Tutti quelli che sono stato

Commedia metateatrale in un atto

Personaggi

L’ATTORE, settantadue anni, in abito da cerimonia, papillon storto, discorso in tasca.

IL MALVAGIO, elegante, controllato, tagliente.

L’AMANTE, vanitoso, mobile, seduttivo, con un residuo di malinconia.

IL PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO, solenne, eccessivo, poetico, incapace di parlare piccolo.

L’ANIMALE, corpo, peso, respiro, poche parole.

IL TECNICO DI SCENA, concreto, rapido, professionale. Non vede gli altri personaggi.

L’ASSESSORA, una persona perbene, imbrigliata nel linguaggio cerimoniale.

VOCE DALLA PLATEA (IL BALDAZZI), continuamente evocato, presente in platea. Pronuncia la battuta fatidica.

Spazio

Uno spazio non definito dietro le quinte. Non un camerino realistico, non un corridoio riconoscibile: una zona d’attesa teatrale, fatta di oggetti provvisori e necessari. Una sedia, uno specchio mobile con luci laterali, un tavolino, una gruccia, qualche costume coperto da teli, un ombrello dimenticato, un vecchio teschio di scena, una bottiglietta d’acqua, un rotolo di nastro americano, una cassa tecnica.

Da qualche parte, oltre il buio, c’è il palco. Dal palco arrivano a tratti brusii, applausi lontani, voci amplificate, prove di microfono. Ogni tanto filtra una lama di luce.

Quando l’Attore uscirà verso il palco, farà un passo avanti e sarà inquadrato da un occhio di bue. Gli altri resteranno in penombra.

Primo quadro – Dietro le quinte

TECNICO (voce fuori scena)
Prova. Uno, due. Prova. Si sente? Sì? Bene.

Entra il Tecnico di scena, rapido, con auricolare, cartellina, nastro americano al polso. Controlla un segno a terra, sposta una sedia di pochi centimetri, verifica il microfono. Poi si volta verso l’ingresso.

TECNICO
Di qua, maestro. Attenzione al cavo.

Entra l’Attore. Abito da cerimonia, soprabito sulle spalle, papillon leggermente storto. Porta una cartellina o una piccola borsa. Guarda lo spazio con l’aria di chi conosce bene i teatri e per questo li considera luoghi poco affidabili.

ATTORE
I cavi sono sempre il modo più sincero con cui il teatro ti ricorda che puoi cadere.

TECNICO
Questo è fermato bene.

ATTORE
Lo dicono tutti i cavi, prima.

TECNICO
Può lasciare qui il cappotto.

Indica la sedia.

ATTORE
Su quella?

TECNICO
Sì.

ATTORE
È stabile?

TECNICO
È una sedia.

ATTORE
Appunto. Ho conosciuto sedie con più ambizione che equilibrio.

Il Tecnico prende il soprabito e lo sistema sulla sedia.

TECNICO
Quando la chiamano, entra da qui. Aspetta l’applauso, fa due passi, si ferma sul segno. Occhio di bue da destra. L’assessora le consegna il premio, stretta di mano, foto, poi discorso.

ATTORE
Quanto discorso?

TECNICO
Tre minuti.

ATTORE
Per cinquant’anni?

TECNICO
È la durata indicata.

ATTORE
Capisco. Una vita con taglio editoriale.

TECNICO
Se sfora un po’, nessuno muore.

ATTORE
Non prometta cose che il teatro non può mantenere.

Il Tecnico accenna un sorriso.

TECNICO
Le metto il microfono.

ATTORE
Già?

TECNICO
Meglio prima.

ATTORE
Frase sinistra. L’ho sentita da medici, commercialisti e registi.

Il Tecnico gli sistema il radiomicrofono. L’Attore resta fermo solo in apparenza; gli occhi vanno ai costumi coperti.

TECNICO
Fermo un secondo.

ATTORE
Sono fermo.

TECNICO
Sta facendo l’attore fermo.

ATTORE
È più difficile.

Il Tecnico sistema il cavo. L’Attore indica appena i costumi.

ATTORE
Quelli restano lì?

TECNICO
I costumi? Sì.

ATTORE
Tutta la sera?

TECNICO
Non danno fastidio.

ATTORE
Lo dicono anche loro?

TECNICO
Maestro, sono costumi.

ATTORE
Così cominciano le brutte storie di teatro. “Sono costumi.” “È vento.” “È il legno che scricchiola.” Poi ti volti e trovi il principe di Danimarca che cerca il bagno.

TECNICO
Vuole che li sposti?

ATTORE
No. Un costume spostato si offende. Lasciamogli la sua dignità.

TECNICO
Ha paura dei fantasmi?

ATTORE
Io? No.

Pausa.

Ho un rapporto professionale con loro.

TECNICO
Professionale?

ATTORE
Li rispetto, li temo, li evito quando posso. Come certi registi.

TECNICO
Qui non ci sono fantasmi.

L’Attore lo guarda.

ATTORE
Che imprudenza.

TECNICO
Perché?

ATTORE
In teatro non si dice mai una cosa del genere.

TECNICO
Allora diciamo che non risultano presenze in scaletta.

ATTORE
Molto meglio.

Il Tecnico guarda il papillon.

TECNICO
Glielo raddrizzo?

ATTORE
Per ora no. Voglio lasciargli un margine di libertà.

TECNICO
L’importante è che non cada.

ATTORE
È già qualcosa.

Entra l’Assessora. Elegante, sorridente, istituzionale; cortese, ma completamente immersa nel cerimoniale. Ha una cartellina in mano.

ASSESSORA
Maestro!

ATTORE
Assessora.

ASSESSORA
Che piacere averla qui. Davvero. Un grande piacere per tutti noi.

ATTORE
Anche per me. Credo.

ASSESSORA
Come, crede?

ATTORE
Alla mia età il piacere va confermato dalla pressione.

ASSESSORA
Sempre spiritoso.

ATTORE
Solo quando ho paura.

ASSESSORA
Paura? Lei?

ATTORE
Gli attori hanno paura per mestiere. Poi imparano a mettersela bene addosso.

ASSESSORA
Bellissima. Posso usarla nel discorso?

ATTORE
L’ha già scritto?

ASSESSORA
Sì, ma posso inserirla.

ATTORE
No. Le frasi infilate dopo si vedono. Come i bottoni sostituiti.

L’Assessora ride, poi controlla la cartellina.

ASSESSORA
Sarà una cosa semplice. Una breve introduzione mia, poi il presidente dell’associazione, un saluto del direttore artistico, un piccolo video e infine il premio.

ATTORE
Questa è la cosa semplice?

TECNICO
È la versione accorciata.

ASSESSORA
Abbiamo cercato di contenere. Quando si celebra una carriera come la sua, le cose da dire sono tante.

ATTORE
Per questo conviene dirne poche.

ASSESSORA
Infatti io dirò pochissimo. Solo due pagine.

ATTORE
Due pagine sono pochissimo se uno sta confessando un delitto.

ASSESSORA
Maestro, lei mi mette in difficoltà.

ATTORE
È il primo servizio che offro alla cultura.

L’Assessora sorride, divertita e appena spiazzata.

ASSESSORA
Volevo dirle davvero che per noi è un onore. Lei ha attraversato la storia del nostro teatro con leggerezza, profondità, ironia, rigore…

ATTORE
Anche rigore?

ASSESSORA
Certamente.

ATTORE
Mi fa piacere. Il rigore, di solito, arriva quando non sanno più se uno è vivo o solo puntuale.

ASSESSORA
Lei scherza, ma ha accompagnato generazioni di spettatori.

L’Attore fa una piccola smorfia.

ATTORE
Generazioni. Questa parola mi preoccupa.

ASSESSORA
Perché?

ATTORE
Quando arrivano le generazioni, la persona è già diventata monumento. E, sui monumenti, la fanno i piccioni.

ASSESSORA
Ma lei è amatissimo. Io, per esempio, l’ho vista per la prima volta da ragazza. In televisione.

Il sorriso dell’Attore si assottiglia appena.

ATTORE
In televisione.

ASSESSORA
In uno sceneggiato. Lei faceva… mi perdoni, forse ricordo male… un giudice?

ATTORE
Un farmacista.

ASSESSORA
Ecco! Una figura autorevole.

ATTORE
Che moriva al secondo episodio.

ASSESSORA
Davvero?

ATTORE
Con grande dignità da banco.

ASSESSORA
Però mi è rimasto impresso.

ATTORE
È il destino crudele della televisione. Fai Shakespeare, Cechov, Molière con la febbre a trentanove, e qualcuno ti conserva nel cuore per un farmacista morto nel 1987.

ASSESSORA
Io poi l’ho vista anche a teatro.

ATTORE
Certo.

ASSESSORA
Almeno credo.

Pausa.

ATTORE
Peggio.

ASSESSORA
Mi scusi.

ATTORE
Non deve. È un ricordo onesto. L’onestà, ogni tanto, entra con gli scarponi.

L’Assessora cerca rapidamente un terreno più sicuro.

ASSESSORA
Sarà contento di sapere che questa sera è con noi anche il maestro Baldazzi.

L’Attore resta fermo. Il Tecnico avverte il cambiamento.

ATTORE
Baldazzi.

ASSESSORA
Sì. Mi ha detto che non sarebbe mancato per nulla al mondo.

ATTORE
Per nulla al mondo.

ASSESSORA
Vi conoscete bene, immagino.

ATTORE
Abbiamo attraversato gli stessi decenni. Non sempre dalla stessa porta.

ASSESSORA
Mi ha parlato di lei con grande stima. Ha detto: “È giusto che lo premino.”

