Negli anni del regime, Ravenna divenne un laboratorio urbano in cui architettura e politica si intrecciarono strettamente. L’amministrazione fascista cercò di dare un nuovo volto alla città, intervenendo sul tessuto urbano attraverso demolizioni, nuove costruzioni e la ridefinizione degli spazi pubblici. La zona dantesca fu al centro di questo progetto, con la creazione di un nuovo asse monumentale in funzione celebrativa. Venne elaborato un piano regolatore che, pur ricco di visione, faticò a concretizzarsi in interventi coerenti e organici. Le opere realizzate alternavano monumentalità retorica e edilizia popolare, spesso senza un disegno unitario. La retorica della rinascita urbana celava una gestione frammentaria, in cui il simbolico prevaleva sulle esigenze reali della città. Il dibattito sul ruolo degli architetti, tra ideologia e necessità tecnica, rifletteva le tensioni di un’epoca che pretendeva di costruire il futuro rifacendosi a un passato glorificato. I nuovi quartieri, come Villaggio ANIC o San Giuseppe, rappresentarono tentativi di industrializzazione urbana legati alla crescita demografica e produttiva. Nonostante l’ambizione del piano, molte proposte rimasero sulla carta o vennero realizzate in modo incompleto. L’esperienza urbanistica fascista a Ravenna lascia oggi una traccia discontinua e contraddittoria, che ancora interroga il paesaggio della città.
Puoi leggere il saggio completo nel volume: La nuova “Casa del Mutilato” di Ravenna | Storia Arte Architettura, Ravenna 2002.


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