Un fatto ignobile
Quel pomeriggio Cesare Montanari stava per chiudere il piccolo ufficio della stazione di polizia di Montevalle. Prima di rientrare avrebbe fatto un salto al bar della piazza, dove Otello e gli altri avventori gli avrebbero riferito le ultime novità. Un maresciallo doveva sapere sempre che cosa accadeva in paese. Assaporava già la camminata verso la piazza quando qualcuno irruppe nell’ufficio come una furia. Era il professor Temistocle Liverani, direttore della scuola elementare Aurelio Saffi. Aveva il fiato corto, il volto congestionato e l’aria di essere arrivato appena in tempo per impedire una catastrofe.
— È un’indecenza! — gridò appena entrato. — È accaduto un fatto ignobile! Dovete intervenire subito!
— Calmatevi, professor Liverani — rispose Cesare. — Prima riprendete fiato, poi raccontatemi tutto.
— Che disgrazia! Che delitto! — proseguì il direttore, lasciandosi cadere sulla sedia. — Un’onta simile su Montevalle! Noi che siamo tanto vicini al paese che gli ha dato i natali! Che vergogna! Se lo venisse a sapere il podestà… il segretario politico… il provveditore! Che figura ci faremmo? E se qualcuno segnalasse la cosa al Fascio, potrebbero perfino spedirmi al confino!
Cesare continuò a osservarlo, perplesso. Qualunque cosa fosse accaduta, Liverani pareva già arrivato alle conseguenze ultime.
— Io, però, non passerò sopra a questa vergogna! — riprese il direttore. — Maresciallo, sono venuto da voi per presentare una denuncia formale. Voglio… anzi, che dico: esigo che vi attiviate immediatamente e svolgiate un’indagine approfondita, volta ad accertare la verità dei fatti e il mio completo coinvolgimento…
Si interruppe, impallidì e corresse in fretta:
— Il mio completo estraneamento. La mia completa estraneità!
Si alzò e cominciò a mulinare le braccia.
— Avete capito, maresciallo? Io non c’entro nulla. Sono stato io a venire qui per primo e a denunciare il fatto. Io, e nessun altro. Nessuno potrà mettere in dubbio la mia lealtà.
— Nessuno la mette in dubbio, professore — disse Cesare. — Mi manca soltanto un pezzo.
Liverani lo fissò.
— Quale pezzo? Mi sembra tutto chiarissimo.
— Che cosa è successo.
Liverani rimase interdetto.
— Il fatto ignobile — precisò Cesare.
Liverani si protese verso di lui e abbassò la voce.
— Il ritratto del Duce.
Cesare attese.
— Qualcuno lo ha tolto dal muro e lo ha gettato accanto al bidone del rusco, nel cortile della scuola.
Il ritratto era una fotografia del Duce, incorniciata sotto vetro, di quelle che si trovavano negli uffici pubblici. Liverani terminò la frase in un sussurro e si guardò intorno, come se temesse che qualcuno potesse averlo udito.
— Dovete trovare il colpevole di questo atto empio — continuò. — Domani mattina, alle otto e trenta, subito dopo l’alzabandiera, ho convocato una riunione nel piazzale. Saranno presenti tutto il personale docente e non docente e tutte le classi. Potrete svolgere la vostra inchiesta davanti all’intera scuola.
— Ho capito, signor direttore. Domani mattina alle otto e trenta. Prima devo sapere due cose. Dove si trova adesso il ritratto?
— Me ne sono occupato personalmente. È custodito nel cassetto della mia scrivania.
— Benessum. Avete qualche sospetto? Avete visto qualcuno aggirarsi nei pressi della scuola?
— Io sospetto di tutti, maresciallo. Disfattisti, socialisti… e, Dio mi scampi, anarchici senza Dio. Sono dappertutto. Quando li incontrate, tutto un salamelecco: alalà di qua, «a noi» di là. Ma tramano. Tramano alle spalle del Duce e dell’Italia.
Raggiunse la porta e posò la mano sulla maniglia.
— Ricordate, maresciallo. Vi aspetto domani alle otto e trenta per l’indagine.
Scattò sull’attenti e sollevò il braccio, battendo fragorosamente i tacchi.
— A noi!
A cena Giovanni raccontò del lavoro alla Fratellanza. Il responsabile del magazzino gli aveva appena affidato il registro dei carburanti e lui, pignolo, annotava persino i decimali e i centesimi. Di soldi, del resto, ne giravano pochi. La crisi era arrivata anche a Montevalle: gli agricoltori rimandavano gli acquisti e qualcuno, con grande vergogna, persino i pagamenti. Anna confermò che i prezzi erano aumentati e lo si vedeva bene dalla spesa.
Al minestrone seguirono pane e formaggio e, con quelli, arrivarono i preparativi per il decennale della Marcia su Roma. Erano comparsi manifesti propagandistici e nuove bandiere sul municipio, alle poste e lungo via Roma. Per l’indomani era annunciata anche l’emissione dei francobolli commemorativi. I bambini delle scuole erano spesso impegnati in marce ed esercitazioni, in preparazione delle grandi celebrazioni.
Quando arrivarono alla mela, Cesare si ricordò di Liverani.
— Forse è per questo che oggi era così agitato.
— Cos’è successo? — chiese Anna.
— Oggi è venuto in ufficio urlando come un ossesso. Voleva denunciare quello che, secondo lui, era un fatto ignobile.