Pausa.

ATTORE
Ha detto proprio così?

ASSESSORA
Sì. Mi è sembrata una frase molto bella.

ATTORE
Bellissima. Sembra un complimento che ha consultato un avvocato.

ASSESSORA
Come?

ATTORE
Dicevo: molto gentile.

ASSESSORA
È in terza fila. Centrale. Vicino al presidente.

ATTORE
Centrale. Naturalmente. Baldazzi non si siede mai dove la luce possa dimenticarsi di lui.

ASSESSORA
Mi ha anche chiesto se avrebbe parlato.

ATTORE
Immagino per prepararsi emotivamente.

ASSESSORA
Gli ho detto che farà un breve intervento dopo la consegna del premio.

ATTORE
E lui?

ASSESSORA
Ha sorriso.

L’Attore annuisce, come se la cosa confermasse un antico sospetto.

ATTORE
Ecco.

ASSESSORA
Ecco cosa?

ATTORE
È il suo modo di prendere appunti senza carta.

ASSESSORA
Siete stati rivali?

ATTORE
Rivali è una parola sportiva. Noi siamo stati più teatrali.

ASSESSORA
Cioè?

ATTORE
Ci siamo stimati con prudenza.

Il Tecnico mette una mano sull’auricolare.

TECNICO
Assessora, la chiamano per l’apertura.

ASSESSORA
Sì, arrivo.

All’Attore.

Quando pronuncio il suo nome, entra da qui. Io le consegno il premio, facciamo la foto, poi le lascio il microfono.

ATTORE
Lei mi lascia il microfono?

ASSESSORA
Mi fido.

ATTORE
Male. Ma la ringrazio.

ASSESSORA
Tre minuti, però.

ATTORE
Lo so. Me lo ripetono tutti con la dolcezza di una condanna.

ASSESSORA
È solo per la scaletta.

ATTORE
La scaletta è la forma civile del destino.

ASSESSORA
Questa me la segno.

ATTORE
No, la prego. È nata stanca.

L’Assessora ride. Fa per uscire, poi torna a rivolgersi a lui.

ASSESSORA
Grazie ancora, maestro. Davvero.

ATTORE
Assessora.

ASSESSORA
Sì?

ATTORE
Se durante il mio discorso sente una frase troppo intelligente, non si preoccupi. Potrebbe essere di Baldazzi.

ASSESSORA
Spiritoso fino all’ultimo.

ATTORE
Prudente.

L’Assessora esce verso il palco. Il brusio cambia. Un piccolo colpo di microfono. Poi la sua voce amplificata, più lontana.

ASSESSORA (VOCE FUORI SCENA)
Buonasera a tutte e a tutti…

L’Attore ascolta. Il Tecnico controlla un’ultima volta il microfono.

ATTORE
Terza fila. Centrale.

TECNICO
Come?

ATTORE
Baldazzi. Non “sono felice”. Non “se lo merita”. “È giusto che lo premino.”

TECNICO
Mi sembra una frase positiva.

ATTORE
Anche “l’imputato è assolto per insufficienza di prove” è una frase positiva.

TECNICO
Non lo conosco.

ATTORE
Meglio.

TECNICO
Chi è?

ATTORE
Un collega.

TECNICO
Uno importante?

ATTORE
Per lui moltissimo.

TECNICO
E per lei?

L’Attore esita.

ATTORE
Per me sarebbe meglio se fosse ancora più indietro. Se proprio ci deve essere.

Il Tecnico non insiste. Gli sistema appena la giacca.

TECNICO
Ha un po’ di lucido qui.

Tampona rapidamente il volto dell’Attore.

ATTORE
Sarebbe sudore.

TECNICO
In scena diventa lucido.

ATTORE
Il teatro trasforma tutto.

TECNICO
Soprattutto quello che non dovrebbe brillare.

Controlla il microfono.

Mi fa un “prova”?

ATTORE
Prova.

TECNICO
Ancora.

ATTORE
Prova.

TECNICO
Più naturale.

ATTORE
Naturale? Dopo sessant’anni di artificio?

TECNICO
Faccia come quando parla con qualcuno che non vuole convincere.

ATTORE
Non ho esperienza recente.

TECNICO
Provi.

ATTORE
Prova.

TECNICO
Meglio.

La lascio un momento. Torno quando manca poco.

L’Attore guarda i costumi coperti.

ATTORE
Mi lascia qui da solo?

TECNICO
Per qualche minuto.

ATTORE
Pochi minuti, dietro le quinte, sono una durata geologica.

TECNICO
Siamo tutti a pochi metri.

ATTORE
Dall’altra parte. È lì che stanno sempre i vivi.

TECNICO
Se sente rumori, sono i tubi.

ATTORE
E quelli?

Indica i costumi.

TECNICO
Polvere.

ATTORE
Memoria con le maniche.

TECNICO
Preferisco polvere. Si gestisce meglio.

Il Tecnico fa per prendere l’ombrello.

ATTORE
Lo lasci.

TECNICO
L’ombrello?

ATTORE
Mi fa compagnia.

TECNICO
Un ombrello?

ATTORE
Meglio di certi colleghi.

Il Tecnico lo rimette al suo posto. Indica il teschio.

TECNICO
Anche questo resta?

ATTORE
Lui almeno non interrompe.

TECNICO
Per ora.

L’Attore lo guarda. Un sorriso involontario.

ATTORE
Vede? Sta imparando.

TECNICO
A mie spese.

Sta per uscire, poi si ferma.

Maestro.

ATTORE
Sì?

TECNICO
Da qui sembrano tutti più spaventati di lei.

ATTORE
Dal palco?

TECNICO
Da dietro.

Il Tecnico esce.

L’Attore resta solo. La voce dell’Assessora continua, amplificata e leggermente deformata dal microfono.

ASSESSORA (VOCE FUORI SCENA)
…questa sera abbiamo il piacere e l’onore di consegnare il premio alla carriera a un interprete che ha saputo attraversare generi, epoche, registri…

L’Attore resta immobile. Poi guarda verso la platea invisibile.

ATTORE
Terza fila. Centrale.

Pausa.

Baldazzi non viene mai per caso. Nemmeno quando va dal dentista.

Ascolta la voce dell’Assessora.

“È giusto che lo premino.”

Pausa.

Non “sono felice”. Non “se lo merita”. Non “era ora”.
“È giusto.”

Baldazzi ha sempre avuto il talento di trasformare un abbraccio in un verbale.

Si tocca il papillon. Guarda i costumi coperti, l’ombrello, il teschio.

Benissimo. C’è Baldazzi. C’è l’assessora. C’è il farmacista morto nel secondo episodio. C’è un ombrello, un teschio e un gruppo di costumi che fingono di non ascoltare.

Guarda ancora i costumi.

Non esistono fantasmi in teatro.

Pausa.

Esistono repliche chiuse male.

Si avvicina allo specchio. Lo accende. Le lampadine laterali si illuminano con un piccolo scatto elettrico. Il papillon è storto.

ASSESSORA (VOCE FUORI SCENA)
…una carriera lunga, intensa, capace di accompagnare generazioni di spettatori…

ATTORE
Generazioni.

Si osserva nello specchio.

Quando cominciano le generazioni, vuol dire che non ricordano più gli spettacoli. Ricordano l’epoca.

Prende il foglietto dalla tasca. Lo apre.

Buonasera.

Pausa.

Buonasera.

Scuote la testa.

Troppo da parroco.

Riprova, più brillante.

Buonasera.

Si ferma.

Troppo da presentatore del sabato.

Riprova, più semplice.

Buonasera.

Pausa.

Questo potrebbe funzionare. Se non ci metto sopra una faccia da persona grata.

Legge.

Sono molto emozionato.

Guarda il foglio con fastidio.

Emozionato. Bella parola. La dicono quelli che non sanno cosa provano e quelli che sanno benissimo cosa devono far credere.

Accenna ad accartocciare il foglietto, poi lo risparmia.

Stasera mi danno un premio alla carriera. Detta così sembra solenne. In realtà qualcuno ha aperto un fascicolo e ha detto: “È ancora vivo? Premiamolo.”

Prova un sorriso allo specchio. Il sorriso non regge.

La carriera. A vent’anni hai una vocazione. A trenta un mestiere. A quaranta una posizione. A cinquanta un problema con i giovani. A sessanta una biografia. A settanta hai una carriera, cioè una cosa che gli altri possono riassumere senza chiederti il permesso.

Dal palco arriva un breve applauso.

ATTORE
Eccoli. Bravi. Applaudono per sicurezza. Il pubblico di premiazione applaude quando l’organizzazione guarda verso la platea con una certa ansia.

Torna al foglietto.

Per fortuna non ancora a me.

ASSESSORA (VOCE FUORI SCENA)
…un artista che ha saputo attraversare il comico e il tragico, il popolare e il classico…

ATTORE
Attraversare. Sempre questo verbo.

Posa il foglietto sul tavolino.

Sembra che uno passi di lì con l’ombrello, saluti e vada avanti.

Guarda il soprabito appoggiato sulla sedia.

Certe cose, quando le attraversi, rimangono addosso. Come il fumo sui cappotti. Come il trucco negli angoli degli occhi. Come una battuta sbagliata che torna in mente vent’anni dopo, mentre compri il pane.

Pausa.

Però là fuori bisogna sorridere. Ringraziare. Fingere che tutto abbia avuto un disegno.

Cammina lentamente nello spazio.

Invece molto spesso era solo: entra da destra, non inciampare, alza la voce sull’ultima fila, non innamorarti della prima attrice, non litigare col regista prima della prima, non bere dopo il secondo atto, non leggere le recensioni.

