Il nero non muove

  1. Posizione sospesa
  2. Apertura italiana
  3. Sviluppo dei pezzi
  4. Partita italiana
    1. – o –
    2. – o –

Posizione sospesa

L’Istituto si era trasferito da poco nella nuova sede dell’Università di Roma. Aurelio Baldi aveva traslocato le sue cose nella portineria del nuovo edificio senza mostrare sorpresa o curiosità. Era un ufficetto subito a fianco dell’ingresso, con una finestra sul piazzale rialzato in marmo e un’altra affacciata sul vano delle porte vetrate, dalla quale poteva controllare chi entrava.

L’edificio conservava l’aria provvisoria dei luoghi appena occupati. Le stanze avevano già ricevuto una funzione, i laboratori erano stati sistemati, gli strumenti collocati sui tavoli e gli armadi riempiti di carte, provette e apparecchiature. Restavano casse accostate alle pareti, scaffali montati in fretta, porte delle quali occorreva ancora imparare la resistenza. Ogni cosa sembrava al proprio posto, ma nessuna pareva definitiva.

L’Istituto possedeva una propria grammatica delle persone. C’erano anzitutto i professori: il professor Fermi, il professor Amaldi. Il titolo precedeva il cognome e sembrava farne parte, come la cattedra, l’ufficio o la materia insegnata. Poi venivano gli studenti, che studenti erano soltanto per i registri. Nella vita quotidiana diventavano il signor Esposito, il signor Ferrari, il signor Giordano. Quel signor riconosceva loro una condizione ancora incompleta, sospesa tra gli studi e il ruolo che avrebbero forse conquistato.

Infine c’erano gli inservienti. Di loro bastava la funzione: l’inserviente che portava una cartella, quello mandato a cercare una chiave, quello che apriva una stanza o spostava un’apparecchiatura. Erano figure anonime, intercambiabili, incorporate nel funzionamento dell’edificio. Professori e studenti li vedevano quando servivano e li dimenticavano appena il problema era risolto. Avevano la testa altrove, dietro agli elettroni, alla loro posizione e alla quantità di moto, oppure dentro il rapporto incerto tra energia e tempo. Attraversavano i corridoi proseguendo discussioni iniziate davanti a una lavagna, urtavano sedie, abbandonavano cappotti e salutavano senza guardare.

Aurelio Baldi sfuggiva a quella classificazione. Era l’unico inserviente dotato di un nome, di un cognome e di un titolo: il signor Baldi. Tutti lo chiamavano così, anche se quel signor sembrava scelto per evidente mancanza di meglio. Con tutta evidenza, Aurelio Baldi apparteneva a una categoria diversa. Professore, studente e inserviente erano parole inadatte a definirlo.

Era una presenza. Nessuno si aspettava che tenesse aperta una porta o passasse uno strofinaccio. A volte si sedeva in fondo a un’aula e seguiva con attenzione le operazioni di un esperimento; altre volte circolava per i corridoi assorto in qualcosa che nessuno osava chiedergli. Si intuiva una familiarità discreta con il professor Fermi o con il professor Amaldi, fatta di cenni, brevi frasi e silenzi che gli altri evitavano di interpretare.

Ogni mattina, appena arrivato, Baldi apriva l’armadio della portineria ed estraeva una scacchiera. La sistemava sul tavolo, apriva una valigetta di legno e disponeva i pezzi secondo uno schema fisso. Sempre quello.

La posizione aveva qualcosa di irrisolto. I bianchi sembravano sul punto di attaccare, i neri parevano chiusi in difesa, eppure nessuna delle due parti possedeva un vantaggio evidente. Baldi restava in piedi per qualche minuto, le mani dietro la schiena, studiando la disposizione come se durante la notte qualcosa avesse potuto cambiare. Poi cominciava la giornata.

Spesso si prestava alle diverse incombenze soprattutto per tenere occupato il corpo e lasciare libera la mente: annunciava un visitatore, preparava una sala, consegnava un fascicolo. Nel frattempo seguiva la partita. Immaginava la mossa del suo contendente assente, preparava la risposta e sviluppava varianti diverse, alcune brevi, altre capaci di condurre molto lontano. Ogni tanto tornava in portineria, si fermava davanti alla scacchiera e spostava un pezzo. Poi riprendeva il lavoro.

A volte si tratteneva ben oltre l’orario, soprattutto quando la partita si faceva più impegnativa. Altre volte entrava in un’aula dei piani superiori e si lasciava attirare dalle formule rimaste sulla lavagna. Bastavano pochi simboli, una derivazione interrotta, un passaggio lasciato a metà. Allora sentiva la mente mettersi in moto con una rapidità che conosceva bene. La tentazione era sempre la stessa: prendere il gesso, completare l’equazione, verificare dove conduceva.

Baldi sapeva quanto avrebbe pagato quel gesto. Il pensiero avrebbe continuato a lavorare anche dopo, crescendo senza misura, fino a fargli venire un mal di testa tale da impedirgli di alzarsi dal letto per intere giornate. Per questo si fermava sulla soglia, osservava le formule e provava a scendere le scale prima che una di esse riuscisse a trattenerlo.

Quando tutto andava bene, alla fine della giornata tornava in portineria. Guardava la posizione raggiunta, ripercorreva le mosse e scuoteva appena la testa. Il risultato lo lasciava sempre insoddisfatto. Rimetteva i pezzi nella valigetta, piegava la scacchiera e la riponeva nell’armadio.

Apertura italiana

La giornata era cominciata presto, quando il sole raggiungeva appena i tetti più alti di Montevalle e nel fondovalle resisteva ancora un’ombra umida. In cucina Anna aveva messo in tavola il caffellatte, il pane e quel poco che serviva a cominciare una giornata di lavoro. Cesare mangiava senza fretta, già vestito con i pantaloni pesanti e la camicia abbottonata fino al collo. Di fronte a lui, Giovanni teneva una fetta di pane in mano da diversi minuti senza ricordarsi di mangiarla. Aveva ventisei anni, lavorava, contribuiva alle spese di casa e avrebbe dovuto avere l’aria di un uomo sistemato. Quella mattina sembrava invece un ragazzo distratto. Sorrideva da solo, guardava verso la finestra e ogni tanto tornava alla tazza con l’espressione di chi si stupisce di trovarla ancora lì.

Pensava a Elena Guidi. Da qualche tempo pensava quasi soltanto a lei. L’anno seguente si sarebbero sposati e Giovanni viveva già dentro quel futuro. Valutava case, mobili, spese e giornate da organizzare insieme, ma ogni progetto finiva per riportarlo al viso di Elena, al modo in cui rideva e alle parole che gli aveva detto la sera precedente.

Anna lo osservava con un divertimento discreto. – Il pane, Giovanni.

Lui abbassò gli occhi e vide la fetta ancora intera. – Lo mangio.

– Lo stai corteggiando da un quarto d’ora.

Giovanni sorrise senza offendersi. Cesare ricambiò il sorriso dalla tazza. – Lascialo stare. Ha altro per la testa.

– Si vede – disse Anna.

Giovanni fece finta di concentrarsi sulla colazione. Prese un morso, masticò in fretta e controllò l’orologio. Mancava ancora tempo prima di andare al lavoro, ma la giornata conteneva già un momento più importante: avrebbe visto Elena all’uscita.

Cesare finì il caffellatte e si alzò.

– Parti? – chiese Giovanni.

– Sì.

– Torni stasera?

– Non credo.

Anna non aggiunse domande. Conosceva già quel genere di partenza. Una convocazione arrivata senza spiegazioni, poche parole pronunciate la sera precedente, gli abiti preparati con una cura superiore a quella richiesta da una semplice gita fino a Riccione.

Cesare indossò il giubbotto di cuoio, infilò i guanti e prese il casco di pelle con gli occhialoni. Anna lo seguì in cortile. Giovanni rimase qualche secondo in cucina, ancora intento a calcolare il tempo che lo separava da Elena, poi uscì con la giacca appoggiata sul braccio. La Gilera Quattro Bulloni occupava l’aia con una presenza quasi sproporzionata. Il serbatoio rifletteva la luce del mattino, il motore mostrava le proprie parti con la fierezza di una macchina costruita per essere ammirata, oltre che usata. Giovanni le diede un’occhiata affettuosa, ma distratta. Qualche tempo prima avrebbe controllato il rubinetto, passato una mano sul manubrio e chiesto di metterla in moto. Quella mattina si limitò a guardare il padre prepararsi.

– Elena lavora oggi? – chiese Cesare.

Giovanni si voltò subito.

– Sì.

La prontezza della risposta fece sorridere Anna. Cesare aprì il rubinetto della benzina, regolò l’aria e appoggiò il piede sulla leva. Dopo due spedivellate il motore prese vita con un brontolio metallico che riempì il cortile, rimbalzò contro i muri della casa e scese lungo la vallata. Un paio di galline si allontanarono indignate. Da una finestra vicina qualcuno scostò una tenda.

Giovanni alzò la voce per superare il rumore. – Quando torni dimmelo, che la controllo.

Cesare annuì. Il figlio continuava a occuparsi della Gilera, quando serviva. Il rapporto tra loro passava anche attraverso quelle attenzioni: l’olio, una candela, una vite da stringere. Quella mattina, tuttavia, Giovanni aveva già ripreso a guardare l’orologio.

Anna sistemò con due dita il colletto del giubbotto di Cesare, un gesto rapido e domestico. Poi si scostò. Cesare abbassò gli occhialoni, montò in sella e diede un colpo leggero all’acceleratore. Il motore salì di tono. Giovanni gli fece un cenno e tornò verso casa. Doveva finire la colazione, andare al lavoro e trovare il modo di far passare le ore fino all’incontro con Elena. Cesare innestò la marcia e partì. Attraversò il paese ancora mezzo addormentato, passò davanti alla chiesa e alle case di pietra strette attorno alla strada. Montevalle rimase alle sue spalle con la torre, i tetti irregolari e i muri che conosceva da quando era bambino.

La discesa verso la valle cominciava quasi subito. La strada piegava tra i campi, seguiva il profilo delle colline e si stringeva nei punti in cui la roccia affiorava. Cesare conosceva ogni curva. Sapeva dove l’umidità restava più a lungo, dove i carri lasciavano solchi profondi, dove una frana aveva mangiato parte della carreggiata durante l’inverno precedente. La Gilera dava il meglio proprio lì. Entrava composta nelle curve, si inclinava senza esitazioni e riprendeva velocità appena Cesare apriva il gas. Guidarla era un piacere fisico e preciso. Il peso della macchina si trasferiva da una parte all’altra, il motore spingeva sotto di lui, il vento trovava ogni fessura tra il casco e il colletto.

In uscita dalle curve accelerava più del necessario. Sentiva la ruota posteriore aggrapparsi alla strada e la motocicletta distendersi sul breve rettilineo. Per pochi secondi il paesaggio si comprimeva ai lati, poi arrivava un’altra curva e tutto ricominciava. Aveva passato buona parte della vita su una bicicletta. Da giovane era stato il mezzo naturale per raggiungere il lavoro, attraversare la campagna, spostarsi tra un paese e l’altro. Anche durante il servizio l’aveva usata per chilometri, con il cappotto che tirava sulle spalle, le carte infilate nella borsa e le gambe abituate alle salite. La motocicletta apparteneva a un’altra categoria. La forza arrivava dal motore e il corpo doveva governarla. La velocità allungava le distanze, accorciava le attese e rendeva possibile partire al mattino da Montevalle per presentarsi poche ore dopo davanti a una villa sul mare.

Gliel’aveva regalata Mussulèn. Cesare ricordava ancora il tono con cui gli aveva comunicato la decisione. Una volta aveva dovuto aspettarlo per mezza giornata perché la corriera della SITA era arrivata in ritardo. Aveva passeggiato avanti e indietro, irritato da quell’intralcio come se gli orari dei trasporti pubblici fossero stati organizzati apposta per ostacolare i suoi progetti.

– Non posso dipendere da una corriera ogni volta che mi servi.

Pochi giorni dopo la Gilera era arrivata a Montevalle. Un dono personale. La motocicletta risultava intestata a Cesare e non al Corpo di Pubblica Sicurezza. Mussolini aveva risolto due problemi con lo stesso gesto: gli aveva fatto un regalo difficile da rifiutare e si era procurato un uomo capace di raggiungerlo rapidamente, con un mezzo che lasciava poche carte negli uffici. Generosità e convenienza, in lui, procedevano spesso affiancate.

La strada si aprì gradualmente. Le colline si abbassarono, i campi si fecero più larghi, le curve meno strette. Cesare aumentò l’andatura. Il rumore del motore diventò più continuo, una vibrazione profonda che saliva dal telaio e gli attraversava le gambe. Quel rumore gli piaceva. Eppure, in alcuni momenti, ne richiamava altri. Bastava una variazione di tono, un’accelerazione improvvisa, il colpo secco di uno scoppio mal regolato. Allora la strada spariva per un istante e al suo posto tornava il fronte. Fango, prima di tutto. Un fango pesante, capace di trattenere gli scarponi e riempire ogni cosa. Le trincee avevano pareti umide, tavole sconnesse sul fondo e odore di terra smossa, sudore, latrina e legno bagnato. Gli uomini vi vivevano dentro per giorni, con l’acqua alle caviglie e la sensazione che il mondo intero si fosse ristretto a pochi metri di scavo. Il rumore dell’artiglieria arrivava da lontano come un brontolio. Poi cresceva, si avvicinava e diventava materia. La terra tremava. I sassi cadevano dalle pareti. Qualcuno abbassava la testa anche quando il colpo era già esploso. Il motore della Gilera aveva qualcosa di quel suono, depurato dalla paura. Una forza trattenuta, pronta a liberarsi.

Cesare seguì una curva ampia e superò un carro carico di fascine. Il contadino si voltò appena, abituato ormai al passaggio di automobili e motociclette. Il cavallo, invece, spostò il peso e tirò le redini. Cesare ridusse il gas, passò largo e accelerò soltanto dopo averlo lasciato indietro. La guerra tornò ancora. Le maschere antigas appese sul petto. Gli ordini urlati. Il primo odore acre che arrivava con il vento e costringeva tutti a muoversi in fretta. Uomini che cercavano la custodia con mani rese goffe dal panico, altri che si sistemavano la maschera troppo tardi. Gli occhi che bruciavano, la gola chiusa, la tosse ascoltata per ore dentro i ricoveri. La paura del gas aveva una qualità diversa. Un proiettile poteva essere visto, almeno per un istante, o intuito dal suono. Il gas entrava nell’aria e trasformava il respiro in una minaccia. Cesare sentì il vento premere contro la cuffia e inspirò profondamente. L’aria sapeva di campi, letame e polvere. Un odore ordinario, quasi confortante.

Arrivato a Forlì, entrò nei viali investiti dal fermento urbanistico del regime. Cantieri, edifici appena terminati, facciate chiare, spazi allargati per accogliere parate e prospettive. Il fascismo sembrava avere bisogno di raddrizzare le strade e ingrandire le piazze, come se l’ordine delle pietre potesse dimostrare quello degli uomini. Piazzale della Vittoria si aprì davanti a lui. La grande colonna sormontata dalla Vittoria alata attirò il suo sguardo. La usò come perno visivo mentre seguiva la curva attorno al monumento ai caduti. Per un attimo la statua parve girare insieme a lui, alta sopra il traffico. I passanti si voltarono. Qualcuno seguì la Gilera con gli occhi finché poté. Un ragazzo indicò la motocicletta a un amico. Due uomini interruppero una conversazione. La Quattro Bulloni apparteneva alla parte più prestigiosa e avanzata della produzione italiana e si faceva notare anche in una città ormai abituata all’esibizione della modernità. Sapeva che gli sguardi andavano alla macchina. La cosa gli andava bene. Essere osservato per la motocicletta permetteva all’uomo che la guidava di restare sullo sfondo.

Lasciò Forlì e imboccò la via Emilia. Il traffico aumentò: carri, biciclette, qualche automobile, autocarri carichi di merci. La pianura imponeva un’attenzione diversa da quella richiesta dalle strade di montagna. Lì il pericolo arrivava dagli altri. Le azdore[1] attraversavano la via Emilia come se fosse l’aia di casa, spingendo biciclette con due sporte di rafia appese ai lati del manubrio. Guardavano verso il paese dal quale provenivano e affidavano al resto del mondo il compito di evitarle. Alcune si fermavano nel mezzo per sistemare un fagotto o richiamare un bambino. I cani rappresentavano un’altra categoria. Sentivano il motore da lontano, uscivano dai cortili e partivano all’inseguimento. Correvano abbaiando, convinti di avere davanti un’enorme lepre, anziché quasi due quintali di ferro lanciati sulla strada con sopra un altro quintale scarso di essere umano. Cesare li teneva d’occhio nello specchietto e modulava la velocità finché perdevano interesse o fiato.

Ma i bambini erano i più imprevedibili, proprio perché seguivano regole tutte loro. Il passaggio di una motocicletta bastava a trasformare qualsiasi attività. Chi giocava a pallone dimenticava il pallone. Chi pedalava si metteva a gareggiare. Chi camminava cominciava a correre al fianco della strada, gridando e agitando le braccia. Un gruppo di ragazzini lo vide arrivare davanti a una casa colonica. Due si misero a correre, uno montò in bicicletta e partì con il busto abbassato sul manubrio. Il più piccolo rimase in mezzo alla carreggiata, indeciso tra seguire gli altri e recuperare una palla rotolata verso il fosso. Cesare rallentò molto prima di raggiungerlo. Il bambino alzò finalmente la testa, vide la motocicletta e saltò di lato. Poi sorrise, come se l’intera manovra fosse stata organizzata per lui.

Una parte della sua mente restava sempre sul chi va là. Controllava gli accessi laterali, il movimento degli animali, le ruote dei carri, i bambini, le buche e la ghiaia accumulata ai bordi. Ogni situazione poteva svilupparsi rapidamente e diventare un incidente. Più in profondità, però, il cervello lavorava al ritmo del motore. Recuperava fatti lontani, li metteva in ordine, provava collegamenti che durante gli anni erano rimasti separati.

