna.
– Gli scacchi sono l’unica attività intellettuale che riesco a praticare con continuità – disse Baldi. – Le regole tengono il problema dentro confini precisi. Sessantaquattro caselle, trentadue pezzi all’inizio, movimenti definiti. Posso fermarmi, riprendere il giorno dopo, lasciare che la posizione attenda.
– E quella che sistemate ogni mattina? – domandò Cesare. – È un problema particolare?
Baldi rallentò.
– È più di un problema. È una partita.
– Con chi?
– Con il professor Majorana.
Pronunciò il nome senza enfasi. Proprio questa semplicità fece sentire a Cesare il peso della risposta.
– Giocavate qui?
– Anche qui. Abbiamo cominciato alcuni anni fa. Quando si trovava a Roma, Majorana passava dalla portineria e faceva una mossa. A volte restava pochi minuti, altre volte discutevamo a lungo una variante. Quando era lontano, giocavamo per corrispondenza. Una lettera poteva contenere una sola mossa e due righe di commento.
– Ma così la partita poteva durare settimane.
– Mesi, in qualche caso.
– Quella sulla scacchiera è l’ultima?
– Sì.
Erano tornati vicino alle scale. Baldi scese verso l’ingresso e Cesare lo seguì.
– Io giocavo con i bianchi. Majorana con i neri. La posizione che avete visto ogni mattina è quella lasciata da lui dopo l’ultima mossa.
– Quando?
– Durante una delle sue ultime visite a Roma.
– Prima di trasferirsi a Napoli?
– Sì. In seguito continuammo a parlarne, ma sulla scacchiera la posizione rimase quella.
– E voi?
– Provo a concludere la partita.
Entrarono nella portineria. Il giovane inserviente era uscito e il banco risultava vuoto. Sul tavolino la scacchiera attendeva nella posizione osservata al mattino. Baldi indicò i pezzi.
– Quando la scomparsa è stata considerata definitiva, ho pensato di proseguire da solo. Prima gioco con i bianchi. Poi mi siedo dall’altra parte e cerco la risposta dei neri. Ogni mattina ricomincio dalla sua ultima mossa. Ogni sera arrivo a una posizione diversa.
Si avvicinò alla scacchiera e sfiorò con un dito la testa di un cavallo nero.
– Quando Majorana è scomparso ero convinto di poter vincere. Accadeva di rado. Lui mi lasciava spesso posizioni nelle quali la mia vittoria sembrava vicina e, qualche mossa dopo, scoprivo che aveva già preparato una via d’uscita.
– Ora giocate entrambe le parti.
– Sì.
– E chi vince?
Baldi guardò i pezzi.
– Nessuno. Qualunque variante scelga, la partita scivola verso una posizione priva di vittoria. Posso evitare la sconfitta con entrambi i colori. Posso prolungare il gioco. Posso cambiare l’ordine delle mosse. Il risultato resta sospeso.
– Una patta.
– Forse. Una patta possiede una conclusione. Questa posizione sembra rifiutarla. È una partita che continua a sottrarsi alla vittoria.
Rimasero in silenzio. Baldi, con ogni probabilità, stava già seguendo una nuova sequenza. Gli occhi passavano dalla torre bianca al re nero, poi tornavano verso i pedoni. Lui intanto osservava l’uomo e cercava di collocare quella relazione dentro il ritratto raccolto il giorno prima. Fino a quel momento Majorana era apparso attraverso rapporti professionali: il maestro e l’allievo, il collega, il teorico, il professore, il genio difficile da amministrare. Davanti a quella scacchiera compariva un legame diverso. Per anni aveva giocato con un uomo costretto ad abbandonare la fisica, affidandogli mosse, lettere e attese. Una relazione costruita dentro un linguaggio comune e tenuta lontana dalle gerarchie dell’Istituto. Lasciò trascorrere ancora qualche istante. Poi ricordò il proprio incarico.
– Signor Baldi, posso farvi una domanda diretta?
– È il vostro mestiere.
– Avete un’idea di dove possa trovarsi il professor Majorana?
Baldi alzò gli occhi dalla scacchiera.
– Ignoro dove si trovi. Sono settimane che ripercorro ogni incontro, ogni lettera, ogni mossa. Credo che abbia voluto salutarmi in qualche modo. In quel momento ho lasciato passare quel gesto senza comprenderlo.
Cesare sentì un movimento improvviso nello stomaco.
– Quale gesto?
Baldi si allontanò dal tavolino, raggiunse l’armadio in fondo alla portineria e aprì l’anta superiore. Estrasse un libro rilegato in tela scura. Lo tenne per qualche secondo tra le mani, poi tornò verso Cesare.
– Me lo diede durante la sua ultima visita.
Aprì il volume sul frontespizio e glielo porse. Il titolo era stampato in caratteri semplici: Finali scelti. Sotto compariva un ex libris. Era una piccola incisione nera, precisa e inquietante. Un sole dominava la scena con raggi duri, tracciati come lame. Più in basso, una figura ascetica, consumata, quasi ridotta all’osso, stava inginocchiata davanti a un libro chiuso. La testa era piegata, le mani raccolte, il corpo sottile esposto alla luce verticale.
Sotto l’immagine correva una didascalia: “Cui est notum causas rerum et tamen putri potest quod amat, non est sapiens ma dannatus. Megliu è no sapiri ca sapiri e mali usari. Lu sapiri chi distruggi è peccatu mortali contra la criaturi.”
Cesare estrasse il taccuino e la copiò con attenzione, rispettando ogni parola e ogni segno. Le parole gli risultavano comprensibili soltanto in parte, ma il senso generale emergeva con chiarezza. Più sotto appariva una dedica autografa: “Ad Aurelio Baldi, che ha saputo smettere prima del matto.” Firmato: Ettore Majorana. Cesare rilesse la frase.
– Quando ve lo consegnò, cosa disse?
– Quasi nulla. Posò il libro accanto alla scacchiera. Disse che poteva essermi utile e aspettò che leggessi la dedica.
– Voi cosa rispondeste?
– Gli chiesi chi fosse il matto.
– E lui?
– Sorrise. Poi fece la sua mossa.
Cesare guardò di nuovo la dedica. Poteva riferirsi allo scacco matto. Poteva riguardare Baldi, la ricerca abbandonata, le crisi, il limite riconosciuto prima della rovina. Poteva riguardare Majorana stesso. Sfogliò il volume. Le pagine offrivano sequenze di sigle, lettere, numeri e diagrammi. Ogni sezione presentava una posizione ridotta a pochi pezzi, seguita da serie di mosse e varianti. Era un libro da consultare, studiare e verificare sopra una scacchiera, lontano dalla lettura continua di un romanzo.
Si fermò su una pagina.
Finale n. 37 — Torre e pedone contro torre
Posizione
Bianco: Re g5, Torre a7, Pedone h6.
Nero: Re g8, Torre b6.
Muove il Bianco.
Seguivano righe compatte:
- h7 Rh8
- Ta8 Rxh7
- Ta7 Rg6
- h8=D
Poi una seconda variante, introdotta da una sigla, modificava la risposta del nero e conduceva a un altro sviluppo. Voltò ancora qualche pagina. Finali di torre, finali di pedoni, re costretti lungo il bordo, opposizioni, sacrifici. Ogni problema cominciava quando quasi tutto era già avvenuto. Restavano pochi pezzi e ogni mossa assumeva un peso definitivo.
– Questo libro è collegato alla partita? – chiese.
– Non saprei. Majorana usava indicarmi alcuni temi – rispose Baldi. – Posizioni nelle quali la vittoria dipende da un tempo, da una casa, dall’ordine esatto delle mosse. La partita che avete davanti contiene qualcosa di simile. Almeno credo.
– La dedica vi sembrò un addio?
Baldi appoggiò una mano sul bordo del tavolo.
– Quel giorno la considerai una delle sue battute. Majorana sapeva che avevo abbandonato la ricerca per salvare ciò che restava della mia salute. Parlava spesso dello scienziato come di un uomo incapace di fermarsi davanti alle conseguenze del proprio lavoro. La dedica poteva essere un complimento. Poteva essere amarezza. Poteva contenere entrambe le cose.
– E adesso?
– Adesso leggo una separazione. Mi ha lasciato una posizione sospesa, un libro di finali e una frase sul momento in cui occorre smettere.
Cesare chiuse il volume con cautela e glielo restituì. Baldi lo posò accanto alla scacchiera. Per qualche secondo entrambi guardarono la posizione lasciata da Majorana. Cesare distingueva i pezzi, riconosceva il re, la regina, le torri e i cavalli. Il significato della disposizione gli restava precluso. Vedeva una posizione, senza saperla leggere. Dal corridoio arrivarono passi rapidi. Una voce chiamò un inserviente. Baldi rimase accanto alla scacchiera, assorto.
Falsa combinazione
«Una falsa combinazione nasce da una sequenza che sembra forzata, ma contiene una difesa capace di rovesciarne l’esito. Prima del sacrificio occorre cercare la migliore risposta dell’avversario, soprattutto quella meno evidente.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
Serra si affacciò alla portineria senza entrare del tutto. Teneva la borsa sotto il braccio e aveva l’espressione soddisfatta di chi aveva portato a termine un compito lungo, ripetitivo e condotto con metodo.
– Sto cercando il maresciallo… ah. Siete qui. Io ho finito con gli interr… – Si corresse, lanciando una rapida occhiata verso Baldi. – Volevo dire, con le interviste. Se volete, posso relazionare immediatamente.
Cesare si voltò verso di lui. La correzione era arrivata abbastanza in fretta da mostrare che Serra aveva compreso l’imprudenza, abbastanza tardi da renderla evidente.
– Lo possiamo fare dopo, con comodo. Qui abbiamo finito, per il momento.
Baldi continuava a osservare la scacchiera. Durante la conversazione aveva spostato soltanto un pezzo, eppure la posizione sembrava averlo assorbito nuovamente. Teneva il mento abbassato e le mani appoggiate ai bordi del tavolo, come se da quella particolare disposizione dipendesse qualcosa che riguardava anche lui. Cesare gli rivolse un cenno.
– Signor Baldi, la saluto. È stato molto interessante parlare con lei.
Baldi rimase immobile ancora per qualche secondo. Poi sollevò lentamente la testa. Sembrò destarsi da un sonno privo di immagini e impiegò un poco a mettere a fuoco Cesare, Serra e la portineria che li conteneva.
– Di nulla, maresciallo. Spero di esserle stato utile.
Lo sguardo tornò per un istante alla scacchiera.
– Nel caso, sa dove trovarmi.
La frase poteva riferirsi alla portineria, all’Istituto o alla posizione lasciata sul tavolo. Cesare evitò di chiedergli quale delle tre cose intendesse. Salutò e uscì insieme a Serra.
La foresteria nella quale alloggiavano disponeva di una piccola sala per le riunioni. Era un ambiente destinato a conversazioni provvisorie, con un tavolo abbastanza grande da ospitare fascicoli, taccuini e poche persone. Cesare e Serra vi si sistemarono nel tardo pomeriggio. Serra aprì la borsa, estrasse le proprie carte e le dispose davanti a sé secondo un ordine che aveva nella mente. Cominciò per primo.
– Studenti e inservienti, anche dopo che ve ne siete andato, hanno seguito la stessa linea dei professori e degli assistenti. Majorana era un genio. Distratto, volubile, capace di dimenticare ciò che per gli altri conta e di ricordare dettagli incomprensibili. Sembra privo di una vita privata o, almeno, capace di evitare che traspaia.
Cesare si appoggiò allo schienale. – Era da dirsi.
– Gli studenti e gli inservienti, naturalmente, sono stati meno espliciti. Rispondono con cautela. Prima cercano di capire quale sia la risposta meno compromettente. Si sente una certa distanza.
– Naturale, Serra. In un istituto del genere la distanza appartiene all’ordine delle cose. Il professore possiede il titolo, la stanza e l’autorità. Lo studente spera di ottenerli. L’inserviente apre la porta a entrambi.
Serra fece scorrere un dito sui propri appunti.
– In ogni caso, il quadro resta lo stesso. Majorana compariva, lavorava, parlava quando ne aveva voglia e poi si ritirava. Nessuno sembra sapere cosa facesse al di fuori dell’Istituto. Qualcuno dubita perfino che facesse qualcosa.
Cesare pensò alla descrizione che Baldi gli aveva dato. Un uomo capace di utilizzare il silenzio per osservare gli altri e il proprio prestigio per sottrarsi alle loro domande.
– Avete parlato con Aurelio Baldi?
– Sì, maresciallo. Appena siete uscito. Ha detto poco. Risposte brevi, qualche esitazione. A dire il vero, non mi è sembrato particolarmente sveglio.
Cesare lo guardò.
– Io l’ho incontrato subito dopo.
Serra attese il seguito, con la penna sospesa sopra il foglio.
– Era uno di loro, sapete? Uno studioso. Ha dovuto interrompere la ricerca a causa di una serie di crolli nervosi. Dice che l’unica attività intellettuale che riesce ancora a sostenere è giocare a scacchi.
Serra alzò gli occhi verso il soffitto, come se finalmente un dettaglio avesse trovato il proprio posto.
– Questo spiega la scacchiera in portineria. Mi immagino il mio superiore se mi sorprendesse a giocare durante l’orario di servizio.
Richiuse il taccuino e lo riaprì subito, per il solo gusto di accompagnare il commento con un gesto.
– Qui saranno tutti dei geni, maresciallo, però la disciplina sembra piuttosto rilassata. Un inserviente gioca a scacchi, gli studenti girano con la testa tra le formule e i professori spariscono quando preferiscono. In Questura durerebbero una mattina.
– Baldi giocava con Majorana – disse Cesare.
Serra smise di sistemare le carte.
– Con Majorana?
– Facevano partite lunghissime. Comunicavano una mossa ogni volta che si incontravano. Una partita poteva durare settimane. Anche mesi, dice.
Serra tornò lentamente ad appoggiare la penna sul tavolo.
– Allora è la prima persona che avesse con lui un rapporto personale.
Cesare ripensò a Baldi e alla cautela con cui aveva parlato di quel rapporto. Personale era forse una parola eccessiva. Tra uomini come loro, una partita poteva prendere il posto di molte altre forme di familiarità. Ogni mossa conteneva una domanda, una risposta e un giudizio sull’avversario.
– Avevano una consuetudine – disse. – Per Majorana poteva essere già molto.
– Ha raccontato altro?
– Sì.
Cesare lasciò trascorrere un momento. Conosceva ormai abbastanza Serra da prevederne la reazione e desiderava osservarla per intero.
– Baldi crede che Majorana, prima di allontanarsi, gli abbia lasciato un messaggio. Finora non è riuscito a decifrarlo.
Serra ebbe un sussulto e urtò con un ginocchio il bordo del tavolo.
– Un messaggio?
La sedia si spostò sotto di lui.
– Che tipo di messaggio?
– L’ultima volta che si sono incontrati, Majorana gli ha lasciato un libro di scacchi. Il titolo è “Finali scelti”. Voi giocate, Serra?
– A scacchi? No. E voi?
– Nemmeno io.
Cesare aprì il proprio taccuino.
– Il libro contiene pagine e pagine di sigle. Immagino indichino i pezzi, le caselle e le mosse necessarie per risolvere determinate posizioni. Per noi potrebbero essere gli orari dei treni o un elenco di formule chimiche. Nel caso si trattasse di un codice, ci servirebbe qualcuno capace almeno di distinguere una mossa ordinaria da una mossa fuori posto.
– Baldi dovrebbe esserne capace.
– Lo è. Ed è proprio questo il punto. Ha studiato il libro e non ha trovato nulla. Almeno nulla che sia riuscito a riconoscere.
Serra si inclinò verso di lui.
– Quindi il messaggio potrebbe essere altrove.
– Potrebbe trovarsi in ciò che Majorana ha aggiunto.
Cesare sfogliò alcune pagine del taccuino. Serra seguiva il movimento delle sue dita con un’attenzione crescente.
– Sul frontespizio c’è una dedica: “Ad Aurelio Baldi, che ha saputo smettere prima del matto”. Firmato: Ettore Majorana.
Serra ripeté lentamente le ultime parole.
– Prima del matto.
– Negli scacchi il matto conclude la partita.
– Questo lo so, maresciallo.
– Allora sapete più di me.
Serra accolse l’osservazione con una smorfia impaziente.
– Potrebbe riferirsi alla malattia di Baldi. Ha smesso prima che la sua mente cedesse del tutto.
– Potrebbe.
– Oppure a Majorana stesso.
– Potrebbe anche questo.
Serra rimase a riflettere. Cesare gli lasciò il tempo necessario. Quella dedica poteva contenere compassione, ammirazione, ironia o invidia. Baldi aveva saputo interrompere il proprio lavoro, pagando il prezzo dell’esclusione. Majorana, forse, considerava quella rinuncia una capacità che a lui mancava. Cesare riprese.
– Sotto la dedica c’è anche la stampa di un ex libris. Sapete cosa sono?
– Quelle immagini che i bibliofili mettono nei libri per indicarne la proprietà.
– Precisamente. Una specie di timbro personale. Questo raffigura una persona inginocchiata davanti a un libro chiuso. La figura è magra, quasi consumata. Sopra c’è un sole a raggi molto duri. Dal disegno si intuisce una luce accecante.
Serra attese.
– E c’è una scritta – continuò Cesare. – Io ne comprendo il senso generale. Voi avete studiato più di me e sicuramente riuscirete a tradurla con maggiore precisione.
Girò il taccuino e lo spinse verso di lui. Serra lo prese con entrambe le mani. Lesse la trascrizione una prima volta rapidamente. Poi tornò all’inizio, muovendo appena le labbra. Alla seconda lettura rallentò sulle parole latine, quindi passò alla parte successiva.
– La prima frase è un latino un po’ sgraziato – disse. – La costruzione sembra imitare una sentenza antica, però qualcosa è stato adattato o composto apposta.
Cesare indicò il foglio.
– Il significato?
– Dovrebbe essere: “Colui che conosce le ragioni delle cose e tuttavia può imputridire ciò che ama, non è un saggio, ma un dannato”.
Serra esitò.
– “Imputridire” è la resa più letterale. Potrebbe anche essere “lasciare marcire” oppure “vedere marcire”. La frase lega la conoscenza alla corruzione di ciò che viene conosciuto.
Cesare osservava il taccuino tra le sue mani.
– Continuate.
Serra passò alla seconda parte.
– Questa sembra dialettale. Siciliano, direi. Forse presenta qualche forma calabrese. Il senso dovrebbe essere: “È meglio non sapere che sapere per poi fare del male. La conoscenza che finisce per distruggere è un peccato mortale contro ogni creatura vivente”.
Rilesse ancora alcune parole, quasi sperando che una terza lettura producesse un significato più ordinato.
– Più o meno è questo.
Posò il taccuino sul tavolo, senza restituirlo subito.
– Sembra il discorso di un matto. Cosa può voler dire?
Cesare riprese il taccuino e lo chiuse.
– Chi lo sa?
Si guardò le mani. Majorana aveva scelto un libro dedicato ai finali, aveva scritto di qualcuno capace di smettere prima della conclusione e vi aveva aggiunto un’immagine nella quale la conoscenza sembrava consumare un uomo. Tutto poteva convergere verso un medesimo pensiero. Oppure quella convergenza esisteva soltanto perché loro avevano bisogno di trovarla.
– Forse è un indizio – disse. – Forse è soltanto un oggetto che Majorana considerava adatto a Baldi. Il quadro che ci hanno fatto di lui comprende anche uno strano senso dell’umorismo. Potrebbe essere uno scherzo privato.
– Uno scherzo piuttosto lugubre.
– L’umorismo di Majorana sembra avere caratteristiche proprie.
Cesare appoggiò il taccuino sul tavolo.
– Prima di attribuire un valore a quel messaggio, bisognerebbe capire a chi è rivolto.
– A Baldi, direi. La dedica porta il suo nome.
– La dedica sì. Il resto potrebbe essere stato lasciato perché Baldi lo trovasse. Oppure perché lo mostrasse a chi sarebbe venuto dopo.
Serra lo fissò.
– A noi?
– Anche noi siamo venuti dopo.
La sala rimase silenziosa per qualche secondo. Serra guardò i fogli sparsi davanti a sé, quasi fossero diventati insufficienti.
– A me sembrano tutti un po’ scentrati – concluse. – Parlano della scomparsa di Majorana come di una delle sue abitudini. Nessuno sembra particolarmente preoccupato. Un professore prende una nave, annuncia di volersi uccidere, smentisce tutto con un telegramma e poi svanisce. Qui lo considerano quasi coerente con il personaggio.
– Sono abituati a pensarlo capace di cose che gli altri faticano a comprendere.
– Anche sparire senza lasciare traccia?
– Specialmente quello, a quanto pare.
Serra scosse la testa. Aprì la borsa e ne estrasse un fascicolo. Il gesto riportò la conversazione dalla scacchiera, dagli ex libris e dalle frasi oscure agli orari stabiliti da altri.
– Intanto sono già passati tre giorni – disse. – Dobbiamo riferire all’illustrissimo Chiavolini e al Duce e abbiamo ancora poco da mostrare.
Prese un foglio dattiloscritto e lo tenne davanti a sé.
– Il programma prevede per domani mattina il trasferimento a Napoli. Nel pomeriggio incontreremo il professor Antonio Carrelli, direttore dell’Istituto di Fisica dell’Università.
Cesare conosceva già quel nome. Era il destinatario delle ultime comunicazioni di Majorana, l’uomo al quale la scomparsa era stata annunciata e poi ritirata nel giro di poche ore.
Serra proseguì, leggendo.
– Carrelli ha ricevuto la lettera con la quale Majorana annunciava il suicidio. In seguito ha ricevuto il telegramma di smentita. A partire dal giorno successivo parleremo con professori, assistenti e studenti dell’Università di Napoli.
Abbassò il foglio.
– Ricominciamo da capo, insomma.
Cesare pensò alla posizione rimasta sulla scacchiera di Baldi. Una partita cominciata da mesi, forse conclusa senza che uno dei giocatori avesse comunicato la propria ultima mossa.
– No, Serra – disse. – A Napoli riprendiamo dal punto in cui Majorana ha deciso che gli altri dovessero perderne le tracce.
Serra ripose il programma nel fascicolo. Sul tavolo restavano i loro appunti, la trascrizione della dedica e la descrizione di un uomo inginocchiato davanti a un libro chiuso. Due giorni di colloqui avevano prodotto molte parole e una sola cosa capace di assomigliare a un messaggio. Cesare ignorava ancora se Majorana avesse voluto indicare una direzione o lasciare dietro di sé un’altra posizione irrisolta. Per il momento, possedevano soltanto la mossa di un uomo assente.
– o –
Il professor Antonio Carrelli li ricevette nel proprio ufficio all’Istituto di Fisica dell’Università di Napoli. Aveva il viso magro, definito da zigomi alti e scavati. La camicia bianca, il farfallino scuro e la postura composta gli conferivano una calma quasi istituzionale. Gli occhi producevano un’impressione diversa. Erano scuri, leggermente incavati e continuamente attenti, come se seguissero più ragionamenti nello stesso momento e scegliessero di volta in volta quale lasciare affiorare. L’ufficio aveva soffitti alti e pareti occupate in buona parte da scaffali. I dorsi delle riviste scientifiche formavano serie regolari: Il Nuovo Cimento, Zeitschrift für Physik, Physical Review. Alcuni fascicoli erano disposti in ordine, altri si appoggiavano gli uni agli altri con l’inclinazione prodotta dall’uso. Sopra la scrivania, le carte erano raccolte in cartelle separate, ciascuna abbastanza sottile da suggerire un lavoro continuamente ripreso e mai lasciato accumulare.
Cesare continuava a sorprendersi dell’età di quei professori. Carrelli aveva trentasette anni; Fermi, a Roma, trentasei. Portavano titoli, dirigevano istituti, decidevano programmi e carriere quando molti uomini della loro età stavano ancora cercando il modo di farsi ricevere da chi occupava quegli uffici. Il fascismo aveva fatto della giovinezza una delle proprie parole d’ordine e avrebbe presentato volentieri anche quei professori come prova del rinnovamento portato dal regime. Aveva imparato che il potere possedeva un talento particolare nell’attribuirsi il merito delle cose riuscite.
Carrelli indicò le sedie davanti alla scrivania.
– Prego, accomodatevi.
Serra aprì la borsa e ne estrasse una cartella. Aveva preparato l’incontro con la precisione di chi preferiva collocare i documenti tra sé e l’interlocutore. Posò sul tavolo una copia della relazione riservata inviata da Carrelli al rettore il 30 marzo e, accanto, le riproduzioni fotografiche delle due lettere e del telegramma spediti da Majorana. Li dispose secondo l’ordine di ricezione. Il gesto dichiarava che almeno quella parte della vicenda era ormai fissata. Potevano restare oscuri il movente, il percorso e la destinazione; le carte, le date e gli orari possedevano una propria consistenza. Carrelli abbassò lo sguardo sui documenti.
– Immagino abbiate già ricostruito la sequenza.
– Vorremmo sentirla da voi, professore – disse Serra.
Carrelli annuì. Prese il telegramma e lo tenne davanti a sé senza bisogno di leggerlo.
– Sabato 26 marzo, alle undici del mattino, ricevetti questo messaggio da Palermo: “Non allarmarti. Segue lettera. Majorana”.
Posò il foglio.
– In quel momento ignoravo quale allarme dovessi evitare. Majorana era partito la sera precedente e io sapevo soltanto che si trovava fuori Napoli. Il telegramma annunciava una lettera, ma quella lettera doveva ancora arrivare.
Indicò la prima riproduzione.
– La distribuzione postale delle quattordici mi consegnò questa. Era stata scritta a Napoli venerdì 25, prima della partenza. Majorana dichiarava di avere preso una decisione ormai inevitabile e parlava della propria improvvisa scomparsa. Mi chiedeva di perdonarlo e invitava a ricordare tutti coloro che aveva imparato a conoscere e apprezzare durante quei mesi.
Carrelli fece scorrere un dito lungo il margine della copia.
– Evitava la parola suicidio. Il senso, però, conduceva in quella direzione. Solo dopo avere letto la lettera compresi il telegramma. Doveva rassicurarmi e correggere quanto aveva scritto il giorno precedente.
Serra prese nota, sebbene avesse le stesse informazioni davanti agli occhi.
– E la seconda lettera?
– Arrivò la mattina di domenica 27. Era stata spedita per espresso da Palermo. Majorana sperava che il telegramma e la prima lettera mi fossero giunti insieme. Scriveva che il mare lo aveva rifiutato e annunciava il ritorno a Napoli. Aggiungeva di volere rinunciare all’insegnamento e si dichiarava disponibile a fornire spiegazioni.
Le tre comunicazioni restarono allineate sulla scrivania. Cesare le osservò. Prima una decisione annunciata come definitiva. Poi una rassicurazione arrivata prima della ragione che l’aveva resa necessaria. Infine il ritorno promesso e una nuova rinuncia, questa volta limitata all’insegnamento. Ogni messaggio modificava il precedente e lasciava intatta una parte della minaccia.
Serra sollevò gli occhi dal taccuino.
– Avete qualche osservazione da fare su questa successione?
Pronunciò la domanda con cautela. Nei due giorni trascorsi a Roma aveva già formato un’opinione sui fisici e sulle loro eccentricità. Davanti a Carrelli cercava una formulazione capace di ottenere una risposta senza irritare l’interlocutore.
Carrelli unì le mani sulla scrivania.
– Ogni valutazione fatta oggi risente di quanto sappiamo dopo. Majorana ha fatto perdere le proprie tracce. Questo dato modifica il peso di ogni frase, di ogni gesto e perfino di ogni silenzio precedente.
Rivolse lo sguardo alle copie.
– La sequenza rivela certamente uno stato di grave turbamento. Noi fisici abbiamo fama di essere eccentrici. Talvolta la meritiamo. Viviamo a lungo dentro problemi che agli altri risultano astratti e finiamo per acquistare abitudini poco comprensibili. Qui, però, siamo molto oltre una stranezza di carattere.
– Potremmo interpretarla come il sintomo di un esaurimento nervoso? – chiese Serra.
Carrelli lasciò trascorrere qualche secondo.
– Potreste. Sarebbe un’ipotesi. Per trasformarla in una conclusione servirebbe una competenza che io possiedo in misura assai limitata e un’osservazione del professor Majorana che nessuno di noi ha più la possibilità di compiere.
Serra inclinò appena la testa. La risposta gli sembrava prudente fino all’eccesso.
– Aveva mai manifestato comportamenti simili?
– Aveva un carattere appartato. Questo sapete già. Conservava per sé una parte considerevole della propria vita e dei propri pensieri. Anche quando parlava, decideva con precisione quanto concedere. Una persona riservata può attraversare una crisi lasciando pochissimi segni visibili.
Carrelli si appoggiò allo schienale.
– A Napoli si trovava alla prima esperienza continuativa di insegnamento. Aveva tenuto in passato programmi di corsi liberi. Essere titolare di una cattedra comportava altro: definire il programma, preparare le lezioni, mantenere una progressione, misurarsi con la preparazione degli studenti e assumersi la responsabilità dell’intero corso.
– Pensate che questo impegno possa avergli pesato? – domandò Serra.
– Ho detto che era un’esperienza nuova. Sul peso posso fare soltanto congetture.
Cesare seguiva Carrelli. Il professore distingueva con cura ciò che aveva visto da ciò che poteva dedurne. Era un’abitudine scientifica, forse anche una forma di difesa.
– Come arrivò a Napoli? – chiese.
Carrelli si rivolse a lui.
– Majorana aveva partecipato al concorso nazionale bandito per la cattedra di Fisica teorica a Palermo. La commissione riconobbe l’eccezionalità della sua posizione scientifica e propose al Ministero una nomina diretta, fuori dalla procedura ordinaria. Gli fu assegnata la cattedra di Napoli.
– Quindi si ritirò dal concorso perché aveva già ottenuto una cattedra – disse Serra.
– Esattamente. La nomina decorreva dal novembre precedente. Arrivò qui il 10 gennaio, tenne la lezione inaugurale il 13, cominciò il corso due giorni dopo e prestò giuramento il 17.
Carrelli pronunciava le date senza consultare documenti. Erano ancora abbastanza vicine da appartenere alla vita quotidiana dell’Istituto.
– Io credo che vedesse nella cattedra una possibilità di autonomia – continuò. – A Roma si era formato dentro un gruppo di eccezionale valore, ma lui lavorava soprattutto da solo. Napoli gli offriva uno spazio proprio, studenti propri e una responsabilità scientifica indipendente.
– Vi sembrò contento della nomina? – chiese Cesare.
Carrelli considerò la parola.
– Mi sembrò disposto ad accettarla. Per Majorana era già una manifestazione abbastanza chiara. Scrisse che sperava di venire davvero a Napoli. Una volta arrivato, organizzò il corso e tenne le lezioni con regolarità.
– Il trasferimento di uno scienziato da un istituto all’altro è così comune? – domandò Serra.
– Fa parte della vita universitaria. Nel 1933 Majorana trascorse un periodo in Germania e in Danimarca. Segrè si è trasferito a Palermo. Pontecorvo lavora a Parigi. Le cattedre, le borse e gli istituti distribuiscono le persone secondo opportunità e necessità. La scuola romana ha formato diversi studiosi; era prevedibile che, con il tempo, alcuni prendessero altre strade.
– Due mesi dopo l’inizio delle lezioni, però, Majorana è sparito – osservò Serra.
– Sì.
La risposta breve tolse alla frase qualsiasi possibilità di essere assorbita dentro il normale movimento delle carriere accademiche.
Carrelli riprese: – Durante quei due mesi svolse il proprio corso. Preparava le lezioni con cura e mostrava attenzione alla progressione degli argomenti. L’ultima ebbe luogo il 24 marzo. Per quanto ho potuto osservare, il suo comportamento professionale rimase regolare fino alla vigilia della partenza.
– Nessun segno di insoddisfazione? – chiese Cesare.
– Nessuno che io abbia saputo riconoscere. Questo è il limite della mia risposta. Posso dirvi ciò che appariva. Arrivava, teneva lezione, parlava con chi aveva necessità di parlargli e tornava alle proprie occupazioni. Il resto rimaneva suo.
– E fuori dall’Istituto?
– Avevamo rapporti cordiali. Mi aveva scritto prima della nomina e ci conoscevamo attraverso l’ambiente universitario. Anche nel concorso ero membro della commissione. A Napoli, però, ciascuno di noi aveva il proprio lavoro. Majorana abitava in albergo e conduceva una vita molto riservata.
Serra sfogliò alcune pagine.
– Diverse persone ci hanno descritto un uomo chiuso, ironico, talvolta imprevedibile.
– Sono descrizioni compatibili con lui. Diventano pericolose quando vengono usate per spiegare qualsiasi cosa. Una persona riservata può scomparire. Può anche restare tutta la vita nello stesso posto. Il carattere offre possibilità, raramente dimostrazioni.
Cesare registrò la frase. Carrelli aveva evidentemente trascorso gli ultimi giorni respingendo interpretazioni costruite dopo i fatti.
– Il rapporto con gli studenti? – chiese Serra.
– Regolare.
– Regolare in quale senso?
– Seguivano il corso. Erano pochi, dunque Majorana li conosceva individualmente. Preparava le lezioni tenendo conto delle loro difficoltà e cercava di rendere accessibili argomenti complessi. Da quanto mi risulta, il rapporto restò corretto.
– Confidenze personali?
– Nessuna della quale io sia a conoscenza.
Serra abbassò lo sguardo sulla cartella.
– Abbiamo l’elenco degli iscritti. Cinque persone. Sono Altieri Nella, Mercogliano Laura, Minghetti Nada, Sciuti Sebastiano e Senatore Gilda. Lei conferma?
– Confermo. Nell’Istituto ci conosciamo tutti. Ho ricevuto la richiesta di convocarli per domani e di mettervi a disposizione un’aula.
Un’ombra di esitazione attraversò il viso di Carrelli.
– Immagino vogliate sentirli separatamente.
– È il metodo più utile – rispose Serra.
– Naturalmente.
Carrelli raccolse le riproduzioni fotografiche e le ricompose secondo l’ordine in cui Serra gliele aveva presentate. Telegramma, prima lettera, seconda lettera. Poi le spinse verso di lui.
– Troverete persone impressionate da quanto è accaduto. Alcuni possiedono maggiore capacità di osservazione, altri meno. Vi prego soltanto di ricordare che erano suoi studenti. Cercavano di seguire un corso difficile. Il loro rapporto con Majorana passava soprattutto da lì.
Serra ripose i documenti nella cartella.
– Faremo domande sui fatti, professore.
Carrelli annuì. Accolse la rassicurazione per ciò che valeva. Cesare si alzò. L’incontro aveva prodotto una cronologia più precisa e confermato quanto già risultava dalle carte. Majorana era apparso regolare fino all’ultimo giorno. Aveva preparato la partenza, scritto una lettera che suggeriva la morte, revocato il proposito prima che il destinatario lo conoscesse e promesso un ritorno del quale mancava ogni traccia certa. Serra chiuse la borsa e si alzò a sua volta.
– Grazie per la disponibilità, professor Carrelli – disse Cesare.
– È mio dovere. Per qualsiasi necessità, sapete dove trovarmi.
Carrelli si alzò e gli porse la mano. Cesare la strinse. Avrebbe potuto congedarsi. La relazione, le lettere e le risposte avevano già occupato tutto lo spazio previsto dall’incontro. Continuò a guardare Carrelli.
– Una sola domanda, professore.
Carrelli attese.
– Molto spesso vale la pena fare proprio quella che tutti hanno lasciato da parte.
La stretta tra le loro mani rimase sospesa.
– Avete un’idea di dove sia andato il professor Majorana?
Per la prima volta dall’inizio del colloquio, Carrelli perse il ritmo delle risposte. Guardò Cesare come se la domanda avesse oltrepassato le carte, le date e le cautele costruite attorno alla vicenda. Le dita allentarono lentamente la presa.
– Lo ignoro – disse.
Abbassò per un momento gli occhi verso la scrivania. Il telegramma e le lettere erano ormai tornati nella borsa di Serra; sul piano restava soltanto lo spazio che avevano occupato.
– E non riesco nemmeno a immaginarlo.
– o –
L’indomani le operazioni dovettero essere momentaneamente sospese. Il 5 maggio Napoli apparteneva a Hitler e Mussolini. Serra lo comunicò a Cesare al termine della colazione, con l’aria soddisfatta di chi annunciava un avvenimento predisposto anche per lui.
– Oggi l’Università riceve soltanto le autorità impegnate nelle celebrazioni. Gli uffici collaborano all’accoglienza e molti studenti sono stati convocati per le manifestazioni.
– Dunque abbiamo una giornata libera.
– Abbiamo l’occasione di assistere a un momento storico.
Serra aveva già preparato il percorso. La visita del Führer occupava da giorni le conversazioni della città, i giornali e il lavoro degli uffici. La Questura aveva distribuito uomini lungo le strade interessate dal corteo; le organizzazioni fasciste avevano mobilitato studenti, avanguardisti, balilla, associazioni d’arma e dopolavoristi. Ogni gruppo aveva ricevuto un punto nel quale schierarsi, un orario e istruzioni sulla posizione da assumere al passaggio delle autorità. Uscirono presto. Le vie che conducevano verso Mergellina e il lungomare erano già percorse da famiglie, reparti in uniforme e scolaresche guidate dagli insegnanti. Molti portavano piccole bandiere italiane o tedesche distribuite lungo il tragitto. Le croci uncinate si alternavano ai tricolori sulle facciate, ai fasci littori e agli stemmi sabaudi. Aquile dorate dominavano colonne costruite per l’occasione. Tra due palazzi, una grande struttura decorativa occupava il cielo della strada e obbligava i passanti ad alzare la testa.
Serra la indicò.
– Guardate che effetto. Questa città è diventata la capitale del Mediterraneo.
Cesare osservò le giunzioni visibili sotto la vernice e le tavole fissate sul retro.
– Hanno lavorato in fretta.
– È la dimostrazione di cosa riesce a fare l’Italia quando riceve una direzione precisa.