— Ha trovato il ritratto del Duce buttato vicino al bidone della spazzatura.
— Quello è il suo posto. Cosa c’è di male?
— Anna… per favore.
— Perché? A casa mia sarò libera di dire quello che mi pare? A Montevalle siamo tutti repubblicani. Ci saranno sì e no quattro tra socialisti e comunisti. Libertario è l’unico anarchico. Il prete, sua madre e il farmacista sono del pipì. Chi sono, questi fascisti?
— Chi? — intervenne Giovanni con un sorrisino. — Libertario Ravachol Zoli? Ma Ravaciòl era romagnolo?
Anna proseguì come se Giovanni avesse tossito.
— E poi io continuo a chiedermi perché la scuola elementare debba essere intitolata ad Aurelio Saffi e non a sua moglie, la Giorgina. Sì, proprio a lei dovrebbe essere intitolata. Con la sua fotografia, al posto di quella di quel patacca, e sotto le sue parole: «Educarsi e istruirsi, per conoscere meglio i propri doveri nella vita». Propi!
Anna si fermò finalmente a riprendere fiato e Cesare riuscì a infilarsi nella pausa.
— Com’è e come non è, qualcuno ha messo il Duce nel rusco e domani devo andare a scuola a fare le indagini.
— Mo chi vuoi che sia stato? — intervenne Giovanni. — Sarà stato un tabachet, valà. Avrà sentito parlare suo padre a tavola e avrà deciso di fare altrettanto. I bambini ascoltano tutto.
La grande inchiesta
La mattina dopo, poco prima delle otto e trenta, Cesare raggiunse la scuola elementare Aurelio Saffi. L’edificio, piccolo ma con una certa considerazione di sé, esibiva un solenne stile umbertino: bugnato liscio al piano terra, intonaco giallo ocra al superiore, alte finestre allineate con precisione quasi militare. Una larga scalinata di pietra consumata conduceva al portale ad arco, affiancato da due colonne scanalate. Sopra, scolpita nella pietra chiara, campeggiava una sola parola:
SCVOLE
Subito sotto, una targa affidava ai posteri la data di fondazione:
MCMXIV
Davanti all’edificio il piazzale di ghiaia era stato spazzato di fresco e disposto come un’arena. Su un lato stavano i bambini, schierati in ranghi ordinati. Le due classi, quella dei piccoli e quella dei grandi, formavano altrettanti quadrilateri compatti e diseguali: davanti i piccoli, minuscoli e un poco smarriti; dietro i grandi, già consapevoli dell’importanza che attribuivano a se stessi. I due insegnanti chiudevano lo schieramento. Sul lato opposto, Liverani occupava una posizione leggermente avanzata. Alle sue spalle stavano il personale di segreteria e i due bidelli nei camici grigi.
Al centro si alzava il pennone con il tricolore.
Sul terzo lato di quell’ideale quadrato, qualcuno aveva preso posizione. Seduto sulla ghiaia, con la schiena dritta e il petto ampio proiettato in avanti, un cane osservava la cerimonia con la compostezza di un vecchio soldato sull’attenti. La sua genealogia avrebbe potuto essere tratta da un romanzo di Salgari. Era un incrocio riuscito così bene che la natura sembrava aver preso qualcosa da ogni razza per costruire un animale tutto suo: capace di cacciare come un signore, sopravvivere alla strada come un teppista e sopportare con pazienza le dita dei bambini che gli passavano sul pelo per esaminargli le cicatrici.
Il professor Temistocle Liverani era un uomo d’ordine, almeno nel senso in cui il regime interpretava l’espressione. Fisicamente, tuttavia, gli mancava qualcosa per incarnarne l’ideale. «Non molto» era la formula che meglio lo descriveva. Non molto alto, poco più dei bambini più grandi, portava i non molti capelli in un lungo riporto sulla fronte. La vista, non molto forte, era sostenuta da grossi occhiali cerchiati di tartaruga. Sotto il naso, due baffi poco folti sembravano un sopracciglio sbiadito posato sul labbro superiore. Il mento era sfuggente, le spalle strette, la voce sottile. A compensare provvedevano una ferrea volontà e un’entusiastica adesione all’Idea.
Avanzò di un passo, si piantò davanti al pennone, allargò le gambe, portò le mani ai fianchi e sollevò il mento quanto la natura glielo consentiva.
— Camerati di oggi! — esordì rivolgendosi agli adulti.
Fece una pausa, poi ruotò lentamente verso i bambini.
— E camerati di domani!
— Un fatto esecrabile è accaduto fra queste mura. Un fatto che offende la scuola, Montevalle, la Patria!
Lasciò che le tre parole si depositassero sul piazzale.
— Una mano ignota e vile ha osato oltraggiare l’effigie dell’Uomo che guida i destini della Nazione. Del Duce che indica la strada. Del Duce che veglia sull’Italia e sui suoi figli! Del Duce… che ci dà la luce.
Alcuni bambini alzarono gli occhi verso il sole. Liverani tese un braccio verso l’edificio.
— Proprio qui! Nella scuola dove si forgiano gli italiani di domani!
Inspirò profondamente.
— Quel ritratto è stato strappato dal posto che gli competeva e abbandonato accanto al recipiente destinato ai rifiuti!