Il pensiero della guerra gli rimase addosso mentre superava Frampul[2] e proseguiva verso Cesena. La guerra di Spagna era più vicina. Aveva ancora colori, voci e odori precisi. Vi aveva trascorso parecchio tempo l’anno precedente, abbastanza da riconoscere quanto una guerra moderna sapesse assomigliare a quella vecchia e, insieme, preparare qualcosa di peggiore. In Spagna il fango delle trincee conviveva con gli aeroplani. I muli salivano lungo sentieri antichi mentre i bombardieri attraversavano il cielo. Le colonne avanzavano con autocarri moderni e si fermavano per mancanza di benzina. Le città ricevevano la guerra dall’alto, senza avere bisogno di trovarsi al fronte.

Aveva sentito esplodere le bombe in quartieri abitati. Aveva visto finestre vuote, muri aperti, stanze rimaste sospese sopra la strada con i letti ancora dentro. Aveva visto donne scavare con le mani, uomini trasportare corpi su porte divelte, bambini fermi davanti a case che fino a poche ore prima contenevano tutta la loro vita. Il rumore della Gilera, quando il motore saliva di giri, richiamava anche quello degli aeroplani. All’inizio un ronzio remoto, poi una presenza capace di occupare tutto il cielo. Si imparava a distinguere la direzione, l’altezza, il numero. Si imparava anche l’inutilità di certe distinzioni quando le bombe cominciavano a cadere.

In Spagna aveva visto uomini combattere dentro una storia già raccontata. Ognuno aveva le proprie parole d’ordine: rivoluzione, patria, fede, ordine, libertà, che cambiavano a seconda della divisa e della lingua. I morti, visti da vicino, invece si assomigliavano tutti. Era tornato con la sensazione di avere assistito a una prova generale. Le armi, gli uomini, le alleanze e perfino le menzogne sembravano preparate per un conflitto più grande. Lì Mussolini lo aveva mandato a osservare e riferire. Anche allora senza carte capaci di spiegare davvero il suo ruolo. Si era mosso tra comandi, aeroporti, città colpite e retrovie, raccogliendo ciò che i rapporti ufficiali tendevano a rendere ordinato. Aveva visto gli italiani raccontare vittorie dove c’erano stati soltanto avanzamenti costosi, attribuire ogni errore agli alleati, trasformare l’improvvisazione in ardimento.

Adesso lo chiamava a Riccione. Il collegamento tra le due cose rimaneva ancora nascosto, eppure sentiva che esisteva. Ripensò alla prima volta in cui aveva conosciuto Mussolini Benito, di Alessandro, di Dovia di Predappio. Era il 1896, al collegio salesiano di Faenza. Mussolini aveva un anno più di lui. Un ragazzino scontroso, chiuso, pronto a reagire a ogni contrarietà come se vi leggesse un affronto personale. Violento, avrebbero detto in seguito. Era stato espulso per avere accoltellato un compagno di classe. Accoltellato, poi. Una parola grossa. Poco più di una scorticatura. Nella versione che Benito aveva sempre preferito, il coltello, il sangue e l’espulsione diventavano dettagli secondari dentro il suo racconto. La responsabilità apparteneva invariabilmente a qualcun altro: il compagno lo aveva provocato, i superiori avevano esagerato, il collegio aveva frainteso. Già allora possedeva il talento di abitare una storia diversa da quella degli altri.

Per quasi vent’anni le loro strade si erano separate. Cesare era entrato nel Corpo delle Guardie di Città. Un breve addestramento a Roma, poi Bologna. Aveva imparato la disciplina, i regolamenti, la strada, la distanza da tenere durante una manifestazione e il modo in cui una folla cambiava umore. Trasferito ad Ancona, aveva portato con sé Anna. Si erano sposati e avevano vissuto per qualche tempo in quella città rivolta verso l’Adriatico. Cesare ricordava il porto, il vento e le navi. Anna ricordava soprattutto la lontananza da Montevalle, le stanze in affitto e le giornate passate ad aspettare che lui rientrasse. Poi era nato Giovanni.

La guerra aveva interrotto tutto. Quattro anni durante i quali Anna era tornata al paese e Cesare aveva attraversato distaccamenti, retrovie, magazzini, comandi e linee avanzate. Finito il conflitto, era rientrato in Romagna, prima a Ravenna, dentro un dopoguerra pieno di rabbia, armi, scioperi e uomini convinti che la guerra potesse continuare cambiando soltanto uniforme. Mussolini aveva cominciato la propria ascesa. Quando era diventato capo del governo, si era ricordato del vecchio compagno di collegio. Prima qualche incarico. Domande da fare senza apparire. Persone da incontrare. Fatti da verificare evitando i normali canali di servizio. Poi il trasferimento a Montevalle.

Aveva impiegato anni a capire se considerarlo un premio. Ormai propendeva per il sì. Montevalle era l’unico paese dell’Appennino romagnolo dotato di una stazione di polizia al posto della consueta caserma dei carabinieri. Una stranezza amministrativa tenuta in piedi dalla volontà di qualcuno più in alto. Mussolini lo aveva ricompensato riportandolo a casa. Al tempo stesso lo aveva collocato in un luogo preciso, facilmente raggiungibile, fuori dai corridoi delle questure e dalle curiosità dei colleghi. Conservato a disposizione. Da lì era partita la rumba.

Superò Cesena. La città si richiuse dietro di lui e la pianura tornò a distendersi. Il sole era salito, l’aria diventava più calda e la strada mandava un odore di polvere e catrame. Sui muri delle case coloniche e degli edifici affacciati sulla via Emilia comparivano le scritte del regime. Mussolini ha sempre ragione. Come no, pensò Cesare. Conosceva Benito da prima che gli italiani fossero tenuti a riconoscergli ragione per decreto, disciplina o prudenza. Libro e moschetto, fascista perfetto. La frase occupava il muro di una scuola. Poco più avanti, nel cortile, alcuni bambini marciavano sotto la guida di un maestro. Noi tireremo diritto. Il suo animo romagnolo reagì da solo. Speriamo di no. Ricordati di fare la curva. Seguì la curva e sorrise dentro la cuffia.

Nei paesi incontrava scolaresche raccolte nelle piazze. I bambini portavano camicia nera, pantaloncini corti grigioverdi, fascia azzurra e fez. Le bambine indossavano camicetta bianca, gonna nera e fazzoletto azzurro al collo. Facevano l’adunata, assistevano all’alzabandiera, tendevano il braccio nel saluto romano. Le voci arrivavano fino alla strada. Giovinezza, giovinezza… Cesare riprese il motivo quasi senza accorgersene. La melodia si adattava bene al ritmo regolare del motore. Giovinezza… giovinezza… Uno spiritello nascosto nella sua testa aggiunse subito: Macarò cun la suzeza[3]. La versione clandestina gli rimase in mente per qualche chilometro, alternandosi a quella ufficiale. Il regime poteva occupare le piazze, le scuole e i muri; dentro la testa di un romagnolo restava sempre uno spazio per rovinargli la solennità.

Continuando a pensare e a canticchiare, superò Savignano e Santarcangelo. La via Emilia proseguiva verso Rimini attraverso una pianura ormai prossima alla costa. L’aria cominciò a cambiare. Portava un’umidità più larga, un odore che Cesare riconosceva da Ancona e dai viaggi di guerra, anche se il mare restava ancora nascosto. Raggiunse il Borgo San Giuliano e attraversò il ponte di Tiberio, sopra il vecchio alveo del Marecchia. Oltre il ponte, la via Emilia entrava nel cuore della città e diventava corso d’Augusto. Rallentò. Le case si stringevano attorno alla strada, il traffico aumentava e i passanti occupavano la carreggiata con la sicurezza di chi considerava ogni veicolo un problema del conducente. Percorse un tratto del corso, poi piegò verso la stazione. Da lì raggiunse viale Principe Amedeo, il lungo collegamento che portava dalla città alla marina. In fondo al viale il mare comparve all’improvviso, aperto oltre gli edifici e le file di alberi.

Cesare lo guardò mentre procedeva verso il litorale. La superficie chiara occupava l’orizzonte. La luce si spezzava sull’acqua, le onde arrivavano alla spiaggia con una regolarità priva di urgenza. Qualche barca era tirata in secco. Lungo la costa si alternavano villini, alberghi, pensioni e stabilimenti che si preparavano alla stagione. Raggiunta la litoranea, piegò verso sud. Alla sua destra correvano gli edifici della marina; alla sinistra, oltre la spiaggia, il mare appariva e scompariva tra gli accessi, le terrazze e le file di cabine. Il vento portava odore di salsedine, alghe e legno bagnato. La strada seguiva la costa verso Bellariva, Marebello e Miramare, quindi proseguiva in direzione di Riccione. La Gilera avanzava con un ritmo regolare, quasi allegro. Cesare sentiva invece crescere una cautela difficile da spiegare. Mussolini lo aspettava in una villa affacciata sullo stesso mare. Lo aveva convocato senza indicargli il motivo, seguendo il metodo riservato agli incarichi destinati a restare fuori dai fascicoli. Cesare conosceva quel metodo. Prima arrivava una richiesta vaga. Poi una stanza chiusa. Infine una storia già pronta, dentro la quale mancava soltanto qualcuno capace di muoversi senza lasciare impronte.

Guardò ancora il mare. Da riva appariva uniforme, compatto, quasi immobile. Sotto quella superficie si muovevano correnti invisibili. Bastava allontanarsi di poco dalla costa perché la profondità cambiasse e l’acqua cominciasse a trascinare in una direzione diversa da quella percepita. Cesare ebbe la sensazione di essere stato chiamato per entrare in una bugia. Una bugia già costruita. Qualcuno l’aveva pensata, preparata e forse cominciata a raccontare. A lui sarebbe toccato riconoscerne la struttura, trovare il punto in cui la realtà era stata piegata e capire perché Mussolini avesse bisogno proprio di lui. Forse avrebbe dovuto correggere la storia. Forse renderla credibile. La guerra di Spagna gli aveva insegnato che le bugie migliori contenevano molti fatti veri. I nomi erano corretti, i luoghi esistevano, gli uomini erano morti davvero. Bastava spostare una causa, cancellare un ordine o cambiare l’ora di un avvenimento. Il resto si sistemava da solo.

Continuò verso sud. Miramare rimase alle spalle. Riccione si annunciò attraverso un aumento di villini, alberghi e giardini, una successione di edifici costruiti per accogliere persone che arrivavano dalla città e desideravano vivere per qualche settimana vicino all’acqua. La villa di Mussolini era ormai vicina. Si raccontava che donna Rachele l’avesse comprata quasi di nascosto dal marito, intercettando un suo assegno. La storia circolava in versioni differenti, ma quella preferita da Cesare diceva che Mussolini avesse ricevuto una somma considerevole per le collaborazioni con la stampa estera. Fedele alla propria retorica di disinteresse verso il denaro personale, Benito aveva preso l’assegno davanti alla moglie e lo aveva consegnato a un segretario.

– Versatelo immediatamente nelle casse dell’Opera Nazionale Balilla.

Il gesto doveva essere apparso magnifico. Il Duce che rinunciava a un guadagno personale e lo destinava alla gioventù italiana. Una scena completa, pronta per essere raccontata. Rachele, però, aveva puntato gli occhi sulla villetta di Riccione appartenente alla famiglia Bernabei-Galli. Desiderava una dimora estiva stabile per i figli e possedeva un rapporto col denaro assai più concreto di quello esibito dal marito.

Aveva seguito il segretario fuori dalla stanza. – Ci penso io.

Si era fatta consegnare l’assegno e lo aveva usato per concludere l’acquisto della proprietà, destinata a diventare Villa Margherita e poi, più semplicemente, Villa Mussolini. All’Opera Nazionale Balilla sarebbe arrivato il resto, ammesso che ne fosse rimasto.

Cesare immaginò la scena. Benito intento a offrire all’Italia l’ennesima dimostrazione della propria grandezza. Rachele che gli passava dietro e trasformava il gesto pubblico in una casa per la famiglia.

Ciapa so e porta a cà. Macia![4]

La villa si avvicinava. Cesare sentiva ormai l’odore del mare anche quando gli edifici lo nascondevano. Il motore procedeva regolare, mentre dentro di lui le due guerre, Mussolini e la convocazione si disponevano nella stessa direzione. Aveva lasciato Montevalle poche ore prima. Anna sarebbe stata intenta alle proprie faccende. Giovanni avrebbe raggiunto il lavoro con la testa già rivolta alla sera e a Elena Guidi. Lui, invece, stava per entrare in una casa comprata sottraendo un assegno alla retorica del regime, per ascoltare un uomo che aveva trasformato la propria vita in una rappresentazione continua.

La sensazione provata davanti al mare acquistò maggiore consistenza. Qualcuno aveva preparato una bugia. Mussolini voleva che Cesare vi entrasse.

Sviluppo dei pezzi

Cesare si fermò davanti al posto di guardia, lasciò girare il motore ancora per qualche secondo e poi chiuse il rubinetto della benzina. Il brontolio della Gilera si abbassò fino a spegnersi, sostituito dal fruscio del vento tra i pini e dal rumore regolare delle onde, poco oltre il giardino. Sollevò gli occhialoni sulla fronte, si tolse i guanti e scese di sella. Il piantone aveva già fatto un passo verso di lui. Portava una divisa estiva impeccabile, il cinturone tirato e il berretto disposto con una precisione che contrastava con l’aria da villeggiatura della villa. Guardò prima Cesare, poi la motocicletta. Sulla Gilera indugiò un istante più del necessario.

– Documenti.

Cesare estrasse il portafoglio interno e gli consegnò la tessera. Il piantone lesse il nome, controllò la fotografia e passò il documento a un collega seduto dentro la garitta. Quello aprì un registro, fece scorrere il dito lungo una colonna e poi alzò gli occhi.

– Maresciallo Montanari, da Montevalle.

Il primo militare gli restituì la tessera con un atteggiamento appena diverso. Il nome risultava atteso e questo bastava a modificare il modo di guardare un uomo.

– Siete atteso, maresciallo. Lasciate pure qui la motocicletta. Provvederemo noi a sistemarla.

Cesare posò una mano sul manubrio.

– Preferisco metterla sul cavalletto io.

Il piantone si spostò per lasciarlo fare. Cesare scelse un punto riparato, lontano dalla ghiaia più cedevole, mise la Gilera sul cavalletto e controllò che fosse stabile. Ripose i guanti, gli occhiali e la cuffia nella borsa laterale, poi si passò una mano tra i capelli, ancora schiacciati dalla cuffia, per ravviarli.

– Da questa parte – disse il militare.

Il cancello in ferro battuto si apriva tra due pilastri bassi. I motivi a rampicante delle ante proseguivano quasi naturalmente nella vegetazione del giardino. Lo attraversò seguendo l’attendente lungo un vialetto acciottolato. Palme, oleandri già carichi di fiori e grandi cespugli di ortensie formavano quinte successive, tanto fitte da lasciare intravedere la villa soltanto a tratti. Il sole filtrava tra le foglie e disegnava chiazze dorate sulla ghiaia. Nell’aria si mescolavano il profumo dolce degli oleandri, l’odore resinoso dei pini marittimi e quello salmastro portato dalla brezza. Dopo la strada e il rumore del motore, quel giardino sembrava costruito per rallentare chi entrava. Ogni curva del vialetto sottraeva la vista del cancello e avvicinava un poco alla casa. Ebbe la sensazione di attraversare un confine più preciso di quello segnato dalla recinzione. Fuori c’erano Riccione, gli alberghi, le biciclette e la gente che preparava la stagione estiva. Dentro, ogni cosa ruotava attorno alla presenza di Mussolini, anche quando Mussolini restava invisibile.

La villa apparve oltre un gruppo di palme. Il corpo principale aveva proporzioni eleganti, più da dimora borghese che da residenza ufficiale. Una breve scalinata in pietra d’Istria conduceva all’ingresso, protetto da una pensilina in ferro e vetro decorato. L’attendente salì per primo, aprì il portone di legno intagliato e lo lasciò passare. Le vetrate policrome attenuavano la luce esterna. L’interno conservava una frescura lieve, profumata di cera, stoffe e finestre aperte sul mare. Il militare lo guidò in una saletta di passaggio trasformata in sala d’attesa. Era un ambiente raccolto, con una boiserie in legno chiaro nella parte inferiore delle pareti e tinte pastello sopra, percorse da fregi a stencil ispirati a foglie, conchiglie e piante marine. Il pavimento in seminato veneziano, decorato con motivi geometrici, rifletteva la luce proveniente dalle stanze vicine. Su un lato, un tavolino rotondo sosteneva una lampada con paralume di vetro, le cui piombature lo facevano assomigliare alla corolla di un fiore. Accanto erano disposte due poltroncine rivestite di velluto verde salvia. Una portafinestra conduceva al portico esterno, sorretto da pilastri leggeri sui quali l’edera aveva già preso possesso di buona parte della muratura. Da lì la vista attraversava il giardino e raggiungeva il mare. Oltre la linea dei pini marittimi, l’Adriatico occupava l’orizzonte con una luce quasi bianca. Davanti alla villa, presso un piccolo pontile, era ormeggiato un idrovolante. Le ali e lo scafo restituivano lampi irregolari ogni volta che l’acqua si muoveva.

Cesare lo osservò per qualche secondo. Conosceva abbastanza Mussolini da immaginare che l’aereo fosse arrivato lì pilotato da lui e che, prima della fine della giornata, avrebbe trovato il modo di raccontarlo.

– Aspettate qui, per cortesia – disse l’attendente. – Il Duce sta ricevendo.