Un uomo vicino a loro bussò con le nocche contro la base di una colonna. Dal rivestimento arrivò un suono vuoto. Quello guardò Cesare, sollevò le sopracciglia e si allontanò tra la folla. Serra seguiva le decorazioni, le uniformi e gli schieramenti con crescente entusiasmo. Riconosceva i reparti dai fregi, spiegava la funzione delle diverse organizzazioni e commentava l’ordine mantenuto lungo il percorso. Ogni dettaglio confermava ai suoi occhi l’efficienza del regime. Cesare camminava accanto a lui e guardava soprattutto le persone incaricate di produrre quell’efficienza. I bambini aspettavano da ore, stretti dentro uniformi troppo calde. Gli insegnanti cercavano di tenerli in riga. I militi controllavano gli spazi lasciati liberi davanti alle transenne. Le donne si proteggevano dal sole con giornali piegati e ventagli. Dietro le prime file, la folla continuava a premere per conquistare una vista migliore.
Verso le dieci un movimento attraversò la strada prima ancora che comparissero le automobili. Gli uomini della sicurezza si irrigidirono. I carabinieri a cavallo presero posizione. I tamburini cominciarono a battere un ritmo secco e regolare. Le voci si sollevarono a ondate lungo il percorso.
– Arrivano – disse Serra.
Le prime motociclette passarono rapidamente. Seguirono vetture della scorta, ufficiali, carabinieri con le sciabole sguainate. Infine comparve la berlina aperta con Hitler e Vittorio Emanuele. Il Führer teneva il braccio sollevato; il re sedeva accanto a lui, piccolo e rigido dentro l’uniforme. Serra scattò nel saluto romano. Attorno a loro centinaia di braccia si alzarono insieme. Cesare rimase stretto tra un uomo che gridava fino a perdere la voce e una donna che agitava una bandierina tedesca davanti al viso del figlio. Portò la mano alla tesa del cappello, come avrebbe fatto al passaggio di un’autorità durante il servizio. La vettura durò davanti a loro pochi secondi. Serra abbassò il braccio quando il corteo era già lontano.
– Avete visto? – disse. – Il Führer e il re d’Italia nella stessa automobile. Due popoli schierati per il futuro dell’Europa.
Cesare guardò le persone che abbandonavano le prime file e correvano verso una strada laterale per tentare di rivedere il corteo più avanti.
Raggiunsero il lungomare insieme a migliaia di persone. Via Caracciolo era coperta di bandiere. Il golfo appariva pieno di navi fino a una distanza che rendeva difficile distinguerne le forme. Corazzate, incrociatori, cacciatorpediniere e unità minori occupavano l’acqua secondo un ordine che Serra contemplava quasi in estasi. Hitler, il re, il principe Umberto e il seguito erano stati condotti al molo e imbarcati sulla nave da battaglia Conte di Cavour, dove Mussolini li attendeva. Dalla riva giungevano soltanto immagini lontane: motoscafi in movimento, scie bianche, sagome d’acciaio, formazioni aeree che attraversavano il cielo. La folla reagiva a ogni passaggio. Quando una squadra di velivoli sorvolava il golfo, migliaia di visi si sollevavano insieme. Quando dal largo arrivava il rombo dei cannoni a salve, i bambini gridavano e gli adulti applaudivano. Le voci degli altoparlanti raccontavano quanto gli occhi riuscivano a cogliere solo in parte: manovre perfette, navi in piena efficienza, sommergibili capaci di immergersi e riemergere in formazione. Serra ripeteva i numeri appena pronunciati.
– Oltre duecento unità. Novanta sommergibili. Una flotta simile controlla tutto il Mediterraneo. Oggi mostriamo alla Germania la nostra potenza navale.
Trascorsero buona parte della giornata spostandosi con la folla. Ogni strada offriva una versione diversa dello stesso spettacolo. Da un punto si vedevano le navi; da un altro le automobili delle autorità; altrove comparivano reparti schierati, ragazzi con i remi sollevati nel saluto fascista, avanguardisti immobili sotto il sole. Piazza del Plebiscito era diventata il centro della rappresentazione. Il colonnato di San Francesco di Paola portava grandi stendardi con fasci e svastiche. Un’aquila dorata dominava la facciata. Davanti a Palazzo Reale, la folla occupava ogni spazio disponibile. Serra osservava quella massa con ammirazione.
– Ecco il popolo.
Cesare guardò un gruppo di impiegati arrivati insieme, ancora disposti secondo il proprio ufficio. Poco più avanti alcune donne tenevano in mano cartoncini dello stesso colore. Un caposquadra controllava che restassero compatte. I ragazzi delle organizzazioni giovanili erano ordinati per reparto.
Nel pomeriggio riuscirono a mangiare in piedi, presso una bottega rimasta aperta in una strada laterale. Serra continuò a parlare della rivista navale, della disciplina delle formazioni e dell’impressione prodotta sull’ospite tedesco. Aveva osservato Hitler soltanto per pochi secondi e da grande distanza, eppure ne descriveva l’espressione soddisfatta, la sorpresa e il rispetto per la potenza italiana.
– Mussolini ha preparato tutto per questo – disse Serra. – Hitler tornerà in Germania sapendo di avere accanto una nazione forte.
Cesare ripensò alla villa di Riccione, all’idrovolante, al piacere con cui Benito aveva anticipato il viaggio e alla cura dedicata all’effetto da produrre.
– Mussolini saprà certamente cosa Hitler deve avere pensato.
La sera la città rimase illuminata. Corso Umberto, piazza Giovanni Bovio e piazza del Plebiscito brillavano sotto lampade, insegne e decorazioni. La folla continuava a muoversi tra le facciate ornate. Le autorità raggiunsero Palazzo Reale per il banchetto e poi il San Carlo, dove era prevista l’Aida.
Serra decise di restare fino al passaggio serale del corteo.
– Domani abbiamo gli studenti – gli ricordò Cesare.
Rientrò alla foresteria mentre dalle strade arrivavano ancora inni, marce e grida. Sentiva nelle gambe le ore trascorse in piedi e nella testa il rumore dei tamburi, degli altoparlanti e delle acclamazioni. Avevano sospeso per un giorno la ricerca di un uomo capace di scomparire lasciando dietro di sé poche tracce. Napoli aveva impiegato lo stesso giorno per rendere visibili due uomini da ogni strada, ogni finestra e ogni punto del golfo. Il mattino seguente tornarono all’Università.
– o –
Il sei maggio anche i colloqui con il personale e gli studenti dell’Università di Napoli finirono per riprodurre la dinamica già incontrata a Roma. Il professor Majorana aveva portato nel nuovo incarico il proprio carattere peculiare, accompagnandolo però con una variante che tutti sembravano considerare degna di nota: rispettava gli orari, preparava le lezioni con cura e seguiva la pianificazione del corso. Arrivava puntuale, esponeva gli argomenti secondo un ordine preciso e lasciava l’aula all’ora stabilita. Il disordine che lo accompagnava nella vita quotidiana pareva arrestarsi davanti alla responsabilità dell’insegnamento. Nessuno ricordava parole di insoddisfazione verso Napoli, l’Università o la cattedra. Nessuno lo aveva sentito lamentarsi degli studenti, del programma o dell’ambiente. Qualcuno lo aveva trovato più silenzioso del consueto; altri affermavano che fosse sempre stato così. Dopo la denuncia della scomparsa, nessuno aveva ricevuto lettere, telegrammi o messaggi. Nessuno sapeva indicare un luogo nel quale cercarlo. Tutti speravano che fosse vivo. Quasi tutti, dopo averlo detto, abbassavano gli occhi.
Le risposte si succedevano con una regolarità che Cesare aveva ormai imparato a riconoscere. Majorana era riservato, cortese a modo suo, capace di improvvisi gesti di attenzione. Poteva dimenticare un saluto e ricordare una domanda ascoltata settimane prima. Durante le lezioni manteneva un rigore assoluto; fuori dall’aula tornava a muoversi dentro una concentrazione che lo separava dagli altri. Serra prendeva nota con diligenza. Registrava i nomi, gli orari, la posizione degli interlocutori e ogni formula che potesse assumere un valore amministrativo. Quando una risposta risultava vaga, la faceva ripetere e cercava di trasformarla in una frase adatta a un verbale.
Cesare ascoltava. Verso la fine della giornata Cesare tornò su Gilda Senatore, una delle allieve che avevano seguito con maggiore assiduità il corso di Majorana. La ragazza sembrava restare ai margini della conversazione. Mentre gli altri rispondevano, teneva lo sguardo sul tavolo o sulle finestre dell’aula. Quando arrivò il suo turno, parlò con voce bassa e scelse parole prudenti. Aveva seguito le lezioni, aveva visto Majorana nei corridoi, lo aveva trovato serio e disponibile.
– Vi aveva affidato qualcosa? Libri, appunti, materiale per le lezioni?
Gilda esitò appena.
– Ci dava spesso indicazioni sulle lezioni.
– Intendevo qualcosa da conservare.
La ragazza abbassò gli occhi sul tavolo.
– Nulla che possa aiutarvi a trovarlo.
Dopo la scomparsa, aveva appreso le notizie dagli altri. Cesare attese qualche secondo, lasciandole lo spazio per aggiungere qualcosa. La ragazza rimase in silenzio. Poteva trattarsi di timidezza, disagio o semplice stanchezza. La sensazione di Cesare rimase priva di appigli. Alla fine, anche quella testimonianza si aggiunse alle altre senza modificarne il contenuto. Serra chiuse l’ultimo verbale, asciugò con la carta assorbente una riga ancora fresca e raccolse i fogli.
– Direi che abbiamo finito.
Cesare guardò le sedie vuote davanti al tavolo.
– Abbiamo sentito tutti.
– E tutto è stato verbalizzato.
Il mattino seguente uscirono dalla sede dell’Istituto e scesero lungo via Depretis verso l’Albergo Bologna. Il numero civico 72 si trovava in un tratto animato da viaggiatori, facchini, vetture e persone dirette agli uffici o al porto. L’albergo aveva continuato a funzionare durante l’indagine, assorbendo la scomparsa di Majorana dentro il movimento ordinario delle partenze e degli arrivi. La stanza occupata dal professore era stata dissequestrata una settimana dopo la denuncia. La famiglia aveva ritirato gli effetti personali; il personale dell’albergo aveva provveduto al resto: biancheria, rifiuti, pulizia. L’ambiente era tornato disponibile ed era stato assegnato a un commesso viaggiatore. L’uomo aprì la porta ancora in maniche di camicia. Guardò prima Cesare, poi Serra e infine il documento che gli veniva mostrato.
– Ancora per quel professore?
Serra ripiegò l’autorizzazione.
– Dobbiamo controllare la stanza.
Il commesso si appoggiò allo stipite.
– Controllatela pure. Magari trovate qualcosa che è sfuggito alla polizia, alla famiglia, ai camerieri e a me.
Il tono oscillava tra l’indispettito e il divertito. Li lasciò passare e si sedette sul bordo del letto, seguendoli con lo sguardo. La stanza conteneva ormai la vita di un altro uomo. Sul comodino c’erano una sveglia, un bicchiere e un giornale piegato. Una valigia aperta occupava il supporto vicino alla parete. Dalla spalliera di una sedia pendevano una giacca e due cravatte. Sopra il lavabo erano disposti un rasoio, un pennello da barba e una boccetta di brillantina. Cesare guardò dentro l’armadio, controllò i cassetti e si chinò per osservare sotto il letto. Serra esaminò il davanzale, il comodino e la serratura. Ogni superficie era stata pulita, rioccupata e restituita alla funzione alberghiera.
– Gli effetti del professore sono stati tutti rimossi? – chiese Serra.
– Così mi hanno detto – rispose il commesso. – Quando sono arrivato io, la stanza era vuota e rifatta.
– Avete trovato fogli, libri o oggetti dimenticati?
– Ho trovato un bottone sotto il letto. Apparteneva forse al professore, forse a quello venuto prima di lui, forse a me.
Serra trascrisse comunque la risposta. Cesare aprì la finestra. Via Depretis si stendeva sotto di loro, piena di rumore e movimento. Majorana aveva abitato quella stanza, scritto una lettera d’addio, raccolto le proprie cose ed era uscito. Quaranta giorni dopo, di lui rimanevano un indirizzo nel fascicolo e il ricordo incerto di chi lavorava nell’albergo. Richiuse la finestra.
– Possiamo andare.
Il commesso sorrise.
– Avete trovato quanto cercavate?
– Abbiamo trovato la vostra stanza! – rispose Serra piccato.
Scesero in strada e proseguirono a piedi verso la Marina. Serra camminava con la cartella stretta sotto il braccio. Da quando erano arrivati a Napoli aveva mostrato una crescente sicurezza. Le testimonianze dell’Università, la stanza svuotata e i documenti della polizia sembravano disporsi nella sua mente secondo una linea ormai definita. Aspettò che si fossero allontanati dall’albergo.
– Credo che il professor Strazzeri abbia viaggiato davvero con Majorana.
Cesare continuò a camminare.
– La sua identificazione era incerta.
– Era prudente. Dopo quaranta giorni, una persona seria evita affermazioni assolute. La fotografia gli ha ricordato l’uomo nella cabina. Il biglietto risulta usato e ritirato allo sbarco. Gli elementi concordano.
– Continuate.
Serra interpretò l’invito come un’approvazione.
– Il comportamento di Majorana mostra una condizione di instabilità. Tutti insistono sulla sua normalità perché apparteneva al loro ambiente e perché erano abituati alle sue stranezze. Nei fatti, parliamo di un uomo che trascorreva lunghi periodi isolato, spariva dall’Istituto, distruggeva i propri appunti e viveva assorbito da problemi quasi incomprensibili anche ai colleghi.
Cesare lo lasciò parlare.
– Situazioni simili si verificano con una certa frequenza tra le persone che si sottopongono a uno sforzo mentale eccezionale – proseguì Serra. – Cercano per mesi di risolvere problemi matematici inaffrontabili e, alla fine, perdono l’equilibrio. Baldi ne rappresenta un esempio evidente. Era un ricercatore, ha insistito oltre il limite e ha dovuto abbandonare tutto.
– Baldi ha scelto di fermarsi.
– Proprio perché aveva compreso il rischio.
Serra indicò davanti a sé, come se la conclusione li aspettasse in fondo alla strada.
– Majorana ha avuto un esaurimento nervoso. Ha pianificato il suicidio, ha ritirato il denaro, preso il passaporto, scritto le lettere ed è partito per Palermo con l’intenzione di gettarsi in mare. Durante il viaggio gli è mancato il coraggio. Arrivato a Palermo, ha cercato una forma di consolazione: prima il telegramma, poi la seconda lettera a Carrelli.
– Una consolazione?
– Il modo per tornare sui propri passi senza confessare apertamente la paura. Il mare lo aveva rifiutato. La frase gli permetteva di presentare il ripensamento come qualcosa accaduto fuori dalla sua volontà.
La strada scendeva verso la zona del porto. Il movimento aumentava; facchini e impiegati passavano accanto a loro, mentre dalle vie laterali arrivavano odori di cucine, carbone e acqua salmastra.
– Majorana è quindi rientrato a Napoli – continuò Serra. – Strazzeri lo ha visto durante la traversata. Il biglietto è stato consegnato. Una volta sbarcato, però, doveva trovarsi in uno stato di prostrazione tale da impedirgli di affrontare la famiglia, l’Università e Carrelli.
– E da impedirgli altri spostamenti.
– Esatto. Avrà cercato un luogo nel quale rifugiarsi e riprendersi dalla tremenda crisi fisica e mentale che aveva attraversato. Majorana era religioso. In una condizione simile, la scelta più naturale conduce a una comunità religiosa: un convento, un monastero, una casa di accoglienza. Attorno al porto e all’Università.
– Perché proprio lì?
– Un edificio raggiungibile a piedi, scelto senza preparativi né ulteriori spostamenti. Probabilmente una decisione presa d’impulso.
Serra aprì la cartella e batté un dito su una delle carte.
– L’indagine di polizia è arrivata alla stessa conclusione. Le verifiche negli ambienti religiosi risultano già avviate, anche se con risultati modesti.
Cesare ascoltò fino alla fine senza intervenire.
Trascorsero il pomeriggio alla stazione marittima. Interrogarono impiegati, addetti ai controlli, facchini, personale della compagnia di navigazione e uomini che quaranta giorni prima avevano partecipato allo sbarco dei passeggeri. Le risposte possedevano la cortesia accurata di chi desiderava collaborare senza avere nulla da offrire. Il piroscafo era arrivato all’ora prevista. I passeggeri erano scesi. I biglietti erano stati ritirati. Qualcuno ricordava un uomo con un cappotto scuro. Qualcun altro ricordava un passeggero magro, oppure pallido, oppure curvo. Mostrata la fotografia, diversi dissero che il volto poteva apparire familiare. Nessuno riuscì a collegarlo a un gesto, una voce o un bagaglio preciso. Erano trascorsi quaranta giorni. Nel frattempo, decine di navi avevano attraccato e migliaia di persone avevano attraversato gli stessi varchi. Ogni ricordo veniva ricostruito sotto la pressione della domanda. Gli uomini guardavano la fotografia, cercavano dentro una folla ormai perduta e finivano per riconoscere qualcosa.
Cesare osservava il processo con crescente irritazione. Un funzionario prese la fotografia tra due dita, la allontanò dal viso e socchiuse gli occhi.
– Potrei averlo visto.
– Dove? – chiese Serra.
– Qui.
– In quale punto?
L’uomo indicò vagamente la sala.
– Tra i passeggeri.
– Con chi era?
– Solo, credo.
– Portava una valigia?
Il funzionario esitò.
– Forse.
Serra annotò ogni parola. Cesare guardò le file di persone che continuavano a entrare e uscire dall’edificio. Bastava insistere ancora un poco e quell’uomo avrebbe ricordato il colore della valigia, la mano che la reggeva e perfino l’espressione del passeggero. Quando uscirono, il sole stava calando dietro gli edifici. Serra sembrava soddisfatto.
– Abbiamo alcune conferme.
Cesare infilò le mani nelle tasche.
– Abbiamo persone che, dopo quaranta giorni, riconoscono una fotografia mostrata da due funzionari.
– Diversi ricordi convergono.
– Perché la domanda era la stessa.
Serra rimase qualche passo in silenzio. Poi tornò al proprio piano.
– Domani cominceremo gli istituti religiosi.
Cesare si voltò verso di lui.
– Avete già organizzato tutto.
– Sì. Ho preparato un elenco delle comunità presenti tra la Marina, il centro e la zona dell’Università. Partiremo da quelle che offrono ospitalità o dispongono di foresterie.
– Quante?
– Abbastanza per occupare diversi giorni.
– E cosa pensate di trovare?
– Majorana, nella migliore delle ipotesi. In alternativa, una traccia del suo passaggio: una richiesta di alloggio, una confessione, un colloquio con un sacerdote, qualcuno che ricordi un uomo corrispondente alla fotografia.
Serra parlava con crescente energia.
– I religiosi mantengono un atteggiamento riservato. Con il giusto grado di fermezza, però, comprenderanno la gravità della situazione. Grazie ai buoni uffici dell’illustrissimo Chiavolini, domani mattina avremo a disposizione una pattuglia di agenti di Pubblica Sicurezza.
– Per quale compito?
– La loro presenza aiuterà a sciogliere qualche lingua.
– Uno spauracchio.
Serra accolse il termine senza disagio.
– In alcuni casi può bastare. Qualora emergessero reticenze evidenti, potremmo procedere a verifiche più approfondite.
– Perquisizioni?
– Informali.
– Fino a questo momento – disse Cesare mentre continuava a camminare – abbiamo percorso la stessa strada già seguita dalla polizia. Abbiamo sentito le stesse persone, letto le stesse carte e visitato gli stessi luoghi. La polizia lo ha fatto quando i fatti erano recenti. Noi arriviamo quaranta giorni dopo.
– Possiamo cogliere elementi che agli altri sono sfuggiti.
– Possiamo anche produrne di nuovi dentro la memoria delle persone. Oggi diversi uomini hanno cominciato a riconoscere Majorana perché tenevate la fotografia davanti ai loro occhi e aspettavate una risposta. Tra qualche giorno ricorderanno di averlo visto davvero. La settimana prossima sapranno descrivere il cappotto.
Serra strinse la cartella.
– Questo vale per ogni testimonianza tardiva.
– Appunto. Una pista raffreddata offre soprattutto falsi ricordi. Più insistiamo, più rischiamo di allontanarci dai fatti.
Ripresero a camminare.
– Voi vedete Majorana disorientato, in preda a un esaurimento – continuò Cesare. – Io vedo una sequenza di movimenti lucidi. Denaro, passaporto, lettere, telegramma, biglietti, orari. Ogni gesto produce un effetto preciso sulle persone che lo cercano.
– Anche una mente sconvolta può agire con metodo.
– Certo. Però il metodo resta.
Serra aspettò.
– L’identificazione di Strazzeri costituisce uno dei passaggi decisivi – disse Cesare. – Se l’uomo nella cabina era Majorana, la vostra ricostruzione acquista consistenza. Se era un’altra persona, il significato cambia completamente.
– Il biglietto risulta utilizzato.
– Da qualcuno.
– Majorana avrebbe quindi ceduto il proprio posto.
– Oppure preparato l’intero viaggio di ritorno come un’esca. Un nome nel registro, un biglietto ritirato, un compagno di cabina incapace di riconoscerlo con certezza. Abbastanza per convincere tutti a cercarlo a Napoli.
Serra rallentò.
– E lui dove sarebbe andato?
– Altrove. Con il denaro, il passaporto e il tempo guadagnato mentre polizia, famiglia e Università seguivano la rotta del piroscafo.
– State costruendo un piano molto complesso.
– Majorana trascorreva la vita a calcolare diverse mosse avanti.
Cesare guardò verso la Marina.
– Ho paura che abbiamo inghiottito l’esca. Tutta intera, compreso l’amo, la lenza e la canna.
Serra serrò le labbra.
– Le indagini nei conventi mantengono comunque una loro utilità.
– Qualora una comunità religiosa abbia accolto Majorana e scelto di proteggerlo, la presenza di una pattuglia offrirà un’altra ragione per tacere. Chi ha accettato di nasconderlo conosce già il valore del silenzio.
– Possiamo convincerli.
– Con le uniformi sulla porta?
– Anche con una perquisizione, qualora servisse.
Cesare espirò lentamente.
– Dopo i Patti Lateranensi, Stato e Chiesa celebrano la propria riconciliazione a ogni occasione. Entrare in un convento con un ordine formale può aprire un problema. Entrarci senza ordine ne apre uno più grande.
– Chiavolini ci copre.
– Chiavolini è a Roma. Noi saremo dentro un istituto religioso a Napoli, con agenti armati e una perquisizione definita informale.
Serra rimase in silenzio.
– Inoltre – proseguì Cesare – stiamo ancora seguendo una conclusione costruita da altri. Majorana era credente, quindi convento. Era disperato, quindi cercava conforto. È tornato a Napoli, quindi si trova tra il porto e l’Università. Ogni passaggio appare plausibile. La somma delle plausibilità può condurre ovunque.
– Cosa proponete?
Cesare continuò a camminare per qualche metro prima di rispondere.
–Capire… se stiamo cercando Majorana oppure il luogo verso il quale Majorana desiderava indirizzare le ricerche.
Pezzo inchiodato
«Un pezzo inchiodato è vincolato alla propria casa perché il suo movimento esporrebbe il re allo scacco oppure lascerebbe indifeso un pezzo di maggior valore. L’inchiodatura riduce così la libertà di manovra e può rendere solo apparente la difesa esercitata dal pezzo.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
Il giorno successivo, domenica 8 maggio, Cesare e Serra lo trascorsero nella saletta riunioni della foresteria, pianificando le ispezioni negli istituti religiosi. Serra aveva già preparato ogni cosa. Sul tavolo si trovavano una carta stradale di Napoli, l’elenco delle comunità selezionate, quattro copie della fotografia di Majorana e una cartella contenente le informazioni raccolte dalla polizia. Aveva perfino procurato alcune matite colorate per distinguere i percorsi.
La sorpresa arrivò quando si presentarono gli uomini destinati ad accompagnarli. Cesare si aspettava quattro agenti di Pubblica Sicurezza. Entrarono invece quattro militi in abiti civili, riconoscibili dal portamento, dai capelli tagliati corti e dalla familiarità con cui salutarono Serra. Avevano visi segnati, mani robuste e quell’aria sicura di chi conosce bene le strade della città e le persone alle quali conviene rivolgersi. Erano tutti napoletani. Serra li chiamava per cognome: Cuomo, Esposito, Ruocco e Mormile. Con il caposquadra, Cuomo, scambiò una stretta di mano accompagnata da una pacca sulla spalla. Cesare li osservò prendere posto attorno al tavolo.
– Credevo aveste chiesto uomini della Questura – disse.
– Ho preferito una soluzione più riservata.
– Riservata rispetto a chi?
Serra sistemò la carta di Napoli.
– L’indicazione ricevuta a Riccione prevede che il capo della polizia conosca soltanto quanto strettamente necessario. Gli uomini della Milizia dipendono da un’altra catena di comando.
Cesare comprese. Tenere Bocchini fuori dall’indagine significava evitare anche gli agenti che avrebbero dovuto riferirgli.
Serra distribuì le fotografie.
– Quest’uomo si chiama Ettore Majorana. Professore universitario. È scomparso da oltre sei settimane. Può avere cercato rifugio presso una comunità religiosa dopo essere sbarcato a Napoli.
I quattro studiarono il volto. Cuomo avvicinò la fotografia agli occhi e poi la passò a Esposito.
– Pare uno che tiene sempre la capa abbassata – osservò quest’ultimo.
– Magro, capelli scuri, trentun anni – precisò Serra. – Potrebbe aver fornito un altro nome. Guardate il volto, soprattutto gli occhi e la forma della fronte.
Cesare notò che i militi ascoltavano Serra con attenzione, mentre riservavano a lui occhiate rapide. Serra apparteneva evidentemente al loro ambiente. Ne conosceva il linguaggio e le abitudini; loro riconoscevano in lui qualcuno autorizzato a impartire ordini. Aprirono la carta stradale. Serra aveva già segnato diversi istituti con piccoli cerchi a matita. Insieme ridussero l’elenco a quattro tappe. La prima era la Santissima Trinità dei Pellegrini, alla Pignasecca. L’Arciconfraternita aveva una tradizione secolare di assistenza ai forestieri e gestiva anche un ospedale. Un uomo solo, provato dal viaggio e bisognoso di cure, avrebbe potuto presentarsi lì senza suscitare particolare attenzione. L’istituzione disponeva inoltre di registri, personale stabile e un sistema di accoglienza abbastanza organizzato da lasciare qualche traccia.
La seconda tappa era il convento di Santa Maria del Buon Viaggio, una piccola casa dei Cavalieri e Fratelli dell’Incarnazione Redenta, posta a ridosso delle banchine del Molo Beverello. La vicinanza all’approdo la rendeva il rifugio più immediato per un uomo appena sceso dal piroscafo. I religiosi offrivano pasti, un letto e assistenza a marinai, viaggiatori e persone rimaste prive di mezzi. Majorana avrebbe potuto raggiungerli in pochi minuti, prima ancora che maturasse un piano preciso.
Serra tracciò con la matita il breve percorso tra la stazione marittima e il convento.
– Qualora fosse sbarcato in uno stato di prostrazione, questo sarebbe stato il luogo più semplice – spiegò. – Vicino, conosciuto tra la gente del porto e aperto a chi arrivava senza preavviso.
La terza tappa era la Basilica di Santa Maria della Sanità, nel cuore del rione omonimo. Il complesso religioso, il convento e le opere assistenziali collegate offrivano ambienti numerosi e un passaggio continuo di fedeli, religiosi, poveri e persone in cerca di aiuto. Dentro un quartiere così popolato, un forestiero poteva confondersi con facilità. L’ultima era San Carlo all’Arena, lungo via Foria, poco distante da piazza Carlo III. Serra la considerava una tappa utile per controllare il margine settentrionale del percorso. Attorno alla chiesa e alle vicine istituzioni assistenziali transitavano persone dirette verso l’Albergo dei Poveri, l’Orto Botanico e le strade che conducevano fuori dal centro. Se Majorana avesse lasciato la zona portuale per allontanarsi gradualmente, poteva essere passato da lì.
Cuomo seguì i segni sulla carta. – Quattro posti in una giornata sono troppi.
– Cominceremo dalla Pignasecca – disse Serra. – Poi raggiungeremo Santa Maria del Buon Viaggio. Gli altri due resteranno per il giorno successivo.
– Come entriamo? – domandò Ruocco.
– Mostreremo le credenziali e chiederemo collaborazione.
Il milite sorrise.
– E se collaborano poco?
Serra ricambiò il sorriso.
– Allora li aiuteremo a capire.
Cesare rimase accanto alla finestra. Sul tavolo, la fotografia di Majorana passava di mano in mano. Gli uomini ne studiavano i tratti come se dovessero riconoscere un ricercato pericoloso.
– L’incarico consiste nel trovare un professore scomparso – disse. – Le persone che incontreremo gestiscono ospedali, foresterie e opere pie. Conviene ricordarlo.
Cuomo si voltò verso di lui.
– Certamente, maresciallo.
Il tono esprimeva rispetto per il grado e scarsa curiosità verso il consiglio.
Serra riprese le istruzioni. Ogni ingresso avrebbe dovuto essere registrato. Il personale sarebbe stato riunito e interrogato. La fotografia sarebbe stata mostrata a portieri, serventi, infermieri, famigli e religiosi addetti all’accoglienza. Avrebbero controllato i registri delle settimane successive al 27 marzo, cercando il nome di Majorana, le iniziali, varianti ortografiche e ospiti privi di documenti.
– Il professore può avere usato un nome falso – ricordò Cesare.
– In quel caso conteranno i riconoscimenti – rispose Serra.
Serra passò alla distribuzione dei compiti. Al termine della riunione i quattro militi raccolsero fotografie e istruzioni. Uscirono dalla saletta accompagnando il congedo con saluti energici, strette di mano e un alalà lanciato da Esposito nel corridoio della foresteria. Una porta si socchiuse al piano superiore e venne richiusa subito. Cesare aspettò che i passi si allontanassero.
– Gente discreta – commentò.
Serra cominciò a ripiegare la carta.
– Conoscono Napoli.
– Anche Napoli conosce loro, immagino.
– Proprio per questo otterremo risposte.
Cesare guardò i quattro cerchi tracciati sulla carta. Gli sembravano bersagli.
– o –
Il mattino seguente un Fiat 618 li prelevò in piazza Bovio. L’autista e Cuomo si sistemarono nella cabina. Cesare e Serra salirono sul cassone insieme agli altri due militi; il quarto aveva raggiunto in anticipo la Pignasecca per controllare gli accessi. Due panche di legno correvano lungo le fiancate. I moschetti erano appoggiati tra le gambe degli uomini, trattenuti dalle mani ogni volta che il veicolo sobbalzava. Il motore si avviò con un rombo profondo. Una nuvola di fumo uscì dallo scarico e il camion si mosse pesantemente, lasciando piazza Bovio per imboccare via Monteoliveto. Procedeva a strattoni tra tram, carretti, biciclette e vetture, troppo grosso per inserirsi con naturalezza nel traffico. L’autista avanzava a colpi di clacson, prendendosi lo spazio necessario e costringendo i passanti a stringersi contro i muri o a rifugiarsi sotto gli ingressi delle botteghe.
Dopo poche decine di metri comparvero i primi ragazzini. Erano quattro o cinque, scalzi o con scarpe troppo grandi, pantaloni corti e camicie aperte sul collo. Avevano visto le uniformi sul cassone e si erano messi a correre dietro al camion. Uno tentò di aggrapparsi al bordo posteriore, ma perse subito terreno. Un altro gli corse accanto per qualche metro, agitando il braccio.
– Alalà!
Gli altri ripeterono il grido.
– Alalà! Alalà!
Serra si voltò. Uno dei militi rise e sollevò una mano in risposta. I ragazzi accelerarono. Due si disposero affiancati e, continuando a correre, cercarono di marciare al passo come avevano visto fare nelle adunate. Sollevavano troppo le ginocchia, perdevano continuamente il ritmo e si urtavano tra loro. Uno allungò il braccio nel saluto romano, serio per qualche secondo, finché inciampò in una pietra e rischiò di finire addosso a un carretto. Gli altri scoppiarono a ridere.
Il camion guadagnò qualche metro e li lasciò indietro. Poco più avanti ne comparvero altri. Bastava il rumore del motore, la sagoma del mezzo e quelle uniformi perché i bambini uscissero dalle botteghe o smettessero di giocare. Qualcuno salutava, qualcuno gridava, qualcuno correva semplicemente per vedere quanto riuscisse a tenere il passo. Un gruppetto, allineato sul marciapiede, si mise sull’attenti appena il Fiat passò davanti a loro. Cesare li guardò sparire dietro il cassone.
Superarono piazza Carità e costeggiarono via Toledo. Le strade conservavano ancora parte degli addobbi preparati per la visita di Hitler. Bandiere, fasci e aquile rimanevano appesi alle facciate. Alcune strutture provvisorie mostravano già tavole scoperte, corde allentate e lembi di tela mossi dal vento. Qua e là operai cominciavano a smontare tribune e apparati, mentre altri sembravano destinati a rimanere ancora per qualche giorno. Due giorni prima la folla aveva riempito quegli spazi. Adesso la città aveva ripreso il proprio ritmo. Commercianti sollevavano saracinesche, impiegati camminavano rapidi lungo i marciapiedi, carretti carichi di cassette cercavano un varco nel traffico. Davanti alle botteghe si discuteva, si chiamavano clienti, si scaricavano merci.
Il Fiat continuò verso la Pignasecca. Il mercato si addensava man mano che avanzavano. Banchi di frutta, ceste di verdura, cassette di pesce e mucchi di mercanzia occupavano entrambi i lati della strada. Le voci dei venditori si sovrapponevano al rumore del motore e alle proteste di chi era costretto a spostarsi. Rallentarono quasi fino al passo d’uomo. Questo permise a un altro gruppo di scugnizzi di raggiungerlo. Corsero accanto alle ruote, abbastanza vicini da costringere l’autista a suonare il clacson. Uno di loro gridò ancora: – Alalà!
Poi si mise a marciare sul posto, braccio teso e petto in fuori. Gli altri lo imitarono immediatamente, trasformando in pochi secondi il passaggio del camion in una piccola parata sgangherata. Procedevano tra le cassette, schivavano le donne con le sporte, si richiamavano l’un l’altro per mantenere una specie di formazione. Una pescivendola ne afferrò uno per la camicia e lo trascinò via dalla carreggiata. Il ragazzo continuò a salutare anche mentre veniva rimproverato.
L’autista rallentò e raggiunse uno slargo vicino a via Portamedina. Accostò quanto bastava a lasciare libero il passaggio di pedoni e carretti, poi spense il motore. Per qualche secondo rimasero il ticchettio del metallo caldo e il rumore della ventola che perdeva velocità. I militi scesero dal cassone. Le suole ferrate batterono sul selciato. In pochi istanti si ricomposero ai lati del mezzo, sistemarono i moschetti a tracolla e controllarono le buffetterie. Serra e Cuomo si posero davanti. La piccola colonna attraversò il mercato. I passanti si scostavano, voltandosi subito dopo per seguire il gruppo con lo sguardo. Qualcuno abbassava la voce; altri continuavano a gridare i prezzi fingendo indifferenza. Le divise della Milizia, i moschetti e l’andatura serrata trasformavano l’ispezione riservata in uno spettacolo per l’intero rione. Cesare camminava accanto a Serra.
– Li avevate portati come spauracchio – disse a bassa voce.
– Stanno svolgendo perfettamente il compito.
Raggiunsero il complesso della Santissima Trinità dei Pellegrini. Il portone era aperto. Oltre l’ingresso si intravedevano un androne ampio, persone in attesa e un continuo passaggio di serventi e visitatori. Entrarono tutti e sei. Serra puntò verso una scrivania collocata accanto alla parete. Dietro sedeva un portiere anziano, con una giacca scura chiusa fino al collo e un registro aperto davanti.
– Siamo incaricati di un servizio riservato – disse Serra. – Dobbiamo parlare con il governatore dell’Arciconfraternita o con il responsabile dell’ospitalità.
L’uomo guardò Serra, poi i militi schierati nell’androne. Si alzò lentamente.
– Lor signori s’accomodino nu momento. Vado a chiamare il governatore.
Indicò alcune sedie e scomparve attraverso una porta laterale. Nessuno si sedette. Cuomo si spostò verso il corridoio che conduceva agli ambienti interni. Cesare lo vide studiare le porte e gli uomini che vi transitavano. La presenza del drappello aveva già modificato il ritmo dell’androne: i serventi camminavano più in fretta, gli ospiti si raccoglievano lungo le pareti e diverse conversazioni si erano interrotte. Il portiere tornò dopo qualche minuto, accompagnato da un uomo sui cinquant’anni. Indossava pantaloni e panciotto di gessato grigio sopra una camicia candida. Le maniche erano protette da manicotti scuri; una medaglia dell’Arciconfraternita pendeva da un nastro fissato al panciotto. Aveva capelli brizzolati, baffi ben curati e un’espressione severa.
– Sono l’ingegner Mariano Pignatelli, confratello di turno e membro del governo dell’Arciconfraternita. Cosa posso fare per voi?
Serra estrasse il proprio documento e glielo mostrò senza consegnarglielo.
– Ci servono i registri degli ospiti e dei pellegrini accolti negli ultimi due mesi. Cerchiamo un forestiero arrivato verso la fine di marzo: uomo solo, in condizioni di forte prostrazione. Vogliamo inoltre visitare gli ambienti destinati all’accoglienza e interrogare il personale che era in servizio in quel periodo.
Si voltò verso Cuomo.
– Portate due uomini nella foresteria. Controllate le stanze e gli ospiti presenti. Il nostro uomo potrebbe trovarsi ancora qui.
Cuomo fece un cenno a Esposito e Ruocco. Pignatelli sollevò una mano.
– Piano, signori. Questa è un’opera pia. Ogni giorno accogliamo malati, poveri e persone che hanno bisogno di assistenza. Una simile irruzione può creare agitazione. Quale reato avrebbe commesso l’uomo che cercate?
– Questa non è una informazione che vi deve riguardare.