La voce gli si incrinò sull’ultima parola. Liverani abbassò lo sguardo, sfilò un grande fazzoletto bianco e sollevò gli occhiali per tergere una stilla che gli era sgorgata da un occhio. Si ricompose con calma, concedendo all’assemblea il tempo necessario per misurare l’enormità dell’accaduto.
— La verità… — represse un singhiozzo — verrà alla luce. Tutta la verità. E verrà alla luce oggi!
Indicò Cesare con un gesto ampio.
— Il maresciallo Cesare Montanari, che tanto si è coperto di gloria sui campi della Grande Guerra e che oggi serve lo Stato con la stessa disciplina e lo stesso valore, condurrà personalmente l’inchiesta!
Cesare abbassò appena il capo.
— Il personale sarà ascoltato individualmente dal maresciallo Montanari. Gli alunni attenderanno nell’aula dei grandi, la nostra aula magna. Ciascuno dica ciò che sa, ciascuno ricordi ciò che ha visto. Anche il più piccolo particolare può servire la verità, la giustizia e l’Italia!
Liverani si irrigidì e alzò il braccio destro.
— Viva l’Italia!
— Viva!
— Viva il Duce!
— Viva!
Terminato il discorso, il professor Liverani si mise immediatamente al fianco di Cesare, pronto a precederlo negli uffici.
— Signor direttore, preferisco sentire ciascuno da solo.
Liverani esitò sulla soglia.
— Naturalmente. È giusto. Il rigore dell’indagine richiede…
Cesare aveva già preso posto dietro la scrivania.
— Voi restate fuori e fateli entrare uno alla volta.
— Io?
Cesare alzò gli occhi verso di lui. Tutta quella faccenda gli aveva già fatto perdere la passeggiata al bar del giorno prima e ora gli stava occupando la mattinata.
— Li avete convocati voi, li conoscete voi. Almeno rendetevi utile.
Liverani incassò. Uscì nel corridoio e, pochi istanti dopo, la sua voce risuonò solenne.
— Il maestro Preciso Cavina!
Il maestro entrò, chiuse la porta con cura e si fermò davanti alla scrivania. Era giovane, alto e sottile. Teneva la schiena perfettamente diritta, i talloni quasi uniti, le braccia aderenti ai fianchi. Anche i capelli neri, pettinati all’indietro, sembravano aver ricevuto istruzioni precise su come disporsi. I baffetti erano tagliati con identica disciplina.
— Quando avete visto il ritratto per l’ultima volta?
Cavina rifletté.
— Ieri mattina.
Fece una breve pausa.
— Anche se «mattina» è un termine piuttosto ampio. Potremmo dire sul principio della mattinata. Oppure nelle prime ore del giorno. «All’alba» sarebbe improprio, naturalmente, perché la scuola era ancora chiusa.
— Diciamo ieri mattina.
— Sì. Ieri mattina.
Cesare prese nota.
— Avete visto qualcuno avvicinarsi al ritratto?
Cavina corrugò appena la fronte.
— Nessuno.
Poi sollevò un dito.
— O, più esattamente, alcuno.
Cesare alzò gli occhi.
— Alcuno?
— «Nessuno» contiene una negazione. «Alcuno», in certe costruzioni, può esprimere il medesimo concetto con maggiore proprietà.
— Quindi avete visto qualcuno?
— Alcuno.
— Qualcuno?
— Nessuno.
Cesare posò la matita.
Cavina rimase immobile davanti a lui, perfettamente composto.
— Scriviamo nessuno.
— Va bene. Anche se…
Cesare indicò la porta. Il maestro uscì e il direttore ne approfittò per affacciarsi.
— Posso entrare?
— Fate entrare il prossimo.
Il direttore scomparve.
— La maestra Clarina Fabbri!
Clarina Fabbri era piccola, rotondeggiante e sorridente. Indossava un abito a balze, stretto in vita e guarnito al collo da un grande fiocco, sul quale aveva appuntato una spilla. L’insieme aveva qualcosa di elaborato e festoso: sembrava vestita come una torta preparata per un’occasione importante. Entrò a passetti rapidi, si accomodò e attese.
— Avete notato qualcosa di insolito ieri?
— ASSOLUTAMENTE NULLA, MARESCIALLO!
Cesare ebbe un piccolo sussulto.
— Sono qui davanti, maestra.
— BENISSIMO!
— Avete visto qualcuno avvicinarsi alla parete dove era appeso il ritratto?
— NESSUNO!
— Grazie. Potete andare.
— GRAZIE A VOI!
Quando la porta si richiuse, Cesare si passò un dito nell’orecchio. Liverani infilò la testa nella stanza.
— Posso…
— Il prossimo.
La testa sparì.
— Il segretario Regolo Zannoni!
Regolo Zannoni doveva avere passato da tempo l’età per la pensione. Gli rimaneva una corona di capelli grigi intorno alla nuca e portava due baffi dello stesso colore, ingialliti appena sotto il naso. La giacca scura aveva acquisito negli anni una patina uniforme: un’ombra di polvere gli riposava sulle spalle e, quando sollevò il braccio per sistemarsi gli occhiali, sotto le ascelle Cesare credette di vedere per un attimo sottili ragnatele. Entrò con una cartella sotto il braccio. Cesare indicò la sedia.
— Chi poteva accedere al cortile durante l’orario delle lezioni?