Cesare rimase in piedi. Dalla stanza vicina arrivavano voci basse. Quella di Mussolini emergeva a tratti, privata dell’amplificazione che assumeva nelle piazze. Parlava lentamente, con una gravità quasi sacerdotale. Un’altra voce, femminile, rispondeva appena. L’attesa durò poco. La porta dello studio si aprì e Alessandro Chiavolini comparve per primo. Indossava un completo a tre pezzi grigio chiaro, di fresco di lana, perfettamente adatto alla stagione. Anche in una villa sul mare conservava l’aspetto di chi era appena uscito da un ufficio e poteva rientrarvi senza cambiare nulla.

Dietro di lui veniva una donna che Cesare giudicò vicina ai sessant’anni. Portava un abito nero di foggia austera, quasi monacale, ravvivato soltanto da un piccolo colletto di pizzo bianco. Camminava eretta, con una compostezza che sembrava richiederle uno sforzo continuo. Le rughe sottili avevano inciso il viso senza cancellarne la severa bellezza. I capelli, completamente bianchi, erano raccolti in uno chignon basso fermato da semplici forcelle d’ambra. La fronte alta e scoperta contribuiva a darle un’aria di quieta autorità. Mussolini la seguiva. Portava pantaloni chiari di tela e una camicia aperta al collo. L’abbigliamento informale accentuava la sensazione che quella fosse casa sua e che tutti gli altri, compresi i funzionari dello Stato, vi entrassero come ospiti.

– Ve lo garantisco, donna Dorina – stava dicendo a bassa voce. – Faremo tutto ciò che è possibile per trovare vostro figlio. Sono padre anch’io. Posso solo immaginare il peso che porta un genitore quando perde un figlio.

La donna lo ascoltava tenendo le mani unite davanti al ventre. Il viso rimase composto, ma le dita si strinsero l’una nell’altra. Cesare si mise sull’attenti, le mani lungo i fianchi, i pollici premuti contro le cuciture delle gambe dei pantaloni. Mussolini lo scorse. Per un attimo gli occhi cambiarono espressione. Lo riconobbe, registrò la sua presenza e tornò subito alla parte che stava interpretando.

– Ora cercate di riposare – continuò Mussolini. – Chiavolini vi accompagnerà da donna Rachele. Saprà prendersi cura di voi.

Seguendo il suo sguardo, la donna si voltò. Vide Cesare, la postura militare, il giubbotto di cuoio, il volto segnato dal viaggio. Lo studiò con una rapidità che gli ricordò certe madri incontrate durante la guerra, capaci di capire prima ancora che qualcuno parlasse se l’uomo davanti a loro portava una speranza oppure una notizia.

– Lei è qui per trovarlo? – chiese.

Cesare non aprì bocca.

– Oppure è qui per chiudere la faccenda?

La seconda domanda arrivò prima che potesse rispondere alla prima. Mussolini spostò il peso da un piede all’altro. Chiavolini fece un mezzo passo verso la donna, ma lei continuò a guardare Cesare. Lui tacque. Non sapeva ancora perché fosse stato convocato; l’angoscia della donna lo metteva a disagio, quasi lo costringesse a distogliere lo sguardo.

– Ettore ha sempre avuto il gusto di vedere quanto gli altri fossero attenti – disse. – Da bambino spostava gli oggetti di casa. Un portacenere, un libro, la sedia di suo padre. Pochi centimetri, quanto bastava per cambiare l’ordine di una stanza senza renderlo evidente. Poi osservava. Voleva sapere chi se ne sarebbe accorto. Abbassò gli occhi per un istante, come se la stanza della villa avesse lasciato il posto a una casa lontana.

– La sera rimetteva tutto al proprio posto. Nessuno glielo chiedeva. Lo faceva perché l’esperimento era finito.

Cesare sentì Chiavolini respirare più profondamente, impaziente di chiudere quella conversazione. Dorina proseguì.

– Altre volte saliva sopra un albero e restava lassù per ore. Guardava noi che lo cercavamo, ascoltava le voci, vedeva crescere la paura. Poi scendeva quando decideva lui. Senza spiegazioni, quasi sorpreso dal nostro affanno.

Sollevò di nuovo lo sguardo.

– Anche adesso può avere spostato qualcosa. Una lettera, un orario, una parola. Tutti stanno guardando il posto dove lui vuole che guardino.

La voce ebbe un cedimento appena percettibile sull’ultima parola. Chiavolini le prese la mano destra nella propria e appoggiò l’altra al gomito della donna.

– Donna Dorina, venite. Donna Rachele vi aspetta.

Lei lasciò che la guidasse, continuando a fissare Cesare per altri due passi. La porta del corridoio si chiuse alle loro spalle.

Mussolini rimase immobile finché il rumore dei passi si allontanò. Il viso mantenne per un istante l’espressione comprensiva riservata alla donna. Poi le guance si gonfiarono e lasciò uscire uno sbuffo impaziente.

– Quella donna riesce a rompermi i santissimi perfino in villeggiatura.

Cesare rilassò lentamente le braccia dalla posizione d’attenti.

– Arriva senza appuntamento, mobilita mezzo Stato, attraversa i posti di guardia come se fossero tende e pretende che io faccia comparire suo figlio dal mare. Dimmi tu se un uomo che porta sulle spalle il destino di una nazione deve ritrovarsi un impiastro del genere anche durante un brevissimo, strameritatissimo riposo!

La trasformazione era completa. Della voce sommessa usata con Dorina rimaneva soltanto il volume. Il tono apparteneva al Mussolini che Cesare ricordava da ragazzo: offeso dalla semplice esistenza delle esigenze altrui. Poi l’irritazione si spense con la stessa rapidità con cui era comparsa. Mussolini allargò le braccia.

– Ma veniamo a noi. Montanari Cesare da Montevalle. Muntvèl. A sit incóra a e’ mònd![5] Me ne compiaccio.

– Buongiorno, Duce.

Cesare evitò il saluto romano e lasciò fermi i tacchi. Mussolini guardò per un istante il suo braccio, divertito da un’abitudine ormai consolidata, e decise di ignorarla.

– Sémpar e’ sólit[6] – disse. – Anche quando tutto il resto cambia.

Prese Cesare per il braccio con una familiarità teatrale e lo condusse verso il portico.

– Vieni. Qui dentro c’è odore di lacrime.

Attraversarono il portico e scesero i pochi gradini che conducevano al giardino. Il sole era salito e l’ombra dei pini si era accorciata. Dal mare arrivava una luce forte, capace di far socchiudere gli occhi. Mussolini camminava a passo rapido, con le mani dietro la schiena, lasciando che Cesare si adattasse al suo ritmo.

– È un momento di grandi cambiamenti per l’Italia – cominciò. – Finalmente avremo il posto che ci compete tra le nazioni. La settimana prossima accompagnerò Hitler a Roma, Napoli e Firenze. Vedrà l’Italia imperiale, la sua disciplina, la sua forza. Gli faremo capire che qui esiste un popolo capace di marciare nella storia.

Cesare ascoltava. Conosceva quel tono. Mussolini provava le frasi sugli interlocutori privati prima di usarle davanti alle folle. Le pesava, le allungava, verificava dove inserire una pausa e quale parola meritasse il pugno o il mento sollevato.

– Il Re e il Papa sono pieni di timori – continuò. – Gli ho fatto venire i furtùr[7]! Il Re teme di restare in ombra. Il Papa ha fatto sapere che chiuderà i Musei Vaticani e si ritirerà a Castel Gandolfo proprio durante la visita. Un gesto meschino, pensato per gettare discredito sull’Italia fascista.

Alzò una mano verso il mare, come se anche l’Adriatico fosse tenuto a condividere la sua indignazione.

– E dire che pochi giorni fa ho posato la prima pietra di Pomezia, l’ultima città della bonifica dell’Agro Pontino. Duemila anni di papi hanno lasciato paludi e febbri. Noi, in quindici anni, abbiamo portato strade, case, campi, città. Questa è la differenza tra predicare e governare.

Cesare pensò alle parole dipinte sui muri lungo la via Emilia. Mussolini ha sempre ragione. Noi tireremo diritto. In quella passeggiata le frasi sembravano uscire direttamente dalla sorgente, ancora calde e prive della vernice che le avrebbe fissate sulle facciate.

Il Duce si fermò all’ombra di una palma e si voltò.

– E tu, vecchio commilitone? Come stai?

La domanda arrivò con l’aria di una concessione. Cesare ebbe il tempo di pensare a molte risposte. Pensò ad Anna, che teneva i conti di casa con una precisione ostinata. La carne costava sempre di più. Il burro era diventato una spesa da valutare. Lo zucchero si comprava con cautela. Otello, il barista di Montevalle, brontolava perché il caffè vero stava diventando un lusso e i clienti dovevano accontentarsi di miscele nelle quali l’orzo e la cicoria occupavano ogni mese più spazio. Pensò alle circolari arrivate in stazione nelle settimane precedenti. Alcune portavano la dicitura riservata e chiedevano informazioni che fino a poco tempo prima nessuno avrebbe pensato di raccogliere: nomi, famiglie, professioni, provenienze, rapporti con comunità ebraiche. Le parole erano amministrative, il tono neutro. Proprio per questo gli avevano lasciato addosso un disagio più persistente. Pensò anche alla Spagna. Alle strade bombardate, agli ospedali improvvisati, alle relazioni che trasformavano i morti in numeri e le ritirate in rettifiche tattiche. Mussolini aspettava una risposta breve. Cesare gliela diede.

– Grazie, Duce. A casa stiamo bene. Prepariamo il matrimonio di Giovanni. Si sposerà l’anno prossimo.

– Il tuo ragazzo?

– Ormai ha ventisei anni.

– Ventisei? – Mussolini aggrottò la fronte, come se il tempo avesse commesso un’indisciplina. – E chi è la fortunata?

– Elena Guidi. Una brava ragazza.

Cesare pronunciò il nome con una semplicità che conteneva l’approvazione sua e di Anna. Mussolini annuì solennemente.

– Benessum[8]. Le mie congratulazioni ai novelli sposi.

Riprese a camminare, ma il passo rallentò. Il viso assunse l’espressione di chi sta componendo.

– Che la sposa sia il fiero e silenzioso baluardo del focolare domestico, generosa madre di una schiera feconda di forti cittadini per la grandezza della Patria. Che lo sposo incarni l’implacabile combattente di ogni battaglia, inflessibile soldato nelle trincee della guerra e tenace legionario nel titanico lavoro quotidiano per la gloria imperiale d’Italia.

Si fermò soddisfatto, diede di gomito a Cesare e strizzò un occhio.

– Hai sentito? D’Annunzio, pace all’anima sua, mi fa un baffo.

Cesare immaginò Giovanni mentre faceva colazione, con la testa occupata da Elena e una fetta di pane dimenticata tra le dita. Fiero baluardo, schiera feconda, titanico lavoro. Pensò che al figlio sarebbe bastato riuscire a incontrarla all’uscita dal lavoro.

– Glielo riferirò – disse.

– Tutto, parola per parola.

– Farò del mio meglio.

Mussolini rise. Per qualche passo sembrò davvero divertirsi, poi il mare tornò visibile tra i pini e la sua attenzione si spostò sull’idrovolante.

– L’hai visto?

– Sì.

– Sono arrivato da Roma con quello. Ho pilotato quasi per tutto il tragitto.

Cesare guardò il velivolo ormeggiato al pontile. Le ali chiare tremavano appena sotto le raffiche provenienti dal largo.

– È una bella macchina – disse.

– Bella? È perfetta. Nell’aria bisogna decidere prima che il dubbio abbia il tempo di formarsi. È una disiplina utile anche a terra.

Mussolini accelerò verso la spiaggia. Cesare lo seguì lungo un sentiero di lastre chiare che attraversava il prato e scendeva verso il pontile. L’odore del mare si fece più intenso. Sulla battigia, l’acqua lasciava una striscia scura che il sole asciugava lentamente. Quando raggiunsero l’idrovolante, Mussolini appoggiò una mano a un montante e cominciò a descriverne le qualità: la risposta ai comandi, la stabilità, la facilità di ammaraggio. Parlava con competenza sufficiente a sostenere l’entusiasmo e con entusiasmo sufficiente a coprire ogni lacuna. Cesare lo ascoltava a metà. La domanda di Dorina continuava a lavorargli dentro. “Lei è qui per trovarlo, oppure per chiudere la faccenda?”

Chiavolini li raggiunse mentre Mussolini illustrava una virata compiuta sopra gli Appennini. Camminava sulla sabbia con una cautela che proteggeva le scarpe più dell’equilibrio. Arrivato accanto a loro, fece un cenno.

– Donna Dorina è con donna Rachele.

– Finalmente – disse Mussolini. – Bando alle ciance, Cesare. Siamo qui per lavorare.

Lasciò il montante dell’aereo e si rivolse a lui con un’espressione diversa. La conversazione privata era finita. Il Duce, il segretario e il maresciallo formavano ora un piccolo ufficio all’aperto, isolato dal rumore dell’acqua e dalla distanza rispetto alla villa.

– La signora che hai incontrato è donna Salvatrice Corso in Majorana, detta Dorina. Suo figlio Ettore è professore di fisica teorica. Il ventisette marzo si è imbarcato a Palermo sul postale notturno diretto a Napoli. All’arrivo, di lui si era persa ogni traccia.

Cesare guardò Chiavolini.

– Due giorni prima – continuò il segretario – aveva raggiunto Palermo in nave. Prima di partire aveva lasciato una lettera a un collega e ne aveva scritta un’altra alla famiglia. In entrambe annunciava l’intenzione di togliersi la vita.

– Poi ha cambiato idea – aggiunse Mussolini. – O ha scritto di averla cambiata.

Chiavolini riprese.

– Da Palermo inviò un telegramma e una seconda lettera. Diceva che il mare lo aveva rifiutato e che sarebbe tornato. Si imbarcò sul piroscafo per Napoli. Almeno questo risulta dai documenti e dalle testimonianze raccolte.

– Cabina? – chiese Cesare.

– Una cabina condivisa. Esistono testimonianze discordanti su chi vi abbia viaggiato e su chi sia stato visto durante la traversata. Il controllo a bordo del biglietto risulta dai registri. Ma proprio questo passaggio presenta margini di incertezza.

– Bagagli?

– Pochi. Una valigia. Documenti personali. Denaro prelevato prima della partenza.

Chiavolini fece una pausa. Cesare si chinò leggermente per ripararsi dal sole con l’ombra dell’ala.

– Qualcuno lo ha visto scendere a Napoli?

– Qualcuno sostiene di sì – rispose Chiavolini. – Altri ricordano un uomo che poteva somigliargli. Nessuna identificazione regge da sola.

Mussolini fece un gesto impaziente.

– Nessun corpo. Nessun cappotto sulla tolda. Nessuna valigia abbandonata con la firma sopra. Soltanto lettere, supposizioni e una madre che pretende certezze.

Cesare guardò il mare. La superficie sembrava quasi ferma, malgrado il vento.

– La famiglia crede alla fuga volontaria.

– La famiglia è convinta che Ettore sia vivo – disse Mussolini. – E la famiglia possiede mezzi sufficienti per trasformare una convinzione in un problema nazionale.

Chiavolini aprì una cartella sottile che aveva portato sotto il braccio.

– Il cognato di donna Dorina è consigliere di Stato. La denuncia è arrivata direttamente al capo della polizia, Arturo Bocchini, e al suo vice, Carmine Senise. La via ordinaria è stata saltata fin dall’inizio.

– Hanno mobilitato prefetture, questure, porti, ferrovie – aggiunse Mussolini. – Poi hanno coinvolto il Vaticano. Conoscono cardinali, monsignori, gesuiti. Ogni giorno compare una nuova persona convinta di poter trovare quel professore con una telefonata.

– Le gerarchie cattoliche stanno raccogliendo informazioni attraverso conventi e istituti religiosi – disse Chiavolini. – Cercano un possibile rifugio. La famiglia ritiene plausibile che Majorana abbia scelto un monastero o una casa religiosa.

– Perché? – domandò Cesare.

– Era credente – rispose Chiavolini. – O almeno possedeva una formazione religiosa profonda. La sua vita privata era riservata. I familiari leggono quel riserbo come una possibile inclinazione al ritiro.

Mussolini scosse la testa.

– Quando un uomo sparisce, tutti trasformano le sue abitudini in profezie. Se leggeva il Vangelo, allora è in convento. Se guardava il mare, allora è annegato. Se aveva denaro, allora è fuggito in America.

Cesare ricordò le parole della madre: Ettore spostava gli oggetti per vedere chi si accorgeva del cambiamento.

– Cosa manca? – chiese.

Chiavolini lo guardò.

– In che senso?

– Donna Dorina ha detto che suo figlio si rivelava attraverso le assenze. Quale cosa dovrebbe esserci e invece manca?

Il segretario sfogliò alcune pagine.

– Una spiegazione coerente. Le lettere indicano il suicidio. Il telegramma lo ritira. Il viaggio di ritorno conferma il ripensamento. L’arrivo a Napoli resta incerto. Ogni elemento spinge in una direzione e quello successivo la corregge.

– Denaro?

– Aveva ritirato gli stipendi arretrati e una somma consistente dal conto.

– Abbastanza per vivere nascosto?

– Per un certo periodo, sì.

– Carte scientifiche?

Chiavolini sollevò lo sguardo dal fascicolo, strizzando le palpebre.

– Questa è una delle ragioni per cui siamo qui.

Mussolini si avvicinò a Cesare. Parlò a voce più bassa, anche se nei dintorni si vedevano soltanto due uomini della sorveglianza a distanza.

– La famiglia vuole il figlio. La polizia vuole chiudere una scomparsa. Io voglio sapere dove si trova un uomo che può valere più di un reparto.

– Perché? – chiese Cesare.

Mussolini strinse le labbra. Il dubbio espresso da Cesare gli dava fastidio, ma proprio per quel genere di domande lo aveva chiamato.

– Chiavolini, spiegagli cosa fanno questi fisici.

Chiavolini chiuse la cartella e la tenne con entrambe le mani, quasi volesse dare alla spiegazione una forma ordinata.