– In questo caso immagino possediate un mandato o una richiesta della Prefettura.
Serra ripose il documento nella tasca interna.
– L’Arciconfraternita è sottoposta alla vigilanza delle autorità provinciali. Sapete quindi quanto una collaborazione pronta possa rendere tutto più semplice.
– Collaboreremo volentieri. Desidero soltanto conoscere la forma dell’incarico.
– Posso tornare tra mezz’ora con un ordine del prefetto – disse Serra. – In quel caso arriverò con una squadra completa, faremo sgomberare gli ambienti interessati e condurremo in Questura voi e i vostri collaboratori per raccogliere le deposizioni. Possiamo anche procedere in modo più informale e risparmiare tempo a tutti.
Pignatelli lo fissò.
– Desidero agevolare il vostro lavoro. Desidero anche tutelare il funzionamento dell’istituzione. Questo complesso accoglie pellegrini e ospita un ospedale. Una perquisizione condotta da uomini armati può creare problemi ai degenti.
– Evitiamo allora di crearli – rispose Serra. – Accompagnateci in un locale dove possiamo esaminare i registri. Fate chiamare gli addetti all’accoglienza e predisponete qualcuno che guidi la nostra scorta. Vogliamo identificare gli ospiti presenti.
Pignatelli guardò Cesare, forse cercando in lui una diversa autorità. Cesare rimase in silenzio. Il governatore chiamò il portiere e gli impartì alcune disposizioni. Poi condusse Serra e Cesare in un ufficio affacciato sul cortile interno. Su una parete erano allineati armadi contenenti registri, contabilità e corrispondenza. Un impiegato portò due grandi volumi rilegati in tela scura. Serra prese posto alla scrivania. Cesare rimase in piedi alle sue spalle. I registri riportavano data di ingresso, generalità dichiarate, provenienza, motivo dell’ospitalità e, in alcuni casi, nome del confratello o del religioso che aveva autorizzato l’ammissione. La compilazione risultava irregolare. Alcuni ospiti avevano mostrato un documento; per molti altri il portiere aveva scritto quanto gli veniva riferito.
Esaminarono le pagine a partire dal 27 marzo. Serra faceva scorrere il dito lungo le colonne e leggeva sottovoce i cognomi. Cercò Maiorana, Majorana, le iniziali E.M. e ogni nome accompagnato da una provenienza siciliana o da indicazioni vaghe. Segnò su un foglio gli uomini arrivati soli, quelli privi di documenti e quelli rimasti soltanto una notte. Il nome di Ettore Majorana restò assente. Comparvero un muratore di Caltanissetta diretto a Roma, un marinaio palermitano rimasto senza imbarco, due pellegrini messinesi e un uomo registrato semplicemente come «Ettore, professore», accolto il 2 aprile.
Serra si fermò. – Questo.
Pignatelli si avvicinò. – Il registro dice che proveniva da Avellino.
– Poteva aver mentito.
– Certamente. Guardiamo chi lo ha accolto.
Accanto al nome comparivano le iniziali del portiere presente quella notte. L’uomo venne chiamato. Era basso, con capelli completamente bianchi e mani rovinate dall’artrite. Serra gli mostrò la fotografia.
– È lui?
Il portiere avvicinò il foglio al viso.
– Quello che venne da Avellino era più vecchio. Portava pure la barba.
– Siete sicuro?
– Rimase tre giorni. Parlava sempre dei figli e di una causa per una terra. Questo signore pare nu giovanotto.
Serra passò al nome successivo. Nel frattempo il personale disponibile veniva fatto entrare nell’ufficio uno alla volta. Portieri, famigli, serventi, bidelli e addetti all’ospedale osservavano la fotografia. Alcuni la riconsegnavano subito; altri la studiavano a lungo, desiderosi di offrire una risposta utile.
– Un poco gli somiglia uno che venne per farsi medicare – disse un servente.
– Quando?
– Forse ad aprile.
– Nome?
– Questo non lo so.
– Dove fu portato?
– In ambulatorio.
Il registro dei malati venne richiesto. Dopo alcuni minuti si scoprì che l’uomo era un impiegato delle poste colpito da un calesse. Aveva cinquantadue anni e abitava a Napoli.
La mattinata procedette così. Ogni possibile traccia si apriva per qualche minuto e si richiudeva appena veniva controllata. Cesare seguiva le operazioni in silenzio. Osservava soprattutto il comportamento delle persone davanti alla fotografia. Alcuni cercavano davvero nella memoria. Altri guardavano Serra, Cuomo e i moschetti visibili nel corridoio, poi tornavano sul volto di Majorana e si sforzavano di trovare una somiglianza.
Verso mezzogiorno, dal cortile arrivarono grida. Un uomo protestava con voce acuta. Si udirono uno sgabello rovesciato, passi rapidi e un ordine gridato da Cuomo. Pochi istanti dopo due militi entrarono nell’ufficio trascinando un uomo male in arnese. Era magro, spettinato e vestito con pantaloni tenuti in vita da una corda. Una giacca troppo larga gli pendeva dalle spalle. Cercava di divincolarsi, mentre Esposito gli stringeva un braccio e Ruocco lo spingeva avanti con una mano tra le scapole.
– Lo abbiamo trovato dietro le cucine – annunciò Cuomo. – Si nascondeva appena ha visto la fotografia.
– Io nun me stevo annascunnenn’! – gridò l’uomo. – Stavo piglianno ’o sole!
Serra si alzò e prese la fotografia. Per alcuni secondi confrontò il volto raffigurato con quello dell’uomo. La magrezza, i capelli scuri e gli occhi infossati offrivano una somiglianza generica. Tutto il resto apparteneva a due persone diverse. Pignatelli entrò dietro ai militi.
– Lasciatelo immediatamente. Quello è Ciro Iodice.
– Lo conoscete? – chiese Serra.
– Da almeno quindici anni. Vive tra queste mura più di molti confratelli.
Ciro approfittò della presa allentata per liberare un braccio.
– Ingegné, diciteglielo! Io songo ’e casa!
Pignatelli si rivolse a Serra.
– Ha qualche difficoltà di mente. Vive di elemosina e dei piccoli lavori che gli affidiamo. Porta messaggi, spazza il cortile, aiuta nelle cucine. Tutti lo conoscono.
– Perché è fuggito? – domandò Cuomo.
Ciro lo guardò come se la risposta fosse evidente.
– Pecché venivate cu ’e fucili!
Cesare abbassò gli occhi per nascondere un sorriso.
Pignatelli ordinò a un servente di accompagnare Ciro in cucina e di dargli qualcosa da mangiare. L’uomo uscì continuando a protestare, seguito dagli sguardi dei militi.
– La fotografia poteva ricordarlo – disse Serra.
– Anche san Giovanni Battista era magro e spettinato – rispose Pignatelli. – Confido che eviterete di arrestare le statue.
Serra lo fissò. Cesare intervenne prima che lo scambio producesse un’altra discussione.
– Continuiamo con i registri.
Ripresero l’esame delle ultime pagine. Poco dopo l’una il gruppo si riunì davanti al portone. Il mercato della Pignasecca continuava a riempire la strada di voci, odori e movimento. Il Fiat 618 li attendeva nello slargo, circondato da bambini che ne osservavano il cassone e le ruote gemellate.
Serra controllò l’orologio.
– Al primo tentativo potevamo aspettarci poco di più. Abbiamo escluso questo istituto e verificato il sistema di accoglienza.
Cesare guardò verso il portone. Dentro, Pignatelli stava già impartendo ordini per rimettere in ordine gli uffici e tranquillizzare gli ospiti.
– Ora andiamo a pranzo. Nel pomeriggio visiteremo Santa Maria del Buon Viaggio.
I militi risalirono sul furgone. Il motore si riaccese e coprì per qualche istante le voci del mercato.
– o –
Dopo pranzo i sei risalirono sul furgone per raggiungere l’ospizio di Santa Maria del Buon Viaggio. A un certo punto dovettero lasciare il mezzo e proseguire a piedi nel reticolo di stradine alle spalle del porto. Il complesso era gestito dai Cavalieri e Fratelli dell’Incarnazione Redenta, i Fratelli del Riscatto, fondato alla fine del dodicesimo secolo con lo scopo di riscattare i cristiani catturati dai corsari barbareschi nel Mediterraneo. Nel corso dei secoli l’ordine aveva mantenuto un legame profondo con i luoghi di transito, i porti e la protezione dei viaggiatori, dei naviganti e dei pellegrini poveri.
La pattuglia entrò in un ambiente austero, intriso di salsedine, pece, umidità e muffa. Il silenzio del chiostro contrastava con il brulichio del vicino porto. Li accolse un religioso anziano, vestito con l’abito bianco dell’ordine e il caratteristico scapolare segnato dalla croce rossa e azzurra.
– Siamo incaricati di un servizio riservato – disse Serra, mostrando il documento con il consueto gioco di prestigio. – Dobbiamo controllare i registri degli ospiti degli ultimi due mesi e ispezionare l’ospizio. Stiamo cercando una persona.
Il padre guardò Serra e i quattro uomini schierati alle sue spalle. Il disgusto gli attraversò apertamente il volto. Poi si spostò di lato.
– Seguitemi.
Li guidò attraverso una serie di corridoi e un piccolo chiostro circondato da un portico di colonne. Raggiunto un secondo cortile, li fece entrare in un ufficetto e appoggiò sulla scrivania un pesante volume in folio.
– Servitevi – disse rivolto a Serra.
Poi si voltò verso il corridoio e chiamò con un tono di voce insospettabilmente potente: – Fra’ Luca!
Attese qualche secondo.
– Frate Luca!
Seguì un’altra breve attesa.
– O Stiécco!
– Eccomi, padre Crocifisso.
Dalla stanza vicina uscì un giovane alto quasi due metri e pesante almeno centoventi chili. Camminava rapidamente, tenendo il capo abbassato con umiltà.
– Che pozzo fa’ pe’ vuje?
– Accompagna i signori e mostra loro le camerate dei pellegrini.
– Sarrà fatto comme vulite, padre Crocifisso.
Il religioso si rivolse a Serra.
– Vi affido a frate Luca della Redenzione. Farà in modo che possiate svolgere la vostra ricerca senza essere disturbati.
L’accento posto sulle ultime parole suonava più come un avvertimento rivolto ai miliziani che come una promessa di collaborazione. Cuomo osservò la mole del frate e si sistemò il cinturone. Serra aprì il registro.
Cesare era rimasto qualche passo indietro, nel chiostro. La scena gli aveva lasciato addosso un senso di nausea. L’indagine stava assumendo la forma prevista da Serra: uomini armati, documenti mostrati a metà, minacce lasciate intendere. Tutto per ripetere verifiche già compiute sei settimane prima. Ormai era convinto che continuassero a guardare nella direzione indicata da Majorana. Serra chiamava quella coerenza una pista. Cesare cominciava a considerarla un percorso preparato. Lasciò Serra e i miliziani nell’ufficio. Entrare con loro avrebbe significato partecipare a quel metodo. Preferì camminare sotto il portico, seguendo il perimetro del chiostro.
Aveva visto abbastanza violenza durante la propria vita. La Grande Guerra aveva occupato quattro anni. Poi erano arrivati il biennio rosso, le spedizioni punitive, gli agguati, le bastonature e gli omicidi compiuti nelle strade e nelle campagne. Per quasi un decennio ogni gruppo aveva sostenuto di usare la forza per ristabilire un ordine infranto dagli altri. Cesare aveva raccolto corpi, interrogato uomini pieni di giustificazioni e compilato verbali nei quali la violenza diventava sempre necessaria, preventiva o meritata. Adesso quattro miliziani percorrevano un convento col moschetto a tracolla per cercare un professore che poteva trovarsi in qualunque parte del mondo.
Il chiostro di Santa Maria del Buon Viaggio era un’isola di silenzio. I suoi passi risuonavano sulle pietre levigate del pavimento. Camminava lentamente, assorto, seguendo con lo sguardo il perimetro regolare delle arcate, che si susseguivano una dopo l’altra. Dal corridoio arrivò la voce di Serra, seguita da quella profonda di frate Luca. Le parole si perdevano prima di raggiungere il chiostro.
Arrivato all’angolo nordorientale, la prospettiva cambiò. Il corridoio semibuio terminava contro un’ampia parete dipinta, colpita di lato da un raggio di sole proveniente dal cortile. Si fermò. La pittura aveva colori pieni, grezzi e violenti: rosso ocra, verde scuro e nero di carbone. I contorni erano netti, tracciati da una mano pesante e poco esperta. La scena occupava quasi tutta la parete e trascinava lo sguardo verso le fosse aperte nella parte inferiore. Dalla terra emergevano scheletri nudi, con le vertebre allineate e le mani ossute strette ai bordi delle tombe. I teschi mostravano un ghigno fisso, privato degli occhi eppure carico di volontà. Più in alto, una coppia di giovani sposi avanzava a cavallo lungo un sentiero. Lei portava un velo bianco; lui un abito pesante e una gorgiera rigida. Davanti a loro compariva uno scheletro a cavallo, alto e scarno, con un arco teso e una freccia puntata verso il petto dello sposo. La giovane teneva le mani davanti al viso, pronta a gridare. Accanto, un prelato con mitria e pastorale si aggrappava a un sacchetto di monete, mentre due scheletri gli tiravano la veste. Un re, con la corona storta sulla testa, osservava in uno specchio il proprio corpo già corrotto. Ai suoi piedi si apriva una fossa. Alla base dell’affresco correva una scritta in grandi lettere nere: “Oje a mme, dimane a tte”.
Rimase immobile. I colori e le figure gli riportarono alla mente il fango di vent’anni prima. Rivide i corpi dei ragazzi del Novantanove rimasti tra i reticolati, congelati in pose che nessuna pietà aveva potuto ricomporre. Lo scheletro armato gli ricordò il sibilo delle mitragliatrici Schwarzlose nascoste nei ricoveri di cemento, capaci di falciare un reparto prima che gli uomini riuscissero a raggiungere il filo spinato. Nei volti dei giovani sposi riconobbe l’espressione dei commilitoni sorpresi dal gas. Le mani cercavano la maschera, gli occhi bruciavano, la gola si chiudeva e l’aria acquistava il sapore acre della morte. Su quella parete Cesare vedeva la carne maciullata, l’odore della cordite mescolata alla terra smossa e la lunga sfilata degli uomini rimasti sul Carso e sull’Isonzo.
Poi il suo sguardo raggiunse una figura dipinta in una parte laterale della stessa scena. Un sole dominava la parete con raggi duri, tracciati come lame. Sotto quella luce, una figura ascetica, consumata, quasi ridotta all’osso, stava inginocchiata davanti a un libro chiuso. La testa era piegata, le mani raccolte, il corpo sottile esposto alla luce verticale. Sentì il proprio respiro farsi corto.
– o –
– Maresciallo. Maresciallo Montanari?
Cesare continuò a fissare la figura inginocchiata sotto il sole. La voce alle sue spalle lo chiamò ancora.
– Maresciallo Montanari? ’O dottor Serra m’ha detto che vi chiamate accussì.
Si voltò.
Un frate vecchissimo e minuto lo osservava da qualche passo di distanza. Il saio bianco dei Fratelli del Riscatto gli cadeva addosso quasi vuoto. Aveva spalle strette, mani sottili e un viso scavato da rughe profonde. Gli occhi, invece, erano vivaci.
– Mi manda ’o padre guardiano – disse. – V’ha visto ccà, tutto solo. Posso esservi utile?
Cesare impiegò qualche secondo a raccogliere i pensieri.
– Vi ringrazio, padre. Stavo osservando questo affresco.
Il frate si avvicinò alla parete e alzò il capo.
– Fa impressione, nevvero?
– Parecchia.
– ’O pittore teneva cchiù paura che mestiere. Guardate le mani, i cavalli, le proporzioni: tutto storto. Però quello che vuleva dicere si capisce ancora.
Fece qualche passo lungo il muro, indicando le diverse figure con un dito nodoso.
– Fu dipinto verso la fine del Seicento, dopo la peste grande del 1656. Quella se purtaje via mezza Napoli in pochi mesi, forse pure cchiù. I morti aumentavano accussì in fretta che, a un certo punto, la gente smise di contarli uno per uno e cominciò a contarli a carri.
Cesare guardò le fosse spalancate nella parte inferiore dell’affresco.
– Dicono ca arrivaje d’ ’o mare. E dal mare venivano le navi, ’o grano, i soldati, le stoffe e pure le malattie. Nu bastimento entrava in porto, scaricava la mercanzia e, insieme, scaricava pulci, suricilli e uomini già malati. Napoli era pronta a piglià foco.
– Perché?
Il frate si strinse nelle spalle.
– Pecché già stava male. Erano passati pochi anni dalla rivolta di Masaniello. ’O popolo s’era sollevato, i soldati avevano rimesso ordine a modo loro e i potenti avevano ricominciato a litigare tra loro. Quanno litigano i potenti, guagliò, ’o povero resta sempe mmiezzo e se piglia mazzate da tutte e due le parti.
Indicò le case oltre il chiostro, come se la città del Seicento fosse ancora lì.
– ’E vicoli erano chini ’e gente. Famiglie intere dint’a na stanza: acqua sporca, bestie, munnezza e fogne aperte. Dalle campagne arrivavano profughi, soldati sbandati, pezzenti e uomini rimasti senza fatica. Pure ccà si sentiva la guerra tra Spagna e Francia: truppe che passavano, requisizioni, accampamenti e cavalli morti lungo le strade. Ogni reparto si portava appriesso fame e freva.
Si girò verso Cesare.
– Dicono ca ’a Guerra d’ ’e Trent’Anne era già fernuta. Sui libri, forse! ’E conseguenze camminavano ancora. Na guerra fernesce pe’ chi mette ’a firma a nu trattato. Pe’ chi perde ’a casa, ’o raccolto o nu figlio, continua pe’ anni.
Il frate si fermò davanti allo scheletro a cavallo.
– Quanno arrivaje ’a peste, truvaje na città china ’e gente, affamata e appaurata. All’inizio cercarono ’e annasconnere ’e casi. ’E autorità tenevano paura che chiudessero ’o porto, ’e mercanti pensavano ai denari e ’e nobili s’arrinchiusero dint’ ’e palazzi. ’E poveri continuarono a durmì uno ’ncuollo a n’ato.
Scosse lentamente il capo.
– ’O male curreva cchiù veloce d’ ’e ordini. Prima venevano ’a freva e ’e bubboni. Poi accumminciavano ’e processioni, ’e promesse e ’e reliquie purtate pe’ ’e strade. ’A gente pregava, strillava, accusava ’e furastieri e cercava quaccuno addò scaricà ’a colpa. Intanto ’e carri raccuglievano ’e muorti.
– E dove li portavano?
– Addó truvavano posto: fosse comuni, cave, camposanti, terreni arreto ’e chiese. Certe vote restavano pe’ ore annanze ’e case. ’E famiglie tenevano ’e feneste chiuse e sentivano passà ’e rrote ’ncoppa ’o selciato.
Il frate indicò le tombe dipinte.
– Ecco pecché ccà ’e muorti escono d’ ’a terra. Chi fece fare stu dipinto aveva visto Napoli chiniarse ’e cadaveri e poi turnà a campà ’ncoppa agli stessi muorti. Vuleva che ’e frati se ne ricordassero.
Cesare seguì il movimento della sua mano. Il re, il prelato e gli sposi sembravano trascinati tutti verso la stessa parte della parete.
– Il pittore ha messo anche i potenti.
– ’A peste teneva na giustizia tutta soja. Traséva dint’ ’a casa d’ ’o povero p’ ’a porta e dint’ ’a casa d’ ’o ricco p’ ’e cucine. ’O ricco teneva medici, lenzola pulite e servitori. ’O povero teneva ’o selciato. Alla fine, tutti e due fernivano sott’ ’a terra.
Il vecchio frate rimase per qualche momento a osservare la scena.
– Ce casca sempe – disse.
– Chi?
– Ll’ommo.
Si voltò verso Cesare.
– Ogni guerra viene annunziata comme fosse l’ultima. Ogni vota serve a ristabilì ’a pace, a difendere ’a civiltà, a salvà ’a patria o ’a fede. Po’ fernesce, se contano ’e muorti e subito accuminciano a preparà chella appriesso. Cagnano ’e bandiere e ’e parole. ’E poveracci stisi ’nterra se rassumigliano tutte quante.
Cesare sorrise appena.
– Padre, vi conviene usare prudenza. – indicò con il mento lo studiolo dove Serra stava esaminando i registri insieme ai miliziani. – Qualcuno potrebbe sentirvi.
Il frate seguì il gesto e arricciò il naso.
– Guagliò, io me ne stracatafotto, con rispetto parlando.
Cesare lo guardò.
– Con molto rispetto.
– Sempe. Song’ uomo ’e Chiesa. ’O rispetto ce vo’.
Il frate abbassò la voce, avvicinandosi appena.
– Che m’ hanno ’a fa’? M’ arrestano? Aggio passato ’a vita tosta int’ a ’stu convento ’ mmiez’ a ’e pparicchie, malate, marinare senza nave e pellegrine senza ’nu soldo. Si me portano ’n galera, fernisco ‘e juorne mie ’ mmiez’ a ate poveracce. Cagna sulo ’o tetto.
– La prigione potrebbe piacervi meno.
– A novant’anne me piacciono poche cose. Me fanno male ’e denocchia, ’a schiena e pure ’e diente ca m’ so’ rimasti. ’N galera, magari, me risparmio ’e scale.
Cesare lasciò uscire una breve risata.
– Se lo dite voi.
Tornò a guardare la figura inginocchiata.
– Forse potete aiutarmi davvero. Questa parte dell’affresco mi sembra diversa dalle altre.
– Quale?
Cesare indicò il sole, l’uomo magro e il libro chiuso.
– Questa. Cosa rappresenta?
Il frate strinse gli occhi e si avvicinò alla parete.
– Ah. Avite guardato proprio buono. Quase tutte vedono ’e scheletri, ’o rre e ’e sposi. Quello llà in fondo resta sempre ’n disparte.
Puntò il dito verso la figura.
– È ’o beato Calogero da Bivona. Almeno accussì dice ’a tradizione d’ ’o convento.
– Il beato Calogero da Bivona? Chi era?
– Nu contadino siciliano. Giovane, povero. ’O pigliarono ’e corsari barbareschi. ’O posto preciso ognuno ’o conta a modo suo: chi dice Sciacca, chi Agrigento, chi nu porto cchiù piccerillo. ’A sostanza resta chella: ’o pigliarono, ’o caricarono ’ncoppa a na nave e se lo vennettero.
Il frate intrecciò le mani dentro le maniche.
– Restaje schiavo pe’ cchiù ’e vint’anne. Faticaje dint’ e navi,’ e porti e dint’ e magazzini. Passaje da nu padrone a n’ato. ’E storie parlano ’e catene, frustate, famma e freve. Vedette uomini murì vicino a isso e ati cunvertirse pe’ essere trattati nu poco meglio.
Fu liberato?
– Sì, d’ ’e Frate d”o Ruscätto. ’E patre nuoste raccuglievano denaro pe’ tutta l’Europa, pe’ riscattà ’e schiavi cristiani. Trasevano dint’ ’e porti musulmani, trattavano cu ’e mercanti e cu ’e governatori, pagavano e riportavano arreto chi putevano.
Toccò la croce rossa e azzurra sullo scapolare.
– Calogero turnaje libero. Però vint’anne ’e catene restano dint’a n’ommo pure doppo ca gli aprono ’e fierro.
– Cosa fece?
– Turnaje dint’ ’e campagne, ma aveva perduto ogni fiducia dint’ ’a sapienza d’ ’e uommene. Aveva visto cristiani, musulmani, mercanti, soldati e giudici usà parole alte pe’ giustificà ’a violenza: leggi, teologie, filosofie, ragioni ’e Stato. Ognuno teneva nu libro capace ’e spiegà pecché n’ato uomo puteva essere incatenato.
Il frate indicò il libro chiuso.
– Accumminciaje a predicà ca tutta ’a sapienza umana era superbia. Libri, filosofia, codici e dispute d’ ’e dotti: secondo isso avevano alluntanato ll’ommo da Dio. Diceva ca ’o sapere, quanno serve pe’ cumannà ’e ati, addiventa peccato.
– Rifiutava ogni sapere?
– Diceva ca ll’ignoranza cu ’a carità valeva cchiù d’ ’a sapienza usata pe’ fa’ male. Pe’ isso esisteva nu libro sulo necessario: ’o Nuovo Testamento. Tutto ’o riesto puteva addiventà superbia.
Il frate sorrise appena.
– Parlava siciliano, cu parole semplici. Diceva: meglio sapé poco e adoperà buono chillo poco, che sapé tutto e usare ’o sapere contro ’e creature ’e Dio.
– E che successe?
– ’O convocarono, ’o interrogarono e ’o ammonirono parecchie vote. Gli chiedevano si rifiutava ll’autorità d’ ’a Chiesa e d’ ’e dottori suoi. Isso rispondeva ca rifiutava ’a superbia. Gli domandavano chi puteva segnà ’o confine tra sapienza e orgoglio. Calogero diceva ca ognuno ’o sente dint’ ’a coscienza soja.
– Una risposta che lasciava poco potere ai giudici.
– Appunto. ’E giudici amano soprattutto ’e risposte ca s’hanno scritto già lloro.
Il vecchio frate si appoggiò per un momento a una colonna.
– Come finì?
– Murì nel 1620, accussì conta ’a tradizione. Chiese d’essere atterrato sotto ’a soglia d’ ’a casa religiosa soja. Vuleva ca chiunque traséva calpestasse ’a carcassa soja d’ignorante.
Cesare guardò la figura consumata dalla luce.
– Un gesto umile.
– E pure nu modo sicuro pe’ farsi arricurdà. ’A vanità trova na purticella perfino dint’ ’e santi.
Il frate indicò il sole.
– Chesta parte cagna secondo chi ’a spiega. Pe’ certi, ’o sole rappresenta Dio. Pe’ ati, ’a verità. Quaccuno dice ca rappresenta ’o sapere: na luce capace d’illuminà e pure ’e consumà chi ce resta esposto troppo tiempo.
Spostò il dito sul libro.
– Calogero s’ ’nginocchia annanze ô limite. Accussì cuntavano ’e frati viecchi quanno ero novizio. ’A conoscenza po’ servì ll’ommo; po’ pure se lo magnà. Isso scelse ’e fermarse annanze ô libro.
Cesare osservò ancora la scena.
– Perché dipingerlo insieme alla peste?
Il frate inspirò lentamente.
– Ll’affresco ’o fece fare nu superiore chiamato padre Rosolino d’ ’o Sacramento. Era siciliano. Arrivaje a Napoli doppo ’a peste, oppure negli anni subito appriesso.
– Conosceva la storia del beato Calogero.
– Evidentemente. Fece aggiungere chella figura dint’ ’a scena. ’O motivo preciso se lo purtaje dint’ ’a tomba. Forse vedeva nu legame tra ’a morte d’ ’o corpo e ’a rovina ca nasce d’ ’a superbia. Forse vuleva arricurdà ’a terra soja. Forse seguiva na devozione particolare.
Il frate allargò le mani.
– Doppo duje secoli, guagliò, putimmo sulo mettere ’nzieme ’e mulliche. ’E padre Rosolino sapimmo ’o nomme, ca era siciliano, ’o tiempo ca governaje chesta casa e poco ato. Veneva proprio d’ ’a casa funnata d’ ’o beato Calogero a Palermo. ’O sapite? Esiste ancora ogge!
Dal corridoio arrivarono il rumore degli stivali e alcune voci. Serra e i quattro miliziani comparvero sotto il portico. Padre Crocifisso li seguiva con l’espressione cupa.
– Maresciallo Montanari – chiamò Serra. – Qui abbiamo terminato.
Si rivolse poi al padre guardiano.
– Per ora. Se voi avete concluso, – disse voltandosi verso Cesare – noi possiamo andare.
Cesare tornò a guardare la figura inginocchiata. Poi ringraziò il frate e raggiunse Serra. I miliziani attraversarono il chiostro facendo rimbombare le suole chiodate sulle pietre.
Mossa intermedia
«La mossa intermedia interrompe una sequenza apparentemente forzata inserendo, prima della risposta attesa, una minaccia più urgente, spesso uno scacco o un attacco decisivo. Costringe così l’avversario a modificare l’ordine delle proprie mosse e può mutare completamente il risultato della combinazione.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
Serra si fermò appena fuori dall’ospizio e radunò i quattro miliziani accanto all’autocarro. Con la mappa ripiegata sotto il braccio, impartì istruzioni rapide, come in un’operazione militare: la mattina seguente sarebbero passati di buon’ora dalla pensione dove alloggiavano lui e Cesare, poi avrebbero proseguito verso gli altri due ospizi secondo l’ordine stabilito. Raccomandò puntualità e discrezione. I miliziani annuirono, salutarono romanamente, salirono sul cassone e presero posto insieme a Serra e Cesare. Il viaggio fu breve e silenzioso. Il camion sobbalzava lungo le strade dietro il porto, tra magazzini, muri anneriti e carretti che si scansavano al rumore del motore. Giunti alla pensione, Serra scese per primo e si sistemò la giacca.
– Io pensavo di fare un salto al Casino – disse. – Potreste accompagnarmi.
Cesare scese con cautela.
– Vi ringrazio. Sono sposato.
Serra sorrise, divertito.
– Capisco. Allora resterete a riposare.
– A riordinare le idee.
Serra esitò un istante, già rivolto verso la strada.
– Non vi offenderete se ne approfitto?
– State tranquillo. Ci vediamo domattina.
Con un cenno, Serra si allontanò a passo svelto. Cesare entrò nella pensione, salì in camera e lasciò il cappello sul letto. La stanza conservava il calore del giorno. Aprì la finestra, si sedette al tavolino e ripercorse quanto avevano raccolto. Majorana aveva lasciato una costellazione di segni: il prelievo del denaro, il passaporto, il viaggio a Napoli, le lettere, il telegramma, il biglietto di ritorno. Presi insieme, formavano una sequenza troppo ordinata per essere casuale. L’éra coma pinsè che e’ Signor l’fos mòrt d’e’ fred.[12] Cesare era ormai convinto che fossero stati costruiti per disorientare le ricerche e offrire una storia già pronta a chi lo inseguiva: un viaggio, un ripensamento, forse una morte. Ogni elemento spingeva nella stessa direzione, e proprio per questo la rendeva sospetta. I colloqui avevano confermato quanto già la madre aveva detto esplicitamente. Forse desiderava essere trovato. Forse gli bastava che, a cose fatte, qualcuno comprendesse almeno una parte del disegno.
Baldi aveva ragione: Majorana aveva lasciato un messaggio. Loro possedevano già parole, gesti e date; mancava la regola capace di ordinarli. Cesare ripensò all’affresco, alla figura inginocchiata davanti al libro chiuso e al racconto del vecchio frate: il beato Calogero da Bivona, il sapere che si rovescia in superbia, il limite oltre il quale l’uomo si arresta. E poi padre Rosolino del Sacramento, proveniente dalla casa dei Fratelli del Riscatto di Palermo legata alla tradizione del beato.
Palermo. Il vecchio frate aveva detto che quel convento esisteva ancora. Cesare si alzò e iniziò a camminare nella stanza. L’ipotesi prendeva forma: Majorana poteva aver raggiunto Palermo, costruendo indizi di un ritorno a Napoli per restare invece in Sicilia. La traversata, le testimonianze confuse, il biglietto e le lettere avrebbero deviato lo sguardo verso il mare o verso Napoli, mentre lui si trovava già altrove. Palermo era la sua terra d’origine, il luogo della famiglia. L’ex libris era la traccia sottile che aveva lasciato. Se qualcuno fosse stato capace di decifrarla, la storia del beato Calogero avrebbe indicato anche un motivo coerente per la sua scomparsa.
Si fermò alla finestra. In strada passò un carretto, seguito dal richiamo stanco del conducente. La pista aveva senso. Restava da capire se quel senso apparteneva a Majorana o soltanto a chi lo cercava.
Prese la decisione senza concedersi il tempo di valutarla. Aprì la valigia leggera che aveva portato da Montevalle e vi sistemò il cambio di biancheria, il necessario per radersi, il taccuino e i documenti. Serra era al Casino; con ogni probabilità avrebbe cenato fuori, forse insieme a Cuomo, e sarebbe rientrato tardi. Per allora Cesare contava di essere già in mare. Sul piccolo scrittoio trovò alcuni fogli intestati alla pensione. Ne prese uno, lo divise a metà e scrisse con la matita: “Proseguo una verifica. Rientrerò appena possibile. C. M.”
Rilesse la frase. Diceva quanto bastava. Ripiegò il foglio, uscì dalla stanza e chiuse la porta. Davanti a quella di Serra si chinò e infilò il biglietto nella fessura inferiore, spingendolo con due dita finché sparì all’interno. Scese le scale con la valigia in mano. Il portiere sollevò gli occhi dal giornale e lo seguì con lo sguardo.
– Partite, maresciallo?
– Per una notte, forse due.
– Vi serve una vettura?
– Cammino.
Fuori, Napoli era un brulicare di persone. Cesare raggiunse la Stazione marittima seguendo le strade percorse pochi giorni prima insieme a Serra. Allora aveva osservato l’edificio come parte dell’indagine; adesso vi entrava come passeggero, con la sensazione di attraversare una soglia che nessuno gli aveva autorizzato a varcare. Il servizio postale prevedeva sempre partenze serali e arrivi in mattinata: avrebbe viaggiato tutta la notte e sarebbe sbarcato a Palermo la mattina seguente. Le ore di buio assorbivano quasi tutta la traversata. Cesare si avvicinò allo sportello e domandò l’orario.
– Ventitré precise – rispose l’impiegato. – L’imbarco comincia un’ora prima.
Cesare mostrò la tessera di servizio. L’uomo la esaminò, consultò un registro e gli assegnò un posto in una cabina di seconda classe.
– Viaggiate solo?
– Solo.
– Bagaglio?
Cesare sollevò appena la valigia.
– Questo.
L’impiegato compilò il biglietto e glielo porse attraverso l’apertura dello sportello.
– Presentatevi al varco entro le ventidue e trenta.
Cesare guardò l’orologio. Aveva tempo per cenare. Tornò verso le strade del porto, dove trattorie e locande avevano già acceso le lampade davanti agli ingressi. Da una cucina aperta arrivavano odore d’olio caldo, aglio e pesce. Scelse un locale con alcuni tavolini all’esterno, riparati da una tenda scolorita. Da lì poteva vedere le gru immobili, le navi attraccate e il movimento degli uomini lungo le banchine. Posò la valigia vicino alla sedia e si accomodò. Un cameriere magro, con i capelli impomatati e un tovagliolo sulla spalla, gli si avvicinò quasi di corsa.
– Buonasera, signurì. Siete solo?
– Pare di sì.
Il cameriere guardò la sedia vuota davanti a lui.
– Meglio accussì. Quanno uno è solo, almeno sceglie quello che vuole mangiare.
Cesare accennò un sorriso.
– È proprio quello che devo capire. Cosa si mangia, qui, a Napoli?
Il cameriere lo fissò con una perplessità divertita.
– Tutto.
– Una risposta comoda.
– E pure sincera. Voi ditemi che vi piace e io vi porto ’a cosa giusta.
Cesare guardò verso il porto.
– Io conosco soprattutto il pesce dell’Adriatico. Ho prestato servizio per qualche anno a Ravenna. Da quelle parti apprezzo lo sgombro alla griglia, le sardine fresche, il profumo delle acciughe e delle canocchie appena pescate. E poi la sogliola, le cozze cucinate come fanno a Marina…
Il cameriere aveva iniziato ad annuire già allo sgombro, ma alle canocchie inclinò la testa.
– Aspettate. Cheste canocchie che sarebbero?
Cesare cercò una spiegazione con le mani.
– Crostacei lunghi. Corazza chiara, molte zampe. A Ravenna li chiamano cangióti.
– Ah! ’E pannocchie ’e mare!
– Da voi si chiamano così?
– Signurì, ogni pesce tiene almeno tre nomi. Uno pe’ chi lo pesca, uno pe’ chi lo vende e uno pe’ chi lo deve pagare.
– L’ultimo immagino sia il più elegante.
– Quello dipende dal conto.
Cesare rise piano. Il cameriere si raddrizzò, soddisfatto di avere ottenuto il risultato.
– Facite mmieco – disse. – Trase, trase… cioè, restate pure ccà, ca davanti al porto si respira. A quest’ora ce vò na bella frischezza. Da bere vi porto nu poco ’e vino bianco, vivo vivo, che vi rimette al mondo.
– Poco. Devo imbarcarmi.
Il cameriere guardò la valigia e poi le navi.
– Palermo?
– Palermo.
– Allora ve ne porto ancora meno. ’O mare fa già tutto da solo.
Prese fiato e iniziò a elencare il pescato sulle dita.
– Tenimmo ’e vongole veraci, arrivate mo’ mo’. Tenimmo ’e fasolari, belli pieni. Poi triglie d’ ’o golfo, saraghi, alici, scorfani e gallinelle. E na paranza che pare pittata: pesciolini piccoli, tutti diversi, fritti insieme. Quella ve la mangiate cu ’e mmane e vi scurdate pure che dovete partire.
– Avete anche le canocchie?
– ’E pannocchie oggi so’ poche e tengono poca carne. Ve le potrei portare, ma vi farei nu dispetto.
Cesare apprezzò la franchezza.
– E quelle alici imbottite che avete nominato al tavolo vicino?
Il cameriere si voltò verso due avventori che mangiavano curvi sui piatti.
– Alici mbuttunate. Aperte, riempite, richiuse e fritte. Chille stanno zitte pecché tengono ’a vocca china.
– Cosa c’è dentro?
– Pane, uovo, formaggio, prezzemolo. E quello che il cuoco decide di raccontare soltanto a sua moglie.
– Sua moglie lo sa?
– Sua moglie è morta dieci anni fa. Accussì ’o segreto sta sicuro.
Cesare tornò a guardare il menù scritto su una lavagna, anche se riusciva a leggere soltanto metà delle parole.
– Voi cosa prendereste?
Il cameriere spalancò le mani.
– Io mangio quello che resta.
– E cosa sperate che resti?
L’uomo valutò la domanda con serietà.