Pausa.

Poi le leggi.

Si ferma davanti allo specchio.

Ho passato la vita a entrare dalla porta degli altri. Re, servi, amanti, vigliacchi, animali. Ogni sera qualcuno ti dava un nome, una giacca, una ferita, una battuta, una morte. Poi chiudevi il sipario, tornavi in camerino, ti toglievi il trucco e dicevi: “È finita.”

Guarda a lungo il proprio riflesso.

Menzogna.

Un applauso più deciso arriva dal palco. L’Assessora ha assunto un tono ancora più celebrativo.

ASSESSORA (VOCE FUORI SCENA)
…prima di consegnare il premio, vorrei ricordare alcuni momenti di una carriera lunga e ricchissima…

L’Attore si irrigidisce.

ATTORE
No. Alcuni momenti no.

Ascolta.

Non fate l’elenco. L’elenco è una forma di vendetta. “Ricordiamo il suo Amleto, il suo Arpagone, il suo Tartufo, il suo Lear…” Il suo, il suo, il suo. Come se fossero miei. Come se non fossero stati loro, qualche volta, a prendere me per il collo.

La voce fuori scena diventa meno comprensibile. Si distinguono soltanto frammenti: “memorabile”, “intensità”, “ironia”, “corpo scenico”.

ATTORE
Corpo scenico. Eccolo. Quando non sanno se sei bello, brutto, vecchio, storto o soltanto resistente, dicono corpo scenico.

Si guarda le mani. Le muove appena, come se le riconoscesse con ritardo.

Questo archivio con le ginocchia.

Pausa.

Qui dentro c’è tutto. Il primo applauso vero. Il primo fiasco. Il critico che a ventisette anni ti definisce “interessante” e a settantadue ti torna in mente come una diagnosi.

Prende il foglietto. Questa volta non scherza. Cerca il tono.

Buonasera.

Pausa.

Non ci credevo.

Resta sorpreso dalla frase.

Non ci credevo che sarebbe arrivata questa sera. Perché il teatro ti abitua a pensare che tutto accada stasera e finisca stasera. Domani un’altra replica. Dopodomani un’altra città. Poi un altro ruolo. Un’altra paura.

Pausa.

Non ci credevo che qualcuno avrebbe provato a mettere tutto insieme.

Dal palco arriva un applauso indistinto.

E infatti non si può.

Si volta verso i costumi coperti.

Perché uno crede di uscire. Crede di lasciare tutto in camerino, insieme al costume, al sudore, alla voce che ha usato per qualche mese. Poi passano gli anni e basta una parola, un gesto, un modo di stare fermi…

Si interrompe.

Da qualche parte, un telo si muove appena.

L’Attore lo vede nello specchio. Non si volta subito.

Pausa.

No.

Si impone un sorriso, quasi vergognandosi della propria superstizione.

Parlo con i costumi. Ottimo. Fra poco mi daranno un premio alla carriera o un accompagnatore.

Riprende il foglietto, ma ora guarda il buio più del foglio.

Buonasera. Non ci credevo.

Il telo si muove ancora, appena.

L’Attore chiude gli occhi.

ATTORE
Ti prego. Non adesso.

Silenzio.

Secondo quadro – Gli ingressi

La luce cambia appena. Non è un buio vero: è come se lo spazio dietro le quinte avesse preso fiato. La voce al microfono continua a tratti, lontana, un po’ distorta. Ogni tanto arriva un applauso breve, educato. L’Attore è rimasto dove lo abbiamo lasciato, con il foglietto in mano. Ha appena detto “Buonasera. Non ci credevo.” Ora guarda il vuoto davanti a sé, come se quella frase avesse aperto qualcosa che non voleva aprire.

ASSESSORA (VOCE FUORI SCENA)
…e non possiamo non ricordare alcune interpretazioni che hanno segnato il suo percorso…

ATTORE
Ecco.
Adesso cominciano.

Si volta verso i costumi coperti, verso gli oggetti lasciati nello spazio tecnico.

Non fatevi chiamare.

Pausa.

Dico sul serio.

Un telo si muove appena. Forse una corrente d’aria. Forse no. L’Attore non guarda subito. Sa già da dove arriverà la prima presenza.

MALVAGIO
Non ci credevo.

Dal buio emerge il Malvagio. Non entra con violenza. Entra con diritto. Ha un’eleganza glaciale, quasi coloniale: l’aria di un uomo che può ordinare una crudeltà senza alterare il tono della conversazione. Potrebbe avere una giacca chiara, o soltanto portare nel corpo quell’immagine: garbo, veleno, controllo.

ATTORE
No.

MALVAGIO
Sì.

ATTORE
Non stasera.

MALVAGIO
Proprio stasera.

ATTORE
Ti avevo chiuso in un baule.

MALVAGIO
I bauli sono fatti per viaggiare.

ATTORE
Questo era in fondo a un magazzino.

MALVAGIO
Anche i magazzini hanno memoria. La polvere conserva meglio degli archivi.

L’Attore si volta. Lo guarda. Cerca di non riconoscerlo troppo in fretta.

ATTORE
A cosa non credevi?

MALVAGIO
Che avresti cominciato così.

ATTORE
Così come?

MALVAGIO
Con quella faccia da uomo riconoscente.
“Buonasera. Sono molto emozionato.”
Dopo cinquant’anni di palcoscenico, l’attacco di un assessore alla cultura.

ATTORE
È una formula cortese.

MALVAGIO
È una resa senza condizioni.

ATTORE
Mi danno un premio. Devo ringraziare.

MALVAGIO
Ringraziare, sì. Ma non strisciare.

ATTORE
Io non striscio.

MALVAGIO
Ancora no. Ma quella frase ha già le ginocchia piegate.

Il Malvagio gli sfila il foglietto di mano. L’Attore non riesce a impedirlo, o forse non vuole.

MALVAGIO
“Ringrazio la giuria, il pubblico, l’organizzazione…”
Manca solo “sentitamente” e possiamo tumularti con il programma di sala.

ATTORE
Ridammelo.

MALVAGIO
Potresti aprire meglio.

ATTORE
Tu apriresti un funerale con una minaccia.

MALVAGIO
E tutti ascolterebbero.

ATTORE
È una premiazione, non un regolamento di conti.

MALVAGIO
Ogni premiazione è un regolamento di conti, ma con le luci migliori.

L’Attore prova a riprendersi il foglietto. Il Malvagio si sottrae con un gesto minimo.

MALVAGIO
Senti questa: “Accetto questo premio con lo stesso ritardo con cui arriva.”

ATTORE
No.

MALVAGIO
Sobrio. Elegante. Leggermente letale.

ATTORE
È cattivo.

MALVAGIO
È vero.

ATTORE
Non sempre le due cose coincidono.

MALVAGIO
Spesso collaborano.

L’Attore lo guarda meglio. Ora lo riconosce davvero.

ATTORE
L’ultima volta che ti ho tirato fuori avevo una giacca bianca, una crudeltà educatissima e quell’aria da gentiluomo coloniale capace di ordinare una fucilazione senza smettere di scegliere il sigaro.
Mi bastò alzare appena il sopracciglio. Io ero fermo, immobile, quasi cortese. Eppure un critico in seconda fila tossì come se avesse riconosciuto il veleno.

MALVAGIO
Ricordiamo una serata eccellente.

ATTORE
Sì. La ricordiamo.

Quella sera trasformammo un usurpatore di provincia in un uomo che avrebbe venduto sua madre per una recensione buona.

MALVAGIO
E il pubblico capì tutto.

ATTORE
Il pubblico rise nel punto sbagliato.

MALVAGIO
No. Rise nel punto esatto. Solo che noi non eravamo ancora pronti ad ammettere che il male, quando è sincero, fa anche ridere.

ATTORE
Non facevamo ridere. Facevamo paura.

MALVAGIO
La paura intelligente sorride prima di sedersi.

ATTORE
Tu hai sempre avuto questa mania delle frasi definitive.

MALVAGIO
Sono un servizio al pubblico.

Il Malvagio si avvicina allo specchio. Guarda l’Attore riflesso. È come se guardasse sé stesso invecchiato.

MALVAGIO
Noi lo amavamo, quel silenzio. Prima dell’ordine. Prima dello sparo. Prima che il pubblico capisse che non avremmo alzato la voce.

ATTORE
Tutti aspettavano il cattivo con il pugno sul tavolo. Noi scegliemmo il portasigarette.

MALVAGIO
Argento.

ATTORE
Peltro. Teatro stabile, bilancio vero.

MALVAGIO
Non rovinare la memoria con la contabilità.

ATTORE
Lo aprimmo con una lentezza indecente. Il prigioniero piangeva, e noi scegliemmo il sigaro. Il pubblico capì che la fucilazione era già avvenuta prima ancora dell’ordine.

MALVAGIO
Quella è precisione.

ATTORE
Quella è crudeltà.

MALVAGIO
Quella è teatro.

Pausa. L’Attore si riprende il foglietto. Questa volta il Malvagio glielo lascia.

ATTORE
Tu sei stato utile, qualche volta.

MALVAGIO
Qualche volta?

ATTORE
Hai dato taglio. Controllo. Quella cosa nello sguardo.

MALVAGIO
Carisma.

ATTORE
Crudeltà ben pettinata.

MALVAGIO
Il pubblico la chiama carisma.

ATTORE
Il pubblico perdona molte cose quando sono illuminate bene.

MALVAGIO
Per questo amo il teatro.

ATTORE
Io però, qualche volta, ti ho portato fuori scena.

MALVAGIO
Qualche volta era necessario.