– Ettore Majorana appartiene a un gruppo di ricercatori raccolto attorno all’Istituto di fisica dell’Università di Roma. Il gruppo è sostenuto dal senatore Orso Mario Corbino e diretto dal professor Enrico Fermi. Si occupano della struttura della materia, della radioattività, delle particelle che compongono l’atomo.

Mussolini alzò gli occhi al cielo.

– In parole da cristiani.

Chiavolini accettò l’interruzione.

– Cercano di capire da cosa sia fatta la materia e quali forze la tengano insieme. Per farlo bombardano alcuni elementi con particelle, osservano le trasformazioni e misurano l’energia prodotta.

– Bombardano? – Mussolini tornò interessato. – Questo è già un verbo migliore.

– Su scala microscopica – precisò Chiavolini. – Gli effetti pratici, almeno per ora, riguardano soprattutto la ricerca.

– Per ora – ripeté Mussolini. – Ogni arma comincia con un professore che dice di occuparsi soltanto di ricerca.

Cesare ascoltava in silenzio. La guerra gli aveva insegnato che molti strumenti arrivavano al fronte dopo essere stati presentati come semplici progressi tecnici. Il gas era nato nei laboratori. Gli aeroplani erano stati macchine sportive e postali prima di diventare presenze sopra le città.

– Questi giovani – proseguì Chiavolini – trascorrono le giornate tra calcoli, apparecchiature, sorgenti radioattive e misurazioni. Lavorano in un campo che pochissime persone riescono a seguire. Anche tra loro, Majorana viene considerata una persona eccezionale.

– Da chi? – chiese Cesare.

– Da Fermi, da Amaldi, da Segrè. Da tutti quelli che hanno lavorato con lui.

Mussolini intervenne.

– Fermi lo ha definito un genio, vero?

– Con parole molto nette – disse Chiavolini. – Ritiene che Majorana possieda un’intuizione fuori dal comune. Comprende problemi che richiedono settimane di lavoro e spesso arriva al risultato senza mostrare i passaggi.

– Comodo – commentò Mussolini. – Anche i profeti facevano così.

Chiavolini proseguì con la pazienza di chi aveva già preparato il discorso.

– Enrico Fermi ha un aspetto semplice, quasi sportivo. Chi lo incontra fuori dall’università potrebbe scambiarlo per un giovane impiegato o per un insegnante di provincia. Nel lavoro, però, possiede una concentrazione ferrea. Alterna la teoria matematica a una straordinaria capacità pratica. Sa costruire un esperimento, correggere uno strumento, trovare l’errore in un calcolo e decidere quali risultati meritino attenzione.

– Un uomo utile – disse Mussolini.

– Molto utile.

– E Majorana?

Chiavolini esitò appena.

– Diverso. Meno continuo. Più difficile da governare. Pubblica poco, lavora da solo, distrugge appunti che altri conserverebbero per anni. Può risolvere un problema davanti ai colleghi, scrivere il risultato sopra un pacchetto di sigarette e poi gettarlo via.

Cesare guardò il segretario.

– Perché?

– Perché, una volta risolto, il problema perde interesse. Almeno così dice.

– Oppure vuole scegliere ciò che lascia agli altri – disse Cesare.

Mussolini gli rivolse un’occhiata rapida.

– Ecco perché sei qui.

Chiavolini riprese.

– Negli ultimi anni Majorana si era isolato. Frequentava meno l’Istituto. Aveva ridotto i rapporti con i colleghi. Poi, all’inizio di quest’anno, ha accettato la cattedra di fisica teorica a Napoli. La nomina è avvenuta per chiara fama, fuori dal concorso ordinario. Si è trasferito, ha cominciato le lezioni e, poche settimane dopo, è scomparso.

– Ha lasciato lavori incompiuti? – domandò Cesare.

– Certamente. Il punto consiste nel capire quali e dove siano.

Mussolini si avvicinò all’acqua. La punta delle scarpe raggiunse quasi la parte bagnata della sabbia.

– Sia ben chiaro, Cesare. L’Italia deve tornare alla guida delle nazioni. Roma ha portato strade, diritto e civiltà in mezzo mondo. Adesso tocca alla scienza dare una nuova forma a quella spinta.

Si voltò e indicò l’idrovolante.

– La radio, l’aviazione, i motori: queste cose cambiano la forza di un paese. Guglielmo Marconi, buonanima, ha inventato la radio. Mi aveva parlato anche di un raggio capace di fermare a distanza i motori, spegnere aerei, bloccare carri armati, neutralizzare interi eserciti prima ancora del combattimento.

Guardò Cesare con improvvisa serietà.

– Tu lo hai mai visto?

– Cosa? Il raggio?

– Sì.

– No.

– Nemmeno io. Se lo ha costruito, se lo è portato nella tomba.

Chiavolini abbassò gli occhi. Conosceva abbastanza Mussolini da lasciargli concludere la divagazione.

– Questi fisici, invece, stanno cercando qualcosa dentro la materia – continuò il Duce. – Magari oggi sembra un gioco di formule. Domani può diventare energia, industria, potenza. E il migliore di loro decide di sparire proprio adesso.

Cesare osservò l’acqua attorno ai galleggianti dell’idrovolante.

– Temete che sia andato all’estero?

– Considero ogni possibilità – rispose Mussolini. – Germania, Francia, Inghilterra, America. Anche la Russia, se qualcuno gli ha riempito la testa.

– Ci sono elementi in questo senso?

Chiavolini intervenne.

– Al momento, nessuno. Majorana mostrava scarso interesse per la politica. Proprio questa estraneità rende difficile prevederne le scelte. Un uomo politico lascia contatti, simpatie, avversari. Lui lascia calcoli.

– E lettere di addio – aggiunse Cesare.

– Anche quelle.

Il sole faceva brillare la sabbia.

– Qual è l’incarico esatto?

Mussolini lo fissò.

– Trovarlo.

– Vivo.

– Preferibilmente.

– E se fosse morto?

Mussolini fece un gesto con la mano, come per allontanare una seccatura.

– Allora voglio una certezza. Un corpo, una prova, una ricostruzione capace di reggere. La famiglia avrà la sua risposta e lo Stato saprà cosa è andato perduto.

– E se avesse scelto di scomparire?

– Le scelte individuali hanno un limite – disse Mussolini. – Majorana è cresciuto nelle università italiane, pagato dallo Stato italiano, nominato professore dal Regno. Il suo ingegno appartiene alla nazione.

Chiavolini formulò il concetto con maggiore precisione.

– Il Duce intende dire che le sue conoscenze possiedono un valore pubblico. Prima di riconoscergli il diritto a una vita nascosta, occorre stabilire che cosa sappia, quali materiali abbia portato con sé e quali contatti abbia eventualmente cercato.

Cesare lasciò passare qualche secondo.

– Donna Dorina crede che vogliate chiudere la faccenda.

Mussolini si irrigidì.

– Donna Dorina crede che ogni uomo dello Stato abbia già scelto la soluzione più comoda. Tu dimostrale che si sbaglia.

Chiavolini guardò Mussolini. Il Duce sorrise appena.

– La polizia sta svolgendo la propria indagine. Tu svolgerai la mia.

Cesare conosceva quella formula. Significava porte aperte grazie a nomi pronunciati a bassa voce, documenti mostrati senza ricevuta, persone interrogate fuori da ogni verbale. Significava anche che, in caso di difficoltà, ogni scelta sarebbe apparsa sua.

– Bocchini? – chiese.

Chiavolini rispose subito.

– Arturo Bocchini resta il capo della polizia e quindi il vostro superiore più alto. La sua struttura possiede già il fascicolo ufficiale. Il vostro lavoro seguirà un flusso separato.

– Qualora vi interrogasse direttamente – continuò– risponderete. Darete il minimo indispensabile, con rispetto e senza costruire menzogne facili da smentire.

– Bocchini deve restare fuori dalle nostre informazioni – disse Mussolini. – Ha molti occhi e una memoria eccellente. Gli bastano quelli.

Chiavolini guardò verso la villa.

– A Roma vi presenterete come incaricato di una verifica amministrativa legata alla cattedra di Napoli e agli effetti personali del professore. All’Istituto di fisica potrete usare il vostro grado, se servirà. L’ordine arriverà attraverso canali riservati.

Mussolini si stancò della precisione.

– Tu sai come si fa, Cesare. Guardi, ascolti, lasci che gli altri ti credano meno sveglio di quanto sei. Poi vieni da me e mi dici dov’è la crepa.

Cesare tornò a guardare il mare. La bugia che aveva intuito lungo la costa cominciava a mostrare i propri strati. C’erano le lettere di suicidio, il ripensamento, il viaggio, le testimonianze incerte, la pressione della famiglia, l’interesse della polizia, quello del Vaticano e quello di Mussolini. Ognuno cercava un uomo diverso: il figlio, il disperso, il credente, il professore, il patrimonio dello Stato.

– Chi altro conosce questo incarico? – domandò.

– Noi tre – disse Chiavolini. – E l’uomo che lavorerà con voi. Conosce soltanto la parte necessaria.

– La famiglia?

– Sa che il Duce ha promesso un interessamento personale. Ignora il modo.

– Fermi?

– Sa che verrà sentito ancora. La polizia lo ha già interrogato.

– Majorana aveva amici fuori dal gruppo?

– Pochi, secondo le prime informazioni. Li troverete nel fascicolo.

Mussolini batté una mano sul fianco dell’idrovolante.

– Ora basta parlare di professori. Vieni, ti presentiamo il tuo compagno.

Risalirono verso il giardino. Chiavolini camminava accanto a Cesare, mentre Mussolini li precedeva di alcuni passi. Il segretario approfittò della distanza.

– Un’avvertenza, Montanari.

Cesare lo guardò.

– Il Duce vuole un risultato rapido. La famiglia vuole un risultato consolante. La polizia vuole un risultato ordinato. Sono tre esigenze diverse.

– E voi quale volete?

Chiavolini sistemò il nodo della cravatta.

– Un risultato utile.

Attraversarono di nuovo il prato. Vicino a un vialetto laterale era parcheggiata una Fiat 1100, il Musone. La carrozzeria scura rifletteva le palme e una parte della facciata della villa. Era una berlina moderna, uscita l’anno precedente, elegante senza lusso e abbastanza robusta da adattarsi alle strade di provincia. Cesare ne aveva già viste alcune presso prefetture e direzioni ministeriali. Accanto alla vettura attendeva un uomo sui trentacinque anni. Era di statura media, asciutto, con i capelli scuri pettinati all’indietro e una linea di baffi curata sopra il labbro. Indossava un completo marrone chiaro troppo pesante per la giornata e teneva il cappello sotto il braccio. Appena vide Mussolini, irrigidì la schiena. Chiavolini fece le presentazioni.

– Maresciallo Cesare Montanari, questo è Luigi Serra. Lavorerà con voi durante l’incarico.

Serra scattò nel saluto romano con tale energia che il tacco destro sollevò un poco di ghiaia.

– Saluto al Duce!

Mussolini, Chiavolini e Cesare rimasero fermi a osservarlo. Per un istante nessuno ricambiò. Il braccio di Serra restò teso qualche secondo più del necessario. Poi Mussolini alzò appena il mento, concedendo il riconoscimento.

– Riposo.

Serra abbassò il braccio. Cesare gli porse la mano.

– Montanari.

L’altro la strinse con una breve esitazione, come se il gesto ordinario gli apparisse meno appropriato del saluto appena eseguito.

– Serra. È un onore lavorare con voi.

– Vedremo se diventa anche un piacere.

Serra cercò di capire se Cesare avesse scherzato. Il volto del maresciallo gli offrì poco aiuto. Chiavolini aprì la portiera posteriore della Fiat e prese una cartella di cuoio. Era più spessa di quella consultata sulla spiaggia. La consegnò a Cesare con entrambe le mani.

– Qui troverete una copia esatta del fascicolo in possesso della polizia. Lettere, telegrammi, verbali, testimonianze, orari dei piroscafi, comunicazioni con la famiglia, note marginali e primi accertamenti. Le copie sono state eseguite senza registrazione.

Cesare ne valutò il peso.

– Abbastanza carta per indagare – disse.

– Abbastanza carta per perdersi – precisò Chiavolini. – Vi suggerisco di distinguere subito i fatti dalle interpretazioni. Nel fascicolo sono già mescolati.

Cesare aprì la fibbia e sollevò il primo foglio. In alto lesse il nome: Ettore Majorana. Sotto comparivano data e luogo di nascita, professione, domicilio a Napoli. Una fotografia mostrava un uomo giovane, il volto magro, i capelli scuri, lo sguardo rivolto appena di lato. Sembrava infastidito dall’obiettivo. Richiuse la cartella.

– Dove cominciamo?

– Roma – rispose Chiavolini. – Istituto di fisica. Fermi, Amaldi e gli altri. La sede si è trasferita da poco nella Città Universitaria. Serra conosce il percorso e dispone delle autorizzazioni.

Mussolini si avvicinò alla Fiat e appoggiò una mano sul tetto.

– Vai a Roma con Serra. Potrai studiare il fascicolo durante il viaggio.

Cesare guardò verso il punto in cui aveva lasciato la Gilera.

– E la motocicletta?

– Verrà portata in Questura a Forlì – disse Mussolini, con un mezzo sorriso che gli increspò appena le labbra. – Così non dovrai preoccuparti di nulla, Montanari. La ritroverai al ritorno, lucida e in ordine, come se fosse rimasta in garage.

Fece una breve pausa, poi lo guardò di sbieco, con quell’aria tra il divertito e il compiaciuto che usava quando voleva sottolineare un favore concesso.

– D’altronde non è un cattivo regalo, no? – aggiunse, battendo leggermente il palmo sul fianco della carrozzeria della Fiat come se stesse parlando della motocicletta stessa. – Bel mezzo, vero?

La decisione era già stata presa. Cesare annuì. Una discussione su quel punto aveva offerto a Mussolini il piacere di ricordargli chi l’aveva pagata. Serra aprì la portiera anteriore destra.

– Guido io, maresciallo. Così potrete leggere.

Mussolini batté due volte la mano sul tetto della Fiat.

– Trovami quel geniaccio, Cesare. Vivo, nascosto, imbarcato per l’America o chiuso in un convento. Voglio sapere dove si trova e perché ha scelto di sparire.

Cesare tenne la cartella contro il fianco.

– E quando lo trovo?

Mussolini lo fissò. Dietro di lui, la villa appariva tra le palme e il mare brillava oltre il giardino.

– Prima parli con lui. Poi parli con me. – Un’ombra di impazienza attraversò il volto del Duce. – Sei sempre stato bravo a capire fin dove si può spingere un uomo.

Cesare registrò la risposta. Mussolini chiedeva di trovare Majorana, lasciando aperta la parte più delicata. Era il modo consueto di affidare un incarico: definire il risultato, mantenere vaghi i mezzi e riservarsi il giudizio finale. Chiavolini chiuse il colloquio.

– Relazioni soltanto al Duce o a me. Serra conosce il sistema per contattarmi. Evitate telefonate dagli uffici pubblici. Le comunicazioni scritte passeranno attraverso di lui.

Mussolini aveva già perso interesse per i dettagli. Tornò a guardare l’idrovolante e fece un cenno a un uomo della sorveglianza, come se avesse improvvisamente ricordato qualcosa da controllare. Cesare aprì la portiera anteriore. Prima di salire si voltò verso la villa. Attraverso una finestra del piano terreno intravide una figura femminile vestita di nero. Poteva essere Dorina oppure un’ombra prodotta dalla tenda. Rimase visibile per un istante e poi scomparve. Ripensò alla sua domanda. “Trovarlo o chiuderlo?” Serra mise in moto. Il quattro cilindri della Fiat prese vita con un rumore regolare e discreto, assai diverso dal brontolio metallico della Gilera. Cesare si sedette e riaprì il fascicolo. La fotografia di Majorana tornò davanti ai suoi occhi.

Il cancello della villa si aprì. La Fiat percorse il vialetto tra gli oleandri, superò il posto di guardia e uscì sulla strada costiera. Per qualche centinaio di metri il mare rimase visibile tra gli edifici. Poi le case lo nascosero. Cesare cominciò dalle lettere. Le lesse una volta seguendo le parole. La seconda cercando le omissioni. Alla terza provò a immaginare l’uomo che le aveva scritte: un professore capace di preparare un suicidio, ritirarlo con un telegramma, imbarcarsi verso casa e lasciare dietro di sé abbastanza segni da mobilitare famiglia, polizia, Vaticano e governo.

Serra guidava con entrambe le mani strette sul volante e la schiena rigida. Ogni tanto guardava di lato, forse in attesa di una domanda. Lui continuò a leggere. Fuori dal finestrino, Riccione scorreva verso nord. La villa di Mussolini restava indietro, insieme al pontile e all’idrovolante. La sensazione avvertita arrivando lungo la costa aveva ormai assunto una forma precisa. Era entrato nella bugia. Adesso doveva capire chi l’aveva costruita.

Partita italiana

Durante il viaggio verso Roma, Cesare lesse due volte la copia del fascicolo di polizia consegnatagli da Chiavolini. La prima lettura seguì l’ordine delle carte; la seconda cercò un ordine nei fatti. Luigi Serra guidava la Fiat con entrambe le mani sul volante, la schiena appoggiata al sedile e gli occhi fissi sulla strada. Ogni sorpasso veniva preparato con largo anticipo, ogni curva affrontata con una prudenza quasi militare. Aveva abbassato il finestrino di pochi centimetri, abbastanza da lasciare entrare aria e polvere, troppo poco perché i fogli cominciassero a muoversi.

La cartella di cuoio era appoggiata sulle ginocchia di Cesare. Dentro, le carte erano state ordinate per data e separate da cartoncini color avorio. In alto a destra, una mano regolare aveva numerato ogni documento a matita blu. La polizia aveva trasformato la scomparsa di un uomo in una successione di fogli: verbali, copie fotografiche, telegrammi, ricevute, annotazioni, lettere della famiglia, risposte di funzionari. Lui conosceva bene quel processo. Un fatto entrava in un ufficio ancora vivo, pieno di rumori, esitazioni e persone; ne usciva ridotto a una frase che sembrava precisa proprio perché aveva perduto tutto il resto.