– ’E triglie. Però quelle finiscono sempre.
– Allora portatemi le triglie.
– Fritte?
– Se è il modo giusto.
– ’O modo giusto è quello che ve piace. Io ve le faccio portare fritte, cu nu poco ’e limone vicino. Prima, però, nu piatto piccolo ’e vongole.
– Avevo chiesto una cena.
– E chesta è na cena. Mica vi sto organizzando nu matrimonio.
– Niente zuppa, allora.
Il cameriere si portò una mano al petto, quasi offeso.
– ’A zuppa cu ’o scorfano e ’a gallinella è na cosa seria. Per quella ci vuole tiempo, pane e rispetto. Voi tenite ’o vapore alle undici. Stasera facimmo amicizia cu ’e triglie. ’A zuppa ve la mangiate quanno tornate.
– Potrei impiegare qualche giorno.
– ’O pesce aspetta poco. Napoli, invece, sta ccà.
Raccolse il tovagliolo dalla spalla e si avviò verso la cucina. Dopo pochi passi si voltò.
– Signurì, ’o vino bianco lo porto?
– Un bicchiere.
– Nu bicchiere abbondante o uno da uomo sposato?
Cesare lo guardò.
– Vi hanno già riferito che sono sposato?
– Si vede da come avete detto “un bicchiere”.
Il vino arrivò fresco, leggermente mosso. Le vongole furono servite in un piatto fondo, con il sugo raccolto sul fondo e alcune fette di pane accanto. Cesare mangiò lentamente, osservando le luci che si accendevano lungo il porto. Il cameriere tornava ogni tanto, senza fermarsi davvero.
– Allora?
– Sono buone.
– Buone quanto?
– Quanto basta per ordinare il secondo.
– E meno male, pecché ’e triglie stanno già dint’ ’a padella.
Quando le portò, il profumo dell’olio e del pesce coprì per un momento quello del porto. Le triglie erano piccole, croccanti, ancora intere.
– Attenzione alle spine – disse il cameriere. – Cheste so’ gentili, però tengono carattere.
Cesare ne pulì una con la forchetta.
– A Ravenna le avrebbero cotte diversamente.
– E ccà le mangiamo accussì. Ogni porto difende ’e pesci suoi pure quanno so’ gli stessi.
– Forse sono i pescatori a difendere se stessi.
Il cameriere annuì.
– I pesci cambiano mare e restano pesci. Ll’uommene cambiano città e subito vogliono nu nome nuovo.
Cesare alzò gli occhi. Qulla frase era stata detta con leggerezza, quasi per accompagnare il piatto.
– Avete viaggiato molto? – domandò.
– Io? Da casa mia a ccà. E certe sere pare già assaje.
– Sapete più cose di molti viaggiatori.
– Signurì, io porto piatti. La gente parla quanno mangia e parla ancora ’e cchiù quanno beve. Dopo vent’anni sapete chi tradisce ’a moglie, chi deve soldi e chi sta scappando prima ancora che apre bocca.
Cesare appoggiò la forchetta.
– E io?
Il cameriere lo studiò per qualche secondo. Guardò la valigia, il vestito, le mani, poi il biglietto che sporgeva appena dalla tasca interna.
– Voi state jenn’ a cercà quaccosa.
– Tutti quelli che partono cercano qualcosa.
– Certi partono pe’ lasciare. Voi tenite ’a faccia ’e uno che vuole arrivare prima che ’a cosa se sposta.
Cesare bevve l’ultimo sorso di vino.
– Portatemi il conto.
– Mo’ ve siete offeso?
– Devo imbarcarmi.
– Allora tengo ragione io.
Il cameriere tornò con il conto scritto a matita su un pezzo di carta. Cesare pagò e lasciò qualche moneta in più. L’uomo le contò, poi ne spinse indietro una.
– Chesta è troppo.
– Per il consiglio sulle triglie.
– ’O consiglio era gratis.
– Per l’analisi.
Il cameriere sorrise e mise la moneta nel taschino.
– Allora me la tengo. Buon viaggio, signurì. E quanno tornate, vi faccio trovare ’a zuppa.
– Vedremo.
– Voi tornate, tornate. Uno che mangia accussì piano torna sempre.
Prese la valigia e si avviò verso la Stazione marittima. Al varco mostrò il biglietto e la tessera, poi seguì gli altri passeggeri lungo la passerella. Il vapore odorava di vernice, carbone e acqua stagnante. Un marinaio gli indicò la cabina di seconda classe, ma Cesare rimase ancora qualche minuto sul ponte.
Alle ventitré le cime furono ritirate. Il porto cominciò a scivolare indietro, prima lentamente, poi con una continuità che rese impossibile distinguere il movimento della nave da quello delle luci. Napoli si allontanava come una distesa irregolare di lampade, rumori e finestre sospese nel buio. Appoggiò una mano alla murata. Quel viaggio aveva il sapore dell’insubordinazione. Aveva lasciato Serra con una riga sotto la porta, abbandonato il piano stabilito e seguito un’indicazione raccolta da un vecchio frate davanti a un affresco. L’indomani Chiavolini avrebbe saputo della partenza. Serra era una sua creatura, scelta per accompagnarlo e, forse, per controllarlo. La deviazione avrebbe potuto apparire come un’iniziativa utile solo se avesse avuto successo. Un’ basta avè la rasòn, bsogna ch’i t’la dëga.[13] Palermo, intanto, si trovava davanti a lui. Il convento esisteva ancora. E Majorana aveva scelto proprio quell’immagine per segnare i propri libri. Cesare restò sul ponte finché le luci di Napoli si ridussero a una striscia sottile. Poi prese la valigia ed entrò nella cabina.
Scacco di scoperta
«Lo scacco di scoperta si produce quando un pezzo, spostandosi, libera la linea d’azione di un altro pezzo contro il re avversario. La forza della manovra sta nella libertà concessa al pezzo che si muove, mentre lo scacco obbliga l’avversario a rispondere.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
Il vapore entrò nel porto di Palermo quando il sole era già sopra l’orizzonte. Cesare aveva dormito poco, in una cabina condivisa con un rappresentante di commercio che aveva russato per quasi tutta la traversata. Rimase sul ponte durante le ultime manovre, la valigia ai piedi, osservando la città avvicinarsi dietro le alberature delle navi e le gru del porto. Appena mise piede a terra sentì che l’aria aveva un’altra consistenza. Più asciutta, già calda, con odore di salsedine, carbone e merci lasciate al sole. Intorno, facchini e portuali si muovevano tra casse, corde e carretti gridandosi parole che Cesare riusciva appena a seguire. Aspettò che un gruppo terminasse di spostare alcune balle accatastate sulla banchina. Erano cinque uomini, camicie aperte sul petto e berretti calcati sulla testa. Uno sedeva sopra una cassa e fumava; gli altri discutevano intorno a un carrello.
Cesare si avvicinò.
– Scusate. Buongiorno.
Il più anziano si voltò.
– Dicitimi.
– Conoscete il convento del beato Calogero?
L’uomo aggrottò la fronte.
– Calòggero?
– Calogero da Bivona. Dovrebbe esserci un istituto religioso legato al suo nome.
Il portuale guardò gli altri. Bastò quello perché la domanda diventasse proprietà comune.
– Calòggiru ’i Bivona? – disse uno.
– Cu è? – domandò un altro.
– Un santu sarà.
– Santu? E cu l’ha mai sintutu?
Il vecchio tolse la sigaretta dalla bocca.
– A Bivona cci sunnu santi assai.
– E da quannu in qua a Bivona ci sunnu santi? – sbottò uno, piegandosi in due dal ridere. – Tutti sannu comu è: a Bivona ci sunnu sulu pazzi e seggiole!
La battuta fece esplodere una risata generale tra i portuali, che si batterono le mani sulle cosce e si scambiarono occhiate divertite, come se quella fosse la verità più ovvia del mondo.
Un uomo basso e largo di spalle intervenne scuotendo energicamente la testa.
– Si cerca santi, ccà avemu a Santuzza. Santa Rusulia. Chidda basta pi tutti.
Un altro reagì subito.
– Sempri cu sta Rusulia! A casa mia semu divoti a San Giorgiu. Me patri, me nannu, tutti.
– San Giorgiu? – ribatté il primo. – E chi ci trasi San Giorgiu?
La discussione prese velocità.
– Ci trasi comu ci trasi! È santu puru iddu.
– A mia Santa Cristina m’ha sarvatu a picciridda.
– Chista cosa vostra è.
– E Santa Barbara? Cu travagghia ’ntô portu a Santa Barbara ci pensa, beddu mio!
Le voci cominciarono a sovrapporsi. Cesare seguiva una parola ogni tre. Riconosceva i nomi dei santi, qualche verbo, poco altro.
– Santa Barbara è pi li marinara.
– E pi cu travagghia cu lu focu!
– Tu travagghi cu li casci, quali focu?
– E tu chi nni sai?
– Picciotti, lassati stari…
Il vecchio tentò di ristabilire un ordine che sembrava interessare soltanto a lui. Indicò Cesare con la sigaretta.
– ’U signuri cerca a Calòggiru.
– E cercassi a Bivona!
Risero tutti. Cesare lasciò che finissero. Poi riprese con pazienza.
– Forse mi sono spiegato male. Cerco una casa religiosa. Un convento, un ospizio. Un posto dove accolgono pellegrini e marinai. Gente che arriva da fuori e può fermarsi a dormire.
Questa volta il gruppo tacque per qualche secondo. L’uomo seduto sulla cassa si grattò il mento.
– Ah. Allura è n’autra cosa.
Si voltò verso gli altri.
– Unni ci mannassimu?
– O Carmine.
– Quali Carmine?
– ’U Carmine Maggiuri, quali havi a essiri?
– Chiddu all’Albergheria?
– Eh.
Il vecchio annuì lentamente, come se finalmente la domanda avesse assunto una forma comprensibile.
– Signuruzzu, vui aviti a iri ô Carmine.
– È il convento del beato Calogero?
Gli uomini si guardarono di nuovo.
– Chistu nun lu sacciu – disse il vecchio. – Però frati ci sunnu, pellegrini puru. Marinara, puvireddi, cristiani ca vennu di fora… a genti ci va.
Quello basso aggiunse: – Piazza dû Carmine. Arrivati all’Albergheria, dumannati. Tutti sannu unni è.
– È lontano?
Partì una seconda consultazione, ancora più rapida della prima.
– A pedi ci voli.
– Cu sta valigia?
– Chista valigia chi pisa? Nenti.
– Iddu veni di fora, lassalu respirari.
– Pigghia ’na carrozza.
– E picchì av’a jittari i piccioli?
Cesare alzò una mano.
– A piedi va bene.
Il vecchio gli indicò una direzione oltre gli edifici del porto e cominciò a spiegare. Dopo la terza svolta Cesare aveva già perso il filo.
– Ddocu acchianati, poi tirati rittu, passati unn’è chidda strata larga, dopu vi teniti a manu manca, ma a secunna, picchì a prima vi porta…
Uno degli altri lo interruppe.
– Accussì ’u perdi.
– E comu ci l’haju a diri?
– Facili ci l’hai a diri.
Si rivolse a Cesare e scandì lentamente: – Ite versu l’Albergheria. Dumannati dû Carmine Maggiuri. Ogni cinquanta passi dumannati arrè.
Cesare annuì.
– Questo riesco a ricordarlo.
– Accussì arrivati sicuru.
– Grazie.
Fece per allontanarsi, poi il portuale devoto a Santa Rosalia lo richiamò.
– Signuri!
Cesare si voltò.
– Quannu aviti finutu cu stu Calòggiru, prima di partiri iti a vidiri a Santuzza.
L’altro sbuffò.
– Arrè!
– Chi arrè? ’U forestieru havi a sapiri!
– San Giorgiu avi puru iddu…
La disputa ricominciò prima che Cesare avesse ripreso a camminare. Dopo pochi metri sentiva ancora le loro voci alle spalle.
– Rusulia è patruna ’i Palermo!
– E cu ci dissi nenti?
– Tu, cu San Giorgiu!
– San Giorgiu è n’autra cosa!
Si voltò un’ultima volta. I cinque avevano già dimenticato lui, Calogero da Bivona e il convento. Restavano stretti intorno al carrello a discutere con serietà assoluta di santi, grazie ricevute e devozioni di famiglia. Si incamminò verso l’Albergheria. Il Carmine Maggiore rappresentava almeno un punto dal quale cominciare. Un convento, una foresteria, pellegrini e marinai: gli elementi coincidevano con quanto aveva chiesto. Quanto al beato Calogero, avrebbe fatto la domanda ai frati. Dopo Napoli, aveva imparato una cosa semplice: per trovare un uomo che desiderava scomparire, prima bisognava trovare i luoghi capaci di accoglierlo.
Lasciò il porto con la valigia in mano e prese a camminare lungo il mare con ancora nelle orecchie la discussione dei portuali. Procedette verso il centro seguendo il profilo del porto. Palermo si stava svegliando. I carretti passavano carichi di cassette e sacchi, i primi venditori sistemavano la merce, dalle porte aperte dei magazzini uscivano uomini in canottiera che gridavano ordini in un siciliano ancora più stretto di quello ascoltato sulla banchina. Cesare avanzava senza fretta. Il sole era già alto abbastanza da fargli pentire di indossare la giacca.
Arrivato all’imbocco di via Vittorio Emanuele si fermò. La strada saliva diritta dentro la città, stretta tra edifici che parevano trattenere l’ombra. Il movimento aumentava: carrozze, carretti, uomini d’affari, donne con le sporte, ragazzi che attraversavano senza guardare. Si ricordò il consiglio del portuale: “ogni cinquanta passi dumannati arrè”. Scelse un uomo che gli sembrò in grado di fornire indicazioni precise. Sulla sessantina, completo chiaro, cappello di paglia, bastone sottile tenuto più per distinzione che per necessità. Aveva baffetti curati e camminava con l’espressione di chi considerava la strada un luogo inevitabilmente condiviso con troppa gente. Gli si avvicinò.
– Buongiorno. Scusatemi. Per il Carmine Maggiore?
L’uomo si fermò e lo esaminò rapidamente: valigia, scarpe, vestito, faccia. Stabilì subito che aveva davanti un forestiero.
– Il Carmine Maggiore?
Pronunciò le parole lentamente, con un italiano che aspirava alla dizione nazionale e continuava a cadere, sillaba dopo sillaba, dentro Palermo.
– Sì. Il convento.
– Ah, certamenti. Chiddu dell’Albergheria.
Cesare annuì.
– Mi hanno mandato lì dal porto.
Il signore sollevò appena le sopracciglia.
– Dal porto? E cu vi ci mannò?
– Cinque portuali.
L’uomo fece una piccola smorfia.
– Ah. Allura già siete stato consigliato dalle autorità competenti.
– Ognuno mi ha consigliato un santo diverso.
– Questo è possibilissimo. A Palermo supra i santi ognuno avi competenza propria. Sulle strade, invece, assai meno.
Si voltò verso via Vittorio Emanuele e indicò davanti a sé con il bastone.
– Però stavolta vi hanno mannato giusto. Voi prendete questa strada e caminati sempre verso il centro. Sempre dritto. Chista è via Vittorio Emanuele. Il Cassaro, come diciamo noi.
– Sempre diritto?
– Per adesso. E guardatevi attorno, accussì almeno vedete Palermo mentre vi perdete.
Cesare sorrise.
– Preferirei arrivare.
Il signore lo guardò quasi con approvazione.
– Mentalità settentrionale.
– Vengo dalla Romagna.
– Peggio ancora: vuliti arrivari davvero!
Indicò nuovamente la strada.
– Andate avanti. Passate dentro il centro, poi vi portate verso l’Albergheria. Quannu siete da quelle parti, il Carmine lo trovate. Piazza del Carmine. È conosciuta. Vi basta dire “Carmine Maggiore” a qualunque cristiano.
Cesare cercò di fissare le indicazioni.
– Quindi seguo via Vittorio Emanuele e poi chiedo dell’Albergheria.
– Esattamenti. Però scegliete bene a cu dumannati.
– Come faccio?
Il signore inclinò la testa e considerò la questione con grande serietà.
– Se vedete uno fermo davanti a una putìa, vi racconta tutto il quartiere e arrivate domani. Se vedete uno che cammina svelto, vi indica la strada e continua. Pigliate quello svelto.
– Voi eravate fermo.
L’uomo abbassò gli occhi verso il proprio bastone, poi tornò a guardarlo.
– Io mi sono fermato per educazione.
– Naturalmente.
L’altro percepì il tono e per un istante parve decidere se offendersi. Alla fine sorrise appena.
– E poi, forestiero, una cosa. Albergheria si dice “àr-bri-cì-ri-a”. – disse scandendo le lettere – Così come lo dite voi, vi fanno subito pagare tutto il doppio.
– Lo terrò presente.
– E tenetevi stretta quella valigia.
Cesare la sollevò leggermente.
– Dentro c’è poco.
– Meglio. Accussì, quanno ve la portano via, fate meno tragedia.
Fece per riprendere il cammino, poi si voltò ancora.
– Carmine Maggiore. Piazza del Carmine. Arrivati lì, vedrete la chiesa. Grande abbastanza da trovarla pure un romagnolo.
– Grazie.
– Prego. E salutatemeli, i cinque teologi del porto.
Cesare lo guardò allontanarsi lungo il marciapiede, diritto nella schiena e soddisfatto dell’assistenza prestata. Riprese la strada. Questa volta il percorso risultò davvero semplice. La grande strada lo trascinò dentro Palermo, allontanandolo rapidamente dal mare. Passò tra palazzi, chiese, botteghe e vicoli che si aprivano ai lati come fenditure. Ogni tratto sembrava contenere una città diversa: facciate solenni e, pochi metri dopo, panni stesi; portoni monumentali e venditori seduti sopra cassette rovesciate; carrozze eleganti costrette a rallentare dietro carretti carichi di verdura. Lui seguì le indicazioni, chiedendo ancora una volta soltanto quando fu vicino all’Albergheria. Questa volta scelse un uomo che camminava svelto.
– Carmine Maggiore?
Quello indicò avanti senza rallentare.
– Sempri rittu, poi a manu dritta. Piazza dû Carmine.
Il metodo funzionava. Poco dopo entrò nella piazza. Davanti a lui apparve il complesso del Carmine Maggiore. Si fermò un momento, appoggiò la valigia a terra e si asciugò la fronte con il fazzoletto. Aveva trovato il primo convento.
Il portone si aprì dopo il secondo colpo. A Cesare venne incontro un frate sulla sessantina, robusto, con il saio marrone raccolto alla cintura e un mazzo di chiavi che gli pendeva da un fianco. Aveva un viso largo, cotto dal sole, e due occhi piccoli che passarono rapidamente dalla valigia alle scarpe impolverate.
– Cercate ospitalità?
– Adesso no. Prima vorrei chiedervi un’informazione.
Il frate lo fece entrare nell’androne. L’aria lì dentro era fresca e odorava di cera. Cesare appoggiò la valigia accanto al muro.
– Sono padre Mariano Lo Cascio, guardiano del Carmine Maggiore – disse il carmelitano. – Ditemi.
Il suo italiano aveva un accento siciliano marcato, con vocali larghe e qualche parola che affiorava dal dialetto, ma Cesare riusciva a seguirlo senza fatica.
– Mi chiamo Cesare Montanari. Cerco un luogo legato alla devozione del beato Calogero da Bivona.
Il frate corrugò la fronte.
– Calogero da Bivona?
– Sì. Mi hanno detto che a Palermo esiste ancora una casa religiosa collegata alla sua memoria.
– A Palermo di memorie di santi ce n’è assai. Case, cappelle, immagini, reliquie… poi uno domanda da dove viene una storia e trova quattro risposte.
– Questa parte l’ho già capita.
Il padre guardiano sorrise.
– Avete già parlato con qualcuno?
– Cinque uomini al porto.
– Allura avete parlato con tutta Palermo.
Cesare lasciò passare il sorriso e continuò.
– C’è anche un’immagine. Forse può aiutarvi.
Descrisse l’affresco visto a Napoli: il sole dai raggi duri, l’uomo magro inginocchiato, quasi consumato, e davanti a lui il libro chiuso. Raccontò quanto gli aveva riferito il vecchio fratello del riscatto, il legame con Calogero, la tradizione degli anni di schiavitù, la diffidenza verso la sapienza degli uomini e quella figura aggiunta, secondo il racconto, per volontà di un superiore siciliano. Il carmelitano lo ascoltò fino in fondo. Alla descrizione dell’uomo inginocchiato sollevò appena il mento.
– Ah. Chidda.
Cesare si fece più attento.
– La conoscete?
– Conosco la devozione. L’immagine che dite voi l’ho vista. Sole, libro, l’uomo davanti. Ccà la storia gira ancora, soprattutto tra la gente vecchia.
– E sapete dove?
Il frate rimase qualche secondo a pensare.
– Alla Kalsa, forse. C’è un’edicola, o qualcosa del genere, in un vicolo. La gente ci va, porta fiori, ex voto… ma non saprei dirle con precisione. La chiamano in modi diversi, credo, ma la devozione è quella.
Cesare sentì il filo tendersi.
– È una casa religiosa?
– Oggi è un’edicola.
– C’era un convento?
Il frate allargò le mani, come a cercare le parole giuste e insieme a guadagnare tempo.
– Non vorrei dirle una cosa per un’altra… e non so nemmeno bene cosa stiate cercando, per essere sincero. Palermo è piena di memorie che si sovrappongono. Quello che era, spesso non è più come lo si racconta.
Fece una pausa, poi abbassò appena lo sguardo.
– Questo, forse, è meglio che lo vediate voi. Là, sul posto. Le sapranno dire con più precisione, o almeno vi sapranno indicare meglio di me.
Sollevò di nuovo le mani, in un gesto mite.
– Però, se cercate quella figura, io comincerei dalla Kalsa.
Cesare prese il taccuino.
– Mi spiegate come arrivarci?
– Certu.
Il padre guardiano gli diede indicazioni precise, accompagnandole con il movimento delle mani. Cesare se le fece ripetere una seconda volta e annotò soltanto il nome della strada e due riferimenti.
– Quando siete vicino, dumannate. L’edicola la conoscono. Prima viditi chistu posto. Magari è proprio quello che cercate.
La frase bastò. Ringraziò, riprese la valigia e tornò fuori. Il caldo gli cadde addosso appena superato il portone. Questa volta aveva qualcosa di più di un’indicazione generica. Attraversò l’Albergheria e proseguì verso il quartiere indicato. Chiese due volte. La prima a un venditore di frutta, che gli indicò una direzione con il mento senza interrompere il lavoro. La seconda a una donna affacciata a un balcone, che gli gridò di tornare indietro di una ventina di passi e prendere il vicolo accanto a una bottega. Lo trovò. Era tanto stretto che due persone avrebbero dovuto girarsi di fianco per passare insieme. I panni stesi tra una casa e l’altra lasciavano sul selciato pezzi irregolari d’ombra. Una bambina sedeva sopra uno scalino con una bambola senza un braccio. Più avanti una donna scuoteva una tovaglia da una finestra.
Era una nicchia poco profonda, protetta da una grata annerita. Dentro c’era un’immagine consumata dal tempo, ma sotto il vetro sporco si distingueva chiaramente il sole, il libro e la figura, insieme inginocchiata e consumata. Ai lati, due piccoli vasi con fiori freschi. Sotto, una mensola raccoglieva candele, fotografie, nastri, medagliette e alcuni ex voto d’argento. Una gamba, un cuore, una mano. Oggetti piccoli, anneriti, appesi uno accanto all’altro. Posò la valigia per guardare meglio. Una devozione popolare stratificata negli anni, oggetti lasciati da persone che avevano chiesto una guarigione, un ritorno dal mare, una grazia. Fece qualche passo avanti e indietro nel vicolo, studiando le facciate. Un portone conduceva a un cortile abitato. Un altro era chiuso da assi. Dietro l’edicola c’era soltanto una casa. Aveva seguito una linea coerente per trovarsi davanti a una nicchia nel muro.
Tornò davanti alla grata. I fiori erano stati cambiati da poco. Qualcuno continuava a venire lì ogni giorno o quasi. Per alcuni minuti rimase immobile, con la sensazione spiacevole di avere costruito da solo il percorso che lo aveva portato fin lì.
In fondo al vicolo comparve una donna con un mazzo di fiori avvolto in un foglio di giornale. Camminava lentamente, stringendo al petto un mazzo di fiori. Doveva avere una sessantina d’anni, forse di più, con un vestito nero leggero e un fazzoletto scuro annodato dietro la nuca. Quando arrivò davanti all’edicola, depose i fiori sulla mensola e solo allora si accorse di Cesare. Lo guardò, poi guardò la valigia.
– Aspittati a quaccuno?
– Cerco di capire dove sono arrivato.
La donna sorrise.
– Allura siti arrivato giusto. Qua tutti vengono pi capire qualcosa.
Aprì la grata con una piccola chiave legata a un nastro. Tolse i fiori appassiti, versò l’acqua sul selciato e iniziò a sistemare quelli nuovi con gesti precisi, come se li avesse ripetuti per anni.
– Venite da lontano?
– Eh sì. Dalla Romagna.
Si fermò con un garofano in mano.
– Madonna santa. E tutta sta strata pi venire ccà?
Cesare lasciò correre l’equivoco.
– Sono passato anche da Napoli.
– Ah. Allura ci tenite proprio devozione.
– Sto cercando Calogero da Bivona.
La donna riprese a disporre i fiori.
– ’U beato.
– Lo conoscete?
Fece una smorfia appena accennata.
– Conoscere… chiddi santi stavano ccà assai prima di mia. Io conosco chistu posto.
Indicò l’edicola con il mento.
– Mia matri ci viniva. Prima ancora me nanna. Io ci porto i ciuri e tengo pulite ’e cose. Ognuno fa chiddu che può.
Prese uno straccio, lo bagnò in una scodella e cominciò a pulire gli ex voto uno a uno. Cesare la osservò.
– Ma io sto cercando il convento.
La mano si fermò.
– Quale convento?
– Quello del beato Calogero.
La donna si voltò, divertita.
– Beddu mio, e voi siete venuto fin qua cercando ’u convento?
– Mi hanno mandato dal Carmine.
– Ah.
Quel suono bastò a dire tutto.
– Padre Mariano mi ha detto che qui avrei trovato qualcosa.
– Chistu sì. C’è la devozione.
Indicò i fiori, le fotografie, le lamine d’argento.
– Ma chistu è nu posto di passaggio.
– In che senso?
– La gente viene, lascia ’na candela, prega, ringrazia. I marinai prima di partire, le mogli quannu aspettano ’u marito, le madri pi li figli. Serve a chistu.
Prese in mano un cuore d’argento e lo lucidò con il grembiule.
– ’U convento vero è fuori.
Cesare rimase immobile.
– Fuori da Palermo?
– A Rocca del Golfo.
La parola cadde semplice, mentre lei continuava a lavorare.
– Rocca del Golfo?
– Sissignore. Là c’è ’a casa vecchia. Ospitano pellegrini, marinai, gente che va e viene. Se cercate ’u beato, dovete andare là.
Cesare sentì riaprirsi il percorso che credeva chiuso.
– Siete sicura?
La donna lo guardò come se la domanda fosse superflua.
– Io ogni matina vengo ccà da ventisette anni.
– Certamente.
– E poi mio cognato ci portava ’u vino. Prima della guerra. Diceva che lassù i frati bevevano poco, ma buono.
Cesare annuì.
– Come ci arrivo?
La donna richiuse la grata e controllò la chiave.
– Cu ’a corriera.
– Da dove parte?
– Vicino alla stazione. C’è nu bar. Davanti passa la corriera la matina. Dumannate di quella pi Rocca del Golfo e vi fanno vedere.
– A che ora?
– Presto. Assai presto. Quannu la gente seria già cammina e quella sfaticata ancora dorme.
Rise.
– Andate stasera e chiedete al barista. Chiddu sa tutto: corriere, orari, ritardi e pure cu scappa cu ’a moglie degli altri.
Cesare sorrise.
– E vi dico un’altra cosa: è lontano.
Cesare la guardò.
– Quanto?
La donna fece un gesto vago.
– Hiii! Abbastanza da non farvi tornare indietro se vi dimenticate qualcosa.
Indicò la valigia.
– Portatevi acqua. E qualcosa da mangiare.
– Non ci sono fermate?
– Fermate sì. E venditori pure. Ma non sempre quando serve.
Cesare annuì.
– Arriverò prima di sera?
– Cu ’a grazia di Dio, sì. Ma non fateci troppo affidamento.
Indicò la nicchia.
– Vedete? Chistu è pi quelli che passano. Là fuori ci va chi ha un motivo vero.
Cesare guardò l’immagine dietro il vetro.
– E quale sarebbe un motivo vero?
La donna lo fissò.
– Quello che vi fa pigliare ’na nave da Napoli, attraversare Palermo cu ’a valigia e stari ccà comu ’n fissa davanti a quattru ex voto senza mancu sapiri a cu addumannari.
Lei raccolse scodella e straccio. Cesare abbassò lo sguardo sulla valigia.
– Capisco.
– Meno male.
Fece qualche passo verso il portone, poi si voltò.
– Signuri.
– Ditemi.
– Domani portatevi acqua e qualcosa da mangiare. Su quelle corriere, quannu parte ’u viaggio, sapete l’ora. Quannu finisce, lo decide ’u Signuri.
– Grazie.
La donna fece un cenno. Entrò nel portone e scomparve nel cortile. Cesare rimase un momento davanti all’edicola. Poco prima quel vicolo gli era sembrato un punto d’arrivo. Adesso era solo un passaggio verso un altro nome, concreto, raggiungibile. Rocca del Golfo. Riprese la strada e tornò verso il Carmine con la valigia che cominciava a pesargli nella mano. Il pomeriggio aveva preso consistenza, il caldo ristagnava tra le facciate e nelle strade dell’Albergheria l’ombra si era raccolta sotto balconi, tende e portoni. Camminava più lentamente del mattino. Rocca del Golfo gli girava in testa insieme alle parole della donna della Kalsa: “là fora ci va cu avi un motivo veru”. Quando arrivò al convento trovò il portone socchiuso. Spinse appena e comparve un giovane frate con una cesta di panni.
– Cerco padre Mariano.
Il frate indicò il chiostro.
– È intra.
Padre Mariano Lo Cascio era seduto a un tavolo sotto il portico, intento a esaminare alcune carte. Alzò gli occhi e riconobbe subito Cesare.
– Ah. Siti turnato.
Lo sguardo scese alla valigia.
– E mi pari ca ancora ve la purtate appressu.
– Per questo avrei bisogno anche del vostro aiuto.
Padre Mariano raccolse i fogli e li mise uno sopra l’altro.
– Prima ditemi chi aviti trovato alla Kalsa.
Cesare si sedette sulla sedia che il frate gli indicò.
– L’edicola. I fiori, gli ex voto. E una donna che se ne prende cura ogni giorno.
– Allura c’è ancora.
– C’è. E conosce la devozione meglio di tanti altri.
Padre Mariano si mise una mano sul petto.
– Chistu era facile.
Cesare sorrise appena.
– Mi ha detto che il convento che cerco è a Rocca del Golfo.
Il sorriso del carmelitano si spense lentamente.
– Ah… la casa di Rocca del Golfo, dunque.
– La conoscete?
Padre Mariano rimase qualche momento in silenzio, guardando verso il centro del chiostro.
– Non è del nostro Ordine. Ne sacciu poco. È picciridda, antica, sta fora di tutti i giri nostri.
– Domattina c’è una corriera.
– C’è, sì.
Cesare guardò la valigia.
– Prima devo risolvere un problema più vicino.
Il frate seguì il suo sguardo.
– Dormiri.
– Sì.
– Stamattina dicevate ca non cercavate ospitalità.
– Stamattina pensavo di cavarmela diversamente.
– E ora?
Cesare si prese qualche secondo.
– Preferirei evitare un albergo.
Padre Mariano lo guardò meglio. Stavolta lo studio durò più a lungo: il vestito, la valigia, il modo in cui Cesare teneva le mani sulle ginocchia.
– Costa troppo?
– Potrei pagarlo.
– Allura vi fanno paura dî cimici.
– Ho dormito in posti peggiori.
Il carmelitano aspettò. Cesare capì che una spiegazione gli spettava.
– Vorrei trascorrere la notte in un luogo discreto. Senza dover compilare schede, mostrare documenti al portiere, lasciare il mio nome su un registro che domani può leggere qualcun altro.
Padre Mariano abbassò gli occhi sulle carte che aveva appena riordinato.
– Ah.
– Siti ’nte guai?
– Sto facendo il mio lavoro.
– E ’u vostru travagghiu richiede ca quarcunu perda ’e vostre tracce?
Cesare pensò a Serra che era rientrato dal Casino, aveva trovato il biglietto sotto la porta e probabilmente avrebbe cominciato da lì. Poi pensò a Chiavolini. Serra avrebbe protestato. Chiavolini avrebbe ragionato.
– Per una notte mi sarebbe utile.
Padre Mariano passò il pollice sul bordo di uno dei fogli.
– Pulizzìa?
Cesare lo guardò. Il frate fece un gesto verso la sua giacca.
– Stamatina, quannu aviti tirato fora ’u taccuino, aviti aperto ’u soprabito. Ci vitti la custodia d’ ’o documento. E poi fate domande comu unu ca s’ha a ricurdari ’e risposte.
– Sono un maresciallo di Pubblica Sicurezza.
Padre Mariano annuì piano.
– E chistu rende la cosa cchiù semplice o cchiù complicata?
– Dipende da chi mi cerca.
– Già… capisciu.
La risposta, detta così, suonò più ruvida, più stretta.
– ’A foresteria avi tri camere. Una è occupata da un rappresentante d’arredi sacri ca parla puru quannu dormi. L’àutri dui su’ libere.
– Vi pagherò il disturbo.
– Fate un’offerta alla casa quannu partite. Accussì la contabilità resta tra vui e il Signore, e io mi risparmio un registro.
Cesare lo guardò. Il frate sorrise.
– Era chistu che vulevate, mi pari.
– Esattamente.
– Allura, almeno ’na vota oggi vi detti l’indicazione giusta.
Si alzò e prese il mazzo di chiavi.
– Venite.
La foresteria occupava un corridoio laterale del convento. Padre Mariano gli aprì una stanza essenziale: un letto stretto, una brocca con il catino, una sedia, un crocifisso sopra la testiera e una finestra alta che dava su un cortile secondario.
– ’U portone chiude alle dieci.
– Tornerò prima.
– Si arrivate doppo, bussate forte. Padre Anselmo dorme vicino all’ingresso e senti sulu ’e peccatori e ’e colpi ô portone.
Cesare posò la valigia sul letto.
– Grazie, padre Mariano.
Il carmelitano arrivò alla porta, poi si voltò.
– Maresciallo.
– Ditemi.
– A Rocca del Golfo cosa sperate di trovare?
Cesare pensò all’uomo inginocchiato davanti al libro, alle lettere di Majorana, al biglietto di ritorno da Napoli, alla cabina che forse aveva viaggiato vuota.
– Una conferma.
– ’E conferme su’ periculuse.
– Perché?
Padre Mariano fece un mezzo sorriso senza allegria.
– Pirchì quannu unu parti circannunni una, trova sempri quarcosa ca ci assumigghia.
Cesare rimase in silenzio.
– Jiti a Rocca del Golfo. Guardate chiddu ca c’è. Poi decidete chi aviti trovato.
Chiuse la porta lasciandola accostata. Cesare si lavò il viso e le mani, cambiò la camicia e ripartì quasi subito. Voleva trovare la corriera prima che qualcuno decidesse di cambiare orario, bar o punto di partenza.
– o –
La zona della stazione era affollata. Facchini, viaggiatori, vetture in attesa, uomini che uscivano con pacchi legati con lo spago. Cesare chiese a un giornalaio della corriera per Rocca del Golfo. Quello indicò un bar all’angolo senza sollevare gli occhi dal mucchio di quotidiani. Il locale aveva quattro tavolini di marmo, un banco di legno scuro e un grande specchio dietro le bottiglie. Sulla parete, accanto a un calendario, era appeso un cartello con destinazioni e orari scritti a mano. Entrò.
– La corriera per Rocca del Golfo?
Il barista, un uomo grasso con i baffi spioventi, stava asciugando un bicchiere.
– Dumani matina.
– A che ora?
– Sei e venti.
– Parte da qui?
– Da davanti. Si arriva alle sei e venti, parte alle sei e venti. Si arriva alle sei e quaranta, parte alle sei e quaranta.
– Il biglietto?
– Qua.
Il barista aprì un cassetto e tirò fuori un blocchetto.
– Solo andata?
Cesare esitò.
– Solo andata.
L’uomo sollevò gli occhi.
– Vi fermate?
– Ancora lo devo sapere.
– Allura fate bene. Il ritorno compratelo quando sapete che volete tornare.
Staccò il biglietto, scrisse qualcosa a matita e glielo porse.
– Presentatevi prima delle sei.
– Mi avete detto che parte alle sei e venti.
– Appunto. Se venite alle sei e venti, magari quella volta parte puntuale.
Cesare pagò.
– Quanto ci mette?
– A Rocca del Golfo?
– Sì.
Il barista arricciò il naso.
– Qualche ora.
– Due?
– Macari.
– Tre?
– Può essere.
– Quattro?
L’uomo poggiò il bicchiere.
– Quella è una corriera. Se volete sapere quando arrivate, prendete il treno e poi vi inventate la strada.
Cesare infilò il biglietto nel portafoglio.
– Meglio la corriera.
– Allura domani vi passa la fretta.
Uscì. Aveva davanti quasi tutto il resto della giornata e, per la prima volta da quando era arrivato a Palermo, nessuno lo aspettava da qualche parte. Attraversò Palermo senza una direzione precisa. Tornò verso il Cassaro, passò davanti alle botteghe, si fermò a osservare i carretti dipinti e le voci dei venditori che trasformavano la merce in una specie di gara. Entrò in una chiesa soltanto per cercare fresco e ne uscì pochi minuti dopo. Bevve acqua a una fontana. Comprò pane, formaggio e due arance per il viaggio del mattino seguente.