ATTORE
No. Qualche volta era comodo.
La battuta perfida a cena dopo la prima. Il giovane collega corretto davanti a tutti. La recensione altrui letta con pietà troppo visibile. Non eri più un personaggio. Eri diventato abitudine.

MALVAGIO
L’abitudine è solo un ruolo che ha trovato casa.

ATTORE
Ecco perché stasera ti tengo d’occhio.

MALVAGIO
Non mi hai mai tenuto d’occhio. Mi hai sempre usato.

La frase resta. L’Attore la incassa.

ATTORE
Stasera no.

MALVAGIO
Stasera soprattutto.

ATTORE
Stasera devo arrivare intero.

MALVAGIO
Intero? Che parola ingenua. Tu sei intero solo quando sei ben diviso.

Dal palco arriva un applauso. Il Malvagio volta appena la testa verso il suono.

Sentili. Sono pronti a perdonarti tutto, purché tu sia breve.

ATTORE
Tu resti qui.

MALVAGIO
Io resto dove mi metti. Il problema, come sempre, è dove mi metti.

Il Malvagio arretra, ma non esce. Si dispone in penombra, laterale, come una lama appoggiata ma non riposta. L’Attore torna al foglietto. Respira. Prova a ripartire.

ATTORE
Buonasera. Non ci credevo…

Una risata morbida arriva da un altro punto dello spazio. Non una risata piena: piuttosto un sorso trattenuto.

AMANTE
Non ci credevo.

Entra l’Amante. Non appare: si presenta. Ha una mano alla guancia, uno sguardo allo specchio, un’attenzione forse eccessiva alla linea della giacca. È elegante, ma non innocente. Vede il Malvagio e lo ignora con precisione.

MALVAGIO
Ecco l’incidente sentimentale.

AMANTE
Ecco il rancore con le scarpe lucide.

ATTORE
Anche tu?

AMANTE
Soprattutto io.

ATTORE
A cosa non credevi?

AMANTE
Che volessi sembrare dignitoso.

ATTORE
È una colpa?

AMANTE
A settantadue anni è una tentazione comprensibile. Ma resta pericolosa.

L’Amante gli gira intorno, lo osserva come si osserva un abito che non convince.

Questo abito è troppo serio.

ATTORE
È una cerimonia.

AMANTE
Appunto. Le cerimonie sono fatte per fingere che il corpo non ci sia. Ma il corpo c’è. Anche quando scricchiola.

MALVAGIO
Patetico.

AMANTE
Solo perché tu non hai mai capito l’importanza del dopo cena.

MALVAGIO
Io capisco l’importanza dell’uscita.

AMANTE
L’uscita è per chi non sa restare.

ATTORE
Vi prego. Ho tre minuti di discorso e due di pazienza.

AMANTE
Tre minuti bastano per rovinarsi, se usati bene.

L’Amante prende il foglietto e lo legge con delusione teatrale.

“Ho sempre cercato di servire il teatro con umiltà…”

Ride.

Con umiltà? Tu? Tu che a trent’anni entravi di profilo anche dal panettiere?

MALVAGIO
Non era umiltà. Era calcolo dell’angolazione.

Ride.

AMANTE
Era desiderio di essere visto. E non c’è niente di male.

ATTORE
Ce n’è stato, qualche volta.

AMANTE
Qualche volta sì. Il desiderio ben educato non interessa a nessuno.

ATTORE
L’ultima volta che ti ho tirato fuori eravamo in una commedia crudele: salotti, bicchieri, pause, tradimenti ben pettinati. Io facevo l’amante elegante, quello che entra credendo di governare il desiderio e invece finisce intrappolato nella buona educazione degli altri.

AMANTE
Ricordiamo una serata piena di sottintesi.

ATTORE
Sì. La ricordiamo. Parlavamo pochissimo, ma ogni silenzio sembrava già compromesso.

AMANTE
E il pubblico respirava piano.

ATTORE
Il pubblico aspettava lo scandalo.

AMANTE
No. Aspettava che qualcuno versasse da bere senza tremare.

MALVAGIO
Io avrei tenuto il bicchiere fermo.

AMANTE
Tu avresti avvelenato il vino.

MALVAGIO
Avrei chiarito la situazione.

AMANTE
La chiarezza è una volgarità quando due persone si desiderano ancora e non sanno più dove mettere le mani.

ATTORE
Il regista disse: “Non tremare.”

AMANTE
E noi tremammo pochissimo.

ATTORE
Abbastanza perché la terza fila lo vedesse.

AMANTE
Abbastanza perché la terza fila fingesse di non averlo visto.

L’Attore prende dal muro una vecchia fotografia di scena. L’Amante la guarda come si guarda un vecchio complice.

ATTORE
Eri insopportabile. Sempre mezzo girato. Sempre un sospiro prima della parola. Sempre quella mano sul cuore, come se il cuore avesse bisogno del suggeritore.

AMANTE
Il pubblico tratteneva il respiro.

MALVAGIO
Il pubblico tratteneva il cappotto, per uscire prima.

AMANTE
Tu non capisci la morbidezza.

MALVAGIO
Io capisco l’efficacia.

AMANTE
L’efficacia è la morbidezza dei vigliacchi.

MALVAGIO
La morbidezza è l’efficacia dei vanitosi.

ATTORE
Basta.

Pausa.

AMANTE
La ricordi?

ATTORE
Chi?

AMANTE
Quella che rise.

L’Attore resta fermo. Il Malvagio sorride appena: conosce la ferita.

MALVAGIO
Oh, no. La mitologia della ferita erotica.

AMANTE
Una giovane attrice. Vestito chiaro. Occhi intelligenti. Noi pensammo di conquistarla con una pausa.

ATTORE
Non era una pausa. Era un tempo interno.

AMANTE
Lei lo chiamò vuoto.

MALVAGIO
Donna lucida.

ATTORE
Mi rise in faccia.

AMANTE
E ci salvò.

ATTORE
Ci umiliò.

AMANTE
È quasi la stessa cosa, quando si è giovani.

Pausa. L’Attore posa la fotografia.

ATTORE
Dopo quella sera smisi di entrare guardando se qualcuno mi guardava.

AMANTE
Non è vero. Guardavi meglio.

ATTORE
Quella commedia ci insegnò una cosa terribile.

AMANTE
Che il tradimento, se vestito bene, sembra conversazione.

ATTORE
Che il desiderio può stare seduto su un divano senza muovere un muscolo, e intanto spostare i mobili dentro la testa di tutti.

AMANTE
In quella scena capimmo che l’amante non è quello che prende. È quello che aspetta.

ATTORE
E che aspettare in scena è molto più difficile che baciare.

AMANTE
Baciare risolve.

ATTORE
Aspettare rovina.

AMANTE
Ci piacque molto, rovinare lentamente.

ATTORE
Al pubblico anche.

AMANTE
Vedi? Dovresti portarmi con te.

ATTORE
Sul palco?

AMANTE
Nel modo in cui guardi la sala.
Un premio alla carriera è una forma tardiva di corteggiamento. Salirai là fuori, ti daranno qualcosa in mano, ti guarderanno come si guardano gli uomini che hanno quasi finito di essere pericolosi. Proprio allora dovrai ricordare che il corpo non ha firmato la resa.

ATTORE
Ho settantadue anni.

AMANTE
Il desiderio non legge la carta d’identità. Al massimo la usa per farsi vento.

Dal palco arriva una voce più nitida, poi un applauso.

ASSESSORA (VOCE FUORI SCENA)
…ha saputo essere ironico, crudele, tenero, tragico…

MALVAGIO
Crudele l’hanno detto prima.

AMANTE
Tenero l’hanno detto male.

ATTORE
Tu resta qui.

AMANTE
Io resto dove mi guardano.

L’Amante arretra verso un’altra zona dello spazio, non accanto al Malvagio: abbastanza vicino per provocarlo, abbastanza lontano per essere desiderato. L’Attore resta al centro, già meno solo e più affollato. Prende il foglietto, ma non riesce a leggerlo.

Entra il Tecnico di scena. Il Malvagio e l’Amante restano visibili al pubblico, ma il Tecnico non li vede. L’Attore si ricompone troppo in fretta.

TECNICO
Tutto bene?

ATTORE
Benissimo.

TECNICO
La sentivo parlare.

ATTORE
Scaldo la voce.

MALVAGIO
Male.

AMANTE
Con poca convinzione.

TECNICO
Diceva?

ATTORE
Vocali.

TECNICO
Ah. Bene. Mi fa un “prova”?

ATTORE
Prova.

TECNICO
Ancora.

ATTORE
Prova.

MALVAGIO
Morto.

AMANTE
Un poco più di saliva.

ATTORE
Prova!

Il Tecnico fa un gesto verso l’auricolare.

TECNICO
Perfetto. Non urli così dopo, però.

ATTORE
Mi adeguerò alla democrazia del microfono.

TECNICO
Ha un po’ di lucido qui.

Tampona appena il trucco. Il Malvagio osserva con severità; l’Amante con interesse divertito.

È emozionato?

ATTORE
Lo dico da un quarto d’ora e nessuno mi crede.

TECNICO
Capita. Comunque sta andando bene.

ATTORE
A chi?

TECNICO
Alla serata.

ATTORE
Ah. Pensavo a me.

TECNICO
Per lei aspettiamo il responso.

ATTORE
Gentile.

TECNICO
Tecnico.

Il Tecnico esce. L’Attore aspetta che sia lontano. Poi si rivolge ai due personaggi in penombra.

ATTORE
Non una parola quando entra.

MALVAGIO
Non ci sente.