Zannoni aprì immediatamente la cartella.
— Ai sensi dell’articolo diciassette del regolamento interno, l’accesso al cortile durante l’orario delle lezioni è consentito esclusivamente al personale docente e non docente, agli alunni e alle persone debitamente autorizzate dalla Direzione.
— E ieri chi è entrato?
Zannoni rimase per qualche istante con l’indice appoggiato sulla pagina.
— Questo il regolamento non lo dice.
Cesare lo guardò.
— Voi avete visto qualcuno?
— Personalmente, nessuno.
— Grazie.
Zannoni richiuse la cartella. Dal corridoio giunse il nuovo annuncio.
— L’applicato di segreteria Evaristo Minguzzi!
Minguzzi era un uomo di mezz’età, con una camicia senza colletto chiusa fino alla gola e un panciotto scuro abbottonato sul ventre. Aveva un viso largo e uno sguardo quieto, vagamente stolido, che seguiva chi parlava con qualche istante di ritardo. Si sedette.
— Avete visto qualcuno avvicinarsi al ritratto? — chiese Cesare.
— Avvicinarsi al ritratto…
— Sì.
— Sì…
Cesare aspettò.
— Qualcuno?
— Qualcuno…
Cesare appoggiò la matita sul tavolo e la fronte sulla mano destra.
— Grazie. Andate pure.
Minguzzi si alzò.
— Pure.
Passando davanti a Liverani, lo sentì ordinare:
— Aspettate fuori.
— Fuori — rispose, e proseguì.
Cesare chiuse gli occhi per un istante. Poi sentì un brusio levarsi nel corridoio. Liverani disse qualcosa a voce bassa, qualcuno gli rispose. Seguì un breve conciliabolo, poi sulla porta comparvero contemporaneamente due uomini in camice grigio. Uno era alto e secco, con braccia e gambe che parevano avanzare leggermente separate dal resto del corpo. L’altro era robusto, largo di torace e piantato su gambe corte. Per il resto, la funzione aveva operato su di loro con sorprendente efficacia. Stesso camice grigio abbottonato fino al collo, stessi capelli tagliati corti, stessi baffetti, stessa espressione di chi trascorreva le giornate ad aprire porte, chiuderle, spostare banchi e decidere a chi spettasse pulire cosa. A guardarli dal collo in su, avrebbero potuto sembrare gemelli; dal collo in giù, la natura aveva seguito due progetti diversi. Alle loro spalle Liverani cercava ancora di governare la situazione.
— Avevo detto uno alla volta.
— Noi andiamo insieme — disse quello alto.
— Sempre — precisò quello robusto.
— Il maresciallo deve sentirvi individualmente.
I due continuarono ad avanzare e Liverani fu costretto a spostarsi per lasciarli passare.
— Meo e Teo — annunciò infine, con minore sicurezza.
Cesare guardò prima i due bidelli, poi il direttore.
— Meo e Teo cosa?
Liverani aprì la bocca. La richiuse. Guardò l’uno, poi l’altro.
— Meo e Teo… i bidelli.
— I cognomi?
Il direttore si schiarì la gola.
— Al momento mi sfuggono.
Cesare indicò l’uomo alto.
— Lui è Meo?
Liverani guardò l’uomo alto. Poi quello robusto. I due ricambiarono lo sguardo con identica curiosità.
— Uno dei due.
— Sedetevi.
I due presero posto contemporaneamente.
— Chi ha pulito il corridoio ieri pomeriggio?
— Io — disse quello alto. — Lui aveva il cortile.
— Il cortile l’ho fatto dopo — intervenne quello robusto. — Prima ho fatto le scale.
— Le scale erano mie.
— Il martedì.
— Ieri era mercoledì.
— Il mercoledì tu hai il pianerottolo.
— Il pianerottolo fa parte delle scale.
— Da quando?
— Da sempre.
— Allora perché giovedì scorso…
Cesare sollevò una mano.
— Il ritratto.
Meo e Teo tacquero.
— Quale ritratto? — chiese uno.
L’altro gli diede una gomitata.
— Quello.
— Ah, quello.
Si guardarono.
— Quello non l’abbiamo visto.
Uscirono insieme. Nel corridoio Zannoni e Minguzzi si accodarono subito; Meo e Teo vennero dietro di loro. Attraversando l’atrio, Cesare vide che la porta d’ingresso era rimasta aperta. Sul gradino più basso della scalinata, il cane che aveva osservato l’alzabandiera se ne stava sdraiato al sole. Fra i denti teneva un vecchio guanto da lavoro in bocca. Meo, o forse Teo, lo indicò.
— Sempre in giro a raccogliere quello che trova per terra.
Cesare seguì per un istante il cane con lo sguardo. Quello stava comodo sul gradino, intento nella sua attività masticatoria. Poi proseguì verso l’aula.
Ardito de Canis
Quando Cesare entrò nell’aula dei grandi, i bambini erano già tutti al loro posto. I piccoli occupavano le prime file, i grandi quelle dietro. L’attesa aveva prodotto un’eccitazione crescente: quella mattina l’inchiesta aveva preso il posto delle lezioni e, per loro, bastava questo a trasformare il misfatto in una festa. Alla comparsa degli adulti si alzarono tutti insieme.
— Battiam, battiam le mani,
arriva il direttore…
Liverani si fermò sulla soglia. Clarina Fabbri si illuminò. I bambini proseguirono senza bisogno di incoraggiamento.