Ogni tanto pensava a Napoli. Serra era tornato in pensione verso mezzanotte, forse più tardi. Aveva visto il foglio sotto la porta. La prima reazione sarebbe stata irritazione. La seconda, quasi certamente, una telefonata. Cuomo, forse. Poi Chiavolini. Conosceva abbastanza gli uomini di quel tipo. Serra avrebbe raccontato molto: l’ospizio, il vecchio frate, la conversazione interrotta. Chiavolini avrebbe ascoltato e cercato il punto nel quale Cesare aveva cambiato direzione. Il porto sarebbe venuto presto. Alla Stazione marittima esistevano registri, biglietti, impiegati. Il tesserino di servizio usato per ottenere la cabina avrebbe lasciato una traccia pulita. Palermo sarebbe emersa. Il suo vantaggio si misurava in ore. Continuò a camminare.
Verso sera tornò al porto. Aveva fame e cercò un ristorante con alcuni tavolini all’aperto, abbastanza vicino all’acqua da vedere le navi. Scelse un posto quasi per simmetria con Napoli, sedendosi rivolto verso il mare. Il cameriere gli propose il pesce del giorno. Cesare ascoltò l’elenco e scelse senza interrogatorio: un antipasto semplice, poi triglie e un bicchiere di bianco.
Mangiò piano. La luce scendeva sul porto. Le imbarcazioni attraccate si trasformavano in masse scure, mentre lungo le banchine comparivano punti luminosi. Facchini e marinai continuavano a muoversi. Una sirena risuonò dall’altra parte dello specchio d’acqua. Alzò gli occhi. Un piroscafo si preparava alla partenza. Chiese al cameriere: – Quello dove va?
L’uomo guardò appena.
– Napoli.
Posò la forchetta e restò a osservarlo. Il movimento era quello che aveva visto la sera precedente dalla direzione opposta: passeggeri che salivano, bagagli caricati, uomini che scioglievano cime, comandi gridati dalla banchina. Tra poco quella nave avrebbe attraversato durante la notte lo stesso mare che lui aveva attraversato poche ore prima.
Provò a cambiare posto nella propria testa. Palermo, fine marzo. Majorana poteva essere stato lì, sul porto o poco lontano. Aveva già scritto le lettere. Aveva già lasciato Napoli piena di parole, orari, annunci e ripensamenti. Da qualche parte esisteva un biglietto che diceva ritorno. Forse qualcuno lo avrebbe ricordato a bordo. Forse qualcun altro avrebbe creduto di ricordarlo. La storia aveva bisogno di una nave che partisse. La nave poteva partire anche senza di lui. Guardò i passeggeri diventare sagome contro le luci del ponte. Provò a immaginare Majorana seduto a un tavolo simile, magari con una tazza davanti, lo sguardo rivolto verso quella stessa manovra. Il momento decisivo poteva essere stato privo di qualsiasi gesto teatrale. Bastava restare seduti. Lasciare che la passerella venisse ritirata. Aspettare il fischio. Vedere le cime cadere nell’acqua e il piroscafo staccarsi lentamente dalla banchina. A quel punto, per tutti gli altri, Ettore Majorana tornava a Napoli. Par lò u s’cumincéva un’ètra strê.[14]
Seguì la nave mentre guadagnava il centro del porto. Pensò al denaro ritirato. Al passaporto. Alle lettere. Al telegramma. Al biglietto. Ogni elemento aveva un peso preciso per chi sarebbe venuto dopo. Una costellazione di segni, aveva pensato a Napoli. Adesso poteva guardarla da un altro punto: forse Majorana aveva preparato due immagini sovrapposte. Quella destinata a chi avrebbe inseguito immediatamente le sue tracce e quella destinata a chi, con più tempo, avrebbe provato a capire perché quelle tracce fossero state lasciate proprio così.
Il piroscafo passò lentamente oltre le luci della banchina. Immaginò Serra dall’altra parte del mare. Palermo era grande. Il Carmine aveva ospitato Cesare senza registrarlo. Il barista conosceva un passeggero diretto a Rocca del Golfo, ma soltanto come un uomo con un biglietto in tasca. Il margine restava.
Tornò con lo sguardo alla nave. Le luci erano già più piccole. Comprese fisicamente quanto poco servisse per scomparire. Una nave, una città, qualche ora. Il resto lo facevano gli altri, cercando di trasformare i frammenti in una storia ordinata. Majorana poteva avere contato proprio su quello. E insieme lasciare, da qualche altra parte, una porta socchiusa. Il beato Calogero. Palermo. Rocca del Golfo.
Si accorse che il cameriere gli aveva portato il caffè e lo aveva lasciato sul tavolo. Era già tiepido. Lo bevve ugualmente. Il piroscafo per Napoli era ormai quasi confuso con il buio. Pagò e si alzò. Prima di voltarsi guardò ancora una volta verso il mare aperto. Si girò e tornò verso il Carmine.
– o –
La mattina seguente Cesare arrivò davanti al bar quando il sole non aveva ancora superato i tetti della stazione. Il locale era già pieno. Alcuni uomini bevevano il caffè in piedi, altri mangiavano pane e panelle avvolte nella carta gialla del fornaio. Sul marciapiede, davanti all’ingresso, sostavano una decina di persone con fagotti, ceste e valigie di cartone. La corriera arrivò davanti al bar con quasi mezz’ora di ritardo. Era un vecchio autobus Fiat, color crema e verde, con la vernice scolorita dal sole e il tetto già carico di ceste, fagotti e qualche gabbia di polli. L’autista scese per primo.
— Aspittati cinque minuti. Prima mi pigghiu ‘u cafè.
Lo disse come un annuncio inevitabile. Nessuno protestò. I passeggeri continuarono a conversare, qualcuno comprò il giornale, altri entrarono nel bar. Cesare bevve un caffè in piedi e salì a bordo quando l’autista, con assoluta calma, rimise in moto il vecchio motore diesel. La corriera lasciò Palermo inerpicandosi verso Boccadifalco. Le ultime case sfumarono lentamente nella foschia del mattino, sostituite dagli ulivi e da campi già ingialliti dal sole. A bordo sedevano piccoli commercianti, due impiegati diretti ai paesi dell’interno, qualche contadino e alcune donne con grandi sporte di vimini.
Il viaggio assunse quasi subito un ritmo tutto suo. Ogni fermata sembrava avere una ragione diversa da quella precedente. In un paese l’autista scendeva a bere il caffè con il maresciallo dei carabinieri; in quello successivo aspettava un farmacista in ritardo; più avanti caricava cassette di verdura, poi due sacchi della posta, infine una gabbia con tre galline che protestarono per buona parte del tragitto. Nessuno sembrava considerare il tempo un problema.
A Monreale, tra le urla dei venditori di agrumi, scesero alcune donne del mercato e salirono tre contadini con cesti di vimini. Attraversando Pioppo la strada si fece sassosa e tortuosa. Lo sguardo spaziava sulla Conca d’Oro, mentre nell’abitacolo si mescolavano l’odore della nafta, della polvere e della terra rimasta attaccata alle scarpe dei passeggeri. A Giafar e Sagana la corriera rallentò ancora, costretta a cedere il passo a due carretti e a un branco di asini che occupava la carreggiata. Più avanti, verso Borgetto, salirono alcuni braccianti con la coppola calcata sulla testa. Si salutarono fra loro in un siciliano così rapido che lui riuscì a cogliere appena qualche parola. Quando arrivarono a Partinico era ormai quasi mezzogiorno. L’autista spense il motore.
— Quaranta minuti.
Lo disse senza guardare nessuno, poi attraversò la piazza e sparì nel solito bar. Cesare scese per sgranchirsi le gambe. Rimase però sempre con un occhio rivolto verso il locale. Aveva imparato che quella corriera poteva ripartire con mezz’ora di ritardo oppure con cinque minuti d’anticipo, secondo una logica conosciuta soltanto dall’autista. Passeggiò lentamente tra le bancarelle del mercato. Venditori di arance, limoni e fichi gridavano la loro merce sovrapponendosi gli uni agli altri. Fu allora che una donna molto anziana gli si avvicinò. Camminava sottobraccio a un uomo ancora più vecchio di lei. Lo fissò per qualche istante, poi gli rivolse un lungo discorso in un dialetto tanto stretto da sembrare quasi un’altra lingua. Cesare riuscì soltanto a sorridere.
— Perdonatemi… non ho capito.
La donna ripeté tutto, ancora più velocemente, accompagnando le parole con le mani. Cesare comprese soltanto “manciari”. L’anziana sospirò, come davanti a un ragazzo particolarmente lento, aprì la sporta che portava al braccio e gli mise con decisione tra le mani due arancine ancora tiepide, avvolte nella carta. Cesare cercò di restituirle.
— No, signora, davvero…
Lei gliele spinse di nuovo contro il petto, continuando a parlare con energia. In quel momento comparve l’autista con il caffè ancora in mano. Guardò la scena e scoppiò a ridere.
— Vi sta dicennu ca siti troppu magru.
Cesare lo guardò interrogativamente.
— Dice che è quasi ora di pranzo, che avete la faccia di uno che non mangia da stamattina e che se affrontate ancora tutta la strada fino a Rocca del Golfo vi viene uno svenimento.
La donna annuiva vigorosamente. L’autista continuò a tradurre.
— Dice pure che quelle le ha fatte sua figlia e che se non le mangiate ci resta male.
Cesare abbassò lo sguardo sulle due arancine.
— Ringraziatela da parte mia.
L’autista riferì.
L’anziana rispose con una breve frase.
— E adesso?
— Adesso dice di mangiarle e di smetterla di fare complimenti.
Cesare scoppiò a ridere. Seduto sul gradino della piazza, mangiò le due arancine osservando il via vai del mercato. La donna lo controllò da lontano finché non vide sparire anche l’ultimo boccone. Solo allora parve soddisfatta e riprese il cammino al braccio del marito.
Quando la corriera ripartì era già il primo pomeriggio. Le ore successive scorsero ancora più lente. La strada discese tra le vigne che annunciavano Trappeto, dove alcuni passeggeri scesero con le reti da pesca sulle spalle. Il mare ricomparve, luminoso, sulla sinistra. Fu soltanto nel pieno del pomeriggio che la corriera entrò finalmente nella piazza di Rocca del Golfo. Scese per ultimo, la schiena indolenzita e la mente ancora occupata dalla stessa domanda che lo accompagnava da Napoli. Perché? Perché costruire una sparizione tanto elaborata se lo scopo era soltanto scomparire? Più osservava il percorso di Majorana, più gli sembrava che ogni gesto avesse una doppia funzione: allontanare gli inseguitori e, nello stesso tempo, lasciare un filo abbastanza sottile da poter essere ritrovato da qualcuno disposto a seguirlo fino in fondo. Il dubbio non si era attenuato durante il viaggio. Al contrario, ogni chilometro percorso lo aveva reso più ostinato.
– o –
Sceso dalla corriera, rimase per qualche minuto nella piazza con la valigia in mano, mentre il vecchio autobus ripartiva lasciandosi dietro una nuvola di polvere e odore di nafta. Rocca del Golfo gli apparve luminosa, quasi abbagliante dopo le ore trascorse nell’abitacolo. Il mare si sentiva nell’aria prima ancora di vederlo: salsedine, vento caldo, il richiamo lontano dei gabbiani. Si sistemò il cappello e si guardò intorno. La donna alla Kalsa gli aveva detto che il convento era fuori dal paese. Quanto fuori, però, era rimasto affidato alla sua idea personale delle distanze.
Vide un uomo seduto davanti a una bottega, intento a sistemare una rete da pesca.
– Scusate. Il convento del beato Calogero?
L’uomo sollevò lentamente gli occhi.
– Quali convento?
– Quello fuori dal paese. Ospita pellegrini, marinai.
Il pescatore smise di lavorare.
– Ah. Chiddu dî frati.
L’uomo indicò con tutta la mano una strada che saliva tra le case.
– Pigghiati di ddà. Sempri avanti. Quannu finiscinu ’e casi, continuate.
Cesare aspettò qualche secondo.
– E poi?
– Poi dumannati arrè.
La risposta gli ricordò immediatamente Palermo.
– È lontano?
Il pescatore guardò la valigia.
– A pedi?
– Sì.
– Un poco.
Aveva ormai imparato che “un poco” poteva contenere qualunque distanza. Ringraziò e si incamminò. La strada attraversava dapprima case basse, botteghe con le porte spalancate, bambini che giocavano sul selciato e donne sedute all’ombra degli ingressi. A ogni incrocio Cesare chiedeva di nuovo. Le indicazioni coincidevano nella direzione e divergevano nei particolari.
– Sempre dritto.
– Dopo ’a gebbia pigghiate a manca.
– Quale gebbia? Chidda non c’è cchiù!
– Allura passa d’ ’o ficu grossu.
– ’U ficu l’hanno tagghiato l’anno scorso.
Lui ascoltava, annuiva e cercava di ricavare dalle discussioni un orientamento utilizzabile. Più si allontanava dal centro, più le case si diradavano. La strada divenne bianca e polverosa. Ai lati comparvero piccoli appezzamenti delimitati da muretti, ulivi bassi, fichi d’India e qualche vigna. Il mare appariva ogni tanto tra le aperture del terreno, luminoso e distante. La valigia tirava il braccio verso il basso. Cambiò mano. Un ragazzo che conduceva un asino gli indicò una deviazione.
– Pi ’u convento? Chista strata. Poi trovate ’na croce.
– Una croce grande?
Il ragazzo ci pensò.
– Abbastanza.
La croce risultò essere alta forse un metro e mezzo, di ferro annerito, infissa sopra un muretto. Da lì partiva una strada ancora più stretta, appena due solchi tra la polvere. La seguì. Per qualche minuto ebbe la sensazione di avere sbagliato. Davanti vedeva soltanto campagna, qualche albero e un tratto di muro chiaro. Poi, superata una curva, comparve l’edificio.
Si fermò. Aveva immaginato qualcosa di più riconoscibile. Il convento era un complesso basso, raccolto attorno a una costruzione più antica, con muri chiari segnati dal tempo e poche finestre. Una piccola chiesa sporgeva appena dal corpo principale. Il campanile sembrava quasi sproporzionato per modestia: due aperture e una campana. Nessuna facciata monumentale. Nessuna grande scalinata. Nessun portone capace di dichiarare da lontano la presenza di un ordine religioso. Sembrava una casa di campagna diventata convento per abitudine. Rimase qualche momento a guardarla. Tutto il viaggio da Napoli, il mare, Palermo, l’edicola della Kalsa, la corriera, le ore trascorse tra paesi e mercati lo avevano condotto lì. A un luogo che avrebbe potuto passare inosservato anche a poche centinaia di metri di distanza.
Riprese a camminare. Quando raggiunse il portone era coperto di polvere fino alle caviglie. La camicia gli si era incollata alla schiena e il manico della valigia gli aveva lasciato una striscia rossa sul palmo. Bussò. Attese. Bussò ancora. Dall’interno arrivarono passi lenti. Il portone si aprì soltanto per metà e comparve un frate sulla cinquantina, alto, magro, con l’abito chiaro dei Fratelli del Riscatto e il volto cotto dal sole. Guardò Cesare, poi la valigia. Il suo viso si distese immediatamente.
– Ben arrivato.
Cesare rimase leggermente interdetto.
– Buonasera. Io sarei…
Il frate aprì del tutto il portone.
– Trasiti, trasiti. Avete fatto tutta ’a strada a pedi?
– Dalla piazza.
– Cu stu sole?
Guardò ancora la valigia.
– Venite dentro, prima ca vi sciogliete davanti alla porta.
Cesare entrò, ma si fermò un attimo a guardare la soglia. Il fresco dell’androne gli procurò un sollievo immediato. Posò la valigia a terra.
– Avrei bisogno di parlare con il padre guardiano.
Il frate sorrise.
– E già ci state parlando.
– Ah.
– Padre Trovato.
Cesare fece per presentarsi.
– Mi chiamo Cesare Montanari e…
Il frate alzò una mano.
– Doppu.
Cesare si fermò. Dal fondo del corridoio arrivava il suono sommesso di alcune voci. Una campana batté un colpo, poi un altro. Il padre guardiano si voltò appena ad ascoltare.
– Siamo quasi all’ufficio.
– Avrei una questione piuttosto importante.
– Sicuro. Tutti quelli che arrivano fin qua tenunu una questione importante.
Lo disse senza ironia, come una semplice constatazione.
– Datemi cinque minuti…
– Cinque minuti adesso diventano deci. Deci diventano venti e poi facemu aspettare tutta ’a comunità. Cesare guardò verso il corridoio.
– Capisco.
– Potete venire cu nui.
Cesare irrigidì appena le spalle. Padre Trovato lo notò.
– Oppure aspettate nel chiostro. Come preferite.
– Io… non sono propriamente un uomo di chiesa.
– Questo lo vediamo n’autra vota.
Cesare lo guardò. Il frate indicò con il mento la piccola chiesa.
– Vi sto dicendo soltanto che noi adesso andiamo a pregare. Se volete entrare, trasiti. Se preferite stare seduto fuori, state seduto fuori. In tutti e due i casi, doppu ne parliamo.
Cesare esitò. Rimanere solo nel chiostro gli parve improvvisamente più vistoso che entrare insieme agli altri.
– Verrò con voi.
– Bene.
Padre Trovato raccolse la valigia prima che Cesare potesse impedirglielo.
– Questa la lasciamo cca.
– Posso portarla io.
– Avete portato abbastanza pi oggi.
La sistemò accanto a una porta laterale.
– Venite.
Attraversarono un piccolo chiostro. Poche colonne, un pozzo al centro, piante sistemate lungo i muri. La chiesa occupava uno dei lati. Davanti all’ingresso alcuni frati stavano già entrando in silenzio. Cesare li osservò distrattamente. Abiti uguali, passi misurati, teste abbassate. Padre Trovato gli indicò un banco in fondo.
– Mettetevi unni vi pare.
– Devo fare qualcosa?
Il frate sorrise.
– Stari fermu sarebbe già abbastanza.
Cesare prese posto nell’ultima fila. La porta si chiuse lentamente alle sue spalle.
– o –
La chiesa era piccola e spoglia. Due file di banchi occupavano la navata; davanti, ai lati del presbiterio, gli stalli di legno formavano due ali contrapposte. I frati vi presero posto senza bisogno di indicazioni, ciascuno evidentemente abituato al proprio. Erano una quindicina, forse qualcuno di più. Cesare rimase nell’ultimo banco, vicino alla parete. Padre Trovato raggiunse gli altri. Per qualche istante ci fu soltanto il rumore dei piedi sul pavimento e quello più lieve delle pagine sfogliate. Poi una voce intonò: – Deus, in adiutorium meum intende.
Gli altri risposero insieme: – Domine, ad adiuvandum me festina.
Cesare riconobbe il latino e si accorse subito che, pronunciato da quelle bocche siciliane, aveva acquistato un suono diverso da quello che ricordava. Le vocali si allargavano, qualche consonante si ammorbidiva, le parole si legavano tra loro. La risposta arrivava compatta, quasi cantata: – Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto…
Abbassò gli occhi. Di funzioni religiose ne aveva viste parecchie, quasi sempre per servizio. Processioni, funerali, feste patronali, benedizioni, messe solenni con prefetti, questori e autorità in prima fila. Ricordava soprattutto le vecchie che seguivano le statue sotto il sole, vestite di nero anche in agosto, capaci di strillare giaculatorie in latini improbabili con una convinzione tale che qualunque santo, anche disponendo di cognizioni grammaticali superiori alle loro, avrebbe dovuto comprenderne almeno l’intenzione. Aveva sempre pensato che Dio probabilmente non esistesse e, in subordine, che dovesse possedere ottimi orecchi e una pazienza considerevole.
I frati si alzarono. Se ne accorse con qualche istante di ritardo e si alzò anche lui. Un salmo cominciò da una parte del coro e proseguì dall’altra. Una fila recitava un versetto, quella di fronte rispondeva. Il ritmo era lento e regolare. Capiva qualche parola, perdeva il resto. Quando gli altri si sedettero, li imitò. Poco dopo dovette rialzarsi. Alla terza volta smise di chiedersi il motivo dei movimenti e si affidò semplicemente a chi aveva davanti. Nessuno badava a lui. La cosa gli piacque. Dopo tanti giorni trascorsi a interrogare persone, osservare reazioni, confrontare dichiarazioni, prendere appunti e cercare una contraddizione dentro ogni risposta, si trovava finalmente in un posto dove da lui, per un’ora, si pretendeva soltanto che restasse fermo. Lasciò andare la schiena contro il banco. Era stanco. La traversata da Napoli, Palermo percorsa a piedi, il Carmine, la Kalsa, la notte breve nella foresteria, la corriera interminabile, poi ancora la strada sotto il sole con la valigia in mano. Sentiva la polvere sulla pelle e il peso del viaggio nelle gambe. Le voci continuavano.
– Kyrie eleison.
– Christe eleison.
Nella pronuncia di uno dei frati, eleison diventava quasi eleìsoni. Un altro trascinava le finali. Un terzo sembrava inghiottire metà delle consonanti. Cesare trattenne un sorriso. Pensò a una processione di parecchi anni prima, con due vecchiette che avevano trascorso un intero pomeriggio dietro una Madonna gridando qualcosa che avrebbe dovuto essere ora pro nobis e che, nelle loro bocche, era diventato una formula personale, ripetuta con crescente energia a ogni svolta. Lui era rimasto per ore sul ciglio della strada in alta uniforme, sudando sotto il berretto e chiedendosi se la Vergine conoscesse il dialetto. Forse lo conosceva. Se esisteva, dopo tanti secoli di preghiere, doveva aver imparato parecchie lingue. Il pensiero gli sembrò abbastanza sciocco da divertirlo. Poi tornò a guardare i frati. Da dietro erano quasi indistinguibili. Gli stessi abiti chiari, le stesse spalle raccolte, le teste inclinate sui libri. I più giovani si confondevano con i vecchi. Ogni tanto uno cambiava posizione, un altro tossiva, un altro ancora si passava una mano sulla fronte. Piccole differenze che subito rientravano nell’insieme.
Cominciò a osservarli con maggiore attenzione. Era il mestiere. Anche quando avrebbe voluto smettere, continuava a classificare. Quello era molto anziano. Quello accanto aveva mani da contadino. Il frate due posti più avanti teneva la schiena troppo diritta. Un altro aveva una tonsura recente. Quello vicino alla colonna sembrava più giovane degli altri. Poi si accorse di ciò che stava facendo e distolse lo sguardo. Era arrivato fin lì cercando un uomo. Ormai u vdéva dapartót òman da zirché.[15]
Le preghiere proseguirono. Con il passare dei minuti il latino perse perfino il residuo significato che riusciva ad attribuirgli. Rimase il suono. Due gruppi di voci che si alternavano, si incontravano, tacevano e ricominciavano. Da una finestra alta entrava una lama di luce che si era spostata lentamente sul pavimento. Fuori, da qualche parte, cantò un uccello.
Pensò a Majorana. Se davvero fosse arrivato lì, avrebbe trovato questo. Un portone aperto a un viaggiatore con una valigia. Un padre guardiano che rimandava le domande. Una comunità dove tutti indossavano lo stesso abito e trascorrevano parte della giornata pronunciando insieme parole vecchie di secoli. Guardò ancora le schiene davanti a sé. Quanto poteva essere facile diventare uno di loro? Il pensiero gli venne con tanta naturalezza che lo infastidì. Si mosse sul banco. Lui aveva Anna. Giovanni. Montevalle. La stazione di polizia. Un lavoro che conosceva da una vita. Persone che sapevano dove trovarlo e altre che, appena smettevano di trovarlo, cominciavano immediatamente a cercarlo. Eppure, per un momento, immaginò di lasciare la valigia nell’androne. Nient’altro. Restare. Alzarsi quando si alzavano gli altri, sedersi quando si sedevano. Mangiare a un tavolo comune. Lavorare nell’orto, portare un secchio, chiudere un portone. Lasciare che il mondo continuasse a occuparsi delle proprie urgenze da qualche altra parte. Scomparire senza dover andare più lontano. Corrugò la fronte. Doveva essere la stanchezza. Oppure quei giorni trascorsi a inseguire Majorana gli avevano messo in testa pensieri che appartenevano a Majorana. Si passò una mano sul viso. Davanti a lui i frati si alzarono ancora. Questa volta li seguì subito.
La funzione terminò poco dopo. Le ultime parole furono pronunciate insieme. Seguì un silenzio che durò alcuni secondi, poi gli uomini cominciarono a uscire dagli stalli. Nessuno si precipitò verso la porta. Qualcuno chiuse il proprio libro, un altro rimase inginocchiato ancora per qualche momento. Aspettò. I frati passarono accanto al suo banco uno dopo l’altro. Lui li guardò appena. Dopo quasi un’ora trascorsa a osservarli, gli sembravano ancora più simili di prima. Padre Trovato arrivò per ultimo.
– Allura?
Cesare si alzò.
– Allora cosa?
– Siete riuscito a stari fermu.
– A fatica.
– Pi essere uno che dice di non essere uomo di chiesa, ve la cavate.
– Ho seguito gli altri.
– È accussì che comincia quasi tutto.
Fece per rispondere, ma padre Trovato gli appoggiò leggermente una mano sul braccio e lo accompagnò verso l’uscita. Nel chiostro la luce aveva già cambiato colore. Le ombre delle colonne si allungavano sul pavimento.
– Adesso – disse Cesare – posso spiegarvi perché sono venuto.
– Nonsi. Adesso mangiamu.
– Padre, avrei davvero bisogno di parlarvi.
– E ne parliamu.
– La questione riguarda una persona che potrebbe essere passata da qui.
Padre Trovato si fermò. Per un momento credette di avere finalmente ottenuto la sua attenzione. Il frate guardò invece verso il cielo sopra il chiostro.
– Voi a pedi da Rocca del Golfo arrivaste?
– Sì.
– E prima?
– Con la corriera da Palermo.
– Quella della matina?
– Quella.
Padre Trovato annuì.
– Allura avete viaggiato tutto ’u giorno.
– Praticamente.
– E avete mangiato?
Cesare pensò al pane col formaggio che aveva comprato e alle due arancine che l’anziana gli aveva messo in mano a Partinico.
– A pranzo.
– Chiamarlo pranzo mi pare assai generoso.
Cesare lo guardò.
– Come fate a saperlo?
– Cu quella corriera, o mangiate quello che vi portate o qualcuno vi dà qualcosa. E voi avete la faccia di uno a cui qualcuno ha dato qualcosa.
Cesare sorrise.
– Due arancine.
– Viditi?
Padre Trovato riprese a camminare.
– La corriera ripassa addumani. Stasera da qua andate soltanto a pedi, e a quest’ora vi conviene andare fino al letto. Noi ospitiamo pellegrini e viandanti. Una stanza c’è. Prima venite in refettorio.
– Posso pagare.
Padre Trovato agitò una mano.
– Dumani, si proprio vi fa stare megghiu, lasciate qualcosa alla casa.
– Vorrei almeno dirvi chi sono.
– A cena mi dite il nome.
– Ve l’ho già detto. Cesare Montanari.
Il frate si fermò un istante.
– Viditi? Allura già sappiamo abbastanza pi mangiare insieme.
– E il motivo per cui sono qui?
– Doppu cena.
Cesare inspirò lentamente.
– Rimandate sempre tutto.
Padre Trovato sorrise.
– Da sti parti avemu imparato che parecchie cose, doppo mangiato, diventano cchiù semplici. E quelle che restano complicate possono aspettare ancora mezz’ora.
Indicò una porta dall’altra parte del chiostro.
– U refettorio è di ddà. Andate a lavarvi. La valigia vi la faccio portare nella foresteria.
Cesare guardò verso la porta.
– Padre Trovato.
– Eh?
– È importante.
Il frate lo studiò per qualche secondo. Il sorriso si attenuò, mentre il tono rimase tranquillo.
– Vi credo, signor Montanari. E proprio pi chistu ne parliamo doppo.
Poi indicò di nuovo il refettorio.
– Ora venite a mangiari.
– o –
Il refettorio occupava una sala lunga, con le pareti imbiancate a calce e due finestre aperte sul lato della campagna. I tavoli erano due, disposti quasi paralleli. Il più lungo apparteneva ai frati; l’altro, più corto, era riservato agli ospiti della foresteria e ai pellegrini. Nessuna tovaglia. Scodelle di terracotta uguali per tutti, bicchieri spessi, una brocca d’acqua e grandi pagnotte già tagliate. I dodici frati entrarono quasi insieme e presero posto al loro tavolo. Li riconobbe più dagli abiti che dai volti. Dopo l’ora trascorsa in chiesa, gli sembravano appartenere ancora a un unico insieme: dodici variazioni minime della stessa figura.
Al tavolo degli ospiti sedevano già quattro uomini. Li classificò prima ancora di rendersene conto. Era un’abitudine acquisita in tanti anni di servizio. Bastavano il modo di sedersi, le mani, le scarpe, il rapporto con quello che avevano davanti. Qualche volta sbagliava; indovinava abbastanza spesso da continuare a farlo. Il primo era un uomo sulla cinquantina, minuto, con i capelli radi e una camicia abbottonata fino al collo. Sedeva composto e tranquillo, ma spostava continuamente il cucchiaio da una parte all’altra della scodella senza una ragione apparente. Ogni tanto bisbigliava qualcosa verso la parete e subito dopo sorrideva, come se qualcuno gli avesse risposto. Lo guardò una volta sola. Probabilmente il matto del paese. O qualcosa di simile. In ogni caso sembrava innocuo e perfettamente inserito nella casa. Uno dei frati, passando, gli appoggiò una mano sulla spalla con familiarità e lui rispose con un sorriso soddisfatto. Gli altri due erano uomini robusti. Uno aveva spalle larghissime, pelle scurita dal sole e mani grosse, segnate da tagli ormai cicatrizzati. L’altro era più basso, con avambracci enormi e una cicatrice che gli attraversava il dorso della mano destra. Braccianti o marinai. Avrebbe scommesso sui marinai per il primo e sulla campagna per il secondo, ma decise che poteva sopravvivere anche senza risolvere la questione.
Il quarto uomo sedeva all’estremità opposta del tavolo. Lo guardò distrattamente. Poi lo guardò di nuovo. Era più giovane degli altri. Magro, quasi scavato in viso. Una barba corta gli copriva le guance e modificava la forma della mandibola. I capelli tagliati molto corti. All’inizio fu soltanto una sensazione. Qualcosa che conosceva. Abbassò gli occhi. Padre Trovato gli indicò il posto rimasto libero all’altro capo della tavola, tra i due uomini robusti.
– Assittativi ccà. Almeno vi fanno mangiare.
Prese posto. Il frate che serviva versò nella sua scodella una minestra densa di legumi e pasta. Un altro lasciò davanti a lui due grosse fette di pane.
– Grazie.
Quello annuì e passò oltre. Per qualche minuto si sentì soltanto il rumore dei cucchiai. Aveva fame. Le due arancine mangiate parecchie ore prima erano diventate un ricordo, e il corpo reclamò immediatamente la propria parte. Prese una cucchiaiata, poi un’altra. Alzò gli occhi. L’uomo all’altro capo del tavolo stava spezzando il pane. Le mani. Rallentò. Aveva già visto quelle mani. Naturalmente poteva averle viste soltanto in fotografia, e le fotografie del fascicolo mostravano soprattutto il volto. Ma una delle immagini ritraeva Majorana seduto, con una mano appoggiata sul tavolo. Dita lunghe, sottili, sproporzionate rispetto alla magrezza del polso. Guardò meglio. L’uomo prese la brocca e versò l’acqua nel proprio bicchiere con la sinistra. Cesare abbassò nuovamente gli occhi sulla minestra. Continuò a mangiare. Accanto a lui il più grosso dei due uomini chiese: – ’U pani?
Cesare gli passò il cestino.
– Grazie.
La voce dell’uomo aveva un accento di mare che ormai cominciava almeno a riconoscere.
– Venite di fora?
– Romagna.
Il marinaio annuì come se la Romagna fosse una destinazione plausibile per chiunque.
– Luntanu.
– Abbastanza.
L’altro uomo robusto intervenne con una frase in siciliano. Il primo rise. Cesare sorrise per cortesia.
– Mi perdonerete. Capisco una parola ogni quattro.
– Megghiu – rispose quello. – Accussì vi risparmiate tri quarti dî fissarii.
Risero entrambi. Cesare approfittò del momento per guardare nuovamente verso il fondo. L’uomo magro aveva sollevato il capo. La fronte era quella. Ampia, verticale, quasi troppo grande rispetto alla parte inferiore del volto. La barba poteva cambiare la mandibola. I capelli corti potevano alterare completamente l’impressione generale. La fronte restava. E gli occhi. Quelli erano più difficili da modificare. L’uomo incrociò per un istante il suo sguardo. Cesare abbassò immediatamente il proprio sulla scodella. Prese ancora una cucchiaiata. Il cuore aveva accelerato appena. Se ne accorse e gli diede fastidio. Aveva trascorso una vita a trovare persone che preferivano essere altrove. Un volto somigliante restava un volto somigliante. Nulla di più.
Continuò a osservare. L’uomo parlava pochissimo. Quando quello che aveva classificato come il matto del paese gli rivolse una domanda, ascoltò fino alla fine tenendo il capo leggermente inclinato. Poi rispose sottovoce, con poche parole. Cesare tese l’orecchio. Troppo lontano. Riuscì soltanto a cogliere un italiano privo del siciliano fitto degli altri ospiti. Quello gli interessò. Il matto disse qualcos’altro e rise. L’uomo magro sorrise appena, poi abbassò gli occhi. Cesare tornò alla fotografia che aveva in testa. Il ciuffo scuro sopra la fronte era scomparso. La barba sottraeva una parte del viso. La magrezza sembrava maggiore. Ma il modo di inclinare la testa mentre ascoltava qualcuno… Quello era comparso anche nei racconti di Roma e Napoli. Assorto. Un poco di lato. Come se una parte della sua attenzione stesse seguendo contemporaneamente qualcos’altro.
Bevve un sorso. Uno dei marinai gli porse una ciotola di olive.
– Pigghiativi.
– Grazie.
Ne prese due. L’uomo all’altro capo del tavolo si accorse che mancava il pane al suo vicino. Prese il cestino e glielo passò senza che quello glielo chiedesse. Movimento semplice. Naturale. Si rimproverò: stava facendo esattamente quello che padre Mariano gli aveva raccomandato di evitare: era partito cercando una conferma e adesso ogni gesto rischiava di somigliargli. Prese un’altra oliva. Provò quindi il contrario. Cercò le differenze. Majorana nelle fotografie aveva il volto più pieno. Quell’uomo era molto dimagrito. Majorana portava capelli lunghi e disordinati. Quello li aveva cortissimi. Majorana vestiva come un professore universitario. Quello indossava una camicia comune, consunta ai polsi, e pantaloni scuri senza alcun elemento capace di distinguerlo da un viaggiatore qualsiasi. Tutte differenze spiegabili. Era proprio quello il problema. Cominciò a provare una sensazione che conosceva bene. Arrivava durante certe indagini quando una posizione inizialmente confusa smetteva poco a poco di offrire alternative. Ogni nuovo elemento riduceva lo spazio. La fronte. Gli occhi. Le mani. La voce. La postura. Il modo di ascoltare… La somiglianza acquistava consistenza.
Continuò a mangiare. Il pasto procedeva quasi in silenzio. Dal tavolo dei frati arrivavano soltanto poche parole. Padre Trovato sedeva verso il centro e parlava sottovoce con un religioso anziano. Nessuno sembrava interessarsi agli ospiti. Si chiese da quanto tempo quell’uomo fosse lì. Un giorno? Una settimana? Da marzo? Diede un’occhiata alle mani ancora una volta. Nessun callo evidente. Quello riduceva parecchio le possibilità. Bracciante, no. Marinaio, neppure. Pellegrino, forse. Un uomo abituato a scrivere, probabilmente. L’uomo magro prese il cucchiaio con la destra, ma quando dovette spostare il bicchiere usò nuovamente la sinistra. Le dita rimasero per qualche secondo ferme attorno al vetro. Pensò alla fotografia. Quasi certamente. Si costrinse ancora una volta a rallentare. Un’identificazione fatta a quaranta giorni di distanza aveva già prodotto metà dei problemi di quell’indagine. Vittorio Strazzeri aveva creduto di riconoscere Majorana sulla nave e tutti avevano costruito una storia attorno a quel riconoscimento incerto. Cesare aveva criticato proprio quello. Adesso rischiava di commettere lo stesso errore davanti a una minestra. Abbassò gli occhi. Finì la scodella. Quando li rialzò, l’uomo all’altro capo stava già guardando verso di lui. Solo per un momento. Poi distolse lo sguardo. Cesare rimase immobile con il cucchiaio in mano. Questa volta qualcosa era cambiato. L’uomo sapeva di essere osservato. E da quel momento cominciò a recitare di ignorarlo. Lui riconobbe la cosa perché era un comportamento che aveva visto centinaia di volte. Continuarono entrambi a mangiare.
La cena terminò senza un vero segnale. I frati posarono i cucchiai quasi insieme, qualcuno raccolse le scodelle, altri presero le brocche e il pane rimasto. Gli ospiti si alzarono più lentamente, ciascuno seguendo il proprio tempo. Cesare rimase seduto ancora qualche secondo. L’uomo magro si alzò per ultimo dal suo lato del tavolo. Raccolse il bicchiere, lo portò verso il fondo della sala e poi uscì insieme a due frati diretti al chiostro. Aspettò. Uno. Due… Tre. Poi si alzò. Padre Trovato, dall’altro tavolo, gli lanciò un’occhiata, ma Cesare fece soltanto un cenno con il capo e uscì. Nel corridoio l’aria era più fresca. Le finestre aperte lasciavano entrare l’ultima luce del giorno e il rumore lieve delle foglie nel chiostro. L’uomo era una decina di passi avanti. Lo seguì senza affrettare il passo. Aveva ancora soltanto una somiglianza e una ricostruzione costruita su lettere, biglietti, fotografie, un ex libris, un affresco, una vecchia devozione e una serie di indicazioni raccolte tra Napoli e Palermo. Una parôla la sarèbb stèda pôca. Dò, fórsi, tròp.[16]
L’uomo rallentò. Forse aveva sentito i passi. Lui continuò ad avanzare. Quello si fermò all’altezza di un arco e si voltò. Per la prima volta si guardarono davvero da vicino. La barba poteva cambiare il volto. I capelli corti potevano modificare l’impressione generale. La magrezza poteva scavare lineamenti che nelle fotografie apparivano più pieni. Gli occhi no. Sentì sparire l’ultimo margine di dubbio. L’uomo non disse nulla. Aspettò. Cesare si fermò a un paio di passi da lui.