AMANTE
Non ci vede.

ATTORE
Io sì.

Dal buio si sente un colpo secco, come un oggetto antico appoggiato male. Una voce profonda, enfatica, arriva prima del corpo.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Non ci credevo.

L’Attore chiude gli occhi.

ATTORE
Eccolo.

MALVAGIO
Che Dio ci dia una forbice.

AMANTE
O almeno un intervallo.

Il Personaggio shakespeariano entra portando, o trovando immediatamente, il teschio di scena. Lo solleva come se fosse atteso da secoli. L’Attore lo guarda con rassegnazione e affetto irritato.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Non ci credevo che la notte del tributo ti trovasse così piccolo, così piegato alla cortesia degli uomini, così disposto a consegnare l’intera tua tempesta a un foglio da taschino.

ATTORE
Avevo chiesto tre minuti.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Cos’è un minuto davanti a una vita spesa a morire sotto un applauso, a rinascere fra due sipari?

Prende il teschio

ATTORE
È una scaletta televisiva.

Rimette il teschio

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Io parlo ai padri sepolti, ai figli non nati… Amici, Romani, compatrioti, prestatemi orecchio…

ATTORE
Sì, vabbè. Marcantonio l’ho fatto nel 1982 al festival di Todi, con le zanzare sotto la toga.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Tre minuti sono un’offesa quando la memoria chiama a raccolta i morti.

MALVAGIO
Qui non ci sono morti.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Ci sono sempre morti, quando un attore si pettina prima dell’applauso.

AMANTE
Questa è bella.

MALVAGIO
È lunga.

ATTORE
Appunto.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Dirai: “Stanotte gli ori degli uomini mi chiamano al loro altare, e le mie molte anime si levano come corvi sul campo disfatto della memoria.”

ATTORE
E ha portato anche i corvi.

AMANTE
Un po’ funebre per una premiazione.

MALVAGIO
Un po’ premiazione per un funerale.

ATTORE
Nessuno dirà corvi. Nessuno dirà campo disfatto. Nessuno dirà altare degli ori. Stasera una signora dell’ufficio stampa mi farà segno di chiudere al minuto due e quaranta.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Allora parlerò a lei. Anche nell’ufficio stampa abita un abisso.

ATTORE
Lasciala lavorare.

Il Personaggio shakespeariano guarda lo spazio. Vede l’ombrello dimenticato. Lo prende con lentezza sacrale e lo impugna come uno scettro. Per lui, in quel momento, lo spazio tecnico dietro le quinte diventa una sala del trono.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Ecco. L’arnese vile dell’uomo che teme la pioggia, nelle mani giuste, assume la dignità dello scettro. Inchinati, vecchio compagno di polvere e ribalta. Inchinati al tuo re, al tuo carnefice, al tuo buffone incoronato; e che il sipario si levi sopra le ossa lucide della memoria.

ATTORE
È un ombrello.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Ogni corona comincia così: un oggetto qualunque preso sul serio da chi ha abbastanza fiato per mentire meglio degli altri.

MALVAGIO
Questa quasi mi piace.

AMANTE
Certo. C’è potere, c’è posa, manca solo qualcuno da sedurre.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Voi due scambiate il fumo con il fuoco.

MALVAGIO
Io so accendere entrambi.

AMANTE
Io so restare vicino senza bruciarmi subito.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Io ho portato incendio alle sillabe.

ATTORE
Hai portato anche recensioni con titoli come “Troppo”.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
“Troppo” è il nome che i tiepidi danno alla vita quando entra dalla porta principale.

ATTORE
Tu però entravi anche dalla finestra, dal camino e dalla botola.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Perché ogni ingresso è un patto con gli dèi.

ATTORE
Era una tournée in provincia.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Anche la provincia ha i suoi dèi. Stanno seduti in platea con il programma piegato e giudicano il fiato degli uomini.

AMANTE
In provincia ci giudicavano soprattutto le camicie.

MALVAGIO
E la puntualità.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Tacete. Ricordiamo la sera del temporale.

ATTORE
La ricordo.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Il tetto batteva come un tamburo di guerra. Fuori pioveva, dentro le luci saltavano, e noi dovevamo morire al centro del palco con dignità regale.

ATTORE
Scivolammo sul mantello.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Cadere non è scivolare, se la caduta ha una visione.

MALVAGIO
Quella fu una scivolata.

AMANTE
Molto lunga.

ATTORE
Sentii il pubblico trattenere il respiro. Non per commozione. Per sicurezza.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Eppure ci rialzammo.

ATTORE
Con il ginocchio destro che chiedeva la pensione.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
E dicemmo la battuta come se fossimo stati abbattuti dal destino.

ATTORE
Il destino aveva la forma di una macchia d’acqua.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Ma il pubblico credette alla caduta del re.

ATTORE
Questo è vero.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Vedi? La grandezza non è ciò che accade. È ciò che costringi gli altri a vedere mentre accade.

ATTORE
E il giorno dopo il giornale scrisse: “Intensa scelta fisica nel terzo atto.”

MALVAGIO
Finalmente un critico utile.

AMANTE
Un uomo innamorato avrebbe scritto: “Magnifica caduta.”

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Un poeta avrebbe scritto: “Il corpo, ferito dal cielo, trovò nella polvere il sigillo della corona.”

ATTORE
Il medico disse: “Distorsione.”

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
I medici parlano la lingua povera delle conseguenze. Io ho dato altezza.

ATTORE
Sì. E vertigini.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Ti ho dato il diritto di parlare oltre la tua misura, di chiamare tempesta un tremore, regno una stanza, destino un applauso tardivo.

ATTORE
E il rischio di crederci.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Senza rischio, la parola è arredamento.

Pausa. Per un momento l’Attore è tentato. Poi scuote la testa.

ATTORE
Stasera non voglio essere rapito.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Da chi?

ATTORE
Da voi.

Il Personaggio shakespeariano resta colpito. Non arretra, ma abbassa appena l’ombrello-scettro. Poi, con grande dignità, si dispone in una zona più alta o più visibile della penombra, come se occupasse già un palco dentro il palco.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Rimarrò dove la penombra merita una corte.

MALVAGIO
Traduzione: non se ne va.

AMANTE
Nessuno di noi se ne va.

ATTORE
Lo avevo notato.

Dal palco arriva un applauso più lungo. La voce fuori scena pronuncia qualcosa di indistinto, poi si ferma. Un attimo di vuoto sonoro. L’Attore respira. Quel vuoto sembra aprire uno spazio più basso, più fisico.

Dal buio vicino al pavimento arriva un respiro. Poi una parola.

ANIMALE
No.

Silenzio. Gli altri si immobilizzano. Anche il Malvagio perde per un istante la sua eleganza difensiva.

ATTORE
No cosa?

ANIMALE
Solo. No.

L’Animale emerge lentamente. Non ha bisogno di costume animale. È umano, ma il corpo lavora in altro modo: peso spostato, respiro visibile, sguardo diretto, piede saldo. Non cerca effetto. Esiste.

ANIMALE
Non ci credevo.

ATTORE
Anche tu.

ANIMALE
Tu dicevi: da solo.

ATTORE
Era un’intenzione.

ANIMALE
Intenzione sta nella testa. Il piede sa prima.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Ecco il ruggito del fango originario.

MALVAGIO
Ecco l’assenza di strategia.

AMANTE
Ecco una certa verità mal pettinata.

L’Animale guarda i tre. Poi guarda l’Attore.

ANIMALE
Piede.

ATTORE
Lo so.

ANIMALE
Peso.

ATTORE
Lo so.

ANIMALE
Odore.

MALVAGIO
Non cominciamo con l’odore.

L’Animale annusa l’aria verso il Malvagio.

ANIMALE
Paura. Profumata.

L’Amante ride. Il Malvagio si irrigidisce.

MALVAGIO
Io non ho paura.

ANIMALE
Allora perché stringi?

Il Malvagio si accorge di avere la mano chiusa. La apre lentamente.

ANIMALE
La testa arriva tardi. Parla molto.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
La testa edifica regni.

ANIMALE
Il piede li attraversa.

Pausa. L’Attore sorride. Con l’Animale il ricordo è meno verbale, ma non meno preciso.

ATTORE
Ho fatto l’animale in uno spettacolo sperimentale. “L’animale dell’uomo”, diceva il regista. Lo chiamavano lavoro sul movimento, analisi del movimento, scuola francese, Lecoq, tutte parole ordinate per dire una cosa semplice: prima di parlare, bisogna sapere dove cade il peso. Dovevo entrare e annusare il pubblico. La prima sera, in terza fila, c’era un assessore.

L’Animale annusa verso la platea.

ANIMALE
Lana bagnata. Paura. Dopobarba.

ATTORE
Ce n’è sempre uno in terza fila, vero?

ANIMALE
Sempre.

MALVAGIO
Quello spettacolo durò poco.

AMANTE
Fu recensito con parole coraggiose: “esperienza non priva di interrogativi.”

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Ogni vera ricerca spalanca interrogativi.

MALVAGIO
Anche ogni cattiva digestione.

ATTORE
Però ci servì. Prima di allora pensavo che il corpo fosse un veicolo. Una carrozza. Ci metti dentro la voce, la porti in giro, speri che le ruote reggano.

ANIMALE
Sbagliato.

ATTORE
Sì. Sbagliato. Il corpo non porta la parte. Il corpo decide se la parte può entrare.

ANIMALE
Porta stretta.

ATTORE
Una sera, durante le prove, il maestro ci fece attraversare la sala come se il pavimento fosse fango.

AMANTE
Io avrei preferito velluto.