— Balilla, Balilla,
la bocca tricolore,
ho l’arma nella mente,
ho il Duce dentro al cuore.
A noi!
Clarina cominciò a battere le mani a tempo, radiosa. I bambini della sua classe la imitarono subito. I grandi portarono la mano al cuore e attaccarono con ancora maggiore convinzione:
— Son piccolino, ma so già sparare,
la patria mia voglio difendere e amare.
Viva il Fascismo, viva Mussolini,
questo è il grido di tutti i bambini!
Clarina batté le mani ancora più forte. I piccoli la seguirono con entusiasmo, qualcuno anticipando il tempo, qualcun altro rincorrendolo. I grandi mantennero la mano sul cuore e conclusero l’ultima parola con tale convinzione da far vibrare i vetri delle finestre. Liverani si voltò verso Cesare. Lo guardò orgoglioso, aspettando sul suo viso il riconoscimento dovuto a un simile risultato educativo. Cesare guardava i bambini. Il direttore attese ancora qualche istante, poi alzò entrambe le mani.
— Bene! Bene, bambini!
Il concerto cessò poco alla volta. Clarina batté ancora due colpi solitari prima di accorgersene e abbassare le mani. Liverani si avvicinò a Cesare e gli dette una gomitata confidenziale.
— Mi raccomando, maresciallo — gli sussurrò, indicando con gli occhi la scolaresca. — Se vi capita di parlare con chi di dovere, fateglielo sapere.
Cesare aspettò che anche l’ultimo bisbiglio si spegnesse, poi si mise davanti alla cattedra.
— Adesso vi spiego perché sono qui.
I bambini lo guardarono. Qualcuno aveva ancora le guance rosse per il canto.
— Ieri, nel cortile della scuola, è successa una cosa brutta. Il ritratto del Duce, quello che era appeso al muro, è stato trovato per terra, di fianco al bidone del rusco.
Un bambino della prima fila alzò immediatamente la mano. Cesare proseguì.
— Il professor Liverani mi ha chiesto di capire cosa è successo. Il ritratto era al suo posto, poi qualcuno o qualcosa lo ha fatto finire nel cortile. Perciò vorrei che mi raccontaste quello che avete visto ieri.
Altre tre mani scattarono in aria.
— Io!
— Io, maresciallo!
— Io lo so!
— Anch’io!
Nel giro di pochi secondi le mani alzate erano diventate una dozzina. Qualcuno si sollevava sulla punta dei piedi, qualcuno agitava il braccio per farsi vedere meglio.
— Io! Io!
Cesare li osservò. Aveva accuratamente evitato di chiedere chi fosse stato, eppure pareva che metà della scuola fosse impaziente di confessare qualcosa.
— BAMBINI! — tuonò Clarina Fabbri.
Il silenzio cadde all’istante. La maestra sorrise soddisfatta e percorse con lo sguardo le prime file.
— PARLERETE UNO ALLA VOLTA!
Le mani tornarono subito in alto. Clarina ne scelse una.
— PINUCCIA. AVANTI.
Una bambina con due trecce si alzò.
— Io ieri ho visto un uomo.
Liverani ebbe un sussulto. Cesare la guardò.
— Dove?
— Dietro la scuola.
— A che ora?
Pinuccia ci pensò.
— Dopo la ricreazione. Era tutto vestito di nero.
Il direttore si protese in avanti.
— E cosa faceva?
— Spiava.
— Chi spiava?
— Noi.
— E poi?
Pinuccia abbassò la voce.
— Poi è saltato sopra il muro.
Un mormorio attraversò le file.
— Era altissimo — aggiunse. — Più alto del maestro Cavina. Aveva un cappello nero, una barba nera e una borsa.
— Una borsa? — chiese Cesare.
— Piena di bombe.
Liverani spalancò gli occhi.
— Come facevi a sapere che erano bombe?
Pinuccia parve sorpresa dalla domanda.
— Perché era un anarchico.
Dalle ultime file arrivò un «oooh».
— BRAVA PINUCCIA! — disse Clarina, raggiante.
Preciso Cavina si schiarì la voce.
— Per completezza d’informazione, maresciallo, suggerirei di ascoltare anche i grandi.
— Va bene.
Cavina indicò Adelmo.
— Adelmo. Alzati.
Adelmo si mise in piedi con la mano ancora sul cuore.
— Io invece ho sentito una voce.
Liverani si irrigidì.
— Una voce?
— Sì. Veniva dal morto della scuola.
Per qualche secondo ci fu silenzio.
— Quale morto? — chiese Cesare.
Adelmo indicò il soffitto.
— Quello che gira di notte.
La classe esplose. Qualcuno confermò l’esistenza del fantasma. Un altro sostenne che si trattava del vento. Una bambina disse che una volta aveva sentito ululare nel cortile.
— Era il cane! — gridò qualcuno.
— Mio zio ulula uguale quando torna dall’osteria! — aggiunse una voce dal fondo.
Clarina batteva le mani.
— UNO ALLA VOLTA! UNO ALLA VOLTA!
In fondo alla classe Meo e Teo avevano cominciato a discutere fra loro su chi, la sera precedente, avesse chiuso la porta del sottoscala. Cavina cercava di rimettere in ordine i grandi.