– Buonasera. Voi dovete essere il professor Majorana.
– o –
L’uomo rimase immobile.
– E voi chi sareste? Ci siamo già incontrati?
La voce completò il riconoscimento. Era più bassa di quanto Cesare avesse immaginato leggendo le testimonianze, controllata, con una cadenza siciliana appena percettibile.
– Mi chiamo Cesare Montanari. Vi sto cercando.
Majorana lo studiò.
Lo fece apertamente, senza più fingere l’indifferenza mantenuta durante la cena. Lo sguardo scese sul vestito impolverato, sulle scarpe sporche di terra, sulla camicia spiegazzata dal viaggio. Poi tornò al volto.
– Avete fatto parecchia strada, signor Montanari. – Annuì lentamente. – Chi vi manda?
Cesare esitò.
– Mia madre?
– No.
– Il professor Carrelli?
– Nemmeno.
Un’altra breve pausa.
– Fermi?
– È complicato da spiegare.
Majorana continuò a osservarlo.
– Immagino. Altrimenti me lo avreste già spiegato.
Dal refettorio arrivò il rumore delle stoviglie raccolte. Un frate attraversò il fondo del corridoio portando una brocca e scomparve dietro una porta. Majorana aspettò che fosse passato.
– E se io non volessi essere ritrovato?
Cesare sostenne il suo sguardo.
– Non credo.
Majorana sollevò appena le sopracciglia.
– Non crede a cosa?
– Che non vogliate essere ritrovato.
Per la prima volta il volto dell’altro perse qualcosa della sua immobilità.
Cesare continuò: – Sono arrivato fin qua seguendo le tracce che avete lasciato.
– Quali tracce?
La domanda arrivò immediata. Cesare capì che quella era la prova.
– Parecchie. Alcune servivano a mandare la gente nella direzione sbagliata. Altre erano più difficili da vedere.
– E voi le avreste viste?
– Alcune.
Majorana inclinò appena il capo.
– Abbastanza da arrivare qui.
– Abbastanza.
– Da Napoli?
– Anche da Roma.
Majorana tacque. Cesare lasciò trascorrere qualche secondo.
– Però mi ha messo sulla strada giusta il signor Aurelio Baldi.
Questa volta la reazione fu evidente. Majorana lo guardò a lungo. Poi la bocca si piegò da un lato in una smorfia divertita, quasi infantile, completamente diversa dall’espressione controllata mantenuta fino a quel momento.
– Baldi.
– Sì.
Majorana abbassò gli occhi e scosse lentamente la testa. Sembrava trattenere una risata. Quando tornò a guardarlo, ogni atteggiamento difensivo era scomparso.
– Ce ne avete messo del tempo.
Cesare corrugò la fronte. Majorana sorrise. – Avevo ormai perso ogni speranza.
Zugzwang
«Lo zugzwang si verifica quando il giocatore obbligato a muovere peggiora la propria posizione qualunque mossa scelga. Ricorre soprattutto nei finali, dove anche un solo tempo può decidere l’esito della partita.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
Alle loro spalle si udì un passo. Padre Trovato si era fermato all’imbocco del corridoio. Doveva essersi accorto dal refettorio che stava succedendo qualcosa e li aveva raggiunti senza fretta. Rimase a qualche passo di distanza, le mani raccolte davanti all’abito, guardando prima Majorana e poi Cesare. Su Cesare si soffermò più a lungo. Era uno sguardo diverso da quello con cui lo aveva accolto al portone. La valigia, le scarpe coperte di polvere, l’arrivo dalla corriera di Palermo sembravano avere acquistato all’improvviso un significato più preciso. Lui se ne accorse.
– Ve lo volevo dire fin dall’inizio, padre. Stavo cercando una persona, e adesso l’ho trovata.
Padre Trovato si voltò verso Majorana. Questi gli rivolse un breve cenno del capo.
– Va tutto bene, padre.
Trovato rimase a guardarlo per qualche istante.
– Si lo dite vui.
Il tono era tranquillo. Poi fece un piccolo gesto con la mano, come a lasciare a lui l’iniziativa. Majorana si incamminò verso il chiostro. Cesare lo seguì. Padre Trovato venne dietro di loro, a qualche passo di distanza. La sera stava appena calando. Sopra il quadrato del chiostro il cielo conservava ancora abbastanza luce da distinguere nettamente le colonne, il pozzo e le piante addossate ai muri. L’aria si era fatta più fresca. Da qualche parte, oltre il muro di cinta, arrivava il verso intermittente di un animale. Majorana raggiunse uno dei lati del porticato e rallentò.
– Baldi… – disse.
Pronunciò il nome quasi tra sé.
– Una persona molto sensibile.
Cesare aspettò.
– Gli altri provavano pena per lui. A me faceva paura.
– Paura?
Majorana annuì.
– Perché vedeva le cose.
Appoggiò una mano alla pietra del parapetto.
– Tutti hanno finito per considerarlo un fallito. Aveva perso la ricerca, la posizione che avrebbe potuto avere, quasi tutta la vita che si era costruito. Lui, invece, aveva capito molto prima di parecchi di noi una cosa semplice.
– Quale?
Majorana si voltò verso di lui.
– Che era sopravvissuto.
Tacque per qualche secondo.
– Baldi è un superstite.
Padre Trovato li seguiva in silenzio. Cesare gli lanciò un’occhiata: ascoltava senza curiosità apparente, con quella stessa attenzione quieta che aveva mostrato al portone.
Majorana riprese: – Come sta?
– Bene, direi.
– È ancora all’Istituto?
– Sì.
– E gioca ancora a scacchi?
Cesare sorrise.
– Parecchio. In questo momento sta cercando di vincere una partita.
Majorana lo guardò.
– Quale?
– La vostra.
L’espressione dell’altro cambiò appena.
– Ha provato a giocarla da entrambe le parti. Con i bianchi e con i neri. Ogni volta arriva a un punto in cui la posizione si chiude.
Majorana ebbe un sorriso breve.
– Allora ha quasi capito.
Padre Trovato si era fermato vicino a una colonna. Guardava alternativamente i due uomini, senza intervenire.
Cesare riprese: – Baldi ha capito che quella posizione era un messaggio.
Majorana scosse lentamente il capo.
– Baldi ha capito che era una posizione.
– Mi sfugge la differenza.
– Un messaggio nasce per essere compreso. Una posizione esiste. Chi la guarda può accorgersi di quello che contiene oppure passare oltre.
– Ma siete stato voi a disporre i pezzi in quel modo.
– Certamente.
Cesare fece qualche passo verso di lui.
– E speravate che da quella scacchiera qualcuno arrivasse fin qui.
Majorana lasciò trascorrere qualche istante.
– Speravo che qualcuno capisse che avevo lasciato la partita prima della fine.
– E poi?
– Poi dipendeva da lui.
Cesare corrugò la fronte.
– Mi sembra un modo piuttosto complicato per chiedere di essere trovato.
Majorana sorrise di nuovo.
– E adesso che qualcuno ha capito abbastanza da arrivare fin qui?
Majorana guardò verso il centro del chiostro.
– Adesso possiamo vedere quanto avete capito davvero.
Cesare lo osservò.
– Sarebbe un interrogatorio alla rovescia?
– Potrebbe essere più interessante di quello normale.
Padre Trovato si schiarì piano la voce.
– Prima che cominciate, vi avverto: fra un poco chiudo ’u portone.
Cesare si voltò verso di lui.
– Ci state cacciando?
– Vi sto dicendo l’ora.
Majorana rise piano.
– Vedete, maresciallo? Qui persino le partite devono rispettare gli orari.
Cesare si tolse il cappello e lo tenne tra le mani.
– Allora cominciamo.
Majorana indicò con un gesto una delle panche sotto il porticato.
– Cominciate voi.
– Da dove?
– Da Roma.
Cesare lo guardò. Majorana si sedette.
– Voglio sapere come siete arrivato fin qui.
– o –
Cesare si sedette sulla panca di fronte a lui. Padre Trovato prese posto poco più in là, accanto a una colonna. Rimase in silenzio. Cesare posò il cappello accanto a sé.
– A Roma abbiamo parlato con i vostri colleghi. Da loro ho ricavato soprattutto una cosa: che vi piace lasciare gli altri in sospeso. Sparire per qualche tempo, interrompere una conversazione, costringere chi vi sta intorno a chiedersi cosa abbiate in mente.
Majorana lo ascoltava senza muoversi.
– Poi ho ricostruito i giorni di marzo. Il denaro, il passaporto, Napoli, le lettere, il telegramma, Palermo e il biglietto per il ritorno. All’inizio sembrava la storia di un uomo che prepara il suicidio e poi cambia idea. A un certo punto ho smesso di crederci. I ripensamenti erano troppo ordinati. Ogni gesto correggeva quello precedente quanto bastava per lasciare aperta un’altra interpretazione.
Cesare incrociò le mani.
– La testimonianza del professor Strazzeri ha fatto il resto. Forse vi ha visto sulla nave, forse no. Da quel momento tutti hanno cercato un uomo tornato a Napoli oppure scomparso durante il viaggio. Il mio collega ha costruito la teoria di una crisi nervosa e di un rifugio in qualche convento napoletano. Io l’ho seguito per un po’.
Si fermò appena.
– Poi ho cominciato a vedere un uomo lucido.
Majorana continuava ad ascoltare.
– Il resto è venuto da Baldi. La partita interrotta. Il libro che gli avete regalato. L’ex libris. A Napoli ho riconosciuto la stessa figura in un affresco dei Fratelli del Riscatto. Da lì sono arrivato al beato Calogero, poi a Palermo, alla Kalsa e infine qui, a Rocca del Golfo.
Tacque. Per qualche secondo nel chiostro si sentì soltanto il fruscio delle foglie. Majorana abbassò gli occhi.
– Ho seguito quello che avete lasciato.
– Una parte.
– Abbastanza per trovarvi.
Majorana sollevò lo sguardo.
– E cosa credete di avere trovato?
Cesare lo osservò.
– Un uomo che ha costruito due cose insieme. Una sparizione e il modo per comprenderla.
Majorana rimase immobile.
– Le lettere, il telegramma, il biglietto di ritorno servivano a guadagnare tempo e a orientare le ricerche. La scacchiera e il libro servivano ad altro. Erano tracce più lente. Destinate a qualcuno che avrebbe continuato a guardare dopo che tutti gli altri avevano già scelto una spiegazione.
Majorana fece un sorriso appena accennato.
– Continuate.
– Non credo che voleste essere ritrovato da chiunque.
– Questo è vero.
– Volevate lasciare la possibilità di capire che la vostra scomparsa era una scelta.
Il sorriso di Majorana si spense. Cesare concluse: – E qualcuno, prima o poi, doveva arrivare abbastanza vicino da accorgersene.
Seguì altro silenzio. Poi Majorana parlò.
– Baldi aveva ragione a continuare a guardare la scacchiera.
Cesare annuì. Majorana abbassò gli occhi.
– Quella partita non si può vincere perché la posizione è stata lasciata così apposta.
Cesare lo guardò.
– Ci sono posizioni in cui continuare a muovere serve soltanto a sviluppare una conclusione già contenuta nella posizione. Ci si può arrivare seguendo varianti diverse. Il risultato resta lo stesso.
– E voi avete scelto di fermarvi prima.
– Ho lasciato la posizione. Perché qualcuno la guardasse abbastanza a lungo.
Cesare fece una pausa.
– Dunque volevate essere trovato.
Majorana scosse lentamente il capo.
– Volevo essere capito.
– Mi sembra una distinzione sottile.
– Lo è.
Cesare riconobbe in quel tono esattamente ciò che gli avevano descritto a Roma e Napoli. Majorana si appoggiò alla colonna.
– Sparire del tutto significa lasciare agli altri il diritto di inventare la mia storia. Avrebbero deciso che ero morto, impazzito, fuggito per paura o per vergogna. Io volevo lasciare almeno una possibilità diversa.
– Che qualcuno capisse che avevate scelto.
– Sì.
Cesare rimase qualche istante in silenzio.
– E adesso che qualcuno è arrivato fin qui?
Majorana lo guardò.
– Adesso viene la parte interessante.
– Quale?
– Decidere cosa fare di quello che avete capito.
– o –
– Perché?
Majorana lo guardò. Padre Trovato, seduto qualche passo più in là, sollevò appena gli occhi. La domanda sembrò restare sospesa tra i tre. Dal chiostro arrivava il rumore regolare di una fontana. La luce era ormai quasi scomparsa e sotto il porticato le colonne si distinguevano soprattutto per le ombre. Majorana abbassò lo sguardo verso le proprie mani.
– Conoscete Fermi.
– L’ho incontrato.
– Non intendo personalmente. Sapete cosa fa.
– Abbastanza poco. Praticamente niente.
Majorana sorrise.
– È già più di quanto sappia la maggior parte delle persone che parla del suo lavoro.
Si appoggiò allo schienale della panca.
– Fermi possiede una qualità rara. Riesce a stare contemporaneamente dalla parte della teoria e da quella dell’esperimento. Può immaginare un fenomeno, calcolarlo e, subito dopo, domandarsi come costruire un apparecchio capace di verificare se esiste davvero. Molti fisici scelgono una delle due strade. Lui continua a passare dall’una all’altra.
Padre Trovato si alzò senza dire niente e scomparve sotto il porticato. Majorana seguì per un istante il rumore dei suoi passi.
– Alcuni anni fa Fermi cominciò a lavorare sui neutroni. Sapete cosa sono?
Cesare fece un gesto incerto.
– Una parte dell’atomo.
– Del nucleo. Una particella priva di carica elettrica. È proprio questo che la rende interessante. Se cercate di colpire un nucleo con una particella carica, il nucleo può respingerla. Con un neutrone il problema è diverso. Può avvicinarsi molto di più. Può entrare.
Majorana parlava lentamente. Non sembrava avere alcuna fretta di arrivare alla conclusione.
– Fermi ebbe l’idea di utilizzare neutroni per bombardare diversi elementi. Uno dopo l’altro. Si prende una sostanza, la si espone ai neutroni e poi si osserva cosa è successo. In alcuni casi non accade nulla di interessante. In altri il nucleo cattura il neutrone e cambia. Può diventare instabile, trasformarsi ancora, emettere radiazioni.
Cesare ascoltava.
– È come sparare contro qualcosa per vedere cosa ne resta?
Majorana inclinò appena il capo.
– È una descrizione piuttosto violenta, ma non sbagliata.
Padre Trovato tornò portando un piccolo vassoio. Vi aveva sistemato una bottiglia senza etichetta, tre bicchierini, una scodella di pistacchi e alcuni biscotti chiari, irregolari, evidentemente usciti dal forno del convento.
– Se dovete parlare tutta la notte, almeno facitilu cu dignità.
Posò il vassoio sul tavolo. Cesare lo guardò.
– Tutta la notte?
– Cu vui dui, mi pari prudente prepararsi.
Majorana sorrise. Padre Trovato versò un poco di liquore nei bicchieri e tornò a sedersi. Majorana ne prese uno.
– Fermi procedette lungo la tavola degli elementi. Ferro, rame, argento, altri ancora. Poi arrivò all’uranio.
Cesare prese un pistacchio e ne spezzò il guscio.
– Il nucleo più pesante disponibile in natura. Novantadue protoni. Una struttura enorme, se la confrontate con quelle più semplici. Se un neutrone entra in un nucleo del genere, la domanda diventa interessante: cosa ne esce?
Bevve un sorso.
– Bombardarono l’uranio. Trovarono attività che non riuscivano a ricondurre facilmente agli elementi conosciuti. La spiegazione più naturale era che il nucleo avesse assorbito il neutrone e che, attraverso successive trasformazioni, si fossero prodotti nuclei ancora più pesanti dell’uranio. Probabilmente elementi nuovi. O almeno così pensarono.
Majorana prese un biscotto ma lo tenne tra le dita senza mangiarlo.
– Era una conclusione ragionevole. Se aggiungete qualcosa a un oggetto, vi aspettate che l’oggetto diventi più grande. Il nucleo dell’uranio prende un neutrone. Da lì seguono alcune trasformazioni. Alla fine ottenete qualcosa che nella tavola degli elementi viene dopo l’uranio. Novantatré. Forse novantaquattro.
Fece una pausa.
– Transuranici.
Cesare ripeté piano la parola.
– Transuranici.
– Elementi oltre l’uranio.
Majorana posò il biscotto.
– Il problema è che i risultati non erano puliti.
Cesare sollevò lo sguardo. Majorana rimase per qualche secondo in silenzio, come se stesse decidendo da quale punto riprendere.
– In fisica succede spesso. L’esperimento restituisce qualcosa, ma non nella forma ordinata che vorremmo. Una misura non coincide perfettamente con quella precedente. Compare un’attività che non dovrebbe esserci. Una sostanza sembra comportarsi in un modo e poi, sotto un’altra analisi, in un altro. Si tenta di separare i prodotti, identificarli, ricostruire la successione delle trasformazioni. Fece scorrere un dito sul bordo del bicchiere.
– Si può lavorare per mesi attorno a un risultato senza sapere esattamente cosa si ha davanti.
Padre Trovato prese un pistacchio. Lo aprì con calma, senza distogliere gli occhi da Majorana.
– Fermi era prudente. Lo sono anche gli altri. Non hanno mai detto di avere dimostrato con certezza l’esistenza di tutti quegli elementi nuovi. Hanno osservato dei fenomeni e hanno cercato l’interpretazione più coerente.
– Ma voi non ci credete.
Majorana non rispose subito.
– Non è questione di credere.
Cesare attese.
– Ci ho pensato su.
Prese finalmente il biscotto e ne spezzò un angolo.
– Molte volte.
Il tono non era cambiato. Continuava a parlare con la stessa calma con cui avrebbe potuto spiegare una lezione.
– Ho ripreso mentalmente gli esperimenti. Le trasformazioni possibili. Le energie. La struttura del nucleo. Ho provato a seguire l’ipotesi dei transuranici fino alle sue conseguenze.
– E?
Majorana guardò il pezzo di biscotto rimasto tra le dita.
– E continua a non piacermi.
Cesare accennò un sorriso.
– È una ragione scientifica?
– Più di quanto sembri.
Majorana lasciò cadere alcune briciole sul piattino.
– Quando una spiegazione è giusta, molte cose che prima sembravano indipendenti cominciano a disporsi insieme. Non sempre diventa semplice. Ma acquista una necessità. I risultati di Fermi, invece, continuano a richiedere aggiustamenti. Un prodotto viene interpretato in un modo, un altro richiede una trasformazione diversa, un terzo non si lascia collocare bene.
Si fermò.
– Potrebbe essere soltanto chimica difficile. Potrebbero esserci errori di separazione. Potremmo non conoscere ancora abbastanza bene ciò che accade a nuclei tanto pesanti.
Cesare lo guardava aspettando il seguito. Majorana sollevò il bicchierino, osservò per qualche momento il liquore contro la poca luce rimasta e lo posò di nuovo senza bere.
– Oppure stiamo facendo la domanda sbagliata.
Padre Trovato smise di rompere il guscio del pistacchio che aveva tra le dita. Cesare non disse nulla. Majorana guardò entrambi.
– Tutti hanno cercato di capire che cosa diventa l’uranio dopo avere ricevuto un neutrone.
Fece una breve pausa.
– Io ho cominciato a domandarmi se sia davvero questo ciò che accade.
Majorana rimase qualche istante con lo sguardo sul bicchiere.
– Supponiamo che il nucleo non diventi più pesante.
Cesare aspettò.
– Supponiamo che si rompa.
Padre Trovato sollevò appena gli occhi. Majorana prese un pistacchio dalla scodella e lo tenne tra il pollice e l’indice.
– Questo non è un nucleo, naturalmente.
– Meno male – disse Cesare.
Majorana sorrise e fece pressione sul guscio. Il pistacchio si aprì con uno schiocco.
– Immaginate però qualcosa del genere. Il neutrone entra. Il nucleo dell’uranio assorbe l’urto, si deforma, perde la propria stabilità e, invece di trasformarsi in un elemento immediatamente successivo, si divide.
Separò le due metà del guscio e le posò sul tavolo.
– In due?
– Due sarebbe la possibilità più semplice. Potrebbero esserci anche altri prodotti. Per il momento non importa. Il punto è ammettere che ciò che esce possa essere molto più leggero dell’uranio.
Cesare guardò i due frammenti.
– E questo spiegherebbe quello che hanno trovato?
– Potrebbe spiegare perché trovano tante cose difficili da ordinare. Se continuate a cercare elementi vicini all’uranio, interpreterete ogni attività partendo da quell’idea. Ma se tra i prodotti ci fossero nuclei molto più lontani…
Lasciò la frase sospesa, prese il bicchiere, bevve un altro sorso e lo posò.
– È soltanto un’ipotesi. Non ho una prova. E potrebbe essere sbagliata per molte ragioni.
Lo disse con naturalezza, quasi volesse togliere importanza a quanto aveva appena proposto.
– Però?
Majorana tornò a guardare i due pezzi del guscio.
– Però, se fosse vera, sorgerebbe un altro problema.
Cesare attese.
– Un nucleo non è semplicemente la somma delle particelle che contiene. Protoni e neutroni separati hanno una certa massa. Quando si legano fra loro, la massa del nucleo risultante è leggermente diversa.
Cesare corrugò la fronte. Majorana se ne accorse.
– Avete una bilancia?
– Certamente.
– Mettete sopra un piatto cento oggetti. Li pesate. Poi li legate insieme e li pesate di nuovo.
– Dovrebbero pesare uguale.
– Nella vostra bilancia sì.
Cesare lo guardò.
– In un nucleo, no.
Majorana si sporse appena in avanti.
– Una parte della massa corrisponde all’energia che tiene insieme il nucleo. Einstein ha mostrato che massa ed energia sono due forme della stessa cosa. La relazione è molto semplice.
Con l’indice tracciò sul tavolo tre segni invisibili.
– E uguale emme per ci al quadrato.
Padre Trovato guardò il tavolo come se la formula dovesse comparire sul legno.
– Se trasformate un nucleo in altri nuclei più stabili, la massa finale può essere inferiore a quella iniziale.
Cesare guardò ancora il guscio del pistacchio.
– Manca qualcosa.
– Esattamente.
– Dove va?
– Non va da nessuna parte. È energia.
Cesare impiegò qualche secondo.
– Calore?
Majorana esitò appena.
– Anche.
Fu la prima risposta che non accompagnò con una spiegazione immediata. Poi si alzò.
– Avete carta?
Padre Trovato indicò una piccola credenza sotto il porticato. Ne trasse alcuni fogli e una matita e li portò al tavolo. Majorana si sedette e cominciò a scrivere.
– Questo calcolo l’ho già fatto. Non una volta.
Tracciò alcune cifre con sicurezza, senza fermarsi a controllarle.
– Non conosco i prodotti della rottura, quindi devo fare delle ipotesi. Ma per ciò che voglio mostrarvi non occorre sapere esattamente quali siano. Basta supporre che i frammenti appartengano a una regione nella quale i nuclei sono legati più saldamente.
Scrisse ancora.
– Duecentotrentotto nucleoni. Consideriamo una differenza ragionevole nell’energia di legame. Moltiplichiamo.
La matita procedeva rapidamente.
– Per un singolo nucleo viene fuori una quantità minuscola. Una quantità che per voi non avrebbe alcun significato.
Alzò gli occhi.
– Ma un pezzo di uranio non contiene un nucleo.
Riprese a scrivere.
– Ne contiene un numero tale che non abbiamo nemmeno parole utili per rappresentarlo fuori dalla matematica.
Cesare osservava le cifre accumularsi sul foglio. Majorana continuò.
– Prendete un grammo. Un solo grammo. Il numero dei nuclei è dell’ordine di migliaia di miliardi di miliardi. Adesso moltiplicate quella piccolissima energia per tutti quei nuclei.
Tracciò una linea sotto il calcolo.
– Questo è l’ordine di grandezza.
Cesare guardò il foglio senza ricavarne nulla.
– Quanto?
Majorana alzò la testa.
– Abbastanza da non poter più considerare la questione una curiosità di laboratorio.
Il tono era cambiato appena. Parlava ancora con chiarezza, ma più rapidamente.
– Capite? Tutto nasce da una differenza di massa tanto piccola da essere irrilevante per qualsiasi bilancia. Una frazione minuscola. Eppure il fattore di conversione è la velocità della luce al quadrato. È questo che cambia tutto.
Tornò al foglio.
– Non serve trasformare molta materia. Non serve nemmeno trasformarne una parte apprezzabile. Se il meccanismo esiste, una quantità modesta di materiale contiene un’energia enorme rispetto a qualsiasi processo chimico.
Cesare indicò il foglio.
– Quanto enorme?
Majorana fece un piccolo gesto impaziente con la matita.
– Non confrontatela con una stufa.
Cesare rimase in silenzio.
– Né con il carbone. Né con la benzina. Sono reazioni chimiche. Qui stiamo parlando del nucleo.
Scrisse un altro rapporto.
– Gli ordini di grandezza sono diversi.
Padre Trovato aveva smesso di mangiare. Teneva un pistacchio chiuso fra le dita e ascoltava.
Majorana si alzò di nuovo. Questa volta rimase in piedi.
– È questo che ho calcolato quando ho provato a prendere sul serio l’ipotesi. Prima pensate: forse abbiamo interpretato male un esperimento. Bene. Succede. Poi provate a vedere cosa comporterebbe l’interpretazione alternativa.
Indicò il foglio.
– E trovate questo.
Majorana tornò al tavolo e batté una volta la punta della matita sul foglio.
– Potete sbagliare il dettaglio. Potete sbagliare di molto il dettaglio. Ma resta una quantità di energia sproporzionata rispetto a qualsiasi cosa siamo abituati a ottenere dalla materia.
Cesare lo guardò. Majorana respirò profondamente, come se si fosse accorto soltanto allora di avere accelerato. Prese il bicchiere. Lo portò quasi alle labbra, poi lo rimise sul tavolo.
– Ed è stato allora – disse – che ho cominciato a domandarmi che altro potesse succedere quando un nucleo si rompe.
Majorana rimase in piedi accanto al tavolo.
– Bene. Supponiamo che il nucleo si rompa davvero. Abbiamo detto che libera una quantità enorme di energia. Bene. Non basta. Perché, se tutto finisse lì, avremmo soltanto trovato un modo molto complicato per rompere un nucleo alla volta.
Si sedette di nuovo e tirò verso di sé il foglio.
– Un nucleo di uranio contiene molti neutroni. Quando si spezza, non c’è alcuna ragione per pensare che tutti rimangano legati ai due frammenti. Alcuni potrebbero liberarsi. Uno, due, forse tre. Non lo so. Ma supponiamo che siano due.
Disegnò un piccolo cerchio e, accanto, due segni che se ne allontanavano.
– Un neutrone entra nel primo nucleo. Il nucleo si rompe e ne libera due. Quei due neutroni incontrano altri due nuclei di uranio e, se provocano la stessa trasformazione, otteniamo due nuove rotture. Da queste potrebbero uscire altri neutroni.
Scrisse: 1 → 2 → 4 → 8 → 16. La matita continuò quasi senza fermarsi. 32 → 64 → 128
– Capite? Non stiamo più fornendo dall’esterno ciò che serve a far continuare il fenomeno. È il fenomeno stesso che lo produce. La prima rottura genera i neutroni necessari alle successive, quelle ne generano altri e il numero cresce a ogni passaggio. Uno, due, quattro, otto, sedici. Non è importante che siano precisamente due. Questa è soltanto la forma più semplice per mostrarvelo.
Cesare guardava la successione. Questa volta non aveva bisogno di altre spiegazioni. Majorana continuò, sempre più assorto nel foglio.
– Naturalmente la materia non si comporterebbe con la precisione di questa serie. Sto semplificando. Un neutrone può uscire dal materiale senza incontrare nulla. Può essere assorbito senza provocare la rottura. Può perdere energia. Può incontrare un nucleo e non produrre l’effetto che ci interessa. Non devo sapere cosa accade a ciascun neutrone. Devo sapere che cosa accade in media.
Fece un segno accanto alla successione.
– Se ogni rottura produce neutroni ma, in media, meno di uno riesce a provocarne un’altra, il processo si spegne. All’inizio avrete molte trasformazioni, poi sempre meno, fino a quando non accadrà più nulla. Se uno soltanto, in media, riesce a provocare una nuova rottura, il fenomeno può continuare senza crescere. Una ne provoca un’altra, quella un’altra ancora. Ma se il numero supera uno…
Batté la matita sulla serie.
– Allora ogni generazione è più numerosa della precedente. Uno e mezzo sarebbe sufficiente. Due renderebbe tutto più rapido. Tre ancora di più. Il numero esatto cambia la velocità, ma non cambia la natura del problema. Oltre quel limite, la reazione si sostiene da sola e cresce.
Cesare riuscì a inserirsi.
– Senza continuare con i neutroni?
– Senza fare più niente.
Majorana rispose immediatamente e riprese prima che Cesare potesse aggiungere altro.
– È questo il punto. Fermi produce neutroni, irradia un campione, misura quello che accade. L’esperimento dipende continuamente dall’apparato che lo provoca. Qui sarebbe diverso. Basterebbe il primo evento. Dopo, ogni passaggio produrrebbe la causa del successivo. E mentre accade questo, ricordate ciò che abbiamo appena calcolato: ogni nucleo che si rompe libera quella quantità di energia.
La matita tornò sulle cifre.
– Uno. Due. Quattro. Otto. Sedici. Trentadue. Sessantaquattro. Centoventotto. Duecentocinquantasei. Cinquecentododici. Milleventiquattro.
Continuò ancora per qualche passaggio, poi si fermò. Padre Trovato non aveva più toccato né il bicchiere né i pistacchi. Guardava Majorana e, ogni tanto, il foglio.
– Tutto dipende da un numero che non possiedo – proseguì Majorana. – Quanti neutroni vengono effettivamente liberati quando il nucleo si rompe? Uno? Due? Tre? Nessuno? Con quale energia escono? Quanti riescono a sottrarsi ai frammenti? Quanti vengono assorbiti? E soprattutto: quanti, in media, riescono a provocare un’altra rottura?
Si appoggiò allo schienale, ma continuò a tenere la matita fra le dita.
– Questo è il dato che manca. Nessuno lo ha misurato perché nessuno ha ancora riconosciuto la rottura del nucleo. Se non vengono liberati neutroni, tutto quello che vi ho appena mostrato è soltanto una successione di numeri su un foglio. Se ne vengono liberati troppo pochi, il fenomeno comincia e si spegne. Se invece il numero utile supera l’unità, anche di poco, allora la situazione cambia completamente.
Indicò ancora una volta la progressione.
– Perché da quel momento non occorre più provocare ogni trasformazione. Occorre provocare soltanto la prima.
Cesare abbassò gli occhi sul foglio. Questo lo aveva capito perfettamente.
– Quanto ci mette?
Majorana sollevò gli occhi.
– Cosa?
– A fare questo uno-due-quattro-otto… Quanto tempo passa?
Majorana si sporse di nuovo sul tavolo.
– Pochissimo. Un neutrone attraversa distanze enormi rispetto alle dimensioni di un nucleo, ma quelle distanze, per noi, sono microscopiche. Si muove a velocità molto elevate. Tra una rottura e la successiva potrebbero trascorrere frazioni di secondo tanto piccole che non avete qualcosa con cui confrontarle. E dovete ricordare che non stiamo aspettando una trasformazione dopo l’altra come si aspettano i colpi di un orologio. Mentre questa produce due neutroni, quelli si allontanano; mentre raggiungono altri nuclei, altrove ne stanno già arrivando altri. Le generazioni si sovrappongono. Il numero cresce mentre il tempo quasi non ha avuto modo di passare.
Riprese la matita e tornò alla serie.
– Dopo dieci passaggi siete già oltre mille. Dopo venti, oltre un milione. Dopo trenta, oltre un miliardo. E trenta passaggi, a quelle distanze e a quelle velocità…
Continuò a scrivere. Le cifre si allungarono sul foglio.
– Non dovete immaginare trenta azioni separate. Non ci sarebbe un uomo che osserva la prima, aspetta la seconda, poi la terza. Quando vi accorgete che il fenomeno è cominciato, le prime generazioni sono già finite. Se il numero medio dei neutroni utili è abbastanza alto, l’intervallo nel quale la reazione passa da pochi nuclei a quantità enormi di materia potrebbe essere…
Cesare cercò ancora di seguire le cifre.
– Tutto insieme?
Majorana si fermò. Per un istante parve infastidito dalla semplificazione. Poi lasciò la matita.
– Per noi, sì.
Cesare lo guardò. Majorana riprese subito, come se quella concessione gli avesse permesso di procedere.
– Ed è questo che dovete mettere insieme al conto di prima. Ogni rottura libera energia. Non dopo. Durante. Mentre il numero dei nuclei coinvolti cresce, cresce anche l’energia liberata. Mille volte, un milione, un miliardo. E il tempo necessario non cresce nello stesso modo. Al contrario: l’intero processo si comprime in un intervallo sempre più piccolo rispetto alla scala alla quale siamo abituati a osservare le cose.
Indicò con la matita i fogli ormai coperti di cifre.
– Non avrebbe il comportamento di un combustibile. Il carbone brucia dalla superficie, la fiamma avanza, il calore si trasmette. Anche un esplosivo chimico ha bisogno che la trasformazione si propaghi attraverso la materia. Qui la causa della trasformazione attraverserebbe il materiale sotto forma di neutroni e ogni trasformazione ne produrrebbe altre. Energia liberata dentro altra materia che sta già cominciando a liberarne.
Cesare non disse nulla. Majorana parlava ormai guardando soprattutto il foglio.
– L’energia deve manifestarsi. Tutto concentrato nello stesso spazio e quasi nello stesso tempo. La temperatura salirebbe con una rapidità che non avrebbe nulla a che fare con un incendio. La materia investita si espanderebbe violentemente. L’aria attorno riceverebbe quell’energia e verrebbe spinta via. Luce, calore, pressione…
Fece una breve pausa.
– Praticamente nello stesso istante.
Majorana continuava a guardare i propri calcoli.
– E tutto questo – disse – sempre ammesso che il numero sia quello giusto. Sempre ammesso che da ogni rottura escano abbastanza neutroni. Sempre ammesso che la materia permetta alla moltiplicazione di continuare.
Cesare tornò a guardarlo. Majorana prese la matita.
– Se quel numero non supera il limite, non succede niente di tutto questo.
La punta rimase sospesa sopra il foglio.
– Se lo supera, invece, bisogna poi domandarsi dove il processo si arresta.
Cesare continuò a guardarlo.
– E quando si ferma?
– Quando non trova più materia capace di sostenere la reazione. Quando i neutroni si disperdono abbastanza da non provocare nuove rotture. Quando il numero medio scende sotto il limite di cui parlavamo. Può dipendere dalla quantità di uranio, dalla sua disposizione, dalla possibilità dei neutroni di uscire senza incontrare altri nuclei. In un pezzo piccolo molti si perderebbero all’esterno. Aumentando la quantità, una parte maggiore resterebbe dentro il materiale e potrebbe continuare a produrre altre trasformazioni.
Majorana prese il foglio e tracciò rapidamente alcune linee.
– Il processo, quindi, non può crescere indefinitamente. Consuma ciò che lo sostiene. La materia si scalda, si espande, cambia disposizione. A un certo punto i nuclei si allontanano abbastanza perché i neutroni abbiano maggiori possibilità di sfuggire. La stessa energia liberata finisce per distruggere le condizioni necessarie alla prosecuzione della reazione. In questo senso…
Si fermò. La matita rimase immobile sul foglio. Cesare aspettò. Majorana abbassò lentamente gli occhi sulle cifre che aveva scritto poco prima.
– In questo senso dovrebbe fermarsi.
Padre Trovato, dall’altra parte del tavolo, continuava a osservarlo. Majorana cancellò una delle linee appena tracciate.
– Ma sto supponendo che il problema resti confinato all’uranio.
Riprese a scrivere.
– Se l’energia liberata fosse davvero dell’ordine che abbiamo calcolato, una parte verrebbe trasferita immediatamente a ciò che si trova attorno. Non soltanto all’uranio. Ai materiali che lo contengono. All’aria. A tutto ciò che riceve quella luce, quel calore, quella pressione.
Tracciò un’altra linea, poi la cancellò quasi subito.
– Bisognerebbe conoscere la temperatura raggiunta. Non la temperatura media dopo che tutto è finito. Quella massima, durante il processo. Per un intervallo brevissimo, certo, ma è proprio questo il problema. Se la liberazione dell’energia è abbastanza rapida, la materia non ha il tempo di disperderla mentre viene prodotta.
Scrisse alcune cifre sul margine del foglio. Le guardò, le cancellò e ricominciò più sotto.
– A quelle temperature non posso più limitarmi a chiedere cosa succede all’uranio. Devo chiedermi cosa succede alla materia circostante quando viene sottoposta a condizioni che normalmente non esistono. Quali trasformazioni diventano possibili. Quali restano impossibili. Quali processi che in condizioni ordinarie hanno probabilità trascurabili possono diventare…
Si interruppe di nuovo. Questa volta non sollevò gli occhi. La matita riprese a muoversi.
– No. Prima bisogna stabilire l’energia. E prima ancora il numero dei neutroni. Senza quello sto costruendo conseguenze sopra una quantità che non conosco.
Tirò una riga sotto alcune cifre.
– Ma posso porre dei limiti. Supponiamo il valore più basso ragionevole. Poi uno più alto. Vediamo cosa cambia.
Cominciò un altro calcolo. Padre Trovato prese il proprio bicchiere, ma invece di bere lo tenne qualche momento tra le mani. Majorana non se ne accorse.