MALVAGIO
Io marmo.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Io rovine fumanti.

ANIMALE
Fango.

ATTORE
Appunto. Fango. Dovevamo camminare senza fingere il fango. Dovevamo lasciare che il peso lo inventasse. Se lo mimavi, eri ridicolo. Se lo sentivi, il pubblico vedeva il fango anche sul linoleum.

ANIMALE
Peso crea mondo.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Questa, bestia, è quasi poesia.

ANIMALE
No. È ginocchio.

ATTORE
Da allora, prima di entrare in scena, ho sempre chiesto ai piedi se erano d’accordo.

MALVAGIO
Io chiedevo allo sguardo.

AMANTE
Io al collo.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Io al cielo.

ANIMALE
Il cielo non entra. Il piede sì.

L’Animale si avvicina all’Attore. Gli sistema il peso, senza toccarlo o toccandolo appena. L’Attore cambia postura. Diventa meno cerimoniale, più saldo.

ATTORE
Così?

ANIMALE
Meno petto.

ATTORE
Così?

ANIMALE
Meno premio.

ATTORE
Così?

ANIMALE
Adesso puoi cadere senza mentire.

Silenzio. È una battuta semplice, ma ferma tutti.

Il Tecnico rientra di colpo. Trova l’Attore al centro, in una postura diversa, circondato dai quattro personaggi che lui non vede. L’Attore si ricompone troppo in fretta.

TECNICO
Maestro?

ATTORE
Sì.

TECNICO
La chiamano tra pochissimo.

ATTORE
Certo.

TECNICO
È sicuro che vada tutto bene?

L’Attore guarda i quattro. Il Tecnico guarda solo lui.

ATTORE
No.

Il Tecnico resta interdetto.

Però è una condizione professionale.

TECNICO
Vuole sedersi?

ATTORE
Se mi siedo adesso, faccio radici.

TECNICO
Le porto acqua?

ANIMALE
Acqua.

ATTORE
No.

TECNICO
No acqua?

ATTORE
No, grazie.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Acqua? Acqua per questa soglia? Datemi vino. Vermiglio ippocrene, sangue lieto della Musa, fuoco liquido per sciogliere la lingua ai re e dare coraggio ai buffoni.

TECNICO
Come?

ATTORE
Dicevo: niente acqua.

TECNICO
Va bene.

Pausa imbarazzata. Il Tecnico gli sistema ancora la giacca, quasi con tenerezza professionale.

Quando sente il suo nome, entra. Non prima. C’è un applauso di attesa, poi l’occhio di bue. Segua la luce.

ATTORE
Ho fatto questo per tutta la vita.

TECNICO
Lo so.

ATTORE
No. Lo dico a me.

TECNICO
Va bene. Allora glielo lascio dire.

Il Tecnico esce. I quattro personaggi restano. L’Attore è al centro. Non è più solo, e ormai non può fingere di esserlo.

Dal palco arriva una voce amplificata, più vicina.

ASSESSORA (VOCE FUORI SCENA)
…un interprete capace di attraversare generi, stagioni, personaggi, lasciando un segno profondo nella storia della nostra scena…

L’Attore ascolta. I personaggi ascoltano con lui. Per un attimo sembrano tutti offesi e commossi.

ATTORE
Sentite?

MALVAGIO
Retorica di buona qualità media.

AMANTE
Però “attraversare” è bello.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Avrebbero potuto dire “solcare”.

ANIMALE
Galoppare.

L’Attore guarda uno per uno i personaggi. Il secondo quadro non chiude una lite: la prepara. Ora sono tutti presenti, ognuno con il proprio diritto, la propria pretesa, la propria memoria.

ATTORE
D’accordo.

Pausa.

Restate. Ma non parlate tutti insieme.

I quattro si guardano. È evidente che parleranno tutti insieme.

Terzo quadro – La lite delle parti

La luce non cambia di molto, ma lo spazio sembra essersi ristretto. Il Malvagio è laterale, composto. L’Amante occupa lo spazio dello specchio. Il Personaggio shakespeariano tiene l’ombrello come uno scettro. L’Animale resta più basso, vicino al pavimento. Dal palco arriva una voce amplificata, intermittente.

MALVAGIO

Naturalmente entro io.

AMANTE

Naturalmente no.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO

L’ingresso spetta a chi porta il tuono.

ANIMALE

Prima piede.

ATTORE

Nessuno entra.

Silenzio brevissimo.

AMANTE

Come, nessuno?

ATTORE

Non ricominciamo.

MALVAGIO

La giuria ti dà una targa. Noi ti diamo la faccia con cui prenderla.

AMANTE

E il modo di tenere le mani.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO

E l’altezza del sangue.

ANIMALE

E il piede.

ATTORE

Il piede, sì. Questo l’abbiamo capito.

ANIMALE

No. Lo hai sentito. Capire è più lento.

Pausa. L’Attore guarda il foglietto, poi i quattro.

ATTORE

Va bene. Proviamo.

Buonasera.

I quattro reagiscono contemporaneamente.

MALVAGIO

Debole.

AMANTE

Freddo.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO

Senza cielo.

ANIMALE

Poco piede.

ATTORE

Ho detto “buonasera”.

MALVAGIO

Appunto.

AMANTE

Come lo diresti tu?

MALVAGIO

Io non direi “buonasera”. Guarderei la sala abbastanza a lungo da obbligarla a tacere. Poi direi: “Arriva tardi, questo premio. Ma arriva.”

ATTORE

No.

AMANTE

Io invece direi “buonasera” come se in sala ci fosse una persona sola.

MALVAGIO

Il solito narcisismo travestito da intimità.

AMANTE

Il pubblico non esiste. Esistono molti individui che sperano, per un attimo, che tu stia parlando proprio a loro.

ANIMALE

Il pubblico è odore.

Silenzio.

Senti sempre prima di capire.

ATTORE

Buonasera.

Questa volta lo dice più basso, più semplice.

AMANTE

Meglio.

MALVAGIO

Pericolosamente sincero.

ANIMALE

Ora sta in piedi.

ASSESSORA (VOCE FUORI SCENA)

…un artista capace di attraversare il comico e il tragico, il popolare e il classico, sempre con una cifra personale riconoscibile…

MALVAGIO

“Cifra personale riconoscibile.” Non sanno cosa dire.

AMANTE

Vuol dire che ti hanno visto abbastanza da non saperti spiegare.

ATTORE

Sentite come mi riassumono? Comico e tragico. Popolare e classico. Sembra un menù degustazione.

MALVAGIO

Almeno non hanno detto “versatile”.

AMANTE

Lo diranno.

ANIMALE

Versatile è quando non sanno dove metterti.

Pausa. L’Attore guarda il foglietto.

MALVAGIO

Bene.

AMANTE

Sì, ma non difenderti subito.

ANIMALE

Dopo, respira.

ATTORE

Non ci credevo che, alla fine, sarei stato chiamato a parlare di me.

I quattro tacciono per un istante.

MALVAGIO

Sa parlare benissimo di sé. Basta che lo faccia sembrare un aneddoto sugli altri.

ATTORE

Voi non siete invitati.

MALVAGIO

Siamo il motivo per cui ti hanno invitato.

AMANTE

O almeno il motivo per cui qualcuno è rimasto sveglio durante il secondo atto.

ANIMALE

Siamo il peso che non è caduto.

ATTORE

Siete anche le mie peggiori abitudini.

MALVAGIO

Le migliori abitudini sembrano peggiori quando invecchiamo.

ATTORE

Io devo ringraziare. Non devo fare un processo alla mia carriera.

MALVAGIO

Ogni ringraziamento onesto è un piccolo processo.

AMANTE

E ogni processo ha almeno un bacio non dichiarato.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO

E un morto sul pavimento.

ANIMALE

E fame.

ATTORE

Voi siete ingestibili.

MALVAGIO

Per questo hai avuto una carriera.

Entra il Tecnico di scena. I personaggi restano immobili, ma non spariscono.

TECNICO

Maestro?

ATTORE

Sì.

TECNICO

Tutto a posto?

ATTORE

Dipende da cosa intendiamo per “tutto”.

TECNICO

Microfono, giacca, entrata.

ATTORE

Allora sì.

TECNICO

Perché da fuori sembrava che stesse discutendo.

ATTORE

Ripassavo.

Il Tecnico controlla il papillon.

Il papillon è sempre storto.

ATTORE

È coerente.

TECNICO

Le dico solo una cosa tecnica: quando entra, stia un mezzo passo più avanti del segno. L’occhio di bue la prende meglio.

ATTORE

Posso decidere quando sono lì?

TECNICO

Certo. Basta che poi non esca dalla luce.

ATTORE

È un consiglio professionale o una metafora?

TECNICO

Per me è solo luce.

ATTORE

Beato lei.

TECNICO

Manca poco. Dopo questo intervento chiamano lei.

ATTORE

Questo intervento quanto dura?

TECNICO

Ha scritto due pagine.

ATTORE

Quindi un quarto d’ora.

TECNICO

Dieci, se si emoziona.

ATTORE

Che serata crudele.

TECNICO

Serata normale.

Il Tecnico esce.

ATTORE

Cosa volete da me?

MALVAGIO

Il riconoscimento.

AMANTE

Il posto in luce.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO

La memoria della nostra grandezza.

ANIMALE

Il corpo.

ATTORE

Il premio lo danno a me.

MALVAGIO

A quale te?

AMANTE

Al te che ha fatto sospirare.

MALVAGIO

Al te che ha fatto tacere.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO

Al te che ha fatto tremare le tende della lingua.

ANIMALE

Al te che non è caduto.