Nel silenzio che seguì, un bambino seduto nella prima fila alzò lentamente la mano. Aveva l’aria imbronciata di chi aveva aspettato abbastanza.
— Lo so io chi ha stato.
Cesare si voltò verso di lui.
— Sentiamo.
— Ha stato Ardito.
Per un istante nessuno parlò. Poi esplose la classe.
— Traditore!
— Spia!
— Ardito non c’entra!
— Bugiardo!
— Ha stato lui!
— Tu sei una spia!
Il bimbetto si alzò in piedi.
— L’ho visto io!
— Spia!
— BAMBINI! — tuonò Clarina.
Occorse qualche momento perché tutti tornassero al proprio posto. Il professor Liverani aveva ritrovato la propria fermezza. Avanzò di un passo e affrontò la scolaresca.
— Chi è Ardito?
Nessuno rispose. Liverani gonfiò il petto.
— Esigo che questo Ardito faccia immediatamente un passo avanti! Sia uomo!
Il bimbetto alzò di nuovo la mano.
— Non può fare l’uomo.
— Perché?
— Perché Ardito è un cane.
Liverani rimase con la bocca aperta. Dal fondo dell’aula intervenne uno dei due bidelli. Meo, probabilmente. O forse Teo.
— È quello che avete visto fuori, maresciallo.
— Quello col guanto — aggiunse l’altro.
— I bambini l’hanno chiamato Ardito.
— Sono stati quelli grandi.
— Quelli piccoli.
— I grandi.
— C’ero io quando hanno deciso.
— Quel giorno toccava a me dargli da mangiare.
— Appunto. Quindi era giovedì.
— Era mercoledì.
— Il mercoledì gli do da mangiare io.
— Tu il mercoledì hai il pianerottolo.
— Cosa c’entra il pianerottolo?
— C’entra perché la ciotola sta sotto le scale.
— La ciotola sta vicino alla porta.
— Quando la sposti tu.
Cesare li lasciò andare avanti per qualche battuta, poi alzò una mano.
— Dunque Ardito è il cane.
— Sissignore — risposero insieme.
Uno dei due aggiunse:
— Ormai è il cane della scuola.
— Gli portiamo da mangiare noi.
— Un giorno io e un giorno lui.
— Oggi tocca a me.
L’altro si voltò di scatto.
— Oggi tocca a me!
— Ieri gli ho dato da mangiare io.
— Ieri gli hai dato il mio pane.
— Perché tu avevi già dato il tuo martedì.
— Martedì era il tuo giorno!
— Era mercoledì!
Il direttore fissava i due bidelli. Cesare, invece, cominciava finalmente a intravedere una pista. Lasciò che il battibecco fra i due bidelli si consumasse da solo. Poi indicò quello che gli sembrava Teo. O forse era Meo.
— Andate a prendere Ardito.
Il bidello annuì e uscì dall’aula. Pochi istanti dopo ricomparve sulla porta. Accanto a lui c’era anche l’altro. Erano andati entrambi. Il cane li precedeva nell’aula con passo tranquillo. I piccoli si sporsero dai banchi, qualcuno lo chiamò sottovoce, altri batterono le mani sulle ginocchia per attirarlo. I due bidelli avanzavano dietro di lui con una certa fierezza.
— Fermo — ordinò uno.
Il cane si fermò.
— Seduto — aggiunse l’altro.
Ardito si sedette.
Meo, o forse Teo, guardò il collega con soddisfazione. L’altro ricambiò. Qualunque fosse la distribuzione dei turni per il cibo, sull’educazione dell’animale sembravano rivendicare un merito comune. Cesare guardò il cane. Poi il bambino che lo aveva accusato. Poi Liverani. Si rivolse infine alla classe.
— Dunque, abbiamo almeno un testimone che dichiara di avere visto Ardito impossessarsi del ritratto del Duce e portarlo vicino al bidone del rusco.
Il cane emise un breve verso. Una bambina alzò la mano.
— Maresciallo.
— Dimmi.
— Ha detto che vuole essere chiamato come si deve.
— Tu hai capito cosa ha detto?
— Sì. Io capisco il canese.
Qualche bambino annuì. La circostanza, evidentemente, era conosciuta.
— E come dovrei chiamarlo?
— Con il nome e il cognome.
Liverani ebbe uno scatto.
— Ha anche un cognome?
La bambina lo guardò con la pazienza riservata agli adulti che faticavano a comprendere le cose semplici.
— Certo. Si chiama Ardito de Canis.
— Ardito de Canis.
Il cane agitò la coda sul pavimento.
— Bene. Visto che tu parli il canese, chiedigli se è stato lui a prendere il ritratto.
La bambina si rivolse al cane. Ardito abbaiò.
— Dice di sì.
— Chiedigli perché.
La bambina tornò a interrogarlo. Ardito rispose con due brevi latrati.
— Dice che era per terra e pensava che fosse una cosa abbandonata.
— E sa che ha fatto una cosa grave?
La bambina interrogò Ardito. Il cane abbaiò due volte, poi abbassò la testa.
— Dice che gli dispiace. Credeva fosse una cosa da raccogliere.
Cesare annuì.
— Digli che d’ora in avanti deve lasciare in pace i ritratti.
La bambina tradusse. Ardito rispose con un breve latrato.
— Ha promesso.
Cesare si voltò verso Liverani.