– Se il valore è basso, il materiale si espande prima che una parte importante dei nuclei partecipi alla reazione. La moltiplicazione si interrompe. Bene. Ma aumentando il numero dei neutroni utili, il tempo necessario diminuisce. Più rapidamente cresce la reazione, più energia viene liberata prima che l’espansione riesca a fermarla. E più energia viene liberata, più alte diventano le condizioni iniziali della materia circostante.
Cancellò ancora.
– Però questo significa soltanto che il fenomeno è più violento. Non significa necessariamente altro.
Rimase fermo per qualche secondo.
– Necessariamente.
Ripeté la parola sottovoce, quasi stesse verificandone il significato. Poi voltò il foglio.
– Il problema non è dimostrare che possa accadere qualcos’altro.
Cominciò a scrivere sul retro.
– Il problema è dimostrare che non possa accadere.
Cesare lo guardò. Majorana ormai non parlava più per spiegargli qualcosa. Seguiva le cifre mentre le produceva.
– Se porto la temperatura abbastanza in alto, quali trasformazioni posso escludere? Quali nuclei restano certamente estranei? Quanto rapidamente l’energia si disperde? Quanto dura la condizione estrema? È troppo breve perché qualsiasi altro processo abbia il tempo di svilupparsi? Dovrebbe esserlo. Ma “dovrebbe” non è una risposta.
Cancellò una cifra con tale forza che la punta della matita lasciò una macchia scura sulla carta.
– Bisognerebbe confrontare i tempi. Le probabilità. Le energie necessarie. Non basta dire che normalmente non accade. Normalmente non esistono queste temperature. Normalmente non liberiamo questa quantità di energia in una frazione così piccola di tempo.
Prese un altro foglio.
– E sto ancora assumendo un valore per il numero dei neutroni che non conosco.
Scrisse rapidamente qualche riga, poi tornò al foglio precedente, cercò una cifra e la ricopiò.
– Se è uno, tutto questo scompare. Se è meno di uno, ancora meglio. Se è due… no, non necessariamente due. Basta che il valore efficace sia superiore all’unità. Ma quanto superiore? E per quanto tempo? E prima che il materiale si disperda quante generazioni riescono a svilupparsi?
La voce aveva acquistato velocità. Le frasi non erano più rivolte a Cesare.
– Bisogna stabilire ciò che può essere escluso. Non ciò che è probabile. Quello non basta. Se una possibilità è molto piccola ma le conseguenze…
Si fermò. Guardò il foglio senza terminarne la frase. Poi riprese a scrivere. Tornò a una delle cifre precedenti, la ricopiò sul nuovo foglio e cominciò un’altra serie di calcoli. Parlava sottovoce mentre procedeva, fermandosi soltanto il tempo necessario per cancellare un passaggio o cercare un valore nelle righe già scritte. Cesare lo osservava. Qualcosa nel modo in cui teneva la testa china, nella rapidità con cui passava da un foglio all’altro, gli ricordò Baldi. Non il Baldi seduto davanti alla scacchiera, tranquillo dentro le sue sessantaquattro caselle. Quello che gli aveva raccontato cosa succedeva quando affrontava un problema e non riusciva più a lasciarlo. I numeri che cominciavano a dilatarsi, le possibilità che ne richiamavano altre, il pensiero che continuava a lavorare anche dopo avere chiuso i libri, un mulén int la tësta.[17] Fino al dolore. Fino al buio.
Majorana stesso, poche ore prima, gli aveva detto che Baldi gli faceva paura perché vedeva le cose. Gli altri avevano considerato la sua rinuncia alla ricerca una sconfitta. Majorana no. Baldi era sopravvissuto. Cesare cominciava a capire cosa intendesse. Intanto Majorana aveva voltato un altro foglio. Il bicchiere era rimasto dov’era, ancora quasi pieno. I pistacchi e i biscotti non esistevano più per lui. Continuava a seguire il ragionamento che la domanda di Cesare aveva aperto, e ogni risposta sembrava produrre immediatamente una domanda successiva. Non sembrava più scegliere quali possibilità esaminare: erano le possibilità stesse a presentarsi una dopo l’altra e a pretendere di essere seguite. Padre Trovato non aveva detto nulla. Sedeva dall’altra parte del tavolo e guardava Majorana con le mani raccolte davanti a sé. A un certo punto incrociò lo sguardo di Cesare. Cesare lo sostenne per un momento, poi tornò al professore. Baldi aveva saputo fermarsi. Majorana e cuntinuéva a scrìvar.[18]
– o –
Lo osservò ancora per qualche tempo. I fogli ormai occupavano buona parte del tavolo. Alcuni erano coperti di cifre, altri di formule cancellate e riscritte. Majorana passava dall’uno all’altro senza esitazione, come se sapesse sempre dove ritrovare il passaggio che gli serviva.
– Se non sapete se è vero, perché non lo dite a Fermi?
La matita si fermò.
Majorana rimase con la punta appoggiata al foglio.
– Non posso.
Cesare aspettò che riprendesse a scrivere, ma Majorana non lo fece.
– Perché no?
Majorana sollevò lentamente gli occhi.
– Perché è Fermi.
Cesare non capì.
– Appunto.
Majorana lasciò la matita sul tavolo.
– Voi credete che il problema sia sapere se ho ragione.
– Mi sembra un buon punto da cui cominciare.
– No.
Questa volta si appoggiò allo schienale. Per qualche secondo tornò perfettamente immobile.
– Se ne parlassi a un fisico mediocre potrei forse ottenere un’obiezione. Una discussione. Qualche calcolo. Potrebbe non capire, oppure capire soltanto una parte e lasciar perdere. Con Fermi non accadrebbe.
Padre Trovato seguiva i due senza muoversi.
– Fermi ascolterebbe. Mi farebbe poche domande. Probabilmente meno delle vostre. Poi andrebbe in laboratorio.
Majorana indicò con un gesto i fogli.
– Non avrebbe bisogno che gli spiegassi tutto questo. Gli basterebbe il punto di partenza. Uranio. Neutroni. Prodotti che non tornano. La possibilità che il nucleo si spezzi. Da lì saprebbe esattamente cosa cercare.
Prese di nuovo la matita, ma non scrisse.
– È questo che Fermi sa fare meglio di quasi chiunque altro. Trasformare una domanda in un esperimento. Non resterebbe per settimane a chiedersi se l’ipotesi è elegante, se è probabile, se contraddice ciò che ci aspettiamo. Cercherebbe il modo di costringere la materia a rispondere.
Cesare si limitò ad ascoltare.
– Se ho torto, finisce lì. Si prepara l’esperimento, si misurano i prodotti, si cercano i neutroni, non si trova nulla. Il nucleo non si rompe nel modo che immagino, oppure si rompe senza produrre ciò che serve alla moltiplicazione. Bene. Una strada sbagliata. Si cancellano i calcoli e si torna al lavoro.
Majorana fece scorrere lo sguardo sulle cifre davanti a sé.
– Ma se ho ragione…
Tacque soltanto un istante.
– Se ha ragione l’ipotesi, Fermi non avrebbe soltanto verificato un mio ragionamento. Avrebbe prodotto un fatto.
Si sporse verso Cesare.
– Capite la differenza?
Cesare non rispose.
– Quello che vi ho detto questa notte, in questo momento, esiste qui.
Majorana si toccò la fronte.
– E su questi fogli. Posso sbagliare. Posso distruggerli. Posso decidere di non parlarne più. Posso trascorrere il resto della mia vita senza sapere se questa successione descrive qualcosa che esiste davvero oppure soltanto una possibilità che ho costruito nella mia testa.
La mano scese dalla fronte.
– Un esperimento cambia la natura della cosa.
Riprese uno dei fogli e lo sollevò.
– Se Fermi rompe l’uranio e misura ciò che esce, non abbiamo più un’ipotesi. Se trova i neutroni, se misura il loro numero, se dimostra che uno di essi può provocare un’altra rottura, non abbiamo più nemmeno una possibilità teorica.
Lasciò ricadere il foglio sul tavolo.
– Abbiamo un fenomeno.
Majorana parlava di nuovo più rapidamente.
– Un fenomeno può essere ripetuto. Un altro laboratorio può riprodurlo. Qualcuno modifica l’apparecchiatura. Qualcun altro cambia il campione. Un terzo misura meglio i neutroni. Si pubblicano i risultati. Si discutono a un congresso. Arrivano in Germania, in Francia, in Inghilterra, in America. Quello che oggi dipende dalla mia decisione di parlare o tacere, domani non dipenderebbe più da nessuno.
Cesare fece per intervenire, ma Majorana continuò.
– Non perché Fermi sia irresponsabile. È proprio questo che non capite. Non ho paura di Fermi perché potrebbe fare qualcosa di insensato. Ho paura perché farebbe esattamente quello che deve fare un fisico davanti a un’ipotesi del genere.
La voce si era fatta più tesa.
– La verificherebbe.
Padre Trovato abbassò per un momento gli occhi sui fogli.
– E se risultasse vera, la verificherebbe bene. Abbastanza bene perché non fosse più mia, né sua. Abbastanza bene perché chiunque possieda gli strumenti e le conoscenze necessarie possa ripetere il procedimento e proseguire.
Majorana riprese la matita e la fece ruotare fra le dita.
– Finché non so, posso fermarmi.
Guardò Cesare.
– Se chiedo a Fermi di sapere, posso perdere per sempre la possibilità di farlo.
Lasciò trascorrere qualche secondo, poi riprese la matita e la posò di traverso sui fogli.
– È questa la parte che continuano a non capire. Pensano che io abbia scoperto qualcosa e che abbia avuto paura delle conseguenze. Sarebbe molto più semplice. Se sapessi cosa accadrà, potrei almeno ragionare su quello. Potrei stabilire che il pericolo è questo, che arriva fino a qui, che occorre impedire questo esperimento oppure quest’altro. Potrei prendere una decisione sulla base di qualcosa che conosco.
Scosse lentamente il capo.
– Io non lo so.
Lo disse questa volta senza alterarsi.
– Non so se il nucleo si rompe. Non so quanti neutroni libera. Non so se la moltiplicazione può sostenersi. Non so quanta parte della materia riuscirebbe a partecipare prima che l’espansione interrompa tutto. Non so quali temperature si raggiungerebbero. E non so cosa possa accadere alla materia circostante in condizioni del genere.
Indicò i fogli.
– Posso fare dei calcoli. Posso stabilire ordini di grandezza, costruire ipotesi, scartare quelle assurde. Posso arrivare abbastanza vicino da capire che la domanda merita una risposta. Ma la risposta vera richiede l’esperimento.
Si piegò leggermente in avanti.
– Ed è precisamente l’esperimento che non posso permettermi di chiedere.
Cesare ascoltava senza muoversi.
– Capite il paradosso? Finché resta qui, posso ancora decidere che non voglio sapere.
Si toccò ancora la fronte.
– Non perché quello che immagino sia necessariamente vero. Proprio perché potrebbe non esserlo. Finché non verifico, esiste una possibilità. Una possibilità terribile, forse. Ma resta una possibilità che dipende da me. Posso non svilupparla. Posso non comunicarla. Posso distruggere questi fogli. Posso sbagliare e lasciare che il mio errore muoia con me.
La mano tornò sul tavolo.
– Nel momento in cui la sottopongo a Fermi, invece, succede qualcosa che non posso più revocare. Se l’esperimento fallisce, bene. Abbiamo perso qualche settimana e la questione è chiusa. Ma se riesce, io ottengo finalmente la risposta che cerco nello stesso momento in cui perdo ogni possibilità di decidere che cosa farne.
Majorana parlava ormai senza attendere alcuna reazione.
– Perché Fermi non potrebbe disinventare l’esperimento. Né io potrei chiedergli di dimenticarlo. Avremmo misure, apparecchiature, risultati. Altri fisici dovrebbero controllarli. Qualcuno vorrebbe ripeterli. Qualcuno migliorerebbe il metodo. Se cercassimo di mantenere il segreto, basterebbe che un altro laboratorio arrivasse indipendentemente allo stesso risultato. E prima o poi qualcuno ci arriverebbe.
Si alzò e cominciò a camminare lentamente lungo il porticato.
– A quel punto non esisterebbe più il momento nel quale fermarsi. Ogni passaggio sembrerebbe ragionevole. Verificare la rottura del nucleo. Misurare i neutroni. Capire come varia la reazione. Provare una quantità diversa di materiale. Cambiarne la disposizione. Misurare meglio l’energia. Ogni esperimento risponderebbe a una domanda perfettamente legittima e ne produrrebbe altre due.
Si voltò.
– È così che lavora la scienza. Ed è così che deve lavorare.
Padre Trovato lo seguiva con lo sguardo. Majorana passò davanti a lui e tornò verso il tavolo.
– Non occorre che nessuno decida di arrivare fino in fondo. Basta che ciascuno faccia il passo successivo.
Cesare abbassò gli occhi sui fogli.
– Per questo siete scappato.
Majorana rimase fermo.
– Per questo ho deciso di non essere più lì quando arriverà il momento di fare quel passo.
Majorana rimase qualche istante a guardare il tavolo.
– E poi, con questi chiari di luna, non sono neppure sicuro che quel passo verrà fatto lì.
Cesare corrugò la fronte.
– Dove, allora?
Majorana alzò appena le spalle.
– Dipenderà da dove saranno quelli capaci di farlo.
Padre Trovato abbassò appena il capo. Majorana lo guardò.
– Domattina arriverà un uomo.
Cesare volse gli occhi verso il frate. Padre Trovato non disse nulla.
– È un devoto del beato Calogero – continuò Majorana. – Un possidente. Padre Trovato gli ha chiesto di venire qui con la sua automobile.
Trovato confermò con un piccolo cenno.
– Mi porterà via. Non avete bisogno di sapere dove. Preferisco che non lo sappia neppure padre Trovato più di quanto sia necessario.
Cesare tornò a guardarlo.
– E poi?
– Poi niente.
Majorana pronunciò la parola con semplicità.
– Nessun indirizzo al quale scrivere. Nessuna università. Nessun istituto. Nessun luogo nel quale qualcuno possa venire a chiedermi di riprendere questi calcoli. Cambierò ancora posto quando sarà necessario. Quell’uomo conosce persone che non fanno domande e luoghi nei quali un forestiero può restare senza attirare troppa attenzione. Da domani, se tutto procede come previsto, le tracce finiscono.
Padre Trovato continuava a osservare i due uomini. Sul tavolo il liquore era rimasto intatto da tempo. Cesare guardò Majorana.
– E allora perché raccontarlo a me?
Per la prima volta da quando aveva iniziato quella parte della spiegazione, Majorana esitò.
– Perché non volevo che restasse soltanto la pantomima.
Abbassò gli occhi.
– Le lettere che avete seguito appartengono alla sparizione. Non voglio aggiungerne altre. Non voglio lasciare una spiegazione scritta. Una spiegazione scritta diventa una prova. Viene conservata, confrontata, studiata. Qualcuno la mostra a Fermi. Qualcun altro cerca nei miei lavori ciò che può avermi spaventato. Alla fine produco esattamente quello che sto cercando di evitare.
Passò una mano sui fogli coperti di calcoli.
– Anche questi non resteranno.
Majorana raccolse lentamente i fogli, li pareggiò con due colpi contro il tavolo e li lasciò davanti a sé. Cesare seguì il movimento.
– Ma sparire senza dire niente avrebbe significato lasciare agli altri soltanto le apparenze. Un professore che impazzisce. Un suicida che cambia idea. Un uomo incapace di sopportare la propria vita. Forse finiranno comunque per pensarla così. Non importa.
Alzò gli occhi verso Cesare.
– Volevo che almeno una persona sapesse che ho scelto.
Cesare non parlò.
– Una persona che non potesse dimostrarlo.
Majorana accennò ai fogli.
– Domattina questi non esisteranno più. Non avrete una lettera. Non avrete un appunto. Non avrete niente che possiate mettere sopra la scrivania di Mussolini, di mia madre o di Fermi e dire: ecco perché Majorana è scomparso.
La voce era tornata quasi calma.
– Avrete soltanto ascoltato un uomo parlare per una notte.
Padre Trovato spostò lentamente lo sguardo su Cesare. Majorana lo guardava ancora.
– Era tutto ciò che volevo lasciare.
Cesare rimase qualche secondo in silenzio.
– Ma potrebbe arrivarci qualcun altro.
Majorana abbassò gli occhi.
– Sì.
– Fermi stesso.
– Sì.
– O un tedesco. Un inglese. Un americano.
– Certamente.
Cesare lo guardò.
– Allora cosa cambia?
Majorana non rispose subito. Fece ruotare lentamente la matita tra le dita.
– Forse niente.
La sicurezza con cui aveva parlato fino a quel momento sembrò venir meno.
– Forse guadagno qualche mese. Forse qualche settimana. Forse domani qualcuno farà l’esperimento che io ho deciso di non fare.
Si fermò.
– Non posso impedire agli altri di arrivarci.
Sollevò gli occhi verso Cesare.
– Posso evitare di essere io a mostrare loro la strada.
Cesare lasciò passare qualche secondo.
– Se non sapete nemmeno se funziona, perché avete tanta paura?
Majorana strinse la matita fra le dita.
– Perché conosco l’ordine di grandezza dell’energia. Quello non dipende dal numero esatto dei neutroni. Se il nucleo si rompe nel modo che ho ipotizzato, l’energia disponibile è quella. Il problema è stabilire quanta materia possa liberarla prima che il processo si interrompa.
– Ma potrebbe non cominciare affatto.
– Certamente. Potrebbe non cominciare. Potrebbe cominciare e spegnersi quasi subito. Potrebbe coinvolgere una quantità trascurabile di materiale. Oppure potrebbe crescere abbastanza rapidamente da liberarne una parte considerevole prima che l’espansione allontani i nuclei e disperda i neutroni. Dipende dalla geometria, dalla quantità, dal numero dei neutroni prodotti, dalla loro energia, dalla probabilità che provochino altre rotture…
Aveva ripreso a scrivere.
– E se qualcun altro ci arriverà comunque, perché scappare?
La matita rallentò appena.
– Ve l’ho detto. Perché io posso scegliere soltanto ciò che faccio io.
– Ma la cosa succederà lo stesso.
Majorana tracciò una riga troppo lunga, la cancellò e riprese più sotto. Cesare indicò i fogli.
– Cosa diventa quell’energia?
Majorana tornò ai fogli.
–Calore. Radiazione. L’energia passa alla materia circostante. La temperatura cresce, la pressione aumenta, la materia si espande.
– Un’esplosione.
– Sì, se la liberazione è abbastanza rapida.
– Quanto può diventare grande?
Majorana alzò lo sguardo.
– Che cosa?
– Quella energia.
– Dipende dalla quantità di materia che partecipa alla reazione.
– Quanta?
– Non posso saperlo senza conoscere il comportamento dei neutroni.
– Un incendio?
Cesare indicò con le mani una misura sul tavolo.
– Non significa nulla. Bisognerebbe sapere la densità, la forma, la purezza, quanto rapidamente i neutroni sfuggono dalla superficie…
– Una bomba?
– Non funziona così.
– Dieci?
– Maresciallo, non posso darvi un peso e trasformarlo in una risposta. Prima bisogna stabilire se esiste una condizione nella quale la moltiplicazione si sostiene, poi quanto rapidamente cresce, poi quanta materia riesce effettivamente a reagire prima che l’energia stessa disgreghi il sistema.
Parlava più velocemente.
– Una frazione potrebbe bastare a produrre un effetto enorme. Oppure quasi tutto potrebbe disperdersi prima. Senza misurare i neutroni posso soltanto costruire estremi, e gli estremi sono troppo lontani fra loro per essere utili!
Cesare aspettò appena.
– Quanto grande?
Majorana cancellò di nuovo.
– Avete appena fatto la stessa domanda.
– Non mi avete risposto. Quanto grande?
Cesare lo lasciò andare avanti ancora qualche istante. Majorana non lo guardava più. Parlava seguendo la matita, saltava da un foglio all’altro, recuperava cifre già scritte, ne cancellava altre. Padre Trovato era rimasto immobile dall’altra parte del tavolo. Aspettò che Majorana prendesse fiato.
– Professore.
Majorana continuò.
– Se invece considero l’espansione come limite dominante, allora il tempo disponibile…
– Professore.
La matita proseguì ancora per una riga. Cesare alzò appena la voce, guardandolo negli occhi. La punta si fermò. Majorana alzò gli occhi.
– E allora cosa succederà?
Majorana lo fissò. Per un istante non si mosse. La matita era ancora stretta fra le dita.
– NON LO SO!
Il grido rimbalzò sotto il porticato e morì nel chiostro. Poi non ci fu più nulla. Majorana abbassò gli occhi. La mano con la matita rimase sospesa sopra il foglio, come se dovesse riprendere da dove si era fermata. Tracciò un segno breve, lo guardò, poi posò la matita. Prese uno dei fogli, cercò qualcosa tra le cifre, lo rimise sul tavolo. Ne sollevò un altro. Anche quello tornò al suo posto. Li mise uno sopra l’altro, ne lasciò fuori due, li riprese, poi smise. Le mani rimasero appoggiate sul tavolo.
Padre Trovato sedeva immobile. Non aveva reagito al grido. Guardava Majorana con la stessa attenzione quieta mantenuta per tutta la notte. Anche Cesare continuò a guardarlo. Gli tornò alla mente una decimazione, subito dopo Caporetto. Ricordava gli uomini scelti, messi da parte dagli altri e tenuti sotto sorveglianza mentre aspettavano la fucilazione. Non ricordava i nomi. Ricordava le mani. Un uomo continuava a strofinare il pollice contro l’indice, sempre nello stesso punto. Un altro si lisciava i pantaloni sulle cosce, prima una, poi l’altra, come se dovesse presentarsi davanti a qualcuno. Un terzo teneva gli occhi a terra. Cesare ricordava dove si trovava lui. Non volle ricordare altro di quella notte. Aveva visto quello sguardo allora: uomini ancora vivi che abitavano già ciò che sapevano, o credevano stesse per accadere.
Tornò a Majorana. Era seduto davanti ai fogli, le mani ferme, gli occhi rivolti da qualche parte oltre il tavolo. Cesare non aveva gli strumenti per giudicarlo. Ma conosceva quello sguardo. Chiuse il taccuino senza avere scritto nulla. Non fece altre domande. Il silenzio durò a lungo. Padre Trovato fu il primo a muoversi.
– Ettore.
Majorana sollevò appena gli occhi.
– Vuliti iri a ripusari?
Dopo qualche secondo scosse il capo. Trovato non insistette. Rimasero ancora insieme sotto il porticato. Ogni tanto Cesare sentiva Majorana cambiare posizione sulla sedia o spostare un foglio, ma non riprese i calcoli. Non cercò più di spiegare nulla. La lunga voce che aveva riempito la notte si era spenta.
Arrocco lungo
«L’arrocco lungo porta il re verso l’ala di donna e la torre centrale in una sola mossa, trasferendo il re da e1 a c1 e la torre da a1 a d1. Offre spesso maggiori possibilità d’attacco sull’ala opposta, richiedendo però particolare attenzione alla sicurezza del re.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
Le prime luci arrivarono lentamente nel chiostro. Le colonne riemersero dall’ombra una alla volta, poi il pavimento, le arcate, il piccolo giardino al centro. L’aria della notte aveva lasciato posto a un fresco leggero che annunciava il mattino. Erano rimasti lì per ore. Majorana sedeva ancora davanti al tavolo, in silenzio. I fogli erano raccolti davanti a lui, ormai ordinati. Padre Trovato aveva rispettato quel silenzio e Cesare aveva fatto lo stesso. Ogni tanto uno dei tre cambiava posizione, oppure alzava gli occhi verso il cielo che schiariva sopra il chiostro. Il resto era attesa. Il colpo arrivò dal portone. Secco, metallico. Poi un altro. Qualcuno stava battendo il batacchio. Padre Trovato alzò la testa.
– Sunnu arrivati.
Si mise in piedi. Majorana rimase seduto ancora qualche secondo, poi raccolse le poche cose che aveva con sé e si alzò. Attraversarono insieme il porticato. Il frate camminava davanti, Majorana dietro di lui, Cesare qualche passo più indietro. Nel convento cominciavano già i primi rumori del mattino: una porta aperta, passi lontani, qualcuno che trascinava qualcosa sul pavimento. Trovato raggiunse il portone e lo aprì. Fuori aspettava un’automobile. Accanto alla macchina c’era un uomo vestito con cura, venuto semplicemente a prendere qualcuno. Baciò le mani a Padre Trovato e poi si levò il cappello per salutare Majorana. Poche parole, pronunciate sottovoce. Cesare rimase vicino al portone. Majorana raggiunse l’automobile. L’uomo gli aprì la portiera. Prima di salire, Majorana si voltò. Guardò Cesare e tornò verso di lui di un passo. Gli tese la mano. Cesare la strinse. Rimasero così soltanto un istante.
– Buona fortuna, professore.
Majorana fece un piccolo cenno con il capo. Poi salì. La portiera si chiuse. Il motore riprese a girare e l’automobile si mosse lentamente davanti al convento, imboccando la strada che scendeva verso valle. Cesare e Padre Trovato rimasero sulla soglia. La guardarono allontanarsi nella luce del primo mattino, diventare più piccola lungo la strada e infine scomparire dietro una curva. Rimasero ancora qualche momento davanti al portone. Padre Trovato seguiva con gli occhi la strada ormai vuota.
– L’aviti lasciato andare.
Cesare si rimise il cappello.
– Quello che ha fatto è tutto nella sua testa. E se lo porterà dietro tutta la vita.
Il frate annuì lentamente.
– Eh, sì. Macari questa è una punizione.
Cesare guardò ancora verso la curva dietro la quale era scomparsa l’automobile. Poi rientrò nel convento. Passò ancora qualche minuto. La strada davanti al convento era tornata vuota. Il rumore dell’automobile si era perso da tempo e nel cortile cominciavano i movimenti del mattino. Padre Trovato guardò Cesare.
– E ai vostri superiori, chi ci diciti?
Cesare si tolse il cappello e lo rigirò tra le mani.
– Che la pista si è fermata qui.
Il frate rimase in silenzio per qualche istante.
– E allora a cercarlo continuano.
Cesare alzò gli occhi.
– Certo.
– Manderanno atra gente. Verranno nei conventi, parleranno coi frati, controlleranno registri, faranno domande. A Palermo, a Napoli, macari altrove.
Cesare rimise il cappello.
– È il loro mestiere.
– E prima o poi qualcuno abbastanza vicino ci arriva di nuovo.
Cesare guardò verso il portone. Padre Trovato aveva ragione. Una pista interrotta avrebbe lasciato aperta l’indagine. Un uomo scomparso continuava a produrre domande; una direzione credibile, invece, poteva assorbirle tutte.
– Serve qualcosa che possano seguire – disse.
Padre Trovato lo osservò.
– Qualcosa di concreto ci vuole.
Cesare annuì.
– Un nome. Un viaggio. Una traccia che esista davvero.
Padre Trovato rimase qualche istante a pensare.
– Forse una cosa c’è.
Cesare lo guardò. Il frate si appoggiò con una mano al portone.
– Stanotte, quando ho cominciato a capire dove voleva arrivare Ettore, mi sono messo a pinsari pure a quello che sarebbe successo dopo. A voi, soprattutto. A quello che avreste dovuto raccontare.
Fece una breve pausa.
– Circa un mese fa abbiamo avuto qua un ospite. Tale Alfio Spataro.
Cesare aspettò.
– Siciliano. Più o meno della stessa età del professore. Stessa corporatura, quasi la stessa altezza. Pure il viso, visto accussì, di passaggio, poteva ricordarlo.
– E dov’è adesso?
– In viaggio per l’Argentina. A quest’ora, macari, è già arrivato.
Cesare sollevò appena lo sguardo. Padre Trovato continuò.
– Voleva emigrare. Aveva parenti laggiù e abbastanza denaro per partire. Qua gli abbiamo dato una mano con qualche carta, qualche conoscenza, tutte quelle cose che servono quando uno deve lasciare la Sicilia e andare dall’altra parte del mondo. Si è imbarcato a Palermo sul Virgilio.
– Con il suo nome?
– Alfio Spataro. Iddu proprio.
Cesare rimase fermo.
– E figura nei registri.
– E certo che ci figura. Il biglietto l’ha comprato, all’imbarco si è presentato ed è partito. Tutto regolare.
Il frate lo osservò per qualche secondo.
– Voi potreste dire che siete arrivato fin qua seguendo la vostra pista. Mi avete interrogato, mi avete mostrato la fotografia e io vi ho parlato di Spataro. Un uomo che gli somigliava assai, passato dal convento e poi partito per l’Argentina.
Cesare seguiva già il ragionamento. Un uomo reale. Un viaggio reale. Una nave reale. Registri che qualcuno poteva consultare anche dopo di lui.
– Questo regge – disse.
Tornò a guardarlo.
– E se qualcuno chiede perché avete pensato proprio a lui?
Trovato indicò con un cenno la tasca nella quale Cesare teneva la fotografia.
– Gli faciti vedere quella. E poi la somiglianza fa il resto.
Cesare rimase qualche istante a pensare.
– Resta una falsa pista.
Padre Trovato fece un piccolo gesto con le spalle.
– Ihhh. È falsa solo se qualcuno pretende che dica tutta la verità.
Cesare lo guardò. Spataro era esistito. Era stato al convento. Era partito sul Virgilio. I registri lo avrebbero confermato. Bastava mettere quei fatti nell’ordine giusto.
– o –
Padre Trovato riprese l’andatura svelta delle ore ordinarie, come se la notte appena trascorsa appartenesse ormai a un tempo diverso.
– Voi partite?
Cesare annuì.
– Appena posso.
Il frate lo guardò.
– Almenu fate colazione. La corriera passa sulu doppu pranzo.
– Allora ho tempo.
– Tempo assai.
Padre Trovato gli posò una mano sul braccio.
– Mangiate qualcosa. Poi fate quello che dovete fare.
Lo salutò con un cenno e si allontanò lungo il porticato. Poco dopo lo vide fermarsi a parlare con un altro frate, poi entrare in una delle stanze che davano sul chiostro. Il convento aveva ripreso le proprie occupazioni. Porte che si aprivano, passi, voci basse, qualcuno che attraversava il cortile portando un cesto. La notte di Majorana aveva lasciato poche tracce.
Fece colazione e tornò nel chiostro. Passeggiò a lungo sotto le arcate, lentamente, con le mani dietro la schiena. Ripensò alla macchina che si allontanava, a Majorana seduto davanti ai fogli, alle parole di Padre Trovato. Alfio Spataro. Il Virgilio. L’Argentina. Un nome, una nave, una partenza. Tutto esisteva già. A lui spettava soltanto verificare che quei pezzi potessero essere messi insieme. Ogni tanto si fermava davanti a una colonna e guardava il piccolo giardino al centro. Poi riprendeva a camminare. A mezzogiorno mangiò con i frati. Padre Trovato era dall’altra parte del refettorio e si limitò a salutarlo con un cenno. Cesare finì il pranzo, recuperò la valigia e raggiunse il portone. Quando uscì, il sole era già alto. Si incamminò lungo la strada bianca che portava al paese, seguendo a ritroso il percorso del giorno prima. Questa volta conosceva la strada.
– o –
La corriera arrivò nel primo pomeriggio. La riconobbe subito: era la stessa del giorno prima, con la carrozzeria impolverata, i sedili rigidi e il motore che sembrava protestare a ogni ripartenza. Sistemò la valigia e salì. L’autista lo riconobbe a sua volta, gli fece un cenno e ingranò la prima. La vettura si mosse a strattoni, accompagnata dal lamento degli ingranaggi. Lasciato il paese, la strada cominciò a scendere verso Terrasini. Il mare comparve sulla destra, vasto e luminoso, poi si aprì il Golfo di Castellammare. Dall’altra parte del finestrino scorrevano colline modellate dai terrazzamenti, vigne, mandorli e ulivi. Qua e là una torre costiera si alzava sopra la campagna, isolata contro il cielo. Lasciò correre lo sguardo. Il giorno prima aveva percorso quelle strade cercando di capire dove lo stessero portando. Adesso conosceva la destinazione di ogni curva.
A Terrasini salirono alcuni passeggeri. L’autista scese, bevve un caffè, mangiò qualcosa in piedi davanti al banco e si trattenne a parlare con il barista e con un maresciallo dei carabinieri incontrato sulla piazza. Nessuno sembrava avere fretta. Quando risalì, mise in moto e ripartì come se l’orario della corriera dipendesse soprattutto dalla conclusione delle conversazioni. A Cinisi la vettura frenò cigolando davanti alla piazza. Alcuni anziani seduti all’ombra seguirono con gli occhi chi saliva e chi scendeva. Dietro le case cominciavano i giardini di limoni e mandarini, chiusi da muri alti. Dai finestrini aperti entrava a tratti l’odore degli agrumi, mescolato alla polvere della strada. Più avanti comparve Carini, distesa ai piedi dei monti. Sopra l’abitato dominava il castello, scuro e compatto. La corriera si fermò ancora. Salirono impiegati, ragazzi, uomini con borse e pacchi. Ripartirono lentamente tra campi, fichi d’India e case sparse.
Poi il paesaggio cambiò. Le colline asciutte lasciarono spazio alla Conca d’Oro. Gli agrumeti divennero più fitti, i muri correvano ai lati della strada e dietro di essi apparivano alberi carichi di foglie lucide. Il verde si estendeva quasi senza interruzione. A Capaci e a Isola delle Femmine la corriera fece altre soste. Per un tratto il mare tornò vicino alla strada e vide l’isolotto con la torre solitaria emergere dall’acqua. Poi cominciarono le case. Prima poche ville, poi edifici più ravvicinati, botteghe, carretti, biciclette. Comparvero i binari del tram e il traffico aumentò. La corriera rallentava continuamente, costretta a farsi strada tra carri, automobili e persone che attraversavano senza particolare riguardo. Durante il viaggio, tutto sembrava averlo riportato alla normalità. Persone che salivano con sporte e fagotti, uomini che discutevano del raccolto, donne che tenevano bambini addormentati sulle ginocchia, cassette sistemate nel corridoio, soste davanti a botteghe e piazze. A ogni fermata qualcuno scendeva, qualcun altro prendeva il suo posto. Il mondo continuava a muoversi secondo occupazioni semplici e riconoscibili. Guardava quella vita dal finestrino e ripensava alla notte trascorsa nel convento. Majorana, i fogli sul tavolo, il silenzio del chiostro, la macchina arrivata all’alba appartenevano già a qualcosa di remoto.
Adesso tornava il mestiere. Il racconto di Padre Trovato gli offriva una direzione. Servivano documenti. Alfio Spataro doveva comparire negli elenchi della compagnia. Il Virgilio doveva avere una data di partenza, una destinazione, un registro dei passeggeri. Occorreva verificare ogni elemento e raccogliere abbastanza riscontri perché chiunque, a Roma, potesse seguirli nello stesso ordine. Un nome pronunciato da un frate valeva poco. Un nome scritto su un registro cambiava tutto. Guardava Palermo avvicinarsi attraverso il finestrino impolverato. Aveva lasciato la città seguendo una traccia ancora incerta. Vi tornava con un nome preciso in testa. Quando la corriera raggiunse il capolinea, il motore si spense con un ultimo sussulto. Recuperò la valigia e scese. L’autista era già entrato nel bar più vicino. Arrivò all’Albergheria che era già sera. Padre Lo Cascio era seduto vicino all’ingresso, con un libro aperto sulle ginocchia. Quando vide Cesare, lo chiuse.
– Avete trovato quello che cercavate?
Cesare posò la valigia.
– Molto di più. Anche quello che mi immaginavo di trovare altrove.
Padre Mariano lo guardò per qualche secondo.
– Succede sempre accussì.
– Sempre?
Il sacerdote fece un piccolo sorriso.
– Uno parte cercando una cosa. Poi è la strada che decide quante gliene mette davanti.
Cesare rimase in silenzio.
– E adesso? – domandò padre Mariano.
– Adesso devo mettere ordine.
– Allura siete ancora in viaggio.
– o –
La mattina seguente raggiunse gli uffici della compagnia che gestiva il Virgilio. Si presentò al banco, mostrò i documenti e spiegò che stava cercando un uomo scomparso.
– Mi serve sapere quando è partito il Virgilio per l’Argentina.
L’impiegato consultò alcuni registri, poi gli indicò la data. Cesare la annotò.
– E l’elenco dei passeggeri?
Questa volta dovette aspettare qualche minuto. Un secondo impiegato portò un registro voluminoso e lo aprì sul banco. Le pagine erano fitte di nomi, destinazioni, annotazioni. Cominciò a scorrerle con il dito. Arrivò alla lettera S. Spataro Alfio. Si fermò. Rilesse il nome, poi la destinazione. Argentina. Controllò la data d’imbarco e il nome della nave. Virgilio. Tutto coincideva con quanto gli aveva raccontato Padre Trovato. Copiò con cura i dati sul taccuino. Da quel momento la storia aveva acquistato una forma diversa. Alfio Spataro esisteva nei registri della compagnia; aveva comprato un biglietto, si era imbarcato ed era partito per l’Argentina. Chiunque avesse voluto controllare avrebbe trovato le stesse cose.
Richiuse il taccuino. Adesso aveva una traccia. Chiese di parlare con qualcuno che fosse stato presente all’imbarco del Virgilio. L’impiegato del registro esitò, poi chiamò un collega e li accompagnò verso gli uffici vicini agli imbarchi. Dopo qualche minuto si aggiunse anche un uomo che aveva controllato i passeggeri alla partenza. Tirò fuori dalla tasca la fotografia di Majorana. Aveva viaggiato con lui da Roma a Napoli, poi a Palermo, era stata mostrata a poliziotti, frati, portieri, marinai. Gli angoli erano piegati e sulla superficie correvano alcune piccole grinze. La posò sul tavolo.
– Guardatelo bene. Potrebbe essere l’uomo che si è imbarcato come Alfio Spataro?
Il primo impiegato si chinò sulla fotografia.
– È passato del tempo.
– Quanti anni aveva Spataro?
– Una trentina, più o meno.
– Questo vi sembra della stessa età?
L’uomo guardò ancora.
– Potrebbe.
Cesare indicò il volto.
– Capelli scuri?
– Sì.
– Corporatura?
– Più o meno quella.
– Altezza?
L’impiegato sollevò una mano, incerto.
– Normale. Come lui, direi.