ATTORE

Non posso salire là fuori e dire: “Grazie anche alla parte di me che ha goduto nel far paura.”

MALVAGIO

Perché no? Sarebbe finalmente un discorso interessante.

ATTORE

Voi non capite. Là fuori non c’è uno spettacolo. C’è una cerimonia. La cerimonia ha regole diverse.

MALVAGIO

Le cerimonie sono spettacoli che si vergognano di esserlo.

AMANTE

E proprio per questo sono più facili da sedurre.

ANIMALE

E buffet.

ATTORE

Grazie. Questo sì che abbassa il livello.

ANIMALE

Il corpo sa.

Dal palco arriva una risata del pubblico. La voce fuori scena riprende.

ATTORE

Una volta dimenticai davvero una battuta. Una importante.

AMANTE

Una donna in quarta fila se ne accorse prima di te.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO

Il silenzio si aprì come una fossa.

ANIMALE

Mano fredda.

MALVAGIO

Poi mentimmo.

AMANTE

Poi aspettammo.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO

Poi trasformammo il vuoto in presagio.

ANIMALE

Poi il piede fece mezzo passo.

ATTORE

Esatto.

Pausa. L’Attore sembra rivedere la scena.

ATTORE

Quel mezzo passo mi salvò. Non la memoria. Non la tecnica. Non il mestiere. Un mezzo passo. Il pubblico pensò che il silenzio fosse voluto. Il collega capì e mi venne incontro. La battuta tornò da sola, come un cane che aveva fatto il giro dell’isolato.

ANIMALE

Il corpo chiamò. La parola tornò.

Silenzio lungo.

ATTORE

Forse dovrei parlare di questo. Del fatto che non ho mai saputo davvero chi comandasse.

Io credevo di guidare i personaggi. Entravo, li indossavo, li portavo dove volevo, li lasciavo in camerino. Invece alcuni di loro mi hanno preso la mano. Altri la voce. Altri il modo di respirare. Altri la vergogna. Altri la fame.

MALVAGIO

Adesso cominci a dire qualcosa.

ANIMALE

Respira.

L’Attore respira.

ATTORE

Buonasera. Non ci credevo.

Non credevo che sarei stato chiamato a parlare di una carriera. La carriera sembra una strada vista dall’alto. Una linea. Una direzione. Invece, da dentro, è stata una stanza piena di gente.

MALVAGIO

Quasi.

ANIMALE

Stanza va bene.

ATTORE

Una stanza piena di gente che non se n’è mai andata davvero.

Ho passato la vita a diventare altri. Credevo fosse il mestiere: entrare, trasformarsi, uscire. Poi gli anni passano e scopri che uscire non è così semplice.

I quattro tacciono.

MALVAGIO

Questa tienila.

AMANTE

Sì.

ANIMALE

Piede sotto.

ATTORE

Qualcuno resta sempre. Un passo. Una voce. Una paura. Una fame. Un tremore.

Anche il piede.

Per la prima volta l’Attore ride apertamente. La risata lo alleggerisce.

ATTORE

Eccovi. Siete questo. Un condominio abusivo dentro la testa.

AMANTE

Con ottima esposizione.

MALVAGIO

Con amministrazione discutibile.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO

Con segrete piene di reliquie.

ANIMALE

Con scale.

ATTORE

E io dovrei salire là fuori e dire grazie da solo.

MALVAGIO

Potresti dire grazie anche a noi.

ATTORE

Non posso dire i vostri nomi.

AMANTE

Non servono.

ANIMALE

Basta portarli.

ATTORE

Portarvi è una fatica.

MALVAGIO

La leggerezza è sopravvalutata.

AMANTE

La fatica, quando è ben portata, somiglia alla grazia.

ATTORE

Dovrei dirlo così? “Stasera porto con me tutti quelli che sono stato.”

Silenzio. La frase cambia l’aria.

AMANTE

Sì.

MALVAGIO

Senza piagnisteo.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO

Con spazio dopo “tutti”.

ANIMALE

Con piede prima.

ATTORE

Stasera porto con me tutti quelli che sono stato. Anche quelli che non si vedono.

MALVAGIO

Adesso sì.

AMANTE

Adesso hai una possibilità.

ANIMALE

Adesso non cadi subito.

Dal palco arriva un applauso più lungo.

ASSESSORA (VOCE FUORI SCENA)

…e prima di chiamarlo qui con noi, voglio dire che questo premio non è soltanto un riconoscimento al passato, ma un ringraziamento per tutto quello che ancora continua a parlarci.

L’Attore diventa serio. Si guarda allo specchio. Il papillon è ancora storto.

ATTORE

Forse dovrei raddrizzarlo.

MALVAGIO

Sì. Il disordine intenzionale è da dilettanti.

AMANTE

No. Così sembri ancora avvicinabile.

ANIMALE

Lascia.

L’Attore solleva le mani: basta.

ATTORE

No. Questa volta decido io.

Pausa.

Lo lascio così perché almeno una cosa, stasera, non recita.

I quattro tacciono. Per una volta nessuno corregge.

Buio breve.

Quarto quadro – Uscita e premiazione

Taglio netto di luce.

La voce fuori scena diventa più chiara, anche se conserva una leggera distorsione da microfono. Ora non è più un brusio lontano: è la chiamata. Il pubblico è appena oltre la soglia.

L’Assessora è già sul palco, al microfono. È corretta, gentile, un po’ prigioniera del linguaggio ufficiale, ma non ridicola. Ha accanto a sé la targa o il premio. Sorride verso la sala.

ASSESSORA
Signore e signori, vi chiedo un applauso per un artista che ha attraversato cinquant’anni di teatro, portando in scena personaggi indimenticabili, voci, corpi, passioni, ferite, ironia, grandezza.

Pausa. Sorride, guarda verso la quinta.

Il premio alla carriera di questa sera va al maestro Vittorio Gasparetti!

L’applauso parte. Prima composto, poi più pieno.

L’Attore resta fermo ancora un istante, dietro la quinta. Il Tecnico è accanto a lui, in ombra. Gli fa un piccolo cenno: ora.

TECNICO
Maestro.

L’Attore non risponde. Guarda il vuoto davanti a sé. Dietro di lui, in penombra, i quattro personaggi sono presenti.

MALVAGIO
Controllo.

AMANTE
Sguardo.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Sangue nella parola.

ANIMALE
Piede.

L’Attore chiude gli occhi per un attimo. Poi li riapre.

ATTORE
Va bene.

Fa un passo avanti.

L’occhio di bue lo prende. La luce è netta, quasi violenta. Il passaggio dalle quinte al palco non è realistico: è fisico, mentale, teatrale. L’Attore entra nella luce. I quattro restano dietro, in penombra.

L’Attore saluta il pubblico.

Anche i personaggi salutano, ma nessuno in sala li vede. Nemmeno l’Assessora.

Il Malvagio accenna un inchino minimo, composto, come se concedesse al pubblico il privilegio della propria presenza.

L’Amante manda un bacio leggero, forse a una persona precisa in platea, forse a tutti, forse a sé stesso.

Il Personaggio shakespeariano si inchina teatralmente, con una solennità appena eccessiva, come davanti a una corte.

L’Animale guarda la sala, annusa l’aria, poi batte appena un piede a terra.

L’Attore sente tutto questo senza voltarsi.

L’Assessora gli va incontro nella luce. Gli sorride con cordialità istituzionale. Gli porge la targa. L’Attore la prende. Stretta di mano. Un piccolo momento fotografico. L’applauso continua.

ASSESSORA
Maestro, grazie. Davvero.

ATTORE
Grazie a voi.

L’Assessora, ancora sorridendo, gli indica il microfono.

ASSESSORA
Prego.

Gli lascia il microfono. Poi si sposta leggermente di lato, restando visibile. Ascolterà il discorso come si ascolta un intervento pubblico: con attenzione, con un sorriso controllato, senza vedere ciò che si muove nella penombra dietro l’Attore.

L’applauso cala. L’Attore resta nell’occhio di bue. Non comincia subito. Guarda la targa, poi il pubblico. Il Tecnico, dall’ombra, controlla i tempi.

ATTORE
Non ci credevo.

Silenzio. La frase resta sospesa. Non è una battuta brillante. Non è ancora un ringraziamento. È una constatazione.

Non ci credevo davvero.

Pausa.

Non credevo che sarebbe arrivata questa sera. Non perché mi sentissi giovane. Quella bugia l’ho lasciata ai medici estetici e ai cantanti. Non ci credevo perché il teatro ti abitua a pensare che tutto accada stasera e finisca stasera.

Guarda il pubblico. Più semplice.

Stasera entri. Stasera parli. Stasera sbagli. Stasera qualcuno ride nel punto giusto, qualcuno tossisce nel punto sbagliato, qualcuno si addormenta con grande discrezione. Poi si chiude il sipario, torni dietro, bevi acqua, ti togli il trucco, cerchi la tua giacca e dici: è finita.

Pausa.

Ma non è vero.

In penombra, il Malvagio sorride appena.

Ho passato la vita a diventare altri. Credevo fosse il mestiere: entrare, trasformarsi, uscire. Poi gli anni passano e scopri che uscire non è così semplice.

Qualcuno resta sempre.

Il Malvagio avanza appena dentro la penombra, senza entrare nella luce.

Resta una voce.

L’Amante sposta appena il peso, come se quella parola lo riguardasse.

Resta un desiderio ridicolo, tenace, qualche volta indecente, qualche volta necessario.

Il Personaggio shakespeariano solleva appena l’ombrello-scettro.

Resta una parola troppo grande, detta in una sera in cui forse bastava una parola piccola.