Sul primo foglio compariva la fotografia di Ettore Majorana. Un viso magro, i capelli scuri, gli occhi rivolti appena di lato. L’obiettivo sembrava averlo sorpreso durante un pensiero più interessante della fotografia. Cesare tornò a osservarlo, poi passò alla cronologia.

Giovedì 24 marzo Majorana aveva tenuto le ultime attività all’Istituto di fisica di Napoli. Venerdì 25 aveva riscosso gli stipendi arretrati dei primi mesi di insegnamento e aveva preso con sé il passaporto. La somma indicata oscillava tra le deposizioni: diverse migliaia di lire, abbastanza da vivere a lungo con sobrietà. Un impiegato ricordava il professore in fila allo sportello, raccolto nel cappotto e poco disposto a conversare. Un altro dichiarava di averlo visto contare le banconote con cura, riporle in una busta e infilare la busta nella tasca interna. Rilesse quel passaggio. Il denaro poteva servire a una fuga, a un viaggio, a una sistemazione definitiva. Poteva anche rappresentare un ultimo atto di ordine: prendere ciò che apparteneva a lui prima di lasciare il resto. La cifra, da sola, restava docile a ogni interpretazione.

Majorana alloggiava stabilmente all’Albergo Bologna, in via Depretis 72, quando si trovava a Napoli per la cattedra. Quel pomeriggio aveva lasciato nella stanza una busta indirizzata alla famiglia. Il testo chiedeva che il lutto durasse pochi giorni e che il ricordo venisse affidato al cuore, anziché agli abiti neri. Una riproduzione fotografica occupava un’intera pagina del fascicolo. La grafia inclinava appena verso destra, ordinata e fitta, con poche correzioni. Avvicinò il foglio al finestrino per osservarlo meglio. Nelle lettere di chi annunciava una morte volontaria aveva spesso trovato cancellature, frasi riprese, parole sovrapposte. Qui il messaggio sembrava scritto da una mano che conosceva già la propria conclusione.

Nello stesso giorno aveva inviato una seconda lettera ad Antonio Carrelli, direttore dell’Istituto di fisica di Napoli. Parlava di una decisione divenuta inevitabile, chiedeva perdono per le difficoltà causate ai colleghi e agli studenti, fissava una soglia temporale precisa: avrebbe conservato un caro ricordo di tutti almeno fino alle undici di quella sera e, possibilmente, anche dopo.

Cesare fermò il dito sulla frase trascritta nel verbale. – Avete già letto le lettere? – domandò a Serra.

L’uomo guardò nello specchietto. – Una volta, questa mattina, mentre attendevo alla villa.

– Che impressione vi hanno fatto?

Serra rifletté, rallentando dietro un autocarro carico di sacchi. – Che intendesse morire.

– E la seconda lettura?

– Ne ho fatta una sola.

Cesare richiuse per un momento il fascicolo.

– Fatene sempre due. Alla prima si legge quello che una carta dice. Alla seconda si guarda quello che cerca di farci credere.

Serra accennò un sorriso nello specchietto.

– E questa cosa cerca di farci credere?

– Che alle undici dovesse accadere qualcosa.

– Il piroscafo partiva alle dieci e mezza.

– Appunto.

Serra superò l’autocarro appena la strada si aprì. La Fiat accelerò con un suono pieno e regolare. Cesare riaprì la cartella. La sera del 25 marzo Majorana aveva acquistato un biglietto della Tirrenia per il postale diretto da Napoli a Palermo. Il piroscafo era salpato alle ventidue e trenta. La cabina assegnata per il viaggio di andata risultava registrata senza anomalie. Gli addetti all’imbarco ricordavano decine di passeggeri e soltanto impressioni vaghe sul professore. Uno lo descriveva alto e pallido; un altro basso e curvo. La fotografia mostrava un uomo che poteva corrispondere a entrambe le descrizioni, a seconda della distanza e della luce. La mattina seguente era sbarcato a Palermo. Questo passaggio possedeva una consistenza maggiore: il Grand Hotel Sole aveva registrato il suo arrivo, il personale lo ricordava, la carta intestata dell’albergo portava la sua ultima lettera conosciuta. Sabato 26 marzo aveva spedito a Carrelli un telegramma urgente: “Non allarmarti, segue lettera”. Poco dopo aveva scritto di nuovo. Il mare, diceva, lo aveva rifiutato. Annunciava il ritorno all’Albergo Bologna e confermava l’intenzione di lasciare l’insegnamento.

“Il mare lo aveva rifiutato”. Guardò per qualche secondo il paesaggio oltre il finestrino. Campi, case coloniche e filari scorrevano sotto una luce ormai pomeridiana. La costa era rimasta indietro, ma l’odore salmastro sembrava ancora aderire al giubbotto di cuoio. Un mare poteva rifiutare un uomo soltanto dentro una storia. La frase trasformava un gesto in una scena: il professore sul ponte, l’acqua scura, il pensiero della morte, una forza imprecisata che lo riconduceva a terra. Poteva essere una confessione, una metafora, una formula destinata alla famiglia e a Carrelli. Possedeva abbastanza solennità da imprimersi nella memoria e abbastanza vaghezza da proteggere ogni dettaglio. Scrisse sul taccuino: “Il mare diventa un personaggio. Perché?” Poi cancellò il punto interrogativo. La domanda gli sembrava già contenuta nella frase.

Nella cartella seguivano le copie delle registrazioni dell’albergo, il verbale del portiere, la dichiarazione di un cameriere e quella di un facchino. Majorana aveva occupato una stanza, chiesto carta da lettera, consumato un pasto leggero e acquistato un biglietto per il ritorno. Nessuno ricordava conversazioni. Il facchino lo aveva visto uscire per una breve passeggiata; il cameriere lo ricordava seduto accanto a una finestra, con lo sguardo rivolto verso la strada anziché verso il piatto. La polizia aveva documentato quel sabato con una cura minuziosa. Ogni testimonianza confermava la presenza di Majorana a Palermo e, insieme, lasciava intatto il mistero delle sue intenzioni. Era arrivato, aveva scritto, aveva mangiato, aveva passeggiato, aveva comprato un biglietto. Gesti ordinari disposti attorno a una decisione annunciata come inevitabile. Il fascicolo conteneva poi la copia del biglietto di navigazione per il viaggio Palermo-Napoli. Nella cabina risultavano assegnati tre posti: Ettore Majorana, il professor Vittorio Strazzeri dell’Università di Palermo e un inglese registrato come Charles Price. Accanto al nome di Price, qualcuno aveva tracciato a matita un punto interrogativo.

Passò alle lettere scambiate tra Salvatore Majorana, fratello di Ettore, e Strazzeri. La famiglia aveva inviato una fotografia chiedendo al professore se riconoscesse nel volto il compagno di viaggio. Strazzeri rispondeva con cautela. Durante la traversata aveva diviso la cabina con due uomini. Uno gli era parso un commerciante meridionale, malgrado il nome inglese; l’altro aveva parlato poco e aveva trascorso buona parte del viaggio raccolto nella propria cuccetta. La fotografia richiamava quel secondo uomo, ma il ricordo restava incerto. Strazzeri poteva affermare che nella cabina avesse viaggiato una persona compatibile con Majorana. Ogni formula più netta avrebbe superato la sua memoria.

Cesare lesse la lettera una seconda volta.

– Serra.

– Dite.

– Un uomo compra un biglietto. Il biglietto viene ritirato all’arrivo. Questo prova che l’uomo è sbarcato?

– Prova che qualcuno ha viaggiato con quel biglietto.

– Bene.

– Potrebbe averlo ceduto.

– Potrebbe. E il professor Strazzeri?

– Ha visto due uomini.

– Uno dei quali poteva essere Majorana.

– Anche l’altro, a questo punto.

Cesare alzò lo sguardo dal fascicolo. Serra continuava a guidare con la stessa rigidità, ma la risposta gli piacque.

– Avete fatto la seconda lettura – disse.

Il documento successivo riportava le verifiche compiute presso la Tirrenia. Il tagliando corrispondente al biglietto di Majorana risultava tra quelli raccolti allo sbarco. Un impiegato lo considerava la prova del ritorno a Napoli. Un funzionario più prudente osservava che il sistema certificava l’uso del titolo di viaggio e lasciava aperta l’identità del passeggero.

Poi le carte si interrompevano. Mancava una testimonianza capace di collocare con certezza Majorana a Napoli dopo l’arrivo del piroscafo. Mancava il corpo. Mancava un albergo successivo, un biglietto ferroviario, un controllo di frontiera, un acquisto, una lettera. Il passaporto era scomparso insieme a lui. Il denaro anche.

Tornò all’inizio e dispose i fogli sulle ginocchia secondo una sequenza diversa: denaro e passaporto; carte scientifiche; lettera alla famiglia; lettera a Carrelli; viaggio a Palermo; telegramma; seconda lettera; biglietto di ritorno; cabina; testimonianza incerta; silenzio. La disposizione occupava tutto lo spazio disponibile. Ogni volta che la Fiat affrontava una curva, Cesare appoggiava una mano sui fogli per impedirgli di scivolare.

Serra lo osservò di sbieco.

– Avete trovato qualcosa?

– Una sequenza molto accurata.

– Accurata da parte della polizia?

– Da parte di Majorana.

– Pensate che abbia preparato tutto?

Cesare raccolse le carte e le batté sul ginocchio per riallinearle.

– Penso che un uomo capace di ragionare parecchie mosse avanti abbia lasciato dietro di sé lettere, orari e biglietti. Trattarlo come un disperato mosso soltanto dall’impulso ci farebbe perdere metà della storia.

– L’altra metà?

– Potrebbe essere davvero un disperato.

Serra rimase in silenzio. La strada correva davanti a loro sotto un cielo che cominciava a scolorire. Cesare ripose il fascicolo nella cartella soltanto quando la luce divenne troppo debole per leggere senza affaticare gli occhi.

– o –

Arrivarono a Roma in serata. Serra aveva predisposto due stanze in una foresteria usata dai funzionari di passaggio. Consegnò a Cesare una busta con gli ordini di servizio, il programma del giorno successivo e un foglio dattiloscritto che indicava gli interlocutori. Tutto era stato preparato prima ancora che Mussolini pronunciasse l’incarico sulla spiaggia. Cesare lesse il programma in piedi, accanto alla finestra della propria stanza. Ore nove: incontro con il direttore del Regio Istituto di fisica, professor Antonino Lo Surdo. Ore dieci: Sua Eccellenza professor Enrico Fermi, Accademico d’Italia. Ore undici e trenta: professor Franco Rasetti. Dopo una breve pausa, colloqui con assistenti, aiuti e personale indicato dalla direzione. Seguiva un elenco di nomi: Edoardo Amaldi, Oscar D’Agostino, Mario Zanchi, professoressa Nella Mortara. Studenti e inservienti sarebbero rimasti disponibili per eventuali convocazioni. In fondo al foglio Serra aveva aggiunto a matita: “rigoroso ordine gerarchico”. Bussò alla stanza accanto. Serra aprì ancora in camicia, con le bretelle sulle spalle.

– Questo ordine lo avete stabilito voi?

– Sì, maresciallo.

– Per quale ragione?

– Il direttore viene per primo. Seguono gli accademici e i professori ordinari. Poi gli altri.

Cesare annuì.

– Alle otto vi aspetto nell’atrio.

– L’appuntamento è alle nove.

– Voglio vedere l’Istituto prima che ci preparino l’Istituto.

Serra comprese e prese nota mentalmente.

La mattina seguente arrivarono in piazzale delle Scienze con quasi tre quarti d’ora di anticipo. La Città Universitaria si levava nella luce chiara come un insieme già completo e ancora fresco di cantiere. I propilei monumentali disegnavano l’ingresso principale; oltre, gli edifici si disponevano lungo assi ampi, separati da piazzali e giardini giovani. Le facciate chiare, le finestre regolari e le pietre levigate esprimevano la stessa fiducia che Cesare aveva visto nei viali nuovi di Forlì: lo Stato costruiva spazi capaci di dare ordine anche ai pensieri. L’edificio dell’Istituto di fisica, progettato da Giuseppe Pagano, si distingueva per una sobrietà più asciutta. Le superfici lisce e le aperture ampie lasciavano intuire un luogo pensato per il lavoro, con meno indulgenza verso la monumentalità. Cesare lo osservò dalla Fiat mentre Serra cercava il punto indicato sull’autorizzazione di accesso.

– È qui – disse infine l’uomo.

– Lo avevo immaginato.

– Da cosa?

– Dalle persone che entrano. Camminano come se fossero già in ritardo per qualcosa che capiscono soltanto loro.

Studenti e giovani assistenti attraversavano il piazzale con libri, cartelle e rotoli di carta sotto il braccio. Alcuni procedevano in coppia, assorti in discussioni che proseguivano anche mentre salivano i gradini. Un ragazzo tracciò con un dito una figura nell’aria; l’altro lo fermò per correggere un passaggio invisibile. Nessuno prestò attenzione alla Fiat ministeriale. Cesare scese e si sistemò la giacca. Aveva lasciato a Roma l’uniforme di servizio e indossava un abito scuro, abbastanza formale da accompagnare il grado, abbastanza comune da evitare l’aspetto di un’ispezione. Serra portava lo stesso completo marrone del giorno precedente, spazzolato con cura e irrigidito da una cravatta più severa.

Varcato l’ingresso, Cesare provò una sensazione inattesa. L’Istituto gli ricordava il collegio dei Salesiani di Faenza, dove più di quarant’anni prima aveva conosciuto Benito Mussolini. L’architettura aveva poco in comune. Il complesso salesiano era cresciuto per aggiunte, adattando edifici antichi a officine, aule, camerate e corridoi. Pareti spesse, cortili chiusi, scale consumate e odori di legno, colla, cuoio, inchiostro. Qui tutto appariva nuovo, ampio, luminoso. I corridoi correvano diritti, le porte riportavano targhe pulite, le finestre lasciavano entrare una luce che si posava sui pavimenti chiari.

La somiglianza stava nel clima umano. Giovani uomini applicavano energie diverse a una direzione comune. A Faenza imparavano a diventare falegnami, tipografi, calzolai e sarti. Ogni mestiere possedeva strumenti riconoscibili e risultati visibili: un mobile, una pagina stampata, una scarpa, una giacca. Nell’Istituto di fisica, invece, gli strumenti avevano forme e nomi che sfuggivano a Cesare. Tubi, cavi, quadranti, schermature di piombo, ampolle protette dentro scatole, telai metallici costruiti per misurare fenomeni che l’occhio umano lasciava passare.

Anche le donne costituivano una differenza. Nel collegio salesiano l’universo maschile era completo e chiuso. Qui la presenza femminile restava rara, ma esisteva. Cesare vide una giovane attraversare il corridoio con un camice arrotolato sul braccio e, poco dopo, una donna più anziana uscire da un laboratorio portando una pila di registri. In tutta la mattina le avrebbe contate sulle dita di una mano.

Alla destra dell’ingresso si apriva la portineria. Un giovane inserviente sedeva dietro il banco di legno, con il registro degli accessi davanti. Poco più in là, accanto a un armadio basso, un uomo dal viso lungo e dai capelli pettinati all’indietro osservava una scacchiera aperta sopra un tavolino. Indossava un abito modesto con una cura personale. I pezzi occupavano una posizione avanzata e irregolare, come se la partita fosse stata interrotta nel momento in cui entrambe le parti avevano cominciato a correre rischi.

Serra mostrò i documenti.

– Siamo attesi dal professor Lo Surdo. Maresciallo Montanari e dottor Serra.

L’inserviente consultò il registro, verificò i nomi e si rivolse all’uomo presso la scacchiera.

– Signor Baldi, li accompagnate dal direttore?

– Aurelio Baldi – disse. – Seguitemi.

Il titolo usato dal collega aveva attirato l’attenzione di Cesare. Durante i pochi minuti trascorsi nell’atrio aveva sentito chiamare due volte “l’inserviente”: una richiesta di chiavi e una cartella da portare al piano superiore. Baldi, invece, possedeva un nome e un signor davanti al cognome.

Prima di uscire dalla portineria, l’uomo si voltò verso la scacchiera. Controllò la posizione dei pezzi con uno sguardo rapido e chiuse a chiave l’armadio accanto al tavolo.

– Giocate? – gli chiese Cesare.

Baldi tornò a guardarlo.

– Tutti giocano, maresciallo. Alcuni conoscono anche le regole.

Serra abbassò gli occhi sui documenti, come se quella risposta appartenesse a una conversazione che poteva attendere.

Baldi li guidò lungo il corridoio. Salutava professori e studenti con piccoli cenni, ricevendo risposte diverse. Alcuni lo chiamavano per nome, altri gli consegnavano una richiesta senza interrompere il discorso. Un giovane gli domandò dove fosse finita una cassa di valvole. Baldi indicò una porta al piano inferiore e precisò lo scaffale. Sembrava conoscere il nuovo edificio meglio di quanto l’edificio conoscesse se stesso.

– Vi siete trasferiti da poco – osservò Cesare.

– Abbastanza da avere perso diverse cose. Abbastanza poco da poterle ancora ritrovare.

– Majorana frequentava questa sede?

Baldi rallentò appena. Serra si voltò verso Cesare, sorpreso dalla domanda anticipata.

– La frequentava quando gli serviva – rispose Baldi.

– E quando serviva agli altri?

– Quello dipendeva dagli altri.

Erano arrivati davanti a una porta con una targa di ottone. Baldi bussò e attese la voce dall’interno. Il professor Antonino Lo Surdo li ricevette in piedi dietro una scrivania ampia, coperta da fascicoli amministrativi e riviste scientifiche. Era un uomo di modi composti, abituato a dirigere persone capaci di attribuire enorme importanza ai propri lavori e scarsissima agli orari, ai moduli e alle gerarchie. Lesse le credenziali di Cesare, quelle di Serra e la lettera riservata che accompagnava la visita.