— Avete sentito, signor direttore. Confessione, pentimento e promessa di buona condotta.
Cesare si rimise il berretto. I due bidelli richiamarono Ardito, i bambini cominciarono a bisbigliare e Clarina batté le mani per ristabilire l’ordine. Aveva già raggiunto la porta quando la voce di Liverani lo fermò.
— Maresciallo!
Cesare si voltò.
Il direttore sembrava sinceramente costernato.
— Come sarebbe?
— Come sarebbe cosa?
— Finisce così?
— Ha confessato.
— Ma io ho presentato una denuncia formale!
— E abbiamo trovato il colpevole.
— Ho convocato l’intera scuola. Avete interrogato il personale. Ci sono stati dei testimoni. Una confessione! — Liverani contava gli elementi sulle dita. — Le cose devono risultare, maresciallo. Ho bisogno di un documento. Un verbale. Qualcosa da mostrare ai miei superiori.
Cesare lo guardò storto, ma Liverani sostenne lo sguardo.
— Un atto ufficiale.
Cesare rimase qualche secondo in silenzio. Poi si tolse nuovamente il berretto.
— Maestra Fabbri.
— SISSIGNORE, MARESCIALLO!
— Fra i vostri bambini ce n’è uno che scrive bene?
Clarina si illuminò.
— CERTO!
Passò in rassegna le prime file, poi indicò una bambina.
— ADELE!
Una bambina minuta si alzò immediatamente.
— ADELE HA LA CALLIGRAFIA PIÙ BELLA DELLA SCUOLA!
Cesare indicò la cattedra.
— Vieni qui, Adele.
La bambina raggiunse la cattedra.
— Prendi carta, penna e calamaio.
Adele preparò tutto con grande cura, intinse il pennino nell’inchiostro e alzò gli occhi verso Cesare.
— Volete un verbale, signor direttore?
Liverani annuì.
— Facciamo il verbale.
Il verbale
Cesare si rivolse ad Adele.
— Scrivi.
La bambina intinse il pennino nel calamaio.
Cesare prese fiato.
— «L’anno decimo dell’Era Fascista, il giorno…»
Si fermò.
— Che giorno è oggi?
Regolo Zannoni rispose immediatamente:
— Ventisette ottobre.
— «…27 ottobre 1932, nei locali della Regia Scuola Elementare Aurelio Saffi di Montevalle, il sottoscritto maresciallo Montanari Cesare, a seguito di formale denuncia presentata dal professor Liverani Temistocle, direttore del predetto istituto…»
Adele alzò la testa.
— Maresciallo?
— Dimmi.
— Preche?
— Pre-det-to.
La bambina scandì sottovoce mentre scriveva.
— Pre-det-to.
— «…procedeva agli opportuni accertamenti in merito all’ignobile sottrazione dell’effigie del Duce dalla parete alla quale risultava regolarmente affissa…»
La penna si fermò.
— Af-fis-sa.
— Af-fis-sa.
Riprese a scrivere.
— «…effigie successivamente rinvenuta nelle immediate adiacenze del recipiente adibito alla raccolta dei rifiuti posto nel cortile dell’istituto.»
Adele rimase con il pennino sospeso.
— Adi…?
— Adiacenze. A-dia-cen-ze.
— A-dia-cen-ze.
— «Esperiti gli interrogatori del personale docente e non docente, dai quali emergevano elementi di scarsa utilità ai fini dell’accertamento dei fatti…»
Preciso Cavina ebbe un piccolo movimento, ma Cesare continuò.
— «…si procedeva all’escussione collettiva degli alunni.»
— Escus…?
— E-scus-sio-ne.
Adele lo guardò perplessa.
— Cosa vuol dire?
— Che vi abbiamo fatto delle domande.
La bambina considerò per qualche istante la spiegazione.
— Allora perché scriviamo escussione?
Cesare guardò Liverani.
— Perché questo è un verbale.
Adele parve soddisfatta e riprese.
— «Nel corso della predetta escussione emergeva la testimonianza oculare di un alunno, il quale indicava quale autore materiale del fatto il summenzionato de Canis Ardito …»
La penna si fermò di nuovo.
— Summen…
— Sum-men-zio-na-to.
— Ma prima non l’abbiamo menzionato.
Adele ricambiò lo sguardo di Cesare con assoluta innocenza.
— Hai ragione. Scrivi: «il cane de Canis Ardito, abitualmente presente nei locali e nelle pertinenze della scuola, testé generalizzato».
— Testé?
— Te-sté.
— Generalizzato?
— Ge-ne-ra-liz-za-to.
— Cosa vuol dire?
— Che adesso sappiamo come si chiama.
Adele annuì e continuò diligentemente.
— «Il summenzionato de Canis Ardito veniva quindi condotto alla presenza dello scrivente e, sottoposto a interrogatorio con l’ausilio di interprete di lingua canese…»
Un fremito di soddisfazione percorse i bambini e la piccola interprete si raddrizzò sulla sedia.
— «…ammetteva spontaneamente la propria responsabilità, dichiarando di essersi impossessato della predetta effigie e di averla trasportata fino alle adiacenze del summenzionato recipiente.»
Adele sollevò il capo.
— Summenzionato lo so.
— Brava.
Clarina Fabbri batté una mano sull’altra, poi si ricordò del verbale e si fermò. Cesare proseguì.