L’Animale abbassa il capo, poi guarda il piede dell’Attore.

Resta un passo. Un peso. Un modo di stare fermi prima di cadere.

L’Assessora ascolta, sorridendo appena. Per lei sono immagini poetiche. Non vede il Malvagio, l’Amante, il Personaggio shakespeariano, l’Animale. Non vede che quelle parole hanno dei corpi dietro di lui.

L’Attore sorride appena.

E resta anche tutto quello che uno avrebbe preferito lasciare in camerino.

Pausa. Guarda verso la sala, ma non cerca più approvazione.

Un attore, a una certa età, viene premiato per la carriera. È una bella parola, carriera. Ordinata. Fa pensare a una strada, a una direzione, magari anche a una certa coerenza.

Da dentro, però, una carriera somiglia meno a una strada e più a una stanza affollata. Gente che entra, gente che esce, qualcuno che urla, qualcuno che piange, qualcuno che pretende ancora la sua battuta.

In penombra, i quattro reagiscono quasi impercettibilmente.

E allora, se devo ringraziare, non posso ringraziare solo chi mi ha dato fiducia, chi mi ha diretto, chi mi ha aspettato, chi mi ha sopportato, chi mi ha corretto, chi ha spento le luci quando io avrei continuato ancora un po’.

Pausa.

Devo ringraziare anche tutti quelli che sono stato.

Anche quelli che mi hanno reso sgradevole.

Il Malvagio inclina appena il capo.

Anche quelli che mi hanno reso vanitoso.

L’Amante sorride.

Anche quelli che mi hanno fatto parlare troppo.

Il Personaggio shakespeariano si gonfia leggermente.

Anche quelli che mi hanno insegnato a stare zitto.

L’Animale batte ancora piano il piede.

L’Assessora, di lato, sorride con un leggero imbarazzo benevolo: crede che sia una formula d’attore, una metafora elegante. Poi torna composta.

Pausa.

Non sono stati tutti nobili. Non sono stati tutti belli. Qualcuno era ridicolo. Qualcuno era vigliacco. Qualcuno era così pieno di sé che a stargli vicino veniva voglia di uscire dalla sala. Qualcuno ha avuto fame, qualcuno paura, qualcuno una dignità imparata all’ultimo momento, magari per errore.

Ma ognuno mi ha lasciato qualcosa addosso.

Si tocca appena la giacca, come se quella frase fosse fisica.

Un gesto. Un taglio della voce. Un modo di guardare una porta. Una pausa prima di rispondere. Una mano che non sa dove mettersi. Una schiena che si piega. Un piede che decide prima della testa.

Breve pausa. Il pubblico ascolta.

Per anni ho pensato che il talento fosse saper diventare altri. Oggi mi pare che il difficile sia lasciarli andare senza tradirli. O forse portarli con sé senza farsi comandare del tutto.

In penombra, i quattro si guardano. Il Malvagio fa un mezzo sorriso. L’Amante accenna un piccolo inchino. Il Personaggio shakespeariano sembra voler intervenire, ma si trattiene. L’Animale resta fermo.

Questa sera, allora, non sono qui da solo.

Pausa. L’Attore sa che questa frase, detta così, potrebbe sembrare convenzionale. La corregge subito, con un sorriso leggero.

Non in senso familiare, naturalmente. Le famiglie sono già abbastanza complicate.

L’Assessora sorride, pensando di aver capito. Forse accenna anche un piccolo sorriso verso la platea.

Dico proprio teatralmente: non sono qui da solo.

Il Tecnico, dall’ombra, guarda per un attimo verso di lui, come se non capisse se sia una battuta o un problema. L’Assessora continua a non vedere nulla. L’Attore prosegue.

Per questo vi ringrazio.

Pausa. La frase è semplice. L’Attore la lascia respirare.

Ringrazio chi mi ha dato un palco, chi mi ha dato una parte, chi mi ha dato torto quando serviva. Ringrazio i tecnici, che sanno sempre da dove entra la luce. Ringrazio i compagni di scena, anche quelli che entravano troppo presto, anche quelli che uscivano troppo tardi, anche quelli che mi hanno dato la battuta giusta nel momento in cui l’avevo persa.

Pausa più intima.

Ringrazio il pubblico. Quello generoso, quello severo, quello distratto, quello che tossisce, quello che aspetta, quello che capisce prima dell’attore e ha la cortesia di non dirlo subito.

Sorride.

Ringrazio anche il Baldazzi, che stasera sarà certamente seduto da qualche parte con l’aria di chi sta prendendo appunti sulla mia gratitudine.

Una pausa da possibile risata. L’Assessora, di lato, sorride con un piccolo irrigidimento: conosce il nome, non sa se sia un omaggio o una puntura.

Ha fatto bene. Qualcuno doveva controllare.

Si ferma. Guarda verso il fondo della sala.

Ma soprattutto, questa sera, ringrazio il teatro per una cosa che capisco solo adesso: non mi ha dato una vita ordinata. Me ne ha date troppe. E forse è stato questo il regalo.

La voce si abbassa, senza diventare patetica.

Stasera porto con me tutti quelli che sono stato. Anche quelli che non si vedono.

In penombra, i personaggi avanzano di mezzo passo, ma non entrano nella luce. Restano dietro di lui, come una piccola compagnia invisibile.

L’Assessora applaude per prima, o accenna il primo applauso istituzionale, convinta che il discorso sia finito. Il pubblico la segue. L’applauso comincia. Prima breve, poi più forte.

L’Attore resta nell’occhio di bue. Non si inchina subito. Accoglie l’applauso senza corrergli incontro.

Dietro di lui, in penombra, i quattro personaggi salutano di nuovo.

Il Malvagio fa un inchino secco, perfetto, quasi sprezzante.

L’Amante manda un bacio al pubblico e poi, forse, uno all’Attore.

Il Personaggio shakespeariano spalanca le braccia come davanti a una platea regale, poi si inchina con eccessiva solennità.

L’Animale guarda la sala, resta fermo, poi batte il piede una sola volta. Non è rumore: è presenza.

L’Assessora continua ad applaudire sorridendo. Non vede nulla di ciò che accade dietro l’Attore. Per lei c’è solo un grande attore che ha appena chiuso un bel discorso.

L’Attore finalmente si inchina. Non troppo. Quanto basta.

Quando si rialza, per un istante sembra voler tornare indietro verso le quinte. Poi resta ancora un secondo nella luce.

ATTORE
Grazie.

Questa volta la parola è semplice.

Il Tecnico, dall’ombra, fa un piccolo gesto: tempo. L’Assessora si avvicina di nuovo con garbo, pronta a riprendere il microfono e a chiudere la cerimonia. L’Attore lo capisce. Annuisce.

Sta per uscire dalla luce, ma prima guarda appena di lato, verso la penombra dove stanno i personaggi.

ATTORE
Piano.

Non è chiaro se lo dica a loro, al pubblico, a sé stesso o al tempo.

L’Assessora, che gli è vicina, lo sente.

ASSESSORA
Come?

ATTORE
Niente. Parlavo al premio.

ASSESSORA
Ah.

Piccola pausa. Lei non capisce, ma sorride.

ASSESSORA
Grazie, maestro.

Si volta verso la sala.

Signore e signori…

Sorride.

…un grande applauso al maestro Vittorio Gasparetti!

Applauso.

L’applauso della cerimonia si mescola all’applauso reale del pubblico. Per alcuni secondi sembra davvero la fine dello spettacolo.

L’Attore sorride.

L’Assessora gli stringe la mano.

ASSESSORA
Grazie davvero.

ATTORE
Grazie a voi.

Dietro di lui, nella penombra, i quattro personaggi osservano.

Il Malvagio immobile.

L’Amante sorride.

Il Personaggio Shakespeariano accenna un inchino alla platea, come se stesse salutando una corte.

L’Animale guarda il pubblico come se lo stesse annusando.

L’applauso continua.

L’Assessora accompagna l’Attore verso l’uscita quando una voce emerge dalla sala.

VOCE DALLA PLATEA
Bravo!

L’Attore si ferma.

L’applauso continua.

Lui guarda verso il buio della platea.

ATTORE
Baldazzi?

Silenzio.

L’Assessora sorride.

ASSESSORA
Che bella cosa.

ATTORE
No.

Pausa.

Lei non capisce.

ASSESSORA
Come?

L’Attore continua a guardare verso la sala.

Non arriva nessuna risposta.

Solo applausi.

ATTORE
Niente.

Pausa.

Niente.

L’Assessora gli sfiora il braccio.

ASSESSORA
Venga.

ATTORE
Un momento.

ASSESSORA
Venga.

L’Attore continua a fissare la platea ancora per un secondo.

Poi cede.

Esce con l’Assessora.

L’applauso sfuma.

Le luci si abbassano.

Ma non arriva il buio.

Sul palco restano soltanto i quattro personaggi.

Silenzio.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
E alla fine è giunto.

Pausa.

Il principe delle terze file.

Colui che trasforma un applauso in una minaccia.

Silenzio.

MALVAGIO
E lui l’ha sentito.

AMANTE
Già.

MALVAGIO
Ci è cascato.

Silenzio.

AMANTE
E tu?

L’Animale non risponde.

AMANTE
Hai ascoltato tutto il tempo.

Silenzio.

PERSONAGGIO SHAKESPEARIANO
Parla.

L’Animale guarda il punto in cui l’Attore era illuminato dall’occhio di bue.

Guarda la platea.

Guarda il palco vuoto.

Pausa.

ANIMALE
Ancora.

Silenzio.

I tre lo guardano.

Non hanno nulla da aggiungere.

Buio.