– La polizia ha già raccolto informazioni – disse, restituendo i documenti. – Immagino che il vostro incarico riguardi gli aspetti rimasti aperti.

– Riguarda Majorana – rispose Cesare.

Lo Surdo accettò la formula senza mostrare curiosità.

– In questo Istituto troverete molte persone disposte a parlarne. Ognuna vi consegnerà un Majorana diverso.

– Quale consegnerete voi?

Il professore si sedette e indicò le sedie davanti alla scrivania.

– Quello amministrativo, temo. La mia posizione offre una visuale precisa e parziale.

Serra aprì un blocco per gli appunti. Cesare lasciò il proprio chiuso.

– Quando ha cominciato a frequentare l’Istituto?

– Da studente, alla fine degli anni Venti. Veniva da Ingegneria. Emilio Segrè lo convinse a passare a Fisica e Fermi ne riconobbe immediatamente le qualità. Si laureò nel 1929. Negli anni successivi collaborò con il gruppo in modo discontinuo, soprattutto sugli aspetti teorici.

– Discontinuo per scelta sua o dell’Istituto?

– Sua. Qui avrebbe trovato spazio ogni giorno.

– I registri cosa dicono?

Il direttore aprì una cartella preparata sulla scrivania.

– Dicono poco. Majorana possedeva una libertà superiore a quella di un assistente ordinario. Dopo la laurea continuò a lavorare, pubblicò, viaggiò in Germania. Dal 1933 la sua presenza diminuì. Per lunghi periodi restava a casa. Compariva, discuteva con Fermi o Amaldi, consultava un testo, riempiva alcune pagine e spariva di nuovo.

– Qualcuno controllava il suo lavoro?

– I risultati rappresentavano il controllo.

– Pubblicava poco.

– Molto meno di quanto avrebbe potuto.

Cesare guardò le riviste impilate sulla scrivania.

– Un Istituto vive anche di pubblicazioni.

– Certo. Majorana viveva secondo un’altra economia. Un risultato già raggiunto perdeva valore ai suoi occhi. Conservava interesse per il problema mentre lo affrontava; la comunicazione agli altri gli appariva spesso un compito secondario.

– Generosità o superbia?

Lo Surdo intrecciò le dita.

– Una miscela difficile da misurare. Poteva offrire a un collega un’intuizione decisiva e, nello stesso giorno, trattare con fastidio una domanda elementare. Il giudizio dipendeva dalla domanda e da chi la poneva.

– La cattedra di Napoli ha cambiato qualcosa?

– Gli ha attribuito una posizione formale e un obbligo continuativo. La nomina arrivò per alta fama, fuori dalla graduatoria ordinaria del concorso. Prese servizio nel novembre scorso. La prolusione si tenne il tredici gennaio. Le lezioni cominciarono nei giorni successivi.

Serra consultò il programma.

– Il giuramento davanti al rettore risulta del diciassette gennaio.

– Esatto.

– Majorana desiderava quella cattedra? – chiese Cesare.

Lo Surdo scelse le parole.

– Presentò i titoli al concorso. Questo mostra una volontà. La procedura eccezionale lo sorprese, forse lo mise anche in difficoltà. A Napoli, per la prima volta, doveva trasformare il proprio sapere in un appuntamento regolare con gli studenti.

– Come affrontava l’insegnamento?

– Con serietà. I programmi e le lezioni mostrano un impegno accurato. Il rapporto quotidiano, però, richiedeva una continuità estranea alle sue abitudini.

Cesare pensò al denaro riscosso dopo mesi e alla lettera che annunciava il ritiro dall’insegnamento.

– Conoscevate le sue intenzioni di lasciare la cattedra?

– Le ho apprese dopo la scomparsa.

– Aveva chiesto trasferimenti, congedi, aspettative?

– Nessuna domanda ufficiale.

– Nemmeno a Roma?

– Nessuna.

Serra sollevò la penna.

– Il professor Majorana aveva manifestato idee politiche contrarie al Regime?

Lo Surdo volse lentamente il capo verso di lui.

– Manifestava poche idee politiche di qualsiasi genere.

– Simpatie straniere? Rapporti con ambienti tedeschi, inglesi, francesi?

– Aveva conosciuto scienziati tedeschi durante il soggiorno a Lipsia. Intratteneva rapporti scientifici con americani. Il suo interesse andava alle persone capaci di discutere fisica con lui.

– E le persone incapaci? – domandò Cesare.

– Le lasciava indietro con una certa rapidità.

Lo Surdo richiuse la cartella.

– Posso offrirvi un consiglio, maresciallo?

– Sono qui per raccoglierli.

– Evitate di cercare una sola ragione. Majorana aveva abbastanza intelligenza da sostenere più intenzioni nello stesso momento. La cattedra poteva attrarlo e pesargli. La famiglia poteva essergli cara e opprimente. La vita scientifica poteva dargli piacere e stanchezza. Ogni spiegazione semplice farà torto all’uomo.

Cesare si alzò.

– Anche ogni spiegazione complicata può diventare un rifugio.

Lo Surdo annuì.

– Questo è il vostro mestiere.

– E il vostro?

– Rendere misurabile ciò che può esserlo.

Usciti dall’ufficio, Serra controllò l’orologio.

– Siamo in anticipo di sette minuti.

– Vi disturba?

– Possiamo attendere il professor Fermi davanti al suo studio.

Uno studente comparve in fondo al corridoio con una cartella sotto il braccio. Vide i due uomini e indicò una porta laterale.

– Sua Eccellenza è in laboratorio. Vi riceverà lì.

– Il programma diceva nello studio – osservò Serra.

– Il professor Fermi ha cambiato il programma.

Il laboratorio occupava una stanza lunga, attraversata da tavoli sui quali si allineavano strumenti, schermi, cavi e blocchi di materiale protettivo. L’odore ricordava insieme la polvere, il metallo scaldato e le officine elettriche. Enrico Fermi stava chinato sopra un apparecchio insieme a Edoardo Amaldi. Portava un camice bianco aperto sopra la camicia e teneva una matita dietro l’orecchio.

Alzò il capo quando lo studente annunciò gli ospiti.

– Datemi due minuti.

Serra guardò l’orologio. Cesare osservò Fermi regolare una vite, leggere un quadrante e dettare ad Amaldi una serie di numeri. I due procedevano con parole brevi, quasi ogni frase fosse il passaggio di un calcolo. Terminata la misura, Fermi si tolse il camice e venne verso di loro. Aveva davvero l’aspetto semplice descritto da Chiavolini. Un uomo giovane, asciutto, con movimenti rapidi e un’attenzione capace di concentrarsi interamente sull’oggetto presente. Strinse la mano a Cesare, salutò Serra e indicò un piccolo tavolo libero.

– Immagino che parleremo di Ettore.

– È il motivo della visita – disse Cesare.

Fermi prese una sedia e si sedette a cavalcioni, con gli avambracci appoggiati allo schienale.

– La polizia mi ha già interrogato. Ho scritto anche al Duce. Ogni volta le domande diventano più numerose e i fatti restano gli stessi.

– Proviamo a cambiare le domande.

– Bene.

Serra aprì il taccuino.

– Quando avete capito che Majorana era eccezionale?

Fermi rispose subito.

– Al primo incontro serio. Segrè lo portò da me mentre studiava ancora Ingegneria. Gli mostrai un problema sul quale stavo lavorando e gli spiegai una parte del metodo. Tornò il giorno seguente con il calcolo completato e un modo più rapido per arrivare al risultato.

– Voleva impressionarvi?

– Voleva verificare se avevo ragione.

– E l’avevate?

Fermi sorrise.

– Abbastanza.

– Da allora lavorò stabilmente con voi?

– Stabilmente è una parola poco adatta a Ettore. Frequentò con regolarità fino alla laurea. Poi seguì un ritmo suo. Nei periodi migliori arrivava, prendeva parte alle discussioni, risolveva problemi e proponeva idee. In altri periodi restava lontano.

– Perché?

Fermi girò la matita tra le dita.

– Chiedetelo a lui, quando lo trovate.

– Avrete una risposta vostra.

– Ne ho diverse. Stanchezza, salute, carattere, famiglia, insoddisfazione. Anche una forma di disciplina interiore. Ettore lavorava molto più di quanto mostrasse. L’assenza dall’Istituto coincideva spesso con un lavoro solitario.

– Distruggeva gli appunti.

– Molti. Scriveva calcoli sopra fogli qualsiasi, pacchetti di sigarette, margini di giornale. Se il risultato lo convinceva, poteva gettare tutto. Per lui la dimostrazione era avvenuta nella mente; la carta aveva già esaurito il proprio servizio.

– E gli altri perdevano il risultato.

– A volte lo ricostruivamo. A volte rimaneva una frase. A volte nulla.

Cesare studiò il volto del professore. Fermi parlava con precisione, ma una tensione gli irrigidiva le dita attorno alla matita.

– Lo considerate un genio.

– Sì.

– Questa parola viene usata con facilità.

– In fisica meno che nei giornali. Esistono persone capaci di lavorare molto bene con metodi noti. Esistono persone che vedono collegamenti nuovi. Ogni tanto nasce qualcuno che sembra arrivare da solo in un territorio ancora sconosciuto. Ettore appartiene a questa terza categoria.

– Più di voi?

Serra sollevò gli occhi dal blocco. La domanda sembrava aver superato una soglia di cortesia. Fermi la accolse senza irritazione.

– In alcuni campi, certamente. Io possiedo continuità, metodo e capacità di portare un lavoro fino alla verifica. Ettore possiede lampi che io raggiungo attraverso un percorso più lungo. La scienza ha bisogno di entrambe le qualità.

– Lui lo sapeva?

– Sapeva di vedere cose che gli altri vedevano dopo.

– Gli piaceva che gli altri se ne accorgessero?

Fermi si appoggiò allo schienale.

– Questa domanda riguarda il carattere più della fisica.

– Oggi ci interessa il carattere.

Il professore guardò verso Amaldi, tornato agli strumenti dall’altra parte della stanza.

– Ettore possedeva un’ironia severa. Presentava un risultato quasi per caso, lasciava che gli altri ne comprendessero la portata e poi si ritirava. Provava piacere nell’esattezza e anche nell’effetto che l’esattezza produceva. La seconda cosa restava sotto controllo.

– Una forma di vanità?

– Una coscienza molto netta del proprio valore. La vanità cerca approvazione continua. Ettore poteva farne a meno per mesi.

– Però amava sorprendere.

Fermi rimase qualche istante in silenzio.

– Sì. Amava spostare il punto della discussione quando tutti credevano di averlo fissato. Diceva una frase, spesso con tono distratto, e costringeva gli altri a ricominciare.

Cesare pensò agli oggetti spostati nella casa d’infanzia.

– Anche con le persone?

– Soprattutto con le persone intelligenti. Le altre lo interessavano poco.

– La cattedra di Napoli?

– Gli offriva una via d’uscita dall’isolamento. Io speravo che l’insegnamento gli desse un ritmo. Le prime notizie erano incoraggianti. Preparava le lezioni con serietà.

– Poi ha scritto di voler rinunciare.

Fermi abbassò lo sguardo sulla matita.

– Sì.

– Vi ha confidato qualche difficoltà?

– Ci vedevamo raramente. In una delle ultime visite a Roma parlammo del corso e di alcuni problemi teorici. Appariva teso, anche soddisfatto. Le due cose convivevano.

– Pensate al suicidio?

La domanda riempì il breve silenzio del laboratorio. Da un tavolo lontano arrivò il clic di un interruttore.

– Penso che soffrisse – disse Fermi. – Penso anche che avesse organizzato i propri gesti con lucidità. Queste due circostanze permettono molti esiti.

– Un uomo lucido può costruire un suicidio.

– Può costruire anche una scomparsa.

– Quale ipotesi preferite?

– Preferirei trovarlo vivo.

Serra chiuse il taccuino.

– Avete scritto al Duce perché lo ritenete utile allo Stato?

Fermi lo guardò direttamente.

– Ho scritto perché ogni mezzo capace di riportarlo indietro meritava di essere tentato.

– Anche contro la sua volontà?

– Prima occorre trovarlo. La volontà verrà dopo.

La risposta coincideva quasi con quella di Mussolini, ma aveva un peso diverso. Cesare si alzò.

– Grazie professore. Parleremo ancora.

– Me lo aspettavo.

Fermi tornò verso il tavolo degli strumenti. Dopo pochi passi si fermò.

– Maresciallo.

Cesare si voltò.

– Ettore usava le parole con grande attenzione. Nelle lettere parla di scomparsa. Tenetelo presente.

Franco Rasetti li ricevette nel proprio studio, tra libri aperti, campioni, scatole e fotografie di spedizioni. Aveva un’energia più irregolare di Fermi e una disposizione minore verso le formule diplomatiche. Appena Serra cominciò a spiegare l’incarico, lo interruppe.

– Ho capito. Volete sapere se Majorana si è ammazzato, se è scappato oppure se qualcuno lo ha portato via. Noi sappiamo la stessa cosa che sapete voi: ha scritto delle lettere e poi è sparito.

– Sapete chi le ha scritte – disse Cesare.

– Questo complica tutto.

– In che modo?

Rasetti si alzò, cercò un pacchetto di sigarette tra le carte e lo trovò sotto una rivista.

– Ettore riusciva a dare a ogni gesto l’aria di una dimostrazione incompleta. Ti mostrava abbastanza per costringerti a seguirlo, poi lasciava a te il lavoro.

Accese la sigaretta e offrì il pacchetto. Cesare rifiutò con un cenno; Serra fece lo stesso.

– All’Istituto veniva quando gli pareva – proseguì Rasetti. – Arrivava col capo chino, il ciuffo sugli occhi, l’aria di essersi perso dentro un calcolo. Poteva restare ore senza rivolgere parola a nessuno. Poi sentiva una discussione, si avvicinava e diceva la cosa che mancava.

– Con quale tono?

– Quasi annoiato. Era il suo modo di rendere l’effetto ancora più forte.

– Lo faceva apposta?

Rasetti aspirò il fumo e guardò Cesare con interesse.

– Ecco una buona domanda. Direi di sì, almeno in parte. Ettore conosceva il proprio effetto. Possedeva anche il pudore di nasconderne il piacere.

– Il professor Fermi parla di ironia.

– Fermi usa parole gentili. Io dico che ogni tanto Ettore faceva il gigione.

Serra sollevò la penna.

– Il gigione?

– Con sobrietà, dottore. Un gigione capace di sembrare un asceta. Presentava una formula decisiva, lasciava tutti a bocca aperta e si metteva a guardare dalla finestra. Oppure annunciava che un lavoro era sbagliato, aspettava che gli altri protestassero e poi tirava fuori il passaggio che chiudeva la questione.

– Voleva umiliare?

– Raramente. Voleva vedere se gli altri arrivavano fino a lui. Quando ci arrivavano era contento.

– E quando restavano indietro?

– Perdeva interesse.

– Le sparizioni temporanee?

Rasetti scrollò una spalla.

– Facevano parte del personaggio. Per settimane nessuno lo vedeva. Un giorno ricompariva e riprendeva una conversazione dal punto esatto in cui l’aveva lasciata. Sembrava convinto che anche noi fossimo rimasti fermi ad aspettarlo.

– E voi?

– A volte lo avevamo aspettato davvero.

– La sua assenza vi preoccupava?

– Prima della cattedra, molto meno. Sapevamo che stava a casa. Qualcuno telefonava. La famiglia rispondeva che riposava, studiava, riceveva poche persone. Questa volta ha preparato un viaggio, lettere e un’uscita dal proprio nome. La differenza è grande.

– Poteva cercare soltanto un’altra sparizione temporanea?

Rasetti spense la cenere in una tazza sbeccata.

– Ettore sapeva che la cattedra, le lettere e il denaro avrebbero mobilitato tutti. Se cercava qualche giorno di solitudine, ha scelto un sistema sproporzionato. Se cercava un’uscita definitiva, ha lasciato troppe porte aperte. Questa è la sua firma.

– Una firma intenzionale?

– Qualunque cosa facesse con tanta cura possedeva un’intenzione.

Dopo Rasetti cominciarono i colloqui nell’aula predisposta da Serra. Un tavolo era stato collocato davanti alla cattedra, con due sedie da un lato e una dall’altro. Sul muro restavano formule scritte a gesso da una lezione precedente. Serra aveva chiesto che venissero cancellate; Cesare lo aveva fermato. Gli piaceva l’idea che gli interrogati entrassero in un ambiente ancora appartenente al loro lavoro. Edoardo Amaldi arrivò per primo. Era giovane, serio, trattenuto da una lealtà evidente verso Fermi e verso l’intero gruppo. Parlò di Majorana con affetto e cautela.

– Era generoso con chi gli chiedeva aiuto su un problema vero – disse. – Poteva dedicare un pomeriggio intero a un calcolo altrui. Una domanda posta per vanità lo irritava.

– Come distingueva le due cose? – chiese Cesare.

– Subito. Forse troppo in fretta.

Amaldi raccontò le lunghe assenze, il ritorno improvviso, il modo di camminare col capo chino e i capelli sugli occhi. Ricordò discussioni nelle quali Majorana aveva ascoltato per mezz’ora e pronunciato alla fine due frasi capaci di cambiare l’impostazione del problema.

– Dopo restava a vedere cosa facevamo della sua osservazione – aggiunse.

– Vi metteva alla prova?

– Credo che mettesse alla prova anche se stesso. Cercava persone capaci di sorprenderlo. Accadeva di rado.

Oscar D’Agostino offrì un ritratto più concreto. Da chimico, aveva lavorato accanto a fisici inclini a dimenticare che gli esperimenti richiedevano sostanze, tempi, mani e precauzioni.