— «Il reo dichiarava altresì, per mezzo della medesima interprete, il proprio sincero pentimento, affermando di avere agito senza piena consapevolezza della gravità del gesto e impegnandosi formalmente a evitare per l’avvenire il ripetersi di analoghi comportamenti.»
Adele lo guardò.
— Ha detto proprio così?
Cesare guardò Ardito.
— Più o meno.
Ardito batté una volta la coda sul pavimento.
— «Preso atto della confessione, del ravvedimento manifestato e della promessa solennemente resa, il sottoscritto rivolgeva al summenzionato de Canis Ardito formale ammonimento.»
Il cane, sentendo pronunciare il proprio nome, batté di nuovo la coda sul pavimento.
— «Il medesimo mostrava di comprendere il richiamo ricevuto, assumendo atteggiamento rispettoso e disciplinato.»
I due bidelli annuirono entrambi. Cesare dettò l’ultima frase con particolare lentezza.
— «Del che si redige il presente verbale, letto, confermato e sottoscritto, per gli usi consentiti e per opportuna conoscenza dell’Autorità competente.»
Adele terminò, aggiunse il punto e contemplò il foglio fitto della sua calligrafia migliore.
— Finito?
— Finito.
— Lo devo rileggere?
Cesare guardò Liverani.
— Il signor direttore voleva un documento.
Adele posò il pennino.
— Sono stato io.
La voce arrivò dal fondo dell’aula. Cesare si voltò. Ottobre Malavolti era in piedi accanto al banco. Cesare lo conosceva. Conosceva soprattutto suo padre, uno dei due comunisti dichiarati di Montevalle. Gli tornò in mente Giovanni, la sera prima: Mo chi vuoi che sia stato? Sarà stato un tabachet, valà. Avrà sentito parlare suo padre a tavola e avrà deciso di fare altrettanto. I bambini ascoltano tutto. Clarina Fabbri aveva smesso di sorridere.
— Che cosa hai detto? — chiese Liverani.
— Sono stato io — ripeté Ottobre. — Ho preso il ritratto e l’ho portato nel cortile.
Liverani fece per avanzare. Cesare gli passò davanti e raggiunse il bambino. Si chinò fino a portare il viso alla sua altezza.
— Ottobre, Ardito ha confessato.
— Ma sono stato io.
— Abbiamo anche un testimone.
Indicò la bambina che aveva fatto da interprete.
— È molto nobile da parte tua voler proteggere il tuo amico.
Ottobre strinse le labbra.
— Ardito non ha fatto niente.
Cesare lo guardò per qualche secondo. Aveva capito. Si rialzò.
— Ardito ha confessato, si è pentito e ha promesso di lasciare in pace i ritratti. La faccenda è chiarita.
— Ma maresciallo… — cominciò Liverani.
Cesare gli rivolse lo sguardo.
— La faccenda è chiarita, signor direttore.
Ottobre rimase ancora un momento in piedi, poi tornò lentamente al banco. Clarina riprese fiato. Ardito batté la coda sul pavimento. Cesare tornò alla cattedra, prese il verbale, lo lesse rapidamente e firmò in fondo con un tratto deciso.
— Ecco fatto.
Si alzò e porse il foglio a Liverani.
Liverani prese il verbale, lo lesse rapidamente e annuì. Poi il suo sguardo cadde sulla parete. Accanto al ritratto del Re restava un rettangolo più chiaro. Al centro sporgeva il chiodo al quale era stata appesa l’effigie del Duce.
— Maresciallo…
Cesare lo guardò.
— C’è una cosa che non capisco. Come avrebbe fatto il cane a togliere il ritratto da quel chiodo?
Cesare seguì il suo sguardo.
Andò alla parete, afferrò il chiodo fra pollice e indice e lo mosse appena. Il chiodo cedette. Lo sfilò e lo porse a Liverani.
— Basta poco perché venga via.
Liverani osservò il chiodo nel palmo della mano.
— Potrei aprire un’indagine sui dirigenti scolastici che affidano l’effigie del Capo del Governo a chiodi così deboli.
Cesare fece una breve pausa.
— Così poco patriottici, magari.
Liverani alzò gli occhi. Poi richiuse le dita sul chiodo e prese il verbale.
— Non penso sia necessario. Grazie, maresciallo.
— Prego, signor direttore.
Agli arresti domiciliari
Quella sera, a cena, erano in quattro. Cesare, Anna e Giovanni sedevano attorno al tavolo. Accanto alla sedia di Cesare, il cane mangiava con grande applicazione da una scodella posata sul pavimento. Anna lo osservò per un po’.
— E questo chi sarebbe?
— Il colpevole che ho arrestato stamattina.
Giovanni smise di mangiare.
— Il colpevole del ritratto?
— Lui.
Il cane sollevò il muso dalla scodella e li guardò.
— E perché è qui? — chiese Anna.
— È agli arresti domiciliari.
— A casa nostra?
— Dovevo pur indicare un domicilio.
Anna guardò il cane. Il cane guardò Anna e batté la coda sul pavimento.
— E come si chiama questo delinquente?
— Ardito de Canis.
Giovanni scoppiò a ridere. Anna continuò a studiarlo.
— E sarebbe educato?
— Meo e Teo hanno garantito per lui.
— Chi sono Meo e Teo?
Cesare prese un pezzo di pane.
— Su questo le indagini sono ancora in corso.