Cesare passò la fotografia al secondo.
– Il viso?
Quello strinse gli occhi.
– Mi pare simile.
– Come era vestito?
– Giacca. Pantaloni scuri. Una camicia.
– Come quest’uomo?
L’uomo tornò a osservare la fotografia.
– Sì, potrebbe.
Continuò con domande brevi, una dopo l’altra. Età, capelli, corporatura, lineamenti. Cercava concordanze semplici, elementi che ciascuno potesse ricordare senza dover ricostruire un volto visto una sola volta fra decine di passeggeri. A un certo punto gli venne in mente Serra. Lo rivide mentre insisteva sulle risposte, restringendo le possibilità fino a lasciare all’interlocutore una strada sempre più facile da percorrere. Abbassò per un istante gli occhi sulla fotografia. Poi continuò.
– Guardatela ancora. Se quest’uomo si fosse presentato all’imbarco con il nome di Alfio Spataro, voi direste che poteva essere lui?
L’impiegato più anziano prese la fotografia e la tenne qualche secondo tra le dita.
– Dire che era proprio lui… questo è difficile.
Aspettò. L’uomo avvicinò ancora il foglio agli occhi.
– Però potrebbe essere. Sì. Potrebbe essere quello che si è imbarcato come Spataro.
Cesare annuì.
– Questo mi basta.
Riprese la fotografia e la rimise nella tasca. Una certezza, in quel caso, avrebbe richiesto spiegazioni. Un ricordo esitante di un uomo visto per pochi minuti, settimane prima, aveva il peso giusto. Fece mettere subito per iscritto la dichiarazione. Dettò con calma, lasciando agli uomini il margine d’incertezza che avevano mantenuto parlando. Il passeggero registrato come Alfio Spataro, per età, corporatura e fisionomia generale, poteva corrispondere all’uomo della fotografia. Rilesse il verbale, lo fece rileggere e raccolse le firme. Poi tornò negli uffici della compagnia. Si fece mostrare ancora il registro dei passeggeri e annotò gli estremi del biglietto di Spataro, la data d’imbarco, il nome del Virgilio e la destinazione. Chiese anche una copia o una certificazione della registrazione conservata dalla compagnia, abbastanza precisa da permettere a chiunque di ritrovare la stessa voce nei loro libri.
Quando uscì dagli uffici, la pista aveva ormai tre sostegni distinti. Padre Trovato poteva testimoniare il passaggio di Alfio Spataro dal convento. La compagnia poteva dimostrare che un uomo con quel nome era realmente partito sul Virgilio per l’Argentina. Gli uomini dell’imbarco potevano dichiarare che la fotografia di Majorana era compatibile con il passeggero che ricordavano. Aveva raccolto ogni elemento separatamente. Messi insieme, raccontavano già una storia. Entrò in un bar con i documenti nella cartella, ordinò un caffè e li dispose sul tavolo. Li guardò uno alla volta. La sequenza veniva quasi da sola. Majorana aveva raggiunto la Sicilia. Da Palermo si era spostato verso il convento. Lì aveva ricevuto aiuto per preparare un viaggio. Aveva assunto il nome di Alfio Spataro e, sotto quella identità, si era imbarcato sul Virgilio diretto in Sudamerica. Ogni passaggio poggiava su qualcosa che esisteva davvero: una testimonianza, un nome, un registro, una nave, una partenza, un ricordo. Per fê un föss u i vò dè rivi.[19] Ripensò alle parole di Padre Trovato. È falsa solo se qualcuno pretende che dica tutta la verità.
Richiuse il taccuino. A Roma avrebbero ricevuto una pista completa, documentata e abbastanza lontana da assorbire qualsiasi ricerca immediata. L’Argentina era dall’altra parte dell’oceano. Lasciò il bar e tornò al porto con la cartella sotto il braccio. Si imbarcò per Napoli quella sera stessa. La traversata trascorse quasi tutta nel sonno. Quando si svegliò, all’alba, vide comparire la costa e poi il porto. Scese con la valigia, attraversò rapidamente la zona degli imbarchi e raggiunse la stazione. Poco dopo era già sul treno per Roma. Il treno entrò a Termini nella mattinata. Scese con la valigia e si trovò in mezzo ai lavori. Parti della vecchia stazione erano già state smantellate, altre scomparivano dietro recinzioni e impalcature. Operai, materiali accatastati e passaggi provvisori obbligavano i viaggiatori a deviazioni continue. Ricordava una stazione diversa. Seguì il flusso della gente, aggirò un tratto di cantiere e raggiunse l’uscita. Anche Termini, durante la sua assenza, aveva cominciato a cambiare forma. Fuori si fermò soltanto il tempo di sistemarsi il cappello. Aveva ancora con sé la valigia, la fotografia di Majorana, il verbale e i documenti raccolti a Palermo. Si incamminò.
Gambetto
«Il gambetto consiste nell’offerta volontaria di materiale, di solito un pedone, per ottenere in cambio sviluppo, spazio o iniziativa. La sua bontà dipende dal compenso concreto che il sacrificio produce.»
— Aldo Valperga, Principî del giuoco ragionato
Raggiunse Palazzo Venezia a piedi. Entrò dall’accesso che aveva già usato altre volte, quello riservato alle persone che arrivavano per incarichi destinati a lasciare poche tracce. Alla portineria mostrò i documenti e diede il proprio nome.
– Cesare Montanari. Vorrei essere annunciato.
L’uomo dietro il banco lo riconobbe o, almeno, riconobbe il modo in cui doveva essere trattato. Fece una telefonata, ascoltò qualche secondo e gli indicò una porta.
– Accomodatevi. Vi faranno sapere.
Entrò in una sala d’attesa che conosceva già. Posò la valigia accanto a una poltrona e tenne con sé la cartella. Aspettò. Passò un’ora, poi un’altra. Ogni tanto qualcuno attraversava la sala, apriva una porta, pronunciava un nome. Lui rimaneva seduto. Verso mezzogiorno un usciere gli portò un vassoio con pane, formaggio, una fetta di carne fredda e una bottiglia d’acqua.
– Dovrete avere pazienza.
Annuì. Mangiò lentamente, con la cartella appoggiata sulla sedia accanto. Poi ricominciò ad aspettare. Ripassò mentalmente il viaggio. Napoli. Palermo. La Kalsa. Rocca del Golfo. Majorana davanti ai fogli. L’automobile all’alba. Alfio Spataro. Il Virgilio. I registri. Le firme raccolte negli uffici della compagnia. A poc a poc, l’arèbb plè nèca st’òca.[20] A metà pomeriggio si appisolò. Quando riaprì gli occhi, nella sala la luce era cambiata. Si alzò, fece qualche passo, osservò i mobili, i quadri, le porte chiuse. Tornò a sedersi. Poco dopo si rialzò. Continuò così per ore. Fuori doveva essere già sera quando un usciere entrò finalmente nella sala.
– Maresciallo Montanari?
Si alzò e prese la cartella.
– Eccomi.
L’usciere lo accompagnò lungo un corridoio e aprì la porta di una saletta per riunioni. Mussolini era già lì, in piedi, con le braccia conserte. Teneva il viso leggermente ruotato e il mento sollevato, in quell’atteggiamento sospeso che Cesare gli conosceva bene, come se stesse aspettando di decidere quale espressione assumere. Poco distante, Chiavolini aveva tutt’altra disposizione. Era rigido, il volto contratto, e appena Cesare entrò gli rivolse uno sguardo che bastò a chiarire l’umore della stanza. Lui capì che quella sera conveniva lasciare da parte ogni familiarità. Si mise sull’attenti.
– Buonasera, Duce.
Chiavolini partì immediatamente.
– Montanari, il vostro comportamento è stato inaccettabile.
Cesare rimase immobile.
– Siete sparito per cinque giorni. Cinque giorni durante i quali nessuno sapeva dove foste, cosa steste facendo, con chi foste in contatto. Sappiamo che vi siete imbarcato sul traghetto da Napoli a Palermo perché vi siete identificato alla biglietteria. Poi più nulla. Ricomparite soltanto quando prendete il piroscafo per tornare a Napoli.
Continuò senza lasciargli spazio.
– Vi era stato affidato un incarico preciso. Avevate uomini a disposizione, collegamenti, autorità locali alle quali rivolgervi. Avete invece deciso di muovervi per conto vostro, senza riferire, senza chiedere autorizzazioni, senza lasciare indicazioni. Un comportamento irresponsabile.
Cesare ascoltò Chiavolini aggiungere ancora qualche frase, tornando sulle comunicazioni mancate, sugli uomini incaricati di seguirne gli spostamenti, sulle ore trascorse a cercare di capire dove fosse finito. Cesare lasciò che terminasse. Quando nella stanza tornò il silenzio, disse soltanto: – Il mio incarico era sapere che fine aveva fatto il professor Ettore Majorana. Ebbene, l’ho scoperto.
Chiavolini rimase con la bocca appena aperta. Mussolini continuò a fissare Cesare per un istante. Poi scoppiò a ridere. Si voltò verso Chiavolini.
– Te l’avevo detto che non puoi mettere un guinzaglio a un romagnolo. Se gli dai un compito e lo tieni legato, lui prima si libera e poi ti porta a casa la preda!
Mussolini tornò verso Cesare. Il sorriso gli rimase sulle labbra, mentre gli occhi si fecero improvvisamente severi.
– Speriamo però che si ricordi sempre di tornare a casa.
Cesare sostenne lo sguardo. Mussolini sciolse le braccia.
– E dove si è nascosto, ‘sto cristiano?
Cesare aprì la cartella che teneva sotto il braccio.
– Un uomo identificato da diversi testimoni come Ettore Majorana, il cinque aprile di quest’anno si è imbarcato a Palermo sul piroscafo Virgilio, diretto in Argentina. Il Virgilio ha raggiunto Buenos Aires il ventidue aprile.
Mussolini smise di sorridere. Cesare appoggiò alcuni fogli sul tavolo.
– Sono arrivato a un convento fuori Rocca del Golfo seguendo la pista che avevo ricostruito a Palermo. Il padre guardiano mi ha riferito di avere ospitato un uomo che corrispondeva per età, corporatura e fisionomia al professore. Quell’uomo si era presentato con il nome di Alfio Spataro e aveva ricevuto assistenza per preparare il viaggio. Posò un altro documento accanto al primo.
– Ho controllato il nome presso la compagnia di navigazione. Alfio Spataro figura regolarmente nell’elenco dei passeggeri del Virgilio. Stessa data, stessa nave, destinazione Buenos Aires.
Mussolini si avvicinò al tavolo. Cesare estrasse la fotografia ormai piegata e consumata.
– Ho poi interrogato il personale presente all’imbarco. Ho mostrato questa fotografia separatamente a più persone. Età, altezza, corporatura, capelli e lineamenti sono stati giudicati compatibili con il passeggero registrato come Spataro. Uno degli impiegati ha messo la dichiarazione per iscritto.
Gli porse il verbale. Chiavolini si avvicinò a sua volta e cominciò a leggere. Mussolini prese il registro degli appunti e lo sfogliò rapidamente.
– E sgonda te?[21]
Cesare richiuse la cartella.
– Secondo gli elementi che ho raccolto, il professor Majorana ha raggiunto la Sicilia, ha ricevuto aiuto per organizzare la partenza e si è imbarcato sotto il nome di Alfio Spataro. Da Palermo è partito per l’Argentina.
Nella saletta tornò il silenzio.
– o –
Mussolini rimase sulle carte. Prese il verbale, lo lesse fino in fondo, tornò alla registrazione del passeggero e infine alla fotografia di Majorana. La tenne per qualche secondo tra le dita. Poi lo guardò. Il silenzio si allungò. Chiavolini seguiva i documenti. Mussolini seguiva Cesare. Lui conosceva quell’espressione. Il viso leggermente ruotato, il mento sollevato, gli occhi fermi.
– A séma mèss bén![22]
Chiavolini si voltò verso di lui.
– Duce?
Mussolini batté un dito sulla destinazione.
– Argentina. Milioni di persone d’origine italiana. Quasi un milione quelle nate in Italia. Questo arriva a Buenos Aires, scende dal Virgilio e poi va dove gli pare. Rosario, Córdoba, Santa Fe, la Pampa. Un italiano laggiù si perde in mezzo agli italiani.
Chiavolini si avvicinò.
– Possiamo interessare le autorità argentine.
Mussolini continuò a guardare il foglio.
– Come?
– Una richiesta ufficiale. Fotografia, generalità, il nome di Spataro, la data dello sbarco. Possono controllare l’ingresso, gli alberghi, gli spostamenti.
Mussolini sollevò lentamente gli occhi.
– E nella richiesta cosa scriviamo?
Chiavolini esitò.
– Che cerchiamo Ettore Majorana.
– Questo l’avevo capito.
Fece scorrere il verbale verso di lui.
– Scriviamo anche che è partito da Palermo mentre lo cercavamo? Che ha attraversato mezza Italia, è arrivato in Sicilia, ha trovato chi gli procurava un passaggio e poi è salito su una nave?
Chiavolini strinse le labbra.
– Possiamo limitarci agli elementi indispensabili.
– Gli elementi indispensabili sono già troppi.
Mussolini si staccò dal tavolo.
– Appena coinvolgi gli argentini, coinvolgi l’ambasciata. Poi i consolati. Poi la loro polizia. Ogni ufficio produce una carta e ogni carta finisce sulla scrivania di qualcun altro. Fra un mese, mezza Buenos Aires sa che l’Italia cerca disperatamente un fisico che è riuscito a partire da Palermo.
Chiavolini rimase per qualche secondo in silenzio.
– Allora mandiamo qualcuno dei nostri.
Mussolini si voltò.
– Chi?
– Due uomini. Persone fidate.
– E dove li mandi?
– A Buenos Aires, per cominciare.
– E dopo Buenos Aires?
Chiavolini indicò il documento.
– Seguiamo Spataro.
Mussolini fece un mezzo sorriso.
– Seguiamo Spataro.
Ripeté il nome lentamente, poi guardò Cesare. Questa volta Cesare sentì con chiarezza che la domanda era rivolta a lui, anche se Mussolini aveva parlato a Chiavolini.
– Tu cosa faresti?
Cesare lasciò passare un momento.
– Se il professor Majorana è arrivato laggiù con l’intenzione di sparire, Duce, avrà avuto davanti un continente intero.
Mussolini continuò a fissarlo.
– Hai impiegato cinque giorni per arrivare fin qui.
– Sì.
– Da solo.
Cesare restò in silenzio.
– Seguendo una fotografia, qualche parola detta male e un frate che conosceva un altro frate.
– Più o meno.
Mussolini accennò un sorriso.
– E adesso dovrei credere che due agenti a Buenos Aires trovano quello che tu hai inseguito fino a Palermo?
Cesare sostenne lo sguardo.
– Potrebbero cercare per molto tempo.
– Appunto.
Chiavolini intervenne: – Possiamo affidare tutto a Bocchini.
Il sorriso di Mussolini scomparve.
– Certo. Passiamo la patata bollente a Bocchini.
Fece una pausa.
– Bocchini… Bocchini è più di un mese che gira attorno a questa faccenda e ancora non è arrivato a scoprire quello che abbiamo scoperto noi in una settimana. Mo par piasér![23]
Tornò verso il tavolo.
– Gli mandiamo questo fasicolo. Lui apre un’indagine. Interroga Montanari, interroga i testimoni, scrive a Palermo. Poi manda uomini in Argentina. La polizia produce rapporti, l’ambasciata produce rapporti, i consolati producono rapporti.
Prese una delle carte e la sollevò.
– E alla fine avremo dimostrato con grande precisione che Ettore Majorana ci è sfuggito!
Chiavolini guardò Cesare.
– Resta comunque una pista.
Mussolini posò il foglio. Poi tornò a Cesare.
– Tu sei convinto di questa storia?
La domanda arrivò senza alcuna enfasi. Cesare sapeva che Mussolini avrebbe potuto chiedergli se fosse vera. Aveva scelto un’altra parola.
– Sono convinto che ogni elemento che vi ho portato possa essere verificato.
Mussolini rimase immobile.
– Ogni elemento.
– Sì, Duce.
– Il frate?
– Confermerà quello che mi ha detto.
– Spataro?
– Esiste.
– Il Virgilio?
– È partito.
– Il registro?
– È autentico.
– Gli uomini dell’imbarco?
– Hanno firmato le loro dichiarazioni.
Mussolini annuì lentamente.
– Sei stato accurato.
– Era il mio incarico.
Per un istante tornò sul volto di Mussolini quell’espressione che Cesare conosceva dai tempi lontani. Quella di quando, tra due persone, una frase poteva avere un significato per tutti gli altri e uno diverso per loro.
– Il tuo incarico era trovare Majorana.
Annuì.
– E tu sei tornato con questo.
Indicò le carte. Chiavolini guardò prima l’uno, poi l’altro. Mussolini prese la fotografia di Majorana.
– E adesso?
Cesare rimase sull’attenti. Mussolini lo fissò. Lui sostenne lo sguardo. Passarono alcuni secondi. Poi Mussolini sorrise appena. L’avéva capì.[24] Vide il momento preciso in cui accadde. Mussolini abbassò gli occhi sulla fotografia, la piegò leggermente tra le dita e la restituì a Cesare.
– Questa tienila tu.
Cesare la prese.
– Sì, Duce.
– Hai una strana maniera di portare a termine gli incarichi.
– Me ne avete affidati di strani.
Mussolini alzò lo sguardo di scatto. Per un istante parve sul punto di ridere.
– Questo è vero.
Chiavolini rimase serio.
– Duce, resta da decidere cosa fare.
Mussolini si voltò verso di lui.
– Sto decidendo.
Fece qualche passo nella stanza.
– Le autorità argentine ci darebbero mesi di ricerche e una quantità di gente informata. Gli agenti nostri ci darebbero rapporti. Bocchini ci darebbe un’indagine vera, e un’indagine vera finirebbe per esaminare anche questa.
Indicò la costruzione di carte sul tavolo. Cesare seguì il gesto. Continuò: – E appena qualcuno comincia a tirare un filo, deve arrivare fino in fondo.
Si fermò davanti a Cesare.
– Tu sei arrivato fino in fondo?
Cesare vide Chiavolini voltarsi verso di lui.
– Sono arrivato fin dove potevo arrivare.
Mussolini inclinò appena la testa.
– Sempre prudente.
– Ho imparato.
Mussolini rise piano.
– Mascalzone.
La parola aveva quasi il tono di molti anni prima. Poi tornò serio.
– Va bene.
Si rivolse a Chiavolini.
– Distruggete queste carte.
Chiavolini rimase fermo.
– Tutte?
– Tutte quelle che Montanari ha portato.
– Anche il verbale?
– Anche il verbale.
– E la pista argentina?
– Finisce qui.
Chiavolini corrugò la fronte.
– Bocchini chiederà conto dell’indagine.
– Bocchini sa quanto gli serve sapere.
– Potrebbe arrivare agli stessi elementi.
Mussolini indicò Cesare.
– Per arrivarci dovrebbe fare il viaggio che ha fatto lui.
Poi guardò di nuovo Cesare.
– E mi pare che tu abbia avuto cura di rendere il viaggio… abbastanza lungo.
Cesare mantenne un’espressione impassibile. Mussolini sorrise di nuovo. – La Sicilia è piena di frati.
Chiavolini comprese finalmente che la discussione era terminata.
– Cosa deve risultare?
Mussolini incrociò le braccia.
– Ettore Majorana è scomparso.
– Basta?
– Basta.
Chiavolini guardò i documenti. Mussolini continuò: – Passeranno gli anni. Qualcuno dirà che si è ammazzato. Qualcun altro che è entrato in convento. Lo vedranno in Germania, in Argentina, magari in Venezuela. Salterà fuori gente che giurerà di avergli parlato.
Cesare ascoltava.
– Magari nasceranno delle leggende – disse Mussolini. – A forza di raccontarle diventeranno migliori dei fatti.
Si fermò un momento.
– Magari qualcuno ci scriverà un libro!
Cesare accennò un sorriso. Mussolini lo guardò.
– Le conclusioni piacciono a chi legge.
Prese l’ultimo foglio dal tavolo e lo diede a Chiavolini.
– In questo modo gliele rendiamo possibili tutte.
Chiavolini raccolse il fascicolo. Mussolini rimase davanti a Cesare.
– Cinque giorni.
– Sì, Duce.
– Sei sparito per cinque giorni, hai fatto perdere le tue tracce, hai fatto venire un accidente a Chiavolini e poi torni qui con Majorana in Argentina.
Mussolini lo studiò ancora. Poi si avvicinò di mezzo passo.
– Una volta o l’altra, Montanari Cesare da Montevalle, questa tua maniera di fare ti mette nei guai.
Cesare rimase in silenzio.
– E quando succede?
Mussolini rimase serio per un secondo. Poi gli diede una breve pacca sulla spalla.
– Vat a cà, va’.[25]
Cesare si mise sull’attenti.
– Buonanotte, Duce.
Mussolini lo lasciò arrivare quasi alla porta.
– Cesare.
Lui si voltò.
– Sì?
– Quello che hai trovato in Sicilia…
Cesare aspettò. Mussolini lo guardò ancora per qualche secondo.
– Hai fatto bene a portarlo prima a me.
Cesare chinò appena il capo. Mussolini fece un cenno verso la porta.
– Avàiat![26]
Si mosse. Dietro di lui rimasero Mussolini, Chiavolini e le carte destinate a scomparire. Uscì dalla saletta e richiuse la porta alle proprie spalle. Nel corridoio lo aspettava Serra. Era appoggiato alla parete, le braccia lungo i fianchi. Quando vide Cesare si staccò senza salutarlo.
– Vi accompagno a Termini. La Milizia Ferroviaria vi trova un posto per la notte e domattina vi mette sul primo treno.
Cesare annuì.
– Ordini?
– Ordini.
Cominciarono a scendere le scale. Serra era due gradini più avanti. Si fermò senza voltarsi.
– Mi hai inculato.
La frase rimase lì. Aveva il tono di una constatazione. Cesare continuò a scendere. Quando raggiunse lo stesso gradino, Serra si voltò verso di lui. Per qualche secondo si guardarono. Poi Serra domandò: – L’hai almeno trovato?
Questa volta la voce era diversa. La rabbia era passata. Restava una domanda vera. Cesare lasciò trascorrere un momento.
– Ho trovato quello che dovevo trovare.
Serra lo studiò. Avrebbe potuto insistere. Chiedere dove, con chi, che cosa fosse successo in quei cinque giorni. Chiedere perché Cesare fosse tornato da solo e perché, dopo ore chiuso con Mussolini e Chiavolini, uscisse con a mani vuote.
– Va bene – disse solo.
Riprese a scendere. Cesare lo seguì. Un’altra domanda avrebbe potuto dargli una risposta. Arrivarono al piano inferiore senza parlare.
– o –
Il giorno dopo il viaggio verso casa occupò quasi tutta la giornata. Da Roma a Bologna, Cesare ebbe la fortuna di trovare posto su uno dei nuovi ETR 200. Se ne parlava sui giornali come di una meraviglia della tecnica italiana e, seduto dentro quella macchina liscia e silenziosa, capì perché. Dopo Firenze il treno imboccò la nuova Direttissima e attraversò l’Appennino a velocità che soltanto pochi anni prima gli sarebbero sembrate assurde. I paesi comparivano al finestrino e subito sparivano; le stazioni venivano inghiottite alle spalle prima che riuscisse a leggerne il nome. Pensò ai viaggi di tanti anni prima, ai treni trascinati lentamente sulle vecchie linee, alle soste interminabili, al fumo delle locomotive che entrava negli scompartimenti, alle ore necessarie per superare l’Appennino. Adesso Roma e Bologna sembravano essersi avvicinate di colpo. Anche il paese correva più in fretta. Quel che e vo’ dì l’inzegn: che da un cudal u s’fa un pignatè.[27]
A Bologna scese dall’elettrotreno, recuperò la valigia e cercò la coincidenza per Forlì. Da lì il viaggio riprese con un ritmo che conosceva meglio: pensiline, attese, carrozze ordinarie e caffè bevuti in fretta. Dormì a tratti, svegliandosi ogni volta con la sensazione di avere dimenticato qualcosa. Ogni tanto gli tornava davanti il volto di Majorana. Per qualche istante si sovrapponeva a quelli degli uomini della decimazione dopo Caporetto. Cesare scacciava l’immagine, guardava fuori dal finestrino e si costringeva a seguire i campi, le stazioni, i caselli che scorrevano accanto alla ferrovia.
Quando finalmente scese a Forlì era ormai tardi. La nuova stazione, inaugurata undici anni prima, chiudeva la prospettiva del lungo viale che arrivava da Piazzale della Vittoria. All’apertura l’avevano chiamato viale Benito Mussolini. Nel 1935 era sembrato troppo perfino a Lui, che aveva fatto togliere il proprio nome. Adesso era viale XXVIII Ottobre. Si incamminò verso la Questura. La stagione era bella e nell’aria rimaneva ancora un poco di tepore. Avrebbe potuto cercare un letto a Forlì e ripartire al mattino. Aveva invece voglia di tornare a casa. Il piantone gli riconsegnò le chiavi della Gilera. Cesare sistemò la valigia, aprì il rubinetto della benzina e mise in moto. Il monocilindrico prese vita dopo qualche colpo. Partì verso Montevalle. Durante il viaggio ripensò alla strada per Riccione, appena quanti? Dieci giorni prima? Allora aveva guardato il mare e aveva avuto la sensazione di essere stato chiamato per entrare in una bugia già preparata da altri. Si era sbagliato su questo. La bugia l’aveva costruita lui. Eppure ogni pezzo era vero. Bastava mettere i fatti in un certo ordine e conducevano fino a Buenos Aires. La guerra di Spagna gli aveva insegnato proprio quello. Le bugie migliori contenevano molti fatti veri. Questa volta aveva scelto lui quali.
Quando entrò in casa era ormai notte. Anna gli venne incontro e lo abbracciò. Lo strinse forte, felice di averlo di nuovo lì. Cesare appoggiò il viso per un momento sui suoi capelli. Anna gli chiese soltanto se avesse mangiato. Coma e’ sòlit.[28]
Montevalle, agosto 1945
La vita stava riprendendo la forma solita, a Montevalle. Restavano macerie da sgomberare, muri aperti verso il cielo, tetti coperti alla meglio con assi e teli. Le finestre senza vetri erano diminuite, qualche bottega aveva rialzato la serranda e nelle campagne si tornava a discutere del raccolto con quella serietà che, per anni, era stata riservata alle notizie dal fronte. Anche gli uomini ricominciavano ad arrivare: prigionieri, sbandati, soldati rimasti per mesi da qualche parte senza sapere come tornare. Comparivano sulla piazza con una valigia, uno zaino, qualche volta soltanto con i vestiti che avevano addosso, e le famiglie li riconoscevano prima ancora di distinguerne bene il volto. Anche Giovanni aveva scritto. Lo avevano imbarcato in Sudafrica e stava tornando. Anna teneva quella lettera nel cassetto del comodino e ormai contava i giorni. Altri continuavano a mancare. Di quelli si parlava sempre meno. Una lettera poteva ancora arrivare, un reduce poteva portare un nome, la Croce Rossa continuava a cercare. Poi passavano le settimane e anche la speranza imparava a stare in silenzio.
Il bar di Otello era rimasto al proprio posto. Le sedie erano le stesse, alcune riparate più volte; il banco conservava una scheggiatura provocata da un calcio di fucile che Otello aveva deciso di lasciare dov’era. Dietro, le bottiglie avevano ricominciato lentamente a riempire gli scaffali e il caffè continuava a essere quello che si riusciva a trovare. Soprattutto, il bar aveva ripreso il proprio mestiere: le notizie arrivavano lì. Qualcuno le portava da Forlì, qualcuno aveva una radio; qualcun altro un giornale passato di mano in mano finché la carta diventava morbida agli angoli e l’inchiostro rimaneva sulle dita.
Quel pomeriggio Cesare uscì dalla stazione di polizia quando il lavoro poteva ormai aspettare il giorno seguente. Attraversò la piazza pensando di bere un bicchiere di bianco e ascoltare cosa fosse successo nel resto del mondo, ma già dalla porta capì che era capitato qualcosa. Il bar era pieno e quasi tutti gli avventori stavano raccolti intorno a uno dei tavoli centrali, rivolti verso Mariagrazia Rondoni, la figlia dodicenne di Angelo, e’ diretor de’ Pêcul Crédit. Era salita sopra una sedia perché tutti potessero sentirla e teneva spiegato davanti a sé il Giornale dell’Emilia, il foglio che aveva preso il posto del Resto del Carlino dopo la soppressione decisa dal Comando alleato. Mariagrazia leggeva bene, scandendo le parole difficili e rallentando davanti a quelle scientifiche, come le avevano insegnato a scuola.
Otello fu il primo ad accorgersi di Cesare.
– Maresciallo! Avete sentito gli americani? Hanno inventato una bomba nuova, più potente di qualsiasi altra mai vista, e l’hanno sganciata in Giappone.
Qualcuno disse: – Hiroshima.
Un altro ripeté il nome con una pronuncia diversa. Cesare si fermò.
– Continua – disse Otello a Mariagrazia.
La ragazzina cercò il punto con l’indice. – Ero arrivata a Fermi. – Riprese a leggere: – «Fermi scoprì i neutroni, minuscole particelle che hanno una massa ma che non hanno cariche elettriche, e tra il 1934 e il 1938 ha fatto una serie di esperimenti che hanno portato alla produzione di molti tipi di nuovi atomi radio attivi ed hanno grandemente favorito le ricerche sulla natura della composizione atomica…»
Cesare sentì il nome prima ancora di comprendere il resto. Fermi. Neutroni. 1934. 1938. Le parole continuarono a uscire dalla bocca di Mariagrazia e per qualche istante gli arrivarono da molto più lontano. Erano trascorsi sette anni da quella notte di maggio del 1938, nel chiostro di Rocca del Golfo, quando un professore siciliano gli aveva fatto una strana lezione, mentre padre Trovato versava rosolio e portava biscottini e pistacchi. Da allora erano passate altre guerre dentro la guerra, altri morti, il crollo di un regime, i tedeschi, uomini che avevano cambiato uniforme e uomini che l’avevano gettata. Eppure quelle parole tornarono con una precisione che lo sorprese.
Otello si rivolse alla ragazzina. – Mariagrazia, rileggi al maresciallo il racconto del pilota che ha sganciato la bomba.
– Quello dell’aereo?
– Quello.
Mariagrazia girò il giornale, cercò la pagina e seguì le colonne con il dito.
– Da qui?
– Da quando vede la città.
La ragazzina cominciò: – «Volavamo ad altissima quota e alle prime luci del giorno le vie e gli edifici di Hiroshima si distinguevano con estrema chiarezza. Nessuna opposizione aerea da parte del nemico. Oltre a me, solo due persone di bordo erano a conoscenza della precisa natura della bomba. Il resto dell’equipaggio sapeva solo che si trattava di un nuovo esperimento. Alle 9,15 precise sganciammo l’ordigno, mirando a vista e immediatamente ci portammo a tutta velocità lontano dal bersaglio. Non avevamo volato che per trenta secondi, quando la scena più impressionante si distese sotto i nostri occhi. Da un momento all’altro un baleno di luce abbagliante si diffuse per chilometri e chilometri lungo l’orizzonte, togliendo per un istante ogni visuale, nonostante portassimo tutti lenti affumicate per osservare meglio i risultati dell’esplosione. Appena riacquistata la vista, potemmo a stento credere ai nostri occhi. Dove un istante prima si stendevano ordinati le vie e gli edifici, una sinistra nuvola nera avvolgeva ogni cosa e si stava elevando minacciosamente.»
Nel bar cadde un silenzio fitto. Cesare guardava il giornale e intanto rivedeva il chiostro, Majorana seduto di fronte a lui, padre Trovato poco distante, il bicchierino di rosolio dimenticato sul tavolo. Tornarono anche le domande di quella notte.
– Cosa diventa quell’energia?
– Calore. Radiazione. L’energia passa alla materia circostante. La temperatura cresce, la pressione aumenta, la materia si espande.
– Un’esplosione.
– Sì, se la liberazione è abbastanza rapida.
– Quanto può diventare grande?
Ricordò Majorana che alzava lo sguardo.
– Che cosa?
– Quella energia.
– Dipende dalla quantità di materia che partecipa alla reazione.
– Quanta?
– Non posso saperlo senza conoscere il comportamento dei neutroni.
– Un incendio?
Cesare aveva indicato con le mani una misura sul tavolo.
– Non significa nulla. Bisognerebbe sapere la densità, la forma, la purezza, quanto rapidamente i neutroni sfuggono dalla superficie…
– Una bomba?
– Non funziona così.
– Dieci?
Majorana aveva lasciato cadere la domanda. Cesare ricordava il modo in cui lo aveva guardato, più delle parole. Era stato quello sguardo a convincerlo che il professore stesse pensando molto più avanti di quanto fosse disposto a spiegare. Sette anni dopo un giornale aperto sul tavolo di Otello raccontava cosa era accaduto quando qualcuno era arrivato fin là.
Tese una mano.
– Posso?
Mariagrazia gli consegnò il giornale. Lui tornò sulla prima pagina, poi sulla seconda. Lesse alcune righe lentamente. Atomi. Uranio. Energia. Calore. Un baleno di luce abbagliante. Per chilometri e chilometri. Una città. E gli tornò in mente il sole dell’ex libris, con i raggi duri sopra un uomo magro inginocchiato davanti a un libro chiuso; poi lo stesso sole nell’affresco del convento di Napoli, mescolato alla peste e ai morti che uscivano dalla terra; infine l’edicola della Kalsa, con i fiori freschi e gli ex voto. Immagini rimaste separate per anni si ricomposero in pochi secondi.
Majorana aveva parlato del sapere, del momento in cui una scoperta passava dalle mani di chi l’aveva concepita a quelle di governi, eserciti, industrie. Lui allora aveva ascoltato con lo scetticismo concreto di chi aveva passato la vita tra verbali, cadaveri e uomini capaci di ammazzarsi per un campo o per una donna. Adesso aveva davanti un giornale stampato male e una città dal nome che stavano appena imparando a pronunciare. Aveva avuto la risposta sotto gli occhi per tutto quel tempo. Majorana gli aveva mostrato una direzione e si era fermato prima della conclusione. Qualcun altro aveva continuato.
Intorno a lui il bar tornò a muoversi. Qualcuno sosteneva che con una bomba simile la guerra sarebbe finita in pochi giorni, un altro domandava se l’avessero anche i russi, un terzo replicava che i russi stavano con gli americani. Otello cercava di rimettere ordine e Mariagrazia aspettava di poter riprendere la lettura. Cesare continuava a tenere il giornale tra le mani quando una risata del notaio Valentini lo richiamò alla stanza.
Vicino alla finestra, l’anziano notaio sedeva davanti alla scacchiera con Giordano Casadei. Il ragazzo aveva ormai sedici anni e da qualche tempo Valentini aveva preso l’abitudine di incontrarlo ogni giorno per insegnargli il gioco. I due avevano continuato a muovere i pezzi mentre tutto il bar ascoltava Mariagrazia. Cesare li osservò. Giordano teneva ancora una mano vicino alla scacchiera; il nero aveva perso parecchi pezzi e il ragazzo studiava la posizione con l’ostinazione di chi cerca ancora una via d’uscita. Valentini, invece, aveva quell’aria soddisfatta dei vecchi giocatori che vedono l’errore qualche mossa prima.
Giordano mosse un pezzo. Il notaio guardò la scacchiera e scoppiò a ridere.
– Sei un fessacchiotto! Guardi sempre la prossima mossa.
Giordano indicò il pezzo appena spostato.
– Ma era una buona mossa.
Valentini ne mosse uno bianco.
– E difatti hai perso!
Il ragazzo controllò una linea, poi un’altra. Alla fine capì e lasciò ricadere la mano sul tavolo.
– Accidenti.
Valentini recuperò il pezzo che Giordano aveva mosso e glielo mise davanti.
– Prima decidi dove vuoi portare la partita. Dopo pensi a come arrivarci.
– È facile dirlo dopo.
– Per questo io vinco e tu impari.
Cesare rimase a guardare la scacchiera. Valentini intanto rimetteva i pezzi al loro posto.
– Ancora una? – chiese Giordano.
– Se stavolta provi a pensare prima.
– Ci provo.
Cesare sorrise appena. Otello era comparso davanti a lui.
– Un altro bicchierino, maresciallo?
Le bottiglie dietro il banco, Mariagrazia che aspettava di riprendere la lettura, Giordano che disponeva nuovamente i pezzi, Valentini che controllava, le voci che tornavano a intrecciarsi. Fuori, Montevalle continuava lentamente a rimettersi in piedi. Cesare ripiegò con cura il giornale e lo restituì a Mariagrazia.
– No, grazie Otello – disse. – Torno a casa.
[1] Invece di una moglie, io mi prendo una Gilera / che va mattina e sera / che va mattina e sera.
[2] Letteralmente “reggitrice”. La matriarca.
[3] Forlimpopoli.
[4] Maccheroni con la salsiccia.
[5] Prendi su e porta a casa. Macchietta!
[6] Sei ancora al mondo?
[7] Sempre il solito.
[8] Acidità di stomaco.
[9] Benissimo.
[10] Il granchio ha i suoi misteri.
[11] Fare e disfare, era tutto un lavorare.
[12] Era come pensare che il Signore fosse morto dal freddo.
[13] Non basta avere ragione, bisogna che te la diano.
[14] Per lui cominciava un’altra strada.
[15] Ormai vedeva uomini da cercare dappertutto.
[16] Una parola sarebbe stata poca. Due, forse, troppe.
[17] Un mulino nella testa.
[18] Majorana continuava a scrivere.
[19] Per fare un fosso ci vogliono due rive.
[20] Poco a poco avrebbe pelato anche quest’oca.
[21] E secondo te?
[22] Siamo messi bene!
[23] Ma per piacere!
[24] Aveva capito.
[25] Vai a casa, va’
[26] Avviati (vattene).
[27] Quel che vuol dire l’ingegno: da una zolla si fa una stoviglia. Proverbio che celebra la capacità dell’ingegno di trasformare una materia povera e informe in qualcosa di utile.
[28] Come al solito.