– Majorana toccava poco gli apparecchi – disse. – Guardava e capiva. Ogni tanto suggeriva una modifica che sembrava nata senza sforzo. Poi lasciava a noi il compito di realizzarla.

– Vi infastidiva?

– Quando funzionava, il fastidio passava.

– E funzionava?

– Abbastanza spesso da renderlo insopportabile.

D’Agostino rise, poi tornò serio.

– Possedeva una coscienza morale forte. Le conseguenze delle idee lo interessavano. Parlava poco di politica, molto della responsabilità di chi comprende qualcosa prima degli altri.

– In relazione alle ricerche?

– In relazione alla scienza in generale. Una scoperta entra nel mondo e comincia una vita propria. Ettore sentiva questo passaggio più di molti altri.

Serra annotò con maggiore attenzione. Cesare lasciò che D’Agostino sviluppasse il pensiero.

– Aveva paura delle applicazioni militari?

– Parlare di paura sarebbe eccessivo. Aveva consapevolezza. Anche curiosità. Le due cose convivevano.

Mario Zanchi ricordava soprattutto il comportamento quotidiano: i saluti distratti, le passeggiate nei corridoi, i libri presi e restituiti senza una parola, le apparizioni in fondo alle aule. Majorana poteva seguire una lezione destinata agli studenti più giovani e, alla fine, porre al docente una domanda capace di spostare il discorso a un livello irraggiungibile per quasi tutti i presenti.

– Lo faceva per metterlo in difficoltà? – domandò Cesare.

– A volte per curiosità. A volte per divertimento. Sapeva bene quale effetto avrebbe prodotto.

– Mostrava soddisfazione?

– Un angolo della bocca si muoveva. Subito dopo tornava serio.

La professoressa Nella Mortara entrò nell’aula nel tardo pomeriggio. Portava sotto il braccio alcuni registri e aveva l’aria di chi aveva accettato il colloquio togliendo tempo a un lavoro urgente. Serra si alzò; Cesare le indicò la sedia.

– Conoscevo Ettore da molti anni – disse. – Ho visto anche il modo in cui gli altri hanno costruito il personaggio del genio solitario. Lui contribuiva, certo. Anche noi contribuivamo.

– In quale modo?

– Gli perdonavamo comportamenti che avremmo rimproverato a chiunque altro. L’assenza diventava mistero. La scortesia diventava concentrazione. Una battuta diventava prova di superiorità. Ettore possedeva qualità immense, e attorno a quelle qualità si formò una leggenda mentre era ancora qui.

– Gli piaceva?

Mortara appoggiò i registri sul tavolo.

– Gli piaceva e lo infastidiva. Riceveva la leggenda come riceveva molte persone: lasciandola avvicinare, poi sottraendosi.

– Avete parlato con lui della cattedra?

– Prima della partenza per Napoli. Disse che insegnare poteva costringerlo a mettere ordine. Pronunciò la frase con un sorriso. Sembrava considerare l’ordine una cura e una minaccia.

– Lo avete trovato depresso?

– L’ho trovato più chiuso. La sofferenza aveva una forma antica, difficile da datare. Parlava poco di sé e trasformava ogni domanda personale in una considerazione generale.

– Aveva desiderio di morire?

Mortara sostenne lo sguardo di Cesare.

– Un desiderio simile vive spesso accanto al desiderio di essere fermati. Le lettere possono rivolgersi a entrambe le parti.

– Pensate che volesse essere cercato?

– Ha scritto a persone precise, ha usato parole precise, ha comprato un biglietto e ha annunciato il ritorno. Certamente sapeva che lo avrebbero cercato. Il resto appartiene a lui.

Fuori dall’aula l’Istituto si era fatto più quieto. Gli studenti erano diminuiti e le porte dei laboratori si chiudevano una dopo l’altra. Serra controllò il proprio elenco.

– Restano gli studenti e gli inservienti. Possiamo convocarli domani secondo necessità.

Il corridoio era quasi vuoto quando uscirono dall’aula. Serra raccolse i verbali e li infilò nella cartella secondo l’ordine degli incontri. Cesare rimase qualche minuto davanti alla finestra in fondo al corridoio. Il piazzale della Città Universitaria si stendeva sotto una luce più morbida; gruppi di studenti si allontanavano verso i propilei, ancora impegnati nelle proprie discussioni.

Serra riprese:  – Ho già predisposto un elenco per anno di corso e rendimento.

– Aggiungete chi ha parlato con Majorana fuori dalle lezioni. Biblioteca, corridoi, portineria, mensa.

– Sarà un elenco meno ordinato.

– Sarà più utile.

Uscendo, rivolsero un cenno di saluto alla portineria. Un inserviente, un poco più anziano di quello incontrato al mattino, si alzò e rispose accennando un inchino. Più indietro, Aurelio Baldi continuò a ignorarli. Osservava assorto la scacchiera: sulla tavola restavano molti meno pezzi rispetto al mattino, mentre quelli catturati erano disposti in ordine lungo i due lati.

Rientrati nella foresteria, Cesare dispose sul letto il fascicolo e i propri appunti. Serra occupò la scrivania per battere a macchina una relazione preliminare. Il ticchettio dei tasti attraversava la parete a intervalli regolari, seguito ogni tanto dal suono breve del carrello riportato a sinistra.

Cesare ripercorse la giornata. Tutti avevano definito Majorana un genio. La parola cambiava contenuto a seconda di chi la pronunciava. Per Lo Surdo significava una libertà difficile da amministrare. Per Fermi indicava una qualità della mente tanto rara da imporre un confronto con i massimi scienziati. Per Rasetti conteneva anche il gusto dello spettacolo. Per Amaldi era una generosità selettiva. Per D’Agostino una coscienza delle conseguenze. Per Mortara una leggenda costruita insieme dall’uomo e dall’ambiente. Baldi, infine, aveva parlato di una mossa lasciata a metà.

Majorana aveva frequentato l’Istituto in modo irregolare già negli anni di via Panisperna. La nuova sede aveva cambiato l’indirizzo, lasciando intatte le sue abitudini. Arrivava quando un problema lo attirava, interveniva nelle discussioni, offriva soluzioni e si ritirava. Dal 1933 le presenze si erano fatte più rare. La nomina alla cattedra di Fisica teorica dell’Università di Napoli aveva introdotto un obbligo nuovo: prolusione il 13 gennaio, avvio del corso nei giorni successivi, giuramento davanti al rettore il 17. Il 25 aveva annunciato la propria scomparsa. Rilesse le date. La successione sembrava regolare; la regolarità finiva proprio nel momento in cui l’uomo usciva dalla scena.

Passò alla personalità. Estrema riservatezza. Timidezza. Lunghi periodi di isolamento. Capacità di concentrazione. Forte coscienza del proprio valore. Interesse per l’effetto prodotto sugli interlocutori più intelligenti. Gusto per le apparizioni improvvise, le frasi capaci di spostare una discussione, le soluzioni presentate con aria casuale. Piacere controllato nel sorprendere.

Fermò la penna. La parola vanità gli sembrava povera. Narcisismo apparteneva ai medici e rischiava di trasformare un comportamento in una diagnosi comoda. Majorana cercava raramente ammirazione e sopportava lunghi periodi lontano dallo sguardo degli altri. Il suo piacere nasceva dal controllo della distanza. Decideva quanto mostrare, quando comparire, quale passaggio lasciare agli altri. Coltivava un’aura di eccezionalità anche attraverso la sottrazione.

Scrisse: “Teatralità sobria”. Poi aggiunse: “Controllo del racconto”. Le testimonianze descrivevano un uomo schivo, tormentato e dotato di una coscienza morale profonda. Accanto a questi tratti correva una vena più leggera e più difficile da afferrare: il gusto di spiazzare, di lasciare gli altri in sospeso, di predisporre una scena e sottrarsi prima della reazione. Una forma di gigioneria praticata con il capo chino e i capelli sugli occhi.

Tornò alle lettere. Quella alla famiglia preparava il lutto e ne fissava la durata. Quella a Carrelli annunciava una decisione inevitabile e stabiliva le undici come confine. Il telegramma chiedeva di sospendere l’allarme. La lettera da Palermo ritirava il proposito, evocava il rifiuto del mare, prometteva il ritorno e confermava l’abbandono dell’insegnamento. Ogni documento modificava la percezione prodotta dal precedente. Majorana sembrava seguire a distanza le reazioni dei destinatari: prima l’angoscia, poi il sollievo, quindi una nuova incertezza. Aveva distribuito le informazioni nel tempo con la cura di chi calcola l’arrivo di una notizia e prepara quella successiva.

Prese quattro fogli bianchi e vi scrisse sopra, in grande: FAMIGLIA, CARRELLI, POLIZIA, COMPAGNI. Sotto il primo mise la richiesta sul lutto. Sotto il secondo le due lettere e il telegramma. Sotto il terzo il denaro, il passaporto, i biglietti e i registri. Sotto il quarto le carte scientifiche, le assenze e la mossa sulla scacchiera.

Quattro pubblici diversi. Quattro versioni dello stesso gesto. La famiglia riceveva un addio affettuoso. Carrelli riceveva la responsabilità verso gli studenti e la rinuncia alla cattedra. La polizia riceveva una traccia materiale abbastanza fitta da condurre al piroscafo e abbastanza incerta da fermarsi lì. I compagni ricevevano il vuoto lasciato da una mente che aveva sempre scelto quanto condividere.

Serra bussò ed entrò con tre pagine dattiloscritte.

– Ho preparato il rapporto della giornata.

Cesare gli indicò la sedia.

– Leggete.

Serra cominciò con l’intestazione, elencò gli interlocutori e riassunse le dichiarazioni in forma neutra. Majorana risultava “un soggetto di eccezionali capacità scientifiche, caratterizzato da tendenza all’isolamento, discontinuità nella frequentazione dell’Istituto e possibile stato depressivo”. Le testimonianze convergevano sull’assenza di attività politica e sulla scarsità di contatti estranei agli ambienti accademici.

– È corretto – disse Cesare quando ebbe finito.

Serra attese il seguito.

– Oggi abbiamo raccolto soprattutto impressioni.

– Posso aggiungere le osservazioni sul carattere.

Cesare gli mostrò i quattro fogli.

– Guardate. Majorana ha parlato a destinatari diversi. A ognuno ha dato la parte capace di produrre una reazione precisa.

Serra lesse le intestazioni.

– Questo implica un piano.

– Implica attenzione. Il piano verrà provato dai passaggi successivi.

– Quale sarebbe lo scopo?

– Controllare la propria uscita di scena. Forse anche controllare chi lo avrebbe seguito.

– Una persona intenzionata a morire può desiderare la stessa cosa.

– Esatto.

Serra si appoggiò allo schienale, ormai meno rigido rispetto alla mattina.

– Quindi siamo ancora al punto di partenza.

Cesare raccolse le lettere e le dispose una sopra l’altra.

– Il punto di partenza era un professore scomparso tra Palermo e Napoli. Adesso abbiamo un uomo che trascorreva la vita a decidere cosa mostrare, amava modificare le aspettative altrui e usava le assenze come parte della propria presenza.

– Questo ci porta dove?

– A leggere la scomparsa come una sua ultima costruzione.

Serra guardò il foglio con la parola POLIZIA.

– Costruita per ingannare?

– Costruita per essere interpretata.

Dalla stanza accanto arrivava il rumore lontano di una radio. Una voce annunciava notizie sulla visita imminente di Hitler e sui preparativi della capitale. Cesare si alzò e chiuse la finestra.

– Domani sentiremo gli studenti – disse.

Serra raccolse la relazione.

– La modifico?

– Lasciatela così per gli archivi: Majorana possedeva il gusto di governare l’effetto delle proprie azioni. Le lettere sembrano disposte in successione per correggere continuamente la lettura dei destinatari. Ogni gesto ammette due sviluppi.

– Suicidio e fuga.

– Anche richiesta d’aiuto e volontà di sottrarsi. Rinuncia e sfida. Addio e promessa di ritorno.

Serra annotò.

– Altro?

Cesare guardò la fotografia di Majorana. Il volto continuava a offrire all’obiettivo soltanto una parte della propria attenzione.

– Scrivete che la teatralità appare controllata. Sobria. Priva di esibizione aperta. Majorana sembra consapevole dell’effetto che produce e lascia agli altri il compito di nominarlo.

Serra ripeté la frase a bassa voce mentre la trascriveva.

Quando rimase solo, Cesare spense la lampada principale e lasciò accesa quella sul comodino. Le fotografie delle lettere assunsero una tonalità grigia. Le righe scritte da Majorana sembravano ancora più ordinate. Riprese la lettera da Palermo. “Il mare mi ha rifiutato. Ritornerò domani”. La frase offriva un ritorno e preparava un’assenza. Majorana aveva lasciato aperti entrambi i cammini, come se volesse costringere chi lo cercava a percorrerli insieme. Posò la fotografia accanto al taccuino. Alla fine della prima giornata sapeva poco di più sul luogo in cui si trovava Ettore Majorana. Conosceva meglio il modo in cui aveva scelto di sparire: una successione di gesti esatti, abbastanza chiari da guidare le ricerche e abbastanza ambigui da condurle in direzioni opposte. La polizia aveva raccolto le tracce. Majorana ne aveva curato la disposizione.

– o –

Il mattino seguente Cesare e Serra si presentarono di nuovo all’Istituto. In portineria si ripeté quasi esattamente la scena del giorno prima. Il giovane inserviente controllò i loro nomi sul registro, li salutò con deferenza e indicò il corridoio che conduceva all’aula assegnata per i colloqui. Alle sue spalle, Aurelio Baldi sedeva davanti alla scacchiera. La disposizione dei pezzi era la stessa osservata da Cesare la mattina precedente. Baldi teneva i gomiti appoggiati ai braccioli e le mani unite davanti alla bocca. Guardava la scacchiera con una concentrazione tanto assoluta che l’ingresso dei due uomini parve restare fuori dal suo campo di attenzione. Cesare rallentò appena. Ricordava la posizione raggiunta alla fine della giornata: pochi pezzi ancora sulla tavola, gli altri ordinati lungo i due lati. Quella mattina, invece, la partita era tornata al punto di partenza.

Serra proseguì senza accorgersene. Cesare lo raggiunse. Nell’aula li attendeva il primo gruppo di studenti. Serra aveva preparato un nuovo calendario e disposto i nomi secondo l’anno di corso, il rendimento e la frequenza delle lezioni di Majorana. Sul tavolo aveva sistemato i verbali, la carta intestata e due matite appuntite. Cesare prese posto accanto a lui.

Per alcune ore ascoltarono studenti, giovani assistenti e inservienti. Le parole cambiavano poco. Majorana era un genio. Majorana era imprevedibile. Majorana poteva attraversare un corridoio senza vedere nessuno e, il giorno successivo, ricordare con precisione una domanda fatta mesi prima da uno studente. Seguiva una lezione dal fondo dell’aula, assorto e silenzioso, poi interveniva con una frase che costringeva il professore a tornare alla lavagna. Conservava una precisione assoluta nelle ipotesi e nei calcoli, mentre lasciava libri, fogli, cappotti e pacchetti di sigarette nei luoghi più diversi. Passava accanto a una persona senza salutarla e, qualche giorno dopo, le consegnava un articolo scelto apposta per lei. Uno studente raccontò che Majorana aveva corretto un suo esercizio senza pronunciare una parola. Aveva preso il foglio, cancellato due righe, aggiunto tre simboli e glielo aveva restituito. Un altro ricordava una lunga conversazione su un problema di fisica, cominciata sulle scale e terminata davanti alla porta della biblioteca. Un inserviente riferì di averlo trovato una sera in un’aula buia, seduto davanti a una lavagna coperta di formule. Majorana gli aveva chiesto soltanto di lasciare aperta la porta per altri dieci minuti. Ogni testimonianza sembrava confermare quella precedente e aggiungere una piccola variazione. Dopo qualche ora, Cesare cominciò a sentire il peso della ripetizione. Geniale e imprevedibile. Assente e attento. Preciso nei calcoli e disordinato nelle abitudini. Schivo, capace di gesti inattesi di considerazione. Le risposte formavano un ritratto coerente, forse troppo coerente. Sembravano nate dalla stessa descrizione, ripetuta per anni nei corridoi dell’Istituto fino a diventare il modo ufficiale di ricordare Majorana.

Lasciò terminare il colloquio con un giovane del secondo anno. Quando quello uscì, chiuse il fascicolo.

– Serra, continuate voi. Ho bisogno di schiarirmi le idee.

Serra consultò l’elenco.

– Certamente, maresciallo. Restano quattro studenti e due inservienti.

– Sentiteli tutti.

– Ci vediamo dopo.

Uscì dall’aula e cominciò a camminare. Seguì il corridoio senza scegliere una direzione precisa. La mente continuava a lavorare sulle testimonianze, girando attorno alle stesse parole senza riuscire a fissarsi su un dettaglio. Era una sensazione che conosceva: i pensieri provavano i propri meccanismi a vuoto, come un motore lasciato al minimo. I corridoi erano ampi, con pavimenti di marmo chiaro e finestre alte che lasciavano entrare una luce uniforme. Ogni tanto incrociava una persona assorta, con libri o fogli sotto il braccio. Altre volte incontrava piccoli gruppi raccolti davanti a una porta o vicino a una finestra, impegnati in discussioni animate. Faticava a distinguere gli studenti dai ricercatori. I più giovani portavano spesso giacche troppo larghe, cravatte allentate e capelli che sembravano aver ricevuto poca attenzione. I professori, quando parlavano di fisica, assumevano la stessa impazienza dei ragazzi. Potevano discutere della struttura dell’atomo, di un esperimento appena concluso o dei lavori eseguiti in città per la visita di Hitler.

Roma si preparava ad accogliere il Führer con una rapidità che alimentava commenti e sfottò. Monumenti ripuliti, facciate ridipinte, stazioni trasformate in pochi giorni. La Stazione Ostiense cresceva in fretta tra impalcature e rivestimenti provvisori. Le pasquinate parlavano di scenografie di cartapesta e compensato, costruite per impressionare l’ospite tedesco e destinate a mostrare la propria sostanza al primo temporale. Passò accanto a due giovani che ridevano sottovoce. Colse le parole “impero di stucco” e “marmo dipinto”, poi le loro voci si persero alle sue spalle.

Continuò a camminare. Salì una rampa di scale, percorse il piano superiore e si fermò davanti a una finestra. Nel piazzale alcuni studenti attraversavano la luce portando strumenti e cartelle. Da quella distanza sembravano muoversi secondo percorsi prestabiliti, ciascuno diretto verso un punto che gli altri ignoravano.

– Maresciallo Montanari. State cercando qualcosa?

Cesare si voltò. Aurelio Baldi era fermo a pochi passi da lui. Portava una cartella sottile sotto il braccio e lo osservava con un’espressione tranquilla.

– Buongiorno, signor Baldi. Sto cercando di riordinare le idee.

Baldi annuì lentamente.

– È già qualcosa.

– Riordinare?

– Avere delle idee.

Cesare sorrise.

– Il professor Fermi mi ha chiesto di agevolare il vostro lavoro, per quanto possibile – continuò Baldi. – Se vi serve qualcosa, potete rivolgervi a me.

– Grazie. Una domanda, in effetti, ce l’avrei. Ignoro quanto possa essere rilevante.

Baldi attese. In quel momento l’osservazione rimasta ai margini della mente di Cesare acquistò forma. Al mattino la scacchiera presentava la stessa disposizione del giorno precedente. La sera, invece, la posizione era profondamente cambiata e molti pezzi risultavano catturati.

– Ogni mattina rimettete i pezzi nella stessa posizione?

Baldi lo guardò con un’attenzione diversa. Sul volto comparve qualcosa che sfiorava il sospetto, oppure la semplice cautela di chi sente toccare una questione privata.

– Perché me lo chiedete? Giocate a scacchi?

– Scacchi? Io vengo da un paese dell’Appennino. Da noi si gioca all’osteria con un mazzo di quaranta carte.

– Briscola?

– Maraffone.

Baldi inclinò appena il capo.

– Questo mi manca. Come funziona?

Cesare esitò. Pochi minuti prima aveva interrogato studenti e inservienti sulla scomparsa di un fisico. Ora si trovava in un corridoio dell’Università di Roma a spiegare un gioco romagnolo a un uomo che avrebbe dovuto portare cartelle e custodire chiavi.

– Si gioca in quattro, due coppie. Quaranta carte, dieci a testa, distribuite tutte all’inizio. Somiglia al tresette, con la briscola.

– Tutte le carte sono in gioco fin dall’inizio.

– Esatto.

Baldi appoggiò la cartella sul davanzale.

– Continuate.

– In ogni mano ci sono undici punti. Gli assi valgono un punto; i due, i tre e le figure valgono un terzo. Il tre è la carta più alta, poi viene il due, poi l’asso. Se un giocatore riceve asso, due e tre di briscola, la coppia guadagna tre punti aggiuntivi. Quella è la maraffa.

– Tre punti prima ancora di cominciare?

– Sì. Naturalmente lo deve denunciare.

– Interessante.

Cesare cercò di ricordare se avesse mai visto qualcuno ascoltare le regole del Maraffone con tanta serietà.

– Il gioco procede in senso antiorario. Occorre rispondere col seme giocato dal primo. Chi resta privo di quel seme può giocare un’altra carta, compresa una briscola: da noi si dice tagliare. Chi prende apre il giro successivo.

– E si può parlare?

– Durante la partita si resta in silenzio, ma esiste un sistema di segnali convenuti. Con il taglio si avverte il compagno che il seme giocato è ormai esaurito e che si vuole prendere il comando del gioco. Il busso gli chiede di prendere con la carta più alta e di tornare con lo stesso seme. Lo striscio indica una mano ricca di carte di quel seme; il volo, invece, segnala che quella appena giocata è l’ultima posseduta. La prima mano spetta a chi ha il quattro di denari. Vince la coppia che raggiunge quarantuno punti e due terzi. Quarantuno e due figure.

– Quarantuno e due figure – ripeté Baldi.

– Da noi lo considerano un gioco scientifico. Si gioca in tutta la Romagna. Nel Ravennate lo chiamano anche beccacino.

Cesare si sentiva un poco sciocco. Aveva l’impressione di essersi allontanato molto dalla domanda iniziale, eppure Baldi ascoltava con gli occhi socchiusi, come se stesse disponendo le quaranta carte sopra una superficie invisibile.

– Dieci carte a testa – mormorò Baldi. – Tutta l’informazione è già distribuita, ma ciascun giocatore ne possiede soltanto un quarto. Il resto deve ricostruirlo osservando le carte giocate, le esitazioni e i segnali del compagno.

Sollevò una mano e tracciò nell’aria una figura invisibile.

– La maraffa modifica la partita prima ancora della prima presa: tre punti già acquisiti, che cambiano la distanza dai quarantuno e due terzi. L’obbligo di rispondere al seme restringe progressivamente le possibilità. Taglio, busso, striscio e volo formano un linguaggio ridotto all’essenziale: pochissima informazione, trasmessa attraverso gesti convenuti.

Cesare lo osservava, lasciandolo ragionare.

– Le briscole rappresentano il vero controllo del sistema! – proseguì Baldi. – Finché restano in mano agli avversari, ogni presa conserva una possibilità di rovesciamento. Per vincere occorre costringerli a consumarle.

Tacque per qualche secondo, gli occhi socchiusi, come se davanti a lui fossero comparse tutte le quaranta carte.

– Per far uscire le briscole bisogna cominciare giocando le proprie. Anche quelle più forti, se serve. Si accetta di bruciarne qualcuna per costringere gli avversari a rispondere, consumare le loro e lasciare il gioco scoperto.

Abbassò lentamente la mano.

– Interessante. La carta di maggior valore può servire a conquistare una presa, oppure a modificare l’intera struttura delle mani successive. La perdita immediata diventa il prezzo necessario per smontare le briscole degli avversari.

Un lieve sorriso gli attraversò il viso.

– Altro che osteria, maresciallo. Questo Maraffone è fondato sul sacrificio. Si giocano le proprie briscole per consumare quelle degli altri. Alla fine vince chi ha saputo perderle al momento giusto.

Cesare rimase in silenzio per un istante, incerto se l’uomo stesse parlando seriamente oppure avesse trovato un modo elaborato per prenderlo in giro.

L’espressione di Baldi suggeriva assoluta serietà.

– Voi avete studiato qui – disse Cesare.

Baldi raccolse la cartella dal davanzale. Poi prese Cesare sotto il braccio e lo invitò a camminare.

– Sono stato uno di loro – disse, indicando con un cenno un gruppo indistinto di studenti e professori in fondo al corridoio. –Una parte di me lo è ancora.

Procedettero lentamente.

– Studiavo fisica. Avevo capacità discrete. Qualcuno mi considerava promettente. Io lavoravo molto e riuscivo a seguire problemi complessi. Poi cominciarono le crisi.

– Crisi?

– All’inizio accadeva di rado. Passavano mesi tra un episodio e l’altro. Le attribuivo alla stanchezza, alla tensione, alle troppe ore sui libri. In seguito divennero più frequenti. Ogni problema interessante portava con sé il rischio.

– Che genere di rischio?

Baldi si fermò davanti a una porta chiusa.

– Quando studio un’equazione o seguo un problema particolare, a un certo punto i numeri si dilatano nella mia mente. Occupano tutto lo spazio. Continuano a combinarsi, aprono possibilità, richiamano altre formule. La mia attenzione resta legata al problema anche dopo aver chiuso i libri.

Portò due dita alla tempia.

– Arriva il dolore. Prima una pressione, poi un mal di testa lancinante. La luce diventa insopportabile. Ogni rumore alimenta il pensiero. Trascorro giorni interi a letto, al buio, cercando di svuotare la mente.

Cesare lo ascoltava senza interromperlo.

– Col tempo, le crisi si avvicinarono. Per continuare la ricerca avrei dovuto accettare settimane di lavoro seguite da giorni o mesi di immobilità. A un certo punto scelsi di smettere. Il professor Fermi mi aspettò per parecchio tempo. Credeva che la situazione potesse migliorare. Poi mi propose un posto da inserviente.

Baldi imitò la voce di Fermi con discrezione:

– “Un po’ per vedere cosa succede, Baldi. Magari le passa e può riprendere la ricerca.”

Riprese il proprio tono.

– Sono trascorsi quasi dieci anni. Ormai considero la ricerca una parte conclusa della mia vita.

Continuarono a camminare in silenzio. Dall’interno di un’aula arrivava la voce di un professore, seguita dal raschiare del gesso sulla lavagna.

– Gli scacchi sono l’unica attività intellettuale che riesco a praticare con continuità – disse Baldi. – Le regole tengono il problema dentro confini precisi. Sessantaquattro caselle, trentadue pezzi all’inizio, movimenti definiti. Posso fermarmi, riprendere il giorno dopo, lasciare che la posizione attenda.

– E quella che sistemate ogni mattina? – domandò Cesare. – È un problema particolare?

Baldi rallentò.

– È più di un problema. È una partita.

– Con chi?

– Con il professor Majorana.

Pronunciò il nome senza enfasi. Proprio questa semplicità fece sentire a Cesare il peso della risposta.

– Giocavate qui?

– Anche qui. Abbiamo cominciato alcuni anni fa. Quando si trovava a Roma, Majorana passava dalla portineria e faceva una mossa. A volte restava pochi minuti, altre volte discutevamo a lungo una variante. Quando era lontano, giocavamo per corrispondenza. Una lettera poteva contenere una sola mossa e due righe di commento.

– Ma così la partita poteva durare settimane.

– Mesi, in qualche caso.

– Quella sulla scacchiera è l’ultima?

– Sì.

Erano tornati vicino alle scale. Baldi scese verso l’ingresso e Cesare lo seguì.

– Io giocavo con i bianchi. Majorana con i neri. La posizione che avete visto ogni mattina è quella lasciata da lui dopo l’ultima mossa.

– Quando?

– Durante una delle sue ultime visite a Roma.

– Prima di trasferirsi a Napoli?

– Sì. In seguito continuammo a parlarne, ma sulla scacchiera la posizione rimase quella.

– E voi?

– Provo a concludere la partita.

Entrarono nella portineria. Il giovane inserviente era uscito e il banco risultava vuoto. Sul tavolino la scacchiera attendeva nella posizione osservata al mattino. Baldi indicò i pezzi.

– Quando la scomparsa è stata considerata definitiva, ho pensato di proseguire da solo. Prima gioco con i bianchi. Poi mi siedo dall’altra parte e cerco la risposta dei neri. Ogni mattina ricomincio dalla sua ultima mossa. Ogni sera arrivo a una posizione diversa.

Si avvicinò alla scacchiera e sfiorò con un dito la testa di un cavallo nero.

– Quando Majorana è scomparso ero convinto di poter vincere. Accadeva di rado. Lui mi lasciava spesso posizioni nelle quali la mia vittoria sembrava vicina e, qualche mossa dopo, scoprivo che aveva già preparato una via d’uscita.

– Ora giocate entrambe le parti.

– Sì.

– E chi vince?

Baldi guardò i pezzi.

– Nessuno. Qualunque variante scelga, la partita scivola verso una posizione priva di vittoria. Posso evitare la sconfitta con entrambi i colori. Posso prolungare il gioco. Posso cambiare l’ordine delle mosse. Il risultato resta sospeso.

– Una patta.

– Forse. Una patta possiede una conclusione. Questa posizione sembra rifiutarla. È una partita che continua a sottrarsi alla vittoria.

Rimasero in silenzio. Baldi, con ogni probabilità, stava già seguendo una nuova sequenza. Gli occhi passavano dalla torre bianca al re nero, poi tornavano verso i pedoni. Cesare osservava l’uomo e cercava di collocare quella relazione dentro il ritratto raccolto il giorno prima. Fino a quel momento Majorana era apparso attraverso rapporti professionali: il maestro e l’allievo, il collega, il teorico, il professore, il genio difficile da amministrare. Davanti a quella scacchiera compariva un legame diverso. Per anni aveva giocato con un uomo costretto ad abbandonare la fisica, affidandogli mosse, lettere e attese. Una relazione costruita dentro un linguaggio comune e tenuta lontana dalle gerarchie dell’Istituto.

Cesare lasciò trascorrere ancora qualche istante. Poi ricordò il proprio incarico.

– Signor Baldi, posso farvi una domanda diretta?

– È il vostro mestiere.

– Avete un’idea di dove possa trovarsi il professor Majorana?

Baldi alzò gli occhi dalla scacchiera.

– Ignoro dove si trovi. Sono settimane che ripercorro ogni incontro, ogni lettera, ogni mossa. Credo che abbia voluto salutarmi in qualche modo. In quel momento ho lasciato passare quel gesto senza comprenderlo.

Cesare sentì un movimento improvviso nello stomaco.

– Quale gesto?

Baldi si allontanò dal tavolino, raggiunse l’armadio in fondo alla portineria e aprì l’anta superiore. Estrasse un libro rilegato in tela scura. Lo tenne per qualche secondo tra le mani, poi tornò verso Cesare.

– Me lo diede durante la sua ultima visita.

Aprì il volume sul frontespizio e glielo porse. Il titolo era stampato in caratteri semplici: Finali scelti. Sotto compariva un ex libris. Era una piccola incisione nera, precisa e inquietante. Un sole dominava la scena con raggi duri, tracciati come lame. Più in basso, una figura ascetica, consumata, quasi ridotta all’osso, stava inginocchiata davanti a un libro chiuso. La testa era piegata, le mani raccolte, il corpo sottile esposto alla luce verticale.

Sotto l’immagine correva una didascalia: “Cui est notum causas rerum et tamen putri potest quod amat, non est sapiens ma dannatus. Megliu è no sapiri ca sapiri e mali usari. Lu sapiri chi distruggi è peccatu mortali contra la criaturi.”

Cesare estrasse il taccuino e la copiò con attenzione, rispettando ogni parola e ogni segno. Le parole gli risultavano comprensibili soltanto in parte, ma il senso generale emergeva con chiarezza: il sapere poteva diventare colpa quando veniva usato per distruggere.

Più sotto appariva una dedica autografa:

“Ad Aurelio Baldi, che ha saputo smettere prima del matto.” Firmato: Ettore Majorana.

Cesare rilesse la frase.

– Quando ve lo consegnò, cosa disse?

– Quasi nulla. Posò il libro accanto alla scacchiera. Disse che poteva essermi utile e aspettò che leggessi la dedica.

– Voi cosa rispondeste?

– Gli chiesi chi fosse il matto.

– E lui?

– Sorrise. Poi fece la sua mossa.

Cesare guardò di nuovo la dedica. Poteva riferirsi allo scacco matto. Poteva riguardare Baldi, la ricerca abbandonata, le crisi, il limite riconosciuto prima della rovina. Poteva riguardare Majorana stesso. Sfogliò il volume. Le pagine offrivano sequenze di sigle, lettere, numeri e diagrammi. Ogni sezione presentava una posizione ridotta a pochi pezzi, seguita da serie di mosse e varianti. Era un libro da consultare, studiare e verificare sopra una scacchiera, lontano dalla lettura continua di un romanzo.

Si fermò su una pagina.

Finale n. 37 — Torre e pedone contro torre

Posizione

Bianco: Re g5, Torre a7, Pedone h6.    
Nero: Re g8, Torre b6. 
Muove il Bianco.

Seguivano righe compatte:

  1. h7+ Rh8
  2. Ta8+ Rxh7
  3. Ta7+ Rg6
  4. h8=D

Poi una seconda variante, introdotta da una sigla, modificava la risposta del nero e conduceva a un altro sviluppo.

Voltò ancora qualche pagina. Finali di torre, finali di pedoni, re costretti lungo il bordo, opposizioni, sacrifici. Ogni problema cominciava quando quasi tutto era già avvenuto. Restavano pochi pezzi e ogni mossa assumeva un peso definitivo.

– Questo libro è collegato alla partita? – chiese.

– Majorana lo usava per indicarmi alcuni temi – rispose Baldi. – Posizioni nelle quali la vittoria dipende da un tempo, da una casa, dall’ordine esatto delle mosse. La partita che avete davanti contiene qualcosa di simile. Almeno credo.

– La dedica vi sembrò un addio?

Baldi appoggiò una mano sul bordo del tavolo.

– Quel giorno la considerai una delle sue battute. Majorana sapeva che avevo abbandonato la ricerca per salvare ciò che restava della mia salute. Parlava spesso dello scienziato come di un uomo incapace di fermarsi davanti alle conseguenze del proprio lavoro. La dedica poteva essere un complimento. Poteva essere amarezza. Poteva contenere entrambe le cose.

– E adesso?

– Adesso leggo una separazione. Mi ha lasciato una posizione sospesa, un libro di finali e una frase sul momento in cui occorre smettere.

Cesare chiuse il volume con cautela e glielo restituì. Baldi lo posò accanto alla scacchiera. Per qualche secondo entrambi guardarono la posizione lasciata da Majorana. Cesare distingueva i pezzi, riconosceva il re, la regina, le torri e i cavalli. Il significato della disposizione gli restava precluso. Vedeva una posizione, senza saperla leggere. Baldi vedeva una partita durata anni, l’ultima mossa di un uomo scomparso e una conclusione che continuava a sfuggirgli.

Dal corridoio arrivarono passi rapidi. Una voce chiamò un inserviente. Baldi rimase accanto alla scacchiera, assorto.


[1] Letteralmente “reggitrice”. La matriarca.

[2] Forlimpopoli.

[3] Maccheroni con la salsiccia.

[4] Prendi su e porta a casa. Macchietta!

[5] Sei ancora al mondo?

[6] Sempre il solito.

[7] Acidità di stomaco.

[8] Benissimo